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Sperimentazione clinica no-profit, la miglior forma di spending review

«La ricerca scientifica indipendente è fondamentale e porta un risparmio al sistema sanitario». Questo è il messaggio lanciato da Silvio Garattini, IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, durante il convegno “Sperimentazione clinica no-profit in Italia: criticità, opportunità, prospettive” svoltosi lo scorso 10 dicembre a Milano.

La ricerca indipendente consente infatti di esplorare quegli aspetti spesso tralasciati dalla ricerca sponsorizzata (dosaggi o modalità di somministrazione particolari di farmaci, combinazioni di farmaci, categorie di pazienti speciali, eventi avversi), segue maggiormente il bisogno del paziente ed è in grado di evidenziare gli effettivi vantaggi di una terapia rispetto a un’altra (e non rispetto al placebo).

«La ricerca indipendente va quindi sostenuta e aiutata a superare tutte le criticità che la ostacolano fino a renderla praticamente impossibile» ha dichiarato Garattini ai microfoni di NCF, illustrando nella video-intervista i principali problemi che rendono sempre più difficile la ricerca no-profit in Italia, secondo il punto di vista del ricercatore.

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Studi Clinici, ridurre i costi si può!

Gli studi clinici, si sa, sono costosi e richiedono molto tempo. Ma forse, quello a cui non si pensa è che una buona parte dei costi e dei ritardi derivano da una scarsa efficienza nelle fasi di reclutamento e di mantenimento dei pazienti negli studi. A queste conclusioni sono giunti i ricercatori della University of Sussex Innovation Centre al termine di un’indagine commissionata da One Research, che ha coinvolto i diversi attori coinvolti nella ricerca clinica, dall’industria farmaceutica, alle CRO, le istituzioni sanitarie e anche le associazioni pazienti.

srudi clinici

I risultati dell’indagine sono stati pubblicati nel libro bianco “Improving Standards of Patients Recruitment and Retention in Clinical Trials”. «Mi auguro che questo libro possa stimolare la discussione sui numerosi problemi che ostacolano il progresso della ricerca clinica e le strategie proposte possano fornire un’ipotesi per aprire una via di uscita» ha commentato Alistair Crombie, di One Research.

I risultati dell’indagine confermano quanto già 10 anni fa aveva osservato l’IBM Institute for Business Value che nel suo report aveva previsto come nel tempo “l’inefficienza nel reclutamento dei pazienti sarebbe continuata a crescere diventando un ostacolo significativo al successo delle aziende farmaceutiche e al lancio di nuovi prodotti farmaceutici” e aveva suggerito di “migliorare il processo di arruolamento dei pazienti” come soluzione all’inutile perdita di investimenti.

A distanza di 10 anni il fenomeno è “ancora ben radicato”. Anche i ricercatori della University of Sussex Innovation Centre sono convinti che per ridurre i costi associati agli studi clinici e ridurre i tempi di immissione in commercio di un farmaco si debba migliorare il processo di arruolamento e nel report chiariscono anche come:

  • aumentare la consapevolezza dei pazienti coinvolti,
  • snellire le procedure di reclutamento sia per i pazienti sia per i medici,
  • ridurre il carico di lavoro dei medici e dei ricercatori.

 

Aumentare la consapevolezza di pazienti e ricercatori

La consapevolezza e motivazione dei pazienti, si legge nel report sono “aspetti su cui l’industria dovrebbe imparare a lavorare maggiormente, migliorando la comunicazione con i suoi pazienti”. Il primo passo consiste sicuramente nello spiegare in modo esaustivo le opportunità e i vantaggi correlati alla partecipazione a uno studio clinico e la crucialità del loro ruolo. Tuttavia questo può non essere sufficiente se l’industria non adotta un approccio veramente centrato sul paziente, capace di dialogare direttamente con lui.

La consapevolezza riguarda però anche i medici e ricercatori coinvolti negli studi clinici, che spesso si trovano in difficoltà nel fornire spiegazioni o supportare la motivazione dei pazienti nella decisione di arruolarsi o continuare lo studio.

 

Protocolli più fattibili e allineati con gli obiettivi

Un altro aspetto da migliorare per ridurre gli sprechi riguarda le modalità di arruolamento. Innanzitutto i siti di arruolamento. Secondo quanto evidenziato nel report molto spesso i centri di arruolamento vengono scelti unicamente sulla base della maggiore probabilità di accesso di un certo di tipo di popolazione senza però tener conto dell’effettivo interesse o capacità della struttura o dei clinici di arruolare o portare avanti l’indagine.

