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Linfociti della memoria per potenziali nuove terapie oncologiche

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Uno studio ha chiarito il ruolo dei fattori molecolari coinvolti nel differenziamento della risposta immunitaria, in particolare dei linfociti effettori e dei linfociti della memoria. Questo potrebbe aprire la strada a nuovi scenari di ricerca nell’ambito dei trattamenti terapeutici di immunoterapia del cancro.

Uno studio ha chiarito i meccanismi che differenziano i linfociti effettori dai linfociti della memoria per potenziali nuove terapie oncologiche
Lo studio di Luigia Pace ha permesso di individuare dettagliatamente il ruolo dei fattori molecolari coinvolti nel differenziamento della risposta immunitaria

La proprietà di memoria del sistema immunitario era nota ma ora, grazie allo studio coordinato da Luigia Pace, biologa ricercatrice all’Italian Institute for Genomic Medicine (IIGM) di Torino, siamo capaci di comprendere per la prima volta il meccanismo biologico su cui si basa. I risultati pubblicati sul numero di Science del 12 gennaio 2018 sono frutto di anni di ricerca di Luigia Pace. La ricercatrice è rientrata in Italia a gennaio grazie al doppio finanziamento della Fondazione Armenise Harvard e della Compagnia di San Paolo, dopo 10 anni di lavoro prima in Germania e poi all’Institut Curie di Parigi.

La scoperta è arrivata grazie a uno studio multidisciplinare comprendente l’epigenetica,  l’immunologia e le moderne tecnologie di genomica molecolare.

Si tratta di un approccio completamente nuovo, che ha permesso di individuare con un dettaglio senza precedenti il ruolo dei fattori molecolari coinvolti nel differenziamento della risposta immunitaria.

I linfociti T naive (che non hanno mai incontrato antigeni) proliferano in caso di contatto  con un antigene: in una sola settimana, da circa 100 cellule specifiche per l’antigene, si può arrivare anche a un milione. Durante il processo di attivazione e proliferazione, i linfociti esprimono dei geni specifici per l’eliminazione del patogeno che li ha attivati. Grazie all’attivazione di questi geni, la maggior parte dei linfociti T si trasforma nei cosiddetti linfociti effettori, cellule killer programmate con l’unica missione di uccidere le cellule infettate dal patogeno.

«Queste cellule – spiega Pace, prima firma dell’articolo – diventano super soldati, ma pochi giorni dopo il processo di differenziazione muoiono. Infatti, quando l’infezione è terminata, i linfociti effettori non tornano più indietro e non possono riprogrammarsi: hanno un destino condannato, che permette così anche di ripristinare il numero di linfociti precedente all’attacco patogeno».

Non tutti i linfociti però seguono questo destino. Durante il processo di differenziazione, un piccolo numero di queste cellule si trasforma in linfociti della memoria, il cui compito è quello di ricordare l’identikit dell’intruso che ha scatenato la reazione immunitaria e riconoscerlo in caso si ripresenti in futuro.

«A differenza dei linfociti effettori – continua la ricercatrice dell’IIGM di Torino – i linfociti della memoria hanno caratteristiche in comune con le cellule staminali, diventano quiescenti dopo la fine dell’infezionepossono restare a difesa del nostro organismo anche cent’anni. E poiché derivano da una cellula che è stata in precedenza attivata dall’antigene, ereditano uno specifico programma epigenetico, che permette loro di riattivarsi in presenza dello stesso antigene, e quindi di proliferare e riattivare i geni coinvolti nel differenziamento degli effettori».

Ma cosa determina se un linfocita avrà un destino da effettore o della memoria? La scoperta di Luigia Pace e del suo team di collaboratori è che il processo di differenziazione implica un controllo epigenetico di geni chiave: alcuni saranno attivati, altri disattivati o repressi.

L’enzima Suv39h1

Come dimostrato dalla ricercatrice dell’IIGM di Torino, il differenziamento dei linfociti effettori è regolato dall’enzima epigenetico Suv39h1. Questo enzima svolge un ruolo chiave nel modificare l’organizzazione del DNA nel nucleo delle cellule, compattando o de-compattando regioni dell’intero genoma, con conseguenze sull’espressione dei geni localizzati in queste regioni del DNA. Una volta che il programma dei geni che guidano il differenziamento degli effettori è stabilito, i geni della memoria vengono spenti, e il destino degli effettori è definitivamente concluso.

