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Anticoagulanti nella prevenzione dell’ictus in pazienti con fibrillazione atriale

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Nove ictus su dieci associati a fibrillazione atriale sono di natura ischemica e possono portare a un danno neurologico irreversibile con devastanti conseguenze nel lungo termine come paralisi, disabilità e difficoltà di linguaggio.

L'uso di anticoagulanti è utile nella prevenzione degli ictus in caso di fibrillazione atriale
L’uso di anticoagulanti è utile nella prevenzione degli ictus in caso di fibrillazione atriale

Lo studio RE-LY ha valutato il profilo di sicurezza ed efficacia delle terapie anticoagulanti nella prevenzione dell’ictus in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare. Il più recente studio internazionale multicentrico RELY-ABLE ha fornito ulteriori dati sul lungo periodo che supportano i precedenti. Lo studio RELY-ABLE ha seguito 5.851 pazienti per un ulteriore periodo di 28 mesi dopo il completamento dello studio RE-LY e ha valutato i benefici nel lungo periodo. I risultati di RELY-ABLE supportano il mantenimento dei benefici nel lungo periodo: frequenza di ictus ischemico 1,15%/anno-1,24%/anno e incidenza di ictus emorragico 0,13%/anno.

«I dati combinati dello studio RE-LY e RELY-ABLE corrispondono a più di  quattro anni di esperienza clinica e forniscono la valutazione più esaustiva dei benefici degli anticoagulanti orali nella prevenzione dell’ictus in pazienti con fibrillazione atriale», spiega Dragos Vinereanu, docente di Cardiologia all’Università di Medicina e Farmacia Carol Davila di Bucarest e chairman del simposio internazionale “Update in cardiology”, tenutosi a Bucarest..

«In considerazione del progressivo allungamento della durata della vita i pazienti con fibrillazione atriale hanno la prospettiva di dovere assumere per molti anni il trattamento anticoagulante» prosegue Vinereanu. «A fronte di questo scenario, poter disporre di dati sul lungo periodo costituisce una sicurezza non solo per i pazienti ma anche per il medico curante, considerando che le persone affette da FA possono usufruire dei benefici derivanti da un trattamento protratto a lungo termine».

Il simposio “Update in cardiology” è stato organizzato dall’Università di Medicina e Farmacia Carol Davila di Bucarest e dalla Romanian Society of Cardiology, e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini di Milano e ha trattato i principali temi della cardiologia, come ipertensione, fibrillazione atriale, coronaropatia, scompenso cardiaco, cardiologia interventistica e imaging.

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Sondaggio sui pazienti europei affetti da fibrillazione atriale

Apremilast per la malattia di Behçet

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Apremilast ha dimostrato di ridurre il numero e la dolorabilità delle ulcere e di migliorare diverse misure di attività della malattia di Behçet in studio sperimentale di fase II.

Apremilast

È iniziato in tutto il mondo l’arruolamento dei pazienti nella Fase III dello studio.

Celgene Corporation ha annunciato che i risultati di sicurezza e di efficacia, inclusi i parametri di qualità di vita emersi da uno studio di fase II (BCT-001) multicentrico, randomizzato, con controllo placebo condotto su apremilast (Otezla®) in pazienti con malattia di Behçet sono stati pubblicati nel numero del 16 aprile della rivista The New England Journal of Medicine.

I risultati dello studio, compreso l’endpoint primario (riduzione del numero medio di ulcere orali dopo 12 settimane di trattamento), sono stati inizialmente presentati al congresso annuale della European League against Rheumatism (EULAR) e dell’American College of Rheumatology (ACR) nel 2013 (P<0,001). L’articolo, oltre ai risultati precedentemente citati, riporta anche che il numero mediano (min, max.) di ulcere orali si è ridotto dopo 12 settimane di trattamento con apremilast rispetto a placebo (rispettivamente 0,0 (0, 6) versus 2,0 (0, 13)).