Anche il numero e il tipo di pazienti da arruolare sono elementi molto critici. I criteri di eligibilità a volte non sono ben allineati con quanto lo studio si prefigge e per la scelta del numero si agisce sempre in eccesso, ma spesso senza una guida ben precisa e stabilita a priori. Probabilmente la motivazione di questo va ricercata in una “non sempre adeguata competenza specifica delle persone che si occupano della stesura del protocollo”.

Come è possibile dunque rendere più efficiente l’arruolamento dei pazienti? Nel report alcune proposte:

  • verificare la fattibilità di uno studio prima di definire il disegno dello studio,
  • valutare le caratteristiche geografiche della popolazione,
  • costruire coorti di pazienti che tengano conto di eventuali studi successivi nello stesso ambito terapeutico,
  • definire insieme a clinici esperti gli obiettivi reali e raggiungibili dello studio e i criteri di eligibilità dei pazienti.

Ricerca no-profit, un’opportunità che l’azienda deve sostenere

«Per l’azienda farmaceutica la ricerca indipendente no-profit rappresenta un un’opportunità da sostenere, perché va a completare la sua sperimentazione», sono le parole di Giuseppe Recchia, MD GlaxoSmithKline, intervenuto alla giornata studio “Sperimentazione clinica no-profit in Italia: criticità, opportunità, prospettive” svoltasi a Milano lo scorso 10 dicembre.

La ricerca indipendente consente infatti di esplorare nuove formulazioni, nuovi dosaggi, nuove combinazioni tra prodotti già in commercio, oppure verificare il profilo di efficacia e tollerabilità di un prodotto nelle reali condizioni di utilizzo. Sono gli studi “real life”, sempre più frequenti, condotti generalmente da coloro che acquistano i farmaci, e quindi i servizi sanitari regionali o nazionali. Ma gli attori della ricerca indipendente sono numerosi, non più singoli ricercatori, ma centri di ricerca strutturati (es Telethon) anche per seguire lo sviluppo di un farmaco o anche le associazioni pazienti. In questo scenario, caratterizzato da un trend in continua crescita, l’azienda farmaceutica ha trovato un nuovo ruolo come sostenitore della ricerca no-profit, garantendo il supporto economico senza interferire con la gestione, organizzazione, gestione e conduzione degli studi di cui si occuperà un ente terzo.

Ai microfoni di NCF, Giuseppe Recchia spiega quali strategie l’azienda sta mettendo in atto per sostenere e rispondere alla crescente domanda della ricerca no-profit in visione anche della prossima entrata in vigore del Regolamento Europeo 536/2014.

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L’importanza dei network nella gestione delle malattie rare

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La sensibilità rispetto al tema delle Malattie Rare è cresciuta negli anni ed è ora una priorità per l’Europa, come discusso durante la conferenza internazionale “Rare Diseases: Europe’s challenges“. Gli Stati Membri sono stati coinvolti in progetti e attività internazionali per accelerare la ricerca scientifica in questo campo e con lo scopo di raggiungere 200 terapie approvate entro il 2020.

Quando si parla di Malattie Rare, network, partnership e collaborazione sono fondamentali a tutti i livelli, dalla ricerca di base – per condividere le competenze nella fase pre-competitiva e non disperdere le energie in duplicazioni inutili – alla partnership tra pubblico, privato e non profit, per arrivare alla collaborazione tra istituzioni e aziende di ricerca nella fase dell’autorizzazione all’immissione in commercio, dell’accesso e del prezzo e rimborso. Ricordando in ogni fase la centralità e il coinvolgimento dei Pazienti Rari. Cooperazione e approccio globale porteranno a un’accelerazione delle conoscenze sulle Malattie Rare, a miglioramenti in campo assistenziale e a una maggiore equità di cura.

Caterina Lucchini

Per approfondire l’argomento, leggi l’articolo su NCF di Dicembre:
Rare sono le malattie, non i malati

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MIND, app per iPad per contrastare i disturbi neurologici

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General Electric Healthcare, divisione medicale di General Electric, ha progettato MIND, applicazione gratuita per iPad che favorisce la stimolazione del cervello per le persone con malattie neurologiche come il morbo di Alzheimer, Parkinson, ictus e trauma cranico e offre consigli utili per chi fornisce assistenza ai malati.