Caratteristiche dei processi epigenetici

L’epigenetica studia modificazioni dell’espressione dei geni che non coinvolgono la variazione della sequenza del DNA.

Perché l’epigenetica è così importante? A differenza della sequenza del DNA, che è unica ed identica in ogni cellula, i processi epigenetici sono modificabili e reversibili: un aspetto cruciale rispetto alle potenziali applicazioni cliniche dello studio. Infatti in alcune patologie, come il cancro, i linfociti effettori non sono numerosi e dopo un po’ smettono di essere funzionali: si parla in questo caso di cellule esauste, che di fronte ad attacchi al sistema immunitario particolarmente potenti perdono la loro capacità di difesa contro il tumore.

Il meccanismo biologico scoperto da Luigia Pace e colleghi potrebbe essere sfruttato per invertire la freccia, ovvero per manipolare i linfociti effettori, aumentandone il numero, anche sfruttando la reversibilità a linfociti della memoria. In altri termini, si potrebbe riprogrammare e potenziare la risposta immunitaria per sconfiggere i tumori. Questa scoperta apre quindi a nuove prospettive nella manipolazione dei fattori epigenetici nell’ambito dei nuovi e promettenti trattamenti di immunoterapia del cancro.

Nuove prospettive aperte dallo studio sui linfociti della memoria

Questi risultati aprono a nuovi scenari di ricerca nell’ambito dei nuovi trattamenti terapeutici di immunoterapia del cancro.

«Il problema delle precedenti terapie contro il cancro – spiega Luigia Pace – è che, oltre a colpire altre cellule dell’organismo, sono basate su farmaci efficaci solo per il periodo in cui vengono somministrati. Se invece manipoliamo anche il sistema immunitario, con i nuovi protocolli di immunoterapia possiamo intervenire direttamente sui linfociti in maniera specifica, modulando quindi cellule ad hoc per ogni particolare tipo di cancro.

«Un altro vantaggio  – continua Luigia Pace – è l’adattabilità dei linfociti: aver identificato uno dei meccanismi chiave della differenziazione dei linfociti ci permetterà nei prossimi anni di condurre nuove ricerche per adattare la risposta immunitaria, andando ad esempio ad accendere o spegnere i linfociti in tempi diversi e in diversi compartimenti: nel sangue, nei linfonodi o direttamente nel sito tumorale. Infine la comprensione dei meccanismi di differenziamento dei linfociti della memoria ci consentirà di potenziare la memoria immunologica, in modo che dei linfociti rimangano come sentinelle anche una volta sconfitto il tumore».

Questa è esattamente la direzione in cui continueranno gli studi di Luigia Pace e del suo nuovo laboratorio nei prossimi anni.

AIC europea di ocrelizumab per la sclerosi multipla

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Roche annuncia di aver ottenuto la AIC europea di ocrelizumab per la sclerosi multipla recidivante e primariamente progressiva (SMR e SMPP).

Roche annuncia di aver ottenuto la AIC europea di ocrelizumab per la sclerosi multipla recidivante e primariamente progressiva (SMR e SMPP)
Ocrelizumab per la sclerosi multipla recidivante e primariamente progressiva ha ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio in Europa

Roche ha annunciato che la Commissione europea (CE) ha accordato l’autorizzazione all’immissione in commercio di ocrelizumab per il trattamento di pazienti con:

  • forme recidivanti attive di sclerosi multipla definite da caratteristiche cliniche o radiologiche,
  • sclerosi multipla primariamente progressiva in fase iniziale in termini di durata della malattia e livello di disabilità, e con caratteristiche radiologiche tipiche di attività infiammatoria.

In Europa, la sclerosi multipla (SM) colpisce indicativamente 700.000 persone, delle quali circa 96.000 presentano la forma primariamente progressiva. Alla diagnosi, la maggior parte dei soggetti affetti da SM manifesta una forma recidivante (SMR) o SM primariamente progressiva (SMPP).