L’articolo include inoltre i risultati dell’intera fase di 24 settimane di trattamento. Dopo 12 settimane, i pazienti del gruppo placebo sono passati al trattamento con apremilast, mentre quelli nel braccio apremilast hanno proseguito la terapia. Nei pazienti trattati con apremilast per l’intero periodo di 24 settimane la riduzione del numero medio di ulcere orali è stata osservata entro la settimana 2 (0,3 alla settimana 2 vs. 2,7 al basale). Tale riduzione si è mantenuta fino alla settimana 24 (0,6). Nel braccio placebo il numero medio di ulcere orali era di 2,9 al basale e di 1,7 alla settimana 2. Alla settimana 24, dopo 12 settimane di trattamento con apremilast, il numero medio di ulcere orali nel gruppo placebo è sceso a 0,4.

Parallelamente alle ulcere orali, nel tempo si è ridotta anche la dolorabilità associata: i punteggi medi del dolore, misurati mediante scala visiva analogica, sono scesi da 54,3 al basale a 12,0 alla settimana 2 e a 9,7 alla settimana 24. Nel braccio placebo i punteggi del dolore erano pari a 51,7 al basale e a 29,8 alla settimana 2. Alla settimana 24, dopo 12 settimane di trattamento con apremilast, il punteggio medio del dolore in questo gruppo è sceso a 9,7.

Apremilast  ha inoltre migliorato in modo significativo diverse misure di attività della malattia e di qualità di vita alla settimana 12. La variazione media dal basale alla settimana 12 è risultata significativamente migliore per il punteggio del modulo relativo all’attività attuale della malattia di Behçet (Behçet’s syndrome  activity scale, BDCAF) (-1,5 con apremilast versus -0,1 con placebo; P<0,001), per il punteggio relativo all’attività della sindrome di Behçet (Behçet’s syndrome activity scale, BSAS) (rispettivamente -21,2 versus -6,0; P<0,001), per il questionario sulla qualità di vita (QoL) nella malattia di Behçet (Behçet’s disease quality of life instrument) (-4,5 vs. -1,6; P=0,040) e per il questionario SF36 breve, versione 2, relativo alla componente fisica (4,7 versus -1,7; P=0,001). Non sono emersi miglioramenti significativi della componente mentale in base all’SF36 breve, versione 2 (2,0 vs. 1,6; P=NS).

I dati di sicurezza e tollerabilità di apremilast osservati in questo studio sono in linea con quelli precedentemente riportati in altri sei studi di fase III su apremilast condotti su pazienti con artrite psoriasica o psoriasi a placche. La percentuale di pazienti che ha sviluppato almeno un evento avverso (AE) durante la fase controllata con placebo è risultata simile: apremilast 85,5%, placebo 80,4%. Sono stati riportati AE seri in due pazienti trattati con apremilast, e in nessun paziente trattato con placebo. In quattro pazienti trattati con apremilast si sono verificati AE che hanno richiesto l’interruzione del trattamento; nessuna interruzione dovuta ad AE si è verificata nel braccio placebo. Eventi avversi come nausea, vomito e diarrea sono risultati essere più comuni nel braccio di trattamento con apremilast rispetto al braccio placebo.

Apremilast non è approvato per il trattamento di pazienti con malattia di Behçet in alcun paese.

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Malattia di Behçet

Apremilast per psoriasi e artrite psoriasica

Apremilast approvato dalla CE per psoriasi e artrite psoriasica

 

Malattia di Behçet

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La malattia di Behçet è una patologia infiammatoria cronica sistemica recidivante con interessamento dei vasi sanguigni (vasculite). La manifestazione principale è costituita da ulcere orali e genitali dolenti e manifestazioni a carico degli occhi con uveiti, trombosi retiniche, glaucomi.

La malattia di Behçet ha manifestazioni multisistemiche
La malattia di Behçet ha manifestazioni multisistemiche

I tessuti coinvolti presentano infiltrazioni di cellule T e di leucociti neutrofili

Si possono manifestare:

  • infiammazioni articolari con atralgie e artriti a carico soprattutto delle grandi articolazioni, sacroileiti e spondiliti anchilosanti,
  • lesioni cutanee, che vanno dall’acne, alla pseudofollicolite, agli eritemi nodosi, alle ulcerazioni e patergie,
  • sintomi neurologici con cefalee, segni piramidali, emiparesi e alterazioni del comportamento, dovuti a trombosi delle vene e aneurismi delle arterie cerebrali, a lesioni parenchimatose e ipertensione intracranica
  • lesioni gastrointestinali con dolori addominali e vasculiti linfocitarie delle vene della sottomucosa,
  • glomerulonefriti e amiloidosi con lieve insufficienze renali soprattutto nei maschi e uretriti,
  • aneurismi delle arterie polmonari, pleuriti, tosse, emotissi,
  • pericarditi, endocarditi, miocarditi, flebiti, trombosi venose e, raramente, arteriose, aneurismi.