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Creata e approvata da neurologi, la app utilizza la musica e l’arte visiva per permettere ai pazienti di svolgere attività che coinvolgono sia il livello emotivo sia quello fisico e che vanno dall’ascolto di musica, al canto, dalla composizione di melodie, alla visione di video musicali, dall’osservazione di una galleria d’arte virtuale, alla creazione della propria versione di capolavori. La app si propone, inoltre, di rafforzare il legame tra il paziente e chi se ne prende cura attraverso la condivisione delle caratteristiche dell’applicazione.

Mind è disponibile su iTunes Store o presso mindonlinecampaign.com

 

Serious games, la riabilitazione diventa un gioco da ragazzi

Bastano lo schermo di un PC o di un televisore, una kinect, la voglia di giocare, e la riabilitazione è fatta. Esiste infatti un nuovo modo per riabilitare gli arti dopo un ictus, un infarto o anche dopo un incidente.

Ai microfoni di NCF Lucia Pannese, CEO di Imaginary, illustra il funzionamento del progetto Rehab@home per la riabilitazione degli arti superiori e come l’utilizzo dell’Oculus Rift possa aiutare i pazienti con deficit cognitivo a riacquistare sicurezza nelle attività quotidiane, come ad esempio fare la spesa.

Si tratta di esempi di Serious games, ovvero giochi digitali che attraverso simulazioni virtuali interattive ripropongono una semplificazione della realtà all’interno della quale gli utenti mettono alla prova le proprie competenze.

IMS Health, ogni anno lanciati 35 nuovi farmaci

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Over the Horizon: numeri, trend e dinamiche del mercato farmaceutico. Ai microfoni di NCF Carlo Buttini: «L’impatto dei biosimilari, anche se si prevede inferiore rispetto a quello dei generici, si vedrà nei prossimi anni»

 

Il mercato segna complessivamente +4% ed «entro il 2020 si prevede, a livello globale, un ritorno del tasso di innovazione simile a quello osservato nei primi anni 2000. Ogni anno verranno lanciati circa 35 nuovi farmaci, soprattutto farmaci biologici e orfani caratterizzati da meccanismi di azione completamente nuovi». Questa è la previsione che Sergio Liberatore, general manager di IMS Health, ha annunciato durante l’evento Over the Horizon, che ogni anni fa il punto sul mercato svelando numeri, trend e dinamiche nazionali e internazionali.

Un aspetto interessante riguarda i paesi emergenti, la cui scalata genererà il 50% della crescita prevista nei prossimi 4 anni, occupando metà delle posizioni nella classifica dei top 20. Al secondo posto si riconferma la Cina, seguita dal Brasile.

Per quanto riguarda il nostro Paese, «l’effetto generici ha consentito di mantenere la spesa territoriale sotto il tetto, anche se il tasso di penetrazione si mantiene al di sotto rispetto a quello di altri paesi europei. Nei prossimi anni vedremo l’impatto dei biosimilari, che però prevediamo inferiore rispetto ai generici» ha dichiarato Carlo Buttini, SR Manager, Solution Sls, Adv Analytics di IMS Health ai microfoni di NCF.

Nei prossimi anni il mercato italiano punterà sui farmaci della medicina specialistica, di nicchia (farmaci orfani) e oncologica, caratterizzati da un costo annuo di trattamento molto sfidante per la spesa sanitaria. Sarà dunque sempre più fondamentale dimostrare evidenze certe e aggiornate relative ai benefici di questi principi attivi per giustificare i costi elevati del trattamento. Un elemento di cui si dovrà ancora tenere conto è il ritardo sull’accesso dei nuovi farmaci in Italia.

Fra i principali driver di sviluppo ci saranno il web e in generale le applicazioni e-healh. «Entro il 2020 il digital rappresenterà l’anello di congiunzione fondamentale tra i pazienti, le diverse associazioni e tutti gli attori del settore» ha specificato Graham Lewis, Vice President Global Pharma Strategy di IMS Health.

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Dispositivi medici a base di sostanze. Linea guida italiana per orientarsi

Tra i dispositivi medici borderline si fa largo una nuova categoria di prodotti, i dispositivi a base di sostanze, che possono rappresentare un’opportunità per i fabbricanti e l’intera filiera del comparto. Si tratta di prodotti che hanno una finalità medica ma non esercitano azioni farmacologiche, immunologiche o metaboliche; agiscono solo tramite mezzi fisici e non sono riconducibili ad altre famiglie di dispositivi medici.