«L’approvazione di ocrelizumab nell’Unione europea rappresenta una notizia straordinaria. Questo farmaco potrebbe costituire una vera e propria svolta nella concezione e nel trattamento attuale della sclerosi multipla – ha affermato Gianluigi Mancardi, professore ordinario di neurologia e presidente della Società Italiana di Neurologia. – Prima di ocrelizumab, le persone affette da sclerosi multipla primariamente progressiva, che spesso devono far fronte ad importanti limitazioni nella vita quotidiana a causa della malattia, non disponevano di un trattamento approvato che rallentasse la progressione della malattia. Di frequente, le persone con forme recidivanti di SM trattate con i farmaci modificanti la malattia sono costrette a scendere a difficili compromessi tra sicurezza e maggiore efficacia. Ocrelizumab viene somministrato ogni sei mesi e non prevede monitoraggi aggiuntivi. Auspichiamo che ciò consentirà ai pazienti di vivere la propria vita senza pensare al trattamento tutti i giorni o ogni settimana».

«Per i cittadini europei che convivono con la sclerosi multipla, l’approvazione odierna di ocrelizumab da parte della Commissione europea rappresenta un grosso passo avanti nel trattamento della malattia – ha dichiarato Sandra Horning, MD, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development di Roche. – Ocrelizumab è il primo farmaco ad aver ottenuto l’approvazione per il trattamento della SM primariamente progressiva, una forma debilitante nella quale si accumula rapidamente disabilità irreversibile. Questo farmaco costituisce un’opzione terapeutica altamente efficace per le persone con forme recidivanti di sclerosi multipla. Ci impegniamo a collaborare con gli Stati membri per garantire il prima possibile l’accesso al farmaco da parte delle persone affette da SMR e SMPP che potrebbero trarre beneficio da ocrelizumab».

L’approvazione nell’UE si basa sui dati ricavati da tre studi di fase III del programma sperimentale ORCHESTRA su 2.388 pazienti, i quali hanno soddisfatto l’endpoint primario e quasi tutti i principali endpoint secondari. Dai dati ottenuti in due studi identici di fase III su forme recidivanti di SM (OPERA I e OPERA II) è emerso che ocrelizumab ha dimostrato un’efficacia superiore rispetto a interferone beta-1a (44 mcg somministrati per via sottocutanea tre volte alla settimana), con l’80 % circa dei pazienti libero da recidive e con una progressione della malattia significativamente più lenta nell’arco di un periodo di trattamento controllato pari a due anni.

Ocrelizumab ha inoltre determinato un aumento significativo delle probabilità di raggiungere lo status NEDA (No Evidence of Disease Activity), condizione nella quale i pazienti non mostrano alcuna  evidenza di attività di malattia in termini di nuove lesioni cerebrali, recidive e peggioramento della disabilità, pari al 64 % nello studio OPERA I e all’89 % nello studio OPERA II rispetto a interferone beta-1a ad alte dosi (p < 0,0001 e p < 0,0001).

In uno studio separato di fase III sulla SMPP (ORATORIO), ocrelizumab è stato il primo e unico trattamento a rallentare la progressione della disabilità in misura significativa e a ridurre i segni dell’attività di malattia a livello cerebrale (lesioni alla risonanza magnetica) rispetto al placebo, con un follow-up mediano di tre anni. Le probabilità dei pazienti trattati con ocrelizumab di manifestare progressione della disabilità confermata a tre e a sei mesi si sono rivelate inferiori rispettivamente del 24% e del 25% (p = 0,0321 e p = 0,0365). Rispetto al placebo, ocrelizumab ha inoltre rallentato in misura significativa la progressione della compromissione della deambulazione valutata mediante il test del cammino Timed 25-Foot Walk(riduzione del 29,4%; p = 0,0404).

Gli effetti indesiderati più comuni associati a ocrelizumab in tutti gli studi di fase III sono state le reazioni all’infusione e le infezioni delle vie respiratorie superiori, perlopiù di intensità da lieve a moderata.