Sebbene la malattia di Behçet sia una patologia a eziologia sconosciuta, è associata ad anomalie del sistema immunitario, all’infiammazione del sistema vascolare e sembra mostrare un’associazione genetica con l’antigene HLA-B51 e, nella popolazione caucasica, con l’HLA-B57. I fattori scatenanti potrebbero essere di natura infettiva o immunitaria.

La prevalenza della malattia di Behçet raggiunge i livelli più elevati in Medio Oriente e Asia, nelle zone attorno alla “via della seta” e in Giappone. In Turchia, questa patologia colpisce circa una persona su 250, per un totale di circa 300.000 casi. La malattia di Behçet è molto meno comune negli Stati Uniti e in Europa. Negli Stati Uniti il National Institutes of Health ha classificato la malattia di Behçet come una malattia rara o “orfana”. Al momento, le opzioni terapeutiche negli Stati Uniti e in Europa sono limitate.

Protagonista nella logistica farmaceutica

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La proprietà di Logistic Company Srl, che dal 1974 si occupa di logistica e trasporti, da settembre 2013, grazie a un importante impegno di riqualificazione e adempimenti durato quasi due anni, ha ottenuto l’autorizzazione da parte di Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ad attivare la propria officina farmaceutica a Verdello (BG) per lo stoccaggio di APIs in stato di quarantena e la loro etichettatura per il cambio di stato.

La Determina Aifa e l’autorizzazione ASL a distribuire prodotti farmaceutici per uso umano permette a Logistic Company di proporsi al mercato tra i player, attivi nei servizi di logistica farmaceutica, più qualificati con magazzini a temperatura controllata e monitorata 24 ore su 24 7 giorni su 7 con temperature da 2° a 8°C e da 8° a 25°C.

È in questo ambito che l’azienda intende concentrare i propri investimenti tra cui, il più imminente, ampliare gli attuali spazi a temperatura controllata.

La nuova cella potrà mantenere, con energia generata in proprio grazie all’impianto fotovoltaico di proprietà, temperature (da 4° a 20°) costantemente monitorate e registrate.

Logistic Company
Logistic Company

Test per lo screening della malattia di Pompe

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Lo studio italiano Loped ha confermato che il Dried Blood Spot (DBS) è una metodica di screening affidabile, veloce e poco costosa per identificare i pazienti a rischio di malattia di Pompe e ha permesso di individuare un percorso rapido ed efficace per evitare ritardi nella diagnosi, consegnando alla comunità scientifica internazionale un importante algoritmo diagnostico per intervenire precocemente nel trattamento della patologia.

Metodo per la diagnosi precoce della malattia di Pompe
Metodo per la diagnosi precoce della malattia di Pompe

Dal 2006 è disponibile la Terapia Enzimatica Sostitutiva (ERT), pertanto, il tema della diagnosi tempestiva è diventato di primaria rilevanza. Infatti, è noto che un intervento terapeutico precoce rappresenta la chiave di volta per rallentare notevolmente la tipica progressione della patologia.

Lo studio Loped, pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry (JNNP) è un’indagine multicentrica realizzata con l’obiettivo di valutare – in una popolazione ad alto rischio (cioè costituita da soggetti che presentano i sintomi tipici) per possibile malattia di Pompe – la diffusione della patologia nella sua forma a esordio tardivo (Late-Onset Pompe Disease) utilizzando, quale principale strumento di screening, la metodica del Dried Blood Spot (DBS), un test che prevede il prelievo e l’analisi di una goccia di sangue essiccata su filtri di carta bibula.

Lo studio – promosso dall’Associazione Italiana Miologia, coordinato dal professor Antonio Toscano del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Messina e realizzato grazie al contributo non condizionato di Genzyme, società del Gruppo Sanofi – ha coinvolto 17 centri italiani per la cura delle malattie neuromuscolari e oltre mille soggetti di età superiore ai 5 anni, che presentavano un persistente innalzamento della CK sierica e/o una debolezza dei muscoli dei cingoli scapolari e/o pelvici.