La definizione è solo apparentemente semplice, e la linea di demarcazione di questi prodotti con altre aree merceologiche non è sempre netta. Non è pertanto sempre immediato stabilire se il prodotto deve essere classificato come dispositivo medico, oppure come integratore, cosmetico o anche farmaco. Per orientarsi il fabbricante può consultare il Manuale e la linea guida MEDDEV redatti e continuamente aggiornati dal gruppo di lavoro comunitario Borderline and Classification medical devices expert group. Classificare il prodotto è certamente il primo passo che il fabbricante deve compiere nel processo di sviluppo, ma non è il solo. Il percorso da compiere fino all’immissione in commercio è lungo e non sempre semplice, tuttavia per orientarsi può essere utile appoggiarsi alla linea guida stilata e resa disponibile dal gruppo di lavoro di Assobiomedica e Assosubamed. «Con questo documento ci proponiamo di fornire delle indicazioni tecnico operative per la creazione del Fascicolo tecnico e quindi garantire, nel corso del suo sviluppo, l’appropriatezza della classificazione, la sicurezza e le prestazioni» ha spiegato Fabrizio Chines, presidente Assosubamed, nella giornata di studio intitolata “Il settore dei dispositivi medici a base di sostanze”.

Una linea guida tutta italiana che aiuti gli imprenditori nella loro attività e quindi contribuisca a mantenere dinamico e innovativo il settore dei dispositivi medici.

Per approfondire l’argomento, leggi l’articolo su NCF di Novembre:

Dispositivi medici a base di sostanze. Uno, nessuno, centomila

Farmacovigilanza 2.0. Tutta l’azienda coinvolta nel cambiamento

In accordo con la nuova normativa europea sulla farmacovigilanza (paragrafi VI e IX delle linee guida Good Pharmacovigilance Pratices di EMA, comunicato Aifa del 7 febbraio 2014), il monitoraggio delle segnalazioni di sospette reazioni avverse da parte dei titolari di AIC deve estendersi a tutto il media digitali, compresi le chat room, blog, internet forum, siti web e tutti i social network presenti online sotto la propria gestione o responsabilità. Per questo motivo, il lavoro del reparto di farmacovigilanza sta radicalmente cambiando, anche se molti aspetti non sono ancora stati completamente chiariti e normati. Ne ha parlato Valentina Mancini, PhV & Drug Safety Medical Information Manager di Takeda, nell’ambito del Pharmacovigilance Day organizzato da Pharma Education Center (PEC) e svoltosi a Milano il 28 ottobre. Innanzitutto aumenta significativamente la quantità delle informazioni e delle possibili fonti da monitorare, che possono essere aggiornate in continuazione, 24 ore al giorno, da chiunque in qualunque parte del mondo. L’identità del reporter non è sempre e facilmente verificabile, e sul web non è difficile creare “false identità”. Per quanto riguarda il report delle eventuali segnalazioni sono numerosi gli aspetti non completamente chiariti dalla normativa. Non è ad esempio definita la modalità delle segnalazioni che emergono da fonti non scritte, come ad esempio video o podcast audio di interviste. Anche le dinamiche del follow-up e della riconciliazione presentano delle aree grigie; non è infatti chiara la frequenza e il limite a cui l’azienda deve spingersi. È consentito, ad esempio, contattare una persona, chiedendo anche dati privati, che ha espresso un parere liberamente e non si aspetta di essere controllata? Cosa deve fare l’azienda nei confronti di siti non direttamente sponsorizzati ma che trattano ad esempio di un’area terapeutica che la interessa direttamente? In attesa che le autorità regolatorie chiariscano nel dettaglio l’attività del reparto di farmacovigilanza 2.0 Valentina Mancini suggerisce di delineare una propria policy aziendale razionale e di stilare delle procedure operative (SOP) chiare e verificabili in caso di audit. «La farmacovigilanza 2.0 coinvolge tutta l’azienda. Tutte le funzioni aziendali, compresi il marketing, le vendite e la business intelligence, devono essere consapevoli del cambiamento radicale dell’attività e comprendano la necessità di coinvolgere il reparto di farmacovigilanza ogni qualvolta che si disegna un nuovo progetto digitale» conclude Valentina Mancini.

Evoluzione del mondo farmaceutico. Quali strategie?

Questo il tema intorno al quale si sono confrontati i partecipanti alla tavola rotonda che, come da tradizione, ha chiuso il Simposio