L’uso di ocrelizumab è stato approvato in vari Paesi in Nord America, Sud America, Medio Oriente ed Europa orientale, nonché in Australia e Svizzera. Ad oggi sono state trattate con ocrelizumab circa 30.000 persone con SM.

Ocrelizumab

Ocrelizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato, progettato per agire in maniera selettiva nei confronti delle cellule B CD20+, un tipo specifico di cellule immunitarie considerate tra le principali responsabili del danno alla mielina (ovvero la guaina protettiva che ricopre le fibre nervose isolandole e fungendo loro da supporto) e all’assone (cellula nervosa), che si osserva nella sclerosi multipla e che determina disabilità.

Sulla base di studi preclinici, è stato osservato che ocrelizumab si lega alle proteine della superficie cellulare CD20, espresse su alcune cellule B, ma non sulle cellule staminali o sulle plasmacellule, consentendo così di preservare importanti funzioni del sistema immunitario.

Ocrelizumab viene somministrato per infusione endovenosa ogni sei mesi. La prima somministrazione viene effettuata con due infusioni da 300 mg a due settimane di distanza l’una dall’altra. Le successive somministrazioni avvengono con infusione singola da 600 mg.

Studi OPERA I e OPERA II nella sclerosi multipla recidivante (SMR)

OPERA I e OPERA II sono studi di fase III, randomizzati, in doppio cieco, double-dummy, multicentrici, condotti su scala mondiale per valutare l’efficacia e la sicurezza di ocrelizumab (600 mg somministrati per infusione endovenosa ogni sei mesi) rispetto a interferone beta-1a (44 mcg somministrati per via sottocutanea tre volte alla settimana) in 1.656 pazienti con forme recidivanti di sclerosi multipla. In questi studi la sclerosi multipla recidivante è stata definita come SM recidivante-remittente e SM secondariamente progressiva con ricadute. Negli studi sulla SMR, una percentuale analoga di pazienti nel gruppo ocrelizumab ha manifestato eventi avversi gravi e infezioni gravi rispetto ai pazienti nel gruppo interferone beta-1a ad alte dosi.

Lo studio ORATORIO nella sclerosi multipla primariamente progressiva

ORATORIO è uno studio di fase III, randomizzato, in doppio cieco, multicentrico, condotto su scala mondiale per valutare l’efficacia e la sicurezza di ocrelizumab (600 mg somministrati per infusione endovenosa ogni sei mesi, con due infusioni da 300 mg a due settimane di distanza l’una dall’altra) rispetto a placebo in 732 pazienti con sclerosi multipla primariamente progressiva (SMPP).

Nello studio ORATORIO, il periodo di trattamento in cieco è continuato sino a che tutti i pazienti non avevano ricevuto il trattamento con ocrelizumab o placebo per almeno 120 settimane, e un numero predefinito di eventi di progressione della disabilità confermata (CDP – Confimed Disability Progression) era stato raggiunto in tutto lo studio. Nello studio sulla SMPP, una percentuale analoga di pazienti nel gruppo ocrelizumab ha manifestato eventi avversi ed eventi avversi gravi rispetto ai pazienti nel gruppo placebo.

Risultati delle sperimentazioni registrative di fase III su ocrelizumab

Di seguito si riporta una sintesi dei dati a supporto di tale approvazione, ricavati dagli studi OPERA I, OPERA II e ORATORIO.

I principali dati ottenuti nei pazienti affetti da SMR trattati con ocrelizumab hanno evidenziato:

  • Una riduzione relativa del tasso annualizzato di ricadute (ARR) pari al 46% e al 47% rispetto a interferone beta-1a nell’arco del periodo di due anni rispettivamente negli studi OPERA I e OPERA II (p < 0,0001 e p < 0,0001).
  • Una riduzione relativa del rischio di progressione della disabilità confermata (CDP) a 12 settimane pari al 40% rispetto a interferone beta-1a in un’analisi aggregata degli studi OPERA I e OPERA II, secondo la Expanded Disability Status Scale (EDSS) (p = 0,0006).
  • Una riduzione relativa del numero totale di lesioni in T1 captanti gadolinio pari al 94% e al 95% rispetto a interferone beta-1a rispettivamente negli studi OPERA I e OPERA II (p < 0,0001 e p < 0,0001).
  • Una riduzione relativa del numero totale di lesioni in T2 nuove e/o aumentate di volume pari al 77% e all’83% rispetto a interferone beta-1a rispettivamente negli studi OPERA I e OPERA II (p < 0,0001 e p < 0,0001).
  • Un aumento relativo della percentuale di pazienti con nessuna evidenza di attività di malattia (NEDA – No Evidence of Disease Activity) pari al 64% e all’89% rispetto a interferone beta-1a rispettivamente negli studi OPERA I e OPERA II (p < 0,0001 e p < 0,0001).