La popolazione coinvolta nello studio è stata sottoposta a screening attraverso la metodica del DBS test. Su 1.051 soggetti valutati, 21 hanno mostrato una ridotta attività della GAA. Successive indagini biochimiche e genetiche, hanno confermato la presenza della malattia in 17 dei 21 soggetti risultati positivi al test ematico (1,6 % della popolazione studiata).

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Malattia di Pompe o Glicogenosi di tipo II

 

Malattia di Pompe o Glicogenosi di tipo II

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La malattia di Pompe o Glicogenosi di tipo II è una patologia neuromuscolare rara, cronica e debilitante.

malattia di Pompe

La malattia di Pompe è classificata malattia rara da accumulo lisosomiale ed è caratterizzata dal mancato smaltimento del glicogeno causato dal deficit dell’enzima lisosomiale alfa-glucosidasi acida (GAA), responsabile della degradazione del glicogeno. Di conseguenza questa molecola si accumula nelle cellule in particolare muscolari e danneggia la muscolatura.

La malattia di Pompe è una patologia genetica a trasmissione autosomica recessiva che si trasmette da genitore a figlio. Il bambino eredita da ciascun genitore due copie del gene difettoso. Quando entrambi i genitori sono portatori del gene difettoso, esiste una probabilità del 25% che il bambino sviluppi la malattia. La patologia si riscontra in uomini e donne nella stessa misura e in ogni gruppo etnico, malgrado l’incidenza appaia più alta tra gli afro-americani e presso alcune popolazioni asiatiche.

La malattia di Pompe ha una presentazione clinica complessa ed eterogenea. In base all’età d’esordio, si riconoscono tre forme della malattia:

  • la forma classica e più grave, si manifesta subito dopo la nascita. Il quadro clinico è caratterizzato da cardiomiopatia ipertrofica, cardiomegalia, insufficienza cardiorespiratoria, e ritardo nell’acquisizione o regressione delle tappe motorie. I bambini affetti da malattia di Pompe presentano un’ipotonia grave e progressiva (“floppy baby” o tipo “bambola di pezza”). Se non diagnosticata e trattata precocemente, questi neonati sopravvivono raramente oltre il primo anno di vita;
  • la forma non classica, con esordio tra il primo e il secondo anno di vita, è caratterizzata da una prognosi variabile;
  • la forma a esordio tardivo, che può manifestarsi a qualsiasi età dopo il primo anno di vita, è caratterizzata da una progressione lenta e da esiti meno sfavorevoli di quelli della forma classica. Questa forma colpisce prevalentemente i muscoli e risparmia generalmente il cuore. Il graduale indebolimento muscolare e i problemi respiratori sono i sintomi principali: i pazienti perdono la capacità di deambulare autonomamente, mentre dal punto di vista respiratorio si realizza un deterioramento progressivo della capacità ventilatoria che, se cronica, necessita il ricorso a una ventilazione assistita o alla tracheostomia.

La malattia di Pompe può essere difficile da diagnosticare, poiché molti dei suoi sintomi sono simili a quelli di altre malattie. Inoltre, per la rarità di casi in cui si presenta, può facilmente non essere riconosciuta o erroneamente diagnosticata. La forma infantile della malattia di Pompe è generalmente più semplice da diagnosticare a causa della sua gravità.

Di recente è stata introdotta la possibilità di fare diagnosi di malattia di Pompe su goccia di sangue essiccata su filtri di carta bibula (Dried Blood Spot). Questa tecnica offre la possibilità di effettuare progetti pilota di screening neonatale per la malattia di Pompe: una diagnosi tempestiva può essere, infatti, di fondamentale importanza, sia per la rapida ingravescenza della patologia sopratutto nella sua forma classica, sia per la presenza di una terapia in grado di modificarne la storia naturale. La conferma della diagnosi, dopo l’esecuzione del DBS, avviene attraverso esami biochimici e/o genetici su campioni di muscolo scheletrico o di fibroblasti o linfociti. Nei bambini affetti dalla forma classica della malattia, l’attività della GAA è praticamente assente, mentre nelle altre forme si riscontrano diversi livelli di attività residua. Il saggio è generalmente condotto nei linfociti, in colture di fibroblasti cutanei e in biopsie muscolari.