I principali dati ottenuti nelle persone affette da SMPP trattati con ocrelizumab hanno evidenziato:

  • Una riduzione relativa del rischio di CDP a 12 settimane pari al 24% rispetto al placebo, secondo la scala EDSS (p = 0,0321).
  • Una riduzione relativa del rischio di CDP a 24 settimane pari al 25% rispetto al placebo, secondo la scala EDSS (p = 0,0365).
  • Una riduzione relativa del tasso di progressione della compromissione della deambulazione, misurata mediante il test del cammino Timed 25-Foot Walk,pari al 29,4% rispetto al placebo nell’arco di 120 settimane (p = 0,0404).
  • Una riduzione del volume delle lesioni cerebrali iperintense in T2 pari al 3,4%, contro un aumento volumetrico del 7,4% nei pazienti trattati con il placebo nell’arco di 120 settimane (p < 0,0001).

Gli effetti indesiderati più comuni associati a ocrelizumab in tutti gli studi di fase III sono state le reazioni all’infusione e le infezioni della vie respiratorie superiori, perlopiù di intensità da lieve a moderata.

La sclerosi multipla

La sclerosi multipla (SM) è una malattia cronica per la quale attualmente non esiste una cura. La SM insorge quando il sistema immunitario aggredisce in modo anomalo la guaina mielinica, provocando infiammazione e danni conseguenti. Il danno nervoso può causare molteplici sintomi diversi, tra cui debolezza muscolare, affaticamento e problemi di vista, determinando in ultima istanza possibile disabilità. La maggior parte delle persone affette da sclerosi multipla manifesta i primi sintomi tra i 20 e i 40 anni di età, e questo fa della malattia la principale causa di disabilità d’origine non traumatica tra i giovani adulti.

La sclerosi multipla recidivante-remittente (SMRR) è la forma più comune di malattia ed è caratterizzata da fasi in cui si manifestano nuovi episodi con segni o sintomi (ricadute) o da un peggioramento seguiti da periodi di recupero. I casi di sclerosi multipla recidivante-remittente (SMRR) sono circa l’85% dei casi di sclerosi multipla diagnosticati.

Nella maggioranza dei casi la sclerosi multipla recidivante-remittente evolve nella forma secondariamente progressiva (SMSP), in cui c’è un costante peggioramento dei sintomi. Le forme recidivanti della malattia (SMR) comprendono la forma recidivante remittente (SMRR) e la forma secondariamente progressiva (SMSP) con ricadute.

La sclerosi multipla primariamente progressiva (SMPP) è una forma debilitante della malattia caratterizzata da costante peggioramento dei sintomi, generalmente senza periodi distinti di remissione e successiva ricaduta. La forma primariamente progressiva (SMPP) riguarda circa il 15% di chi è colpito dalla sclerosi multipla.

Nella SMPP, la disabilità si accumula due volte più velocemente rispetto alla SMR, ossia i soggetti affetti da SMPP potrebbero doversi affidare ad ausili per la mobilità o essere costretti sulla sedia a rotelle, non essere in grado di lavorare e dover essere assistiti da altre persone precocemente. Inoltre, in un recente articolo pubblicato sul Multiple Sclerosis Journal è stato riportato che la qualità di vita dei soggetti con SM affetti da disabilità severa (Expanded Disability Status Scale > 7), valutata mediante i punteggi medi di utilità dell’EuroQol 5-Dimension Questionnaire (EQ-5D), risulta tra le peggiori tra quelle associate alle diverse patologie croniche.