Esistono, inoltre, due test di screening prenatale che possono essere eseguiti precocemente in gravidanza (se il bambino è chiaramente a rischio per la malattia, essendo entrambi i genitori portatori del gene difettoso) per scoprire se il feto è affetto dalla malattia di Pompe: il prelievo di un piccolo campione di tessuto della placenta attraverso i villi coriali e l’analisi delle cellule per individuare la presenza o meno dell’enzima GAA viene effettuato entro la 12° settimana di gravidanza. L’amniocentesi viene invece effettuata intorno alla 15°settimana di gravidanza e consente di verificare l’attività enzimatica ed effettuare un’analisi del DNA, testando le cellule prelevate dal liquido amniotico.

Fino ad una decina di anni fa, la malattia di Pompe era una patologia incurabile, senza nessuna terapia in grado di contrastare i danni che la carenza dell’enzima a-glucosidasi (GAA) provocava nelle persone affette. Per questi pazienti le conseguenze erano drammatiche: nelle forme classiche – quelle che si manifestano subito dopo la nascita – il neonato era destinato a morire entro i primi 2 anni di vita, mentre, nelle forme ad esordio tardivo, si assisteva, impotenti, a una importante e progressiva compromissione dei muscoli respiratori e degli arti.

Dal 2006, per il trattamento della malattia, è disponibile la terapia enzimatica sostitutiva con a-lglucosidasi alfa. L’enzima sostitutivo viene prodotto biotecnologicamente e somministrato per via endovenosa. La terapia enzimatica sostitutiva con GAA umano ricombinante prolunga in modo significativo la sopravvivenza del bambino affetto dalla forma classica, riduce significativamente la cardiomiopatia e risulta più efficace se somministrata in uno stadio iniziale della malattia. Nella malattia di Pompe ad esordio tardivo, la terapia enzimatica sostitutiva si è dimostrata efficace nel rallentare la progressione della malattia.

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Test per lo screening della malattia di Pompe

 

Proteo, proteine per la ricerca e la diagnostica oncologica

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Un centro specializzato per la produzione di proteine ricombinanti per la ricerca sul cancro, collocato a Elettra Sincrotrone Trieste in Area Science Park e una rete transfrontaliera di esperti orientati allo sviluppo di metodi innovativi nella diagnosi e cura dei tumori sono il risultato di Proteo, progetto italo-sloveno che si è concluso nel campus di Basovizza con un incontro finale di presentazione.

Progetto Proteo
Progetto italo-sloveno Proteo sulle proteine ricombinanti

Nell’area italo-slovena coperta dal progetto esistevano laboratori singoli e isolati, ma mancava una struttura integrata e attrezzata dedicata a questi temi e alla produzione di proteine ricombinanti adatte a svariate esigenze e ricerche. Proteo, finanziato da fondi europei per sviluppo regionale e da fondi del MIUR, è nato nel 2012 proprio per rispondere a questa necessità e ha coinvolto sia laboratori di ricerca di base e applicata, sia centri specializzati in biotecnologie e nanotecnologie: l’Elettra Sincrotrone Trieste e il CIB – Consorzio Interuniversitario per le Biotecnologie del sistema Area Science Park, il Centro d’eccellenza sloveno COBIK e le Università di Udine e di Nova Gorica.

Grazie alle numerose strutture e competenze interdisciplinari presenti (che spaziano dalla fisica alle nanoscienze, dalla biologia strutturale e cellulare alla biochimica e medicina), Proteo ha ampliato nel suo percorso le collaborazioni con altri gruppi di ricerca, dimostrando le grandi potenzialità di questa rete transfrontaliera, sia come polo attrattivo per il mondo scientifico, sia come centro di servizio per l’industria, sia come centro di formazione per personale altamente qualificato.

Questa rete di competenze integrate ha portato a risultati significativi nello studio dei meccanismi di funzionamento di proteine coinvolti nella segnaletica intracellulare e nella replicazione del DNA, ma anche nella produzione di anticorpi utili per l’identificazione di target farmacologici e di biomarcatori tumorali. Un filone di ricerca è stato orientato allo sviluppo di nanodispositivi non invasivi capaci di rintracciare simultaneamente la presenza di più tipi di biomarcatori (biomolecole rilasciate nel sangue dal tessuto tumorale) in un piccolo volume di sangue, in modo da aumentare l’efficienza e la sensibilità dell’analisi e, quindi, il suo valore prognostico.

Alt alla trombosi

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La trombosi colpisce ogni anno 600.000 italiani. Tra loro, 8 mila sono giovani, adolescenti, e bambini ma anche neonati.  ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus mercoledì 15 aprile invita a partecipare alla 4° Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi, perché come spiega la presidente di ALT, Lidia Rota Vender «nessuno possa dire un giorno “Io non lo sapevo”. La prevenzione della trombosi non si delega agli esami, si fa concretamente guardandosi allo specchio, diventando consapevoli del rischio che potremmo correre e del pericolo che possiamo evitare».

Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari promuove la 4^ giornata nazionale per la lotta alla trombosi dedicata ai bambini e ai giovani
L’Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari promuove la 4^ giornata nazionale per la lotta alla trombosi dedicata ai bambini e ai giovani

Informazione e Ricerca sono le parole d’ordine di ALT che finanzia dal 2007 il Registro italiano delle trombosi infantili. Il registro, unico in Italia, ha permesso di stabilire che la trombosi nei bambini colpisce soprattutto a livello cerebrale, sotto forma di ictus ischemico, più frequentemente i maschi (60% maschi, 40% femmine), intorno ai 4-6 anni. Solo 6 casi su 100 vengono diagnosticati entro le 3 ore necessarie a impostare una cura efficace, in oltre 60 casi su 100 la diagnosi avviene tardi, dopo 24 ore con il rischio di compromissione delle funzioni neurologiche.

La trombosi colpisce soprattutto i bambini obesi a rischio di infarto, ictus cerebrale e arteriopatia diffusa come dimostrato dal progetto di ricerca della Scuola di Specializzazione in Pediatria dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, finanziato da ALT.

Obesità ma non solo. Ipsys, altro progetto di ricerca italiano sostenuto da ALT, ha infatti individuato i molteplici fattori che aumentano il rischio di nuovi eventi trombotici successivamente a un primo ictus ischemico in pazienti tra i 18 e i 45 anni. I più pericolosi: familiarità, emicrania con aura, presenza di anomalie nella coagulazione. Da non sottovalutare ipertensione arteriosa, diabete, fumo, colesterolo alto.

La 4° Giornata Nazionale per la lotta alla Trombosi  quest’anno sarà dedicata a giovani e bambini, con iniziative in tutta Italia e sul web, sul sito giornatatrombosi.it e sui social network dove pubblicare un “Healthy-selfie” per dire “ALT alla pigrizia”, condividendo la foto su Instagram, Facebook e Twitter, con l’hashtag #ALTpigrizia: un autoscatto, 140 caratteri ed un # per sfidare la pigrizia.

SITI UTILI

www.trombosi.org

www.giornatatrombosi.it

www.altpigrizia.org

Certificazione di Business Continuity Management

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DHL Supply Chain, società del gruppo Deutsche Post DHL specializzata nel management dei servizi logistici integrati per le imprese, ha ottenuto la certificazione del Sistema di Gestione della Business Continuity conforme alla norma ISO 22301:2012 per i suoi campus e siti farmaceutici di Settala (MI), Cerro al Lambro (MI) e Santa Palomba (RM).

DHL
Certificazione del Sistema di Gestione della Business Continuity per DHL Supply Chain

 

Viene riconosciuta la capacità di prevenire e far fronte a criticità per la logistica dei clienti (disastri naturali, blocchi per questioni sociali e politiche o rischi operativi), garantendo la continuità delle attività, la corretta gestione e conservazione di prodotti farmaceutici a temperatura controllata e i tempi di consegna, in particolare per i farmaci ospedalieri urgenti.

DHL Supply Chain ha ottenuto l’attestazione di Business Continuity Management da Certiquality, organismo accreditato per la certificazione di prodotto e dei sistemi di gestione aziendale.

L’approccio della società del gruppo Deutsche Post DHL alla gestione certificata di avversità deriva dall’analisi dei dati: a livello globale, il 90% delle aziende inserisce le criticità legati alla supply chain e alla logistica tra le priorità della propria organizzazione, ma solo il 9% dichiara di essere in grado di mitigare il rischio lungo la filiera (fonte: World Economic Forum / McKinsey&Company). DHL Supply Chain ha quindi impostato un modello che, coinvolgendo risorse e mezzi, assicura che i processi continuino a essere svolti, a salvaguardia del business e della salute dei pazienti.

L’ottenimento della certificazione segue il lancio a livello globale del servizio DHL Resilience360, soluzione per il risk management che permette alle aziende farmaceutiche di gestire l’interruzione della supply chain, la volatilità socio-politica e la vulnerabilità ambientale, trasformandole in un vantaggio competitivo tramite un approccio olistico, una visione integrata della filiera e in real-time del rischio.

In tale maniera i clienti evitano interruzioni della catena di distribuzione con conseguente perdita delle vendite tramite una gestione strategica delle risorse e delle soluzioni alternative, favorendo la stabilità finanziaria e guadagnando quote di mercato in un contesto di business non ancora preparato alla gestione delle avversità.

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Inaugurato campus logistico a Roma

Stato dell’arte della logistica

Carcinoma tiroideo, Ema raccomanda lenvatinib

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L’Agenzia Europea dei medicinali (EMA) raccomanda la concessione dell’AIC per lenvatinib per il trattamento di pazienti adulti affetti da carcinoma tiroideo differenziato (DTC) progressivo, localmente avanzato o metastatico. La nuova opzione terapeutica è raccomandata nei casi in cui la cui malattia sia progredita nonostante il trattamento con terapia allo iodio radioattivo.

In the pharmacy

Il carcinoma tiroideo differenziato (DTC) è generalmente trattato con chirurgia, iodio radioattivo e terapia a base di tiroxina per la soppressione dell’ormone tireostimolante (TSH). La maggior parte dei pazienti ottiene una prognosi favorevole con il trattamento standard; tuttavia, in un piccolo gruppo di individui, il cancro progredisce nonostante la terapia a base di iodio radioattivo. Questi malati attualmente hanno a disposizione poche opzioni terapeutiche. Può succedere che i pazienti non avvertano i sintomi della malattia finché il tumore non è allo stadio avanzato; in questi casi la prognosi è sfavorevole.

Lenvatinib è un inibitore della tirosin-chinasi e agisce bloccando alcuni enzimi coinvolti nella crescita e nella diffusione delle cellule tumorali. A oggi un inibitore della tirosin-chinasi , il sorafenib, è stato approvato nell’Unione Europea (UE) per il trattamento del DTC in pazienti non più rispondenti alla terapia allo iodio radioattivo.

Essendo destinato a trattare un tipo raro di tumore, il lenvatinib ha ricevuto nel 2013 la designazione di farmaco orfano; questa designazione, con gli incentivi associati, rappresenta uno strumento fra i più importanti a disposizione dell’EMA per lo sviluppo di farmaci per pazienti affetti da malattie rare.

La valutazione di lenvatinib si è basata su uno studio di fase III che ha coinvolto 392 pazienti con DTC progressivo non più rispondenti alla terapia allo iodio radioattivo, a cui è stato somministrato in modo causale il farmaco o un placebo. Lo studio ha mostrato che i pazienti trattati con lenvatinib hanno vissuto in media 14,7 mesi più a lungo, senza progressione della malattia, rispetto ai pazienti trattati con placebo.

Un’ampia quota dei pazienti che avevano ricevuto lenvatinib durante lo studio hanno avuto bisogno di ridurre le dosi o interrompere il  trattamento a causa degli effetti collaterali (principalmente pressione alta ed eccesso di proteine nelle urine). Nel complesso, il Comitato per i medicinali a uso umano (CHMP) dell’EMA ha ritenuto il profilo di sicurezza del farmaco coerente con le altre terapie simili e gli effetti collaterali prevedibili e gestibili. Tuttavia il CHMP ha richiesto un ulteriore studio per definire la dose di partenza più appropriata da somministrare ai pazienti per ottimizzare i benefici e ridurre i rischi derivanti dall’utilizzo del farmaco.