Sulle persone che soffrono di SMPP grava un notevole carico e sussiste un’evidente esigenza clinica di iniziare il trattamento il prima possibile per controllare l’attività di malattia e la progressione della disabilità.

In tutte le forme di sclerosi multipla, chi ne è colpito subisce l’attività della malattia – infiammazione del sistema nervoso e perdita permanente di cellule nervose cerebrali – anche quanto i sintomi clinici non sono evidenti o sembrano non peggiorare. Un obiettivo importante nel trattamento della sclerosi multipla è quello di ridurre il prima possibile l’attività della malattia per rallentare la velocità di progressione della disabilità.

Sino ad oggi, nonostante le terapie disponibili che modificano la malattia, alcune delle persone affette da sclerosi multipla recidivante (SMR) continuavano ad avere attività della malattia e progressione della disabilità.

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Nuova valvola aortica biologica Avalus

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Al Policlinico Gemelli di Roma è stato eseguito con successo il primo impianto italiano della nuova valvola aortica biologica Avalus di Medtronic.

La nuova valvola aortica biologica Avalus, in pericardio bovino, sintetizza tutti i benefici ottenuti negli anni con le bioprotesi già in uso
La nuova valvola aortica biologica Avalus, in pericardio bovino, sintetizza tutti i benefici ottenuti negli anni con le bioprotesi già in uso

L’intervento è stato condotto dal cardiochirurgo Massimo Massetti, direttore dell’Area cardiovascolare e dell’UOC di Cardiochirurgia della Fondazione Policlinico A. Gemelli e professore ordinario di Cardiochirurgia all’Università Cattolica  del Sacro Cuore su una paziente settantenne affetta da stenosi valvolare aortica.

«La paziente necessitava della sostituzione urgente della valvola aortica – spiega Massimo Massetti. – Dopo una stratificazione del rischio (processo che valuta gli oggettivi rischi di un intervento a cuore aperto rispetto a quelli della malattia) abbiamo avviato il programma di chirurgia valvolare mininvasiva con la valvola Avalus™. La paziente è stata operata nella sala ibrida del Gemelli a dicembre con una degenza complessiva di quattro giorni dopo l’intervento e una riabilitazione di circa due settimane. L’intervento è perfettamente riuscito. L’impianto non è stato seguito da complicanze. La protesi ha dimostrato i vantaggi previsti con un miglioramento della funzione cardiaca e delle condizioni generali della paziente».

La stenosi valvolare aortica

Si tratta di una patologia isolata, di carattere senile degenerativo, molto comune nei paesi occidentali. È una delle più frequenti in Italia. La fascia di età a rischio di stenosi valvolare aortica è quella superiore ai 65 anni.

Se non adeguatamente trattata, la malattia è causa di morte nel 50% degli individui a distanza di 3 anni dall’inizio dei sintomi.

Provoca calcificazioni estese che costituiscono un ostacolo alla normale fuoriuscita del sangue dal cuore, portando il ventricolo sinistro ad aumentare la propria pressione di spinta. Come conseguenza diretta si ha un’ipertrofia (ingrossamento) del muscolo cardiaco. Se il restringimento della valvola è lieve, si manifesta con un soffio al cuore. Quando la stenosi è severa – cioè in fase avanzata – il soggetto accusa fame d’aria (dispnea), dolore al petto (angina pectoris) e sincope (svenimento improvviso).

La valvola aortica biologica Avalus

La nuova valvola biologica Avalus, in pericardio bovino, sintetizza tutti i benefici ottenuti negli anni con le bioprotesi già in uso, le più impiantate nell’ambito della chirurgia valvolare.

«È composta da foglietti valvolari in pericardio montati su un supporto semi flessibile che ne garantisce il funzionamento favorendone il posizionamento. Ha numerosi vantaggi: un trattamento del materiale biologico, cioè del pericardio, che ne facilita la longevità, un profilo basso e un anello di sutura avanzato (la parte che permette di fissare la valvola a livello del cuore con fili di sutura in grado di saldarla prontamente). Il tessuto artificiale dell’anello, inoltre, favorisce la cicatrizzazione rendendo la valvola ancor più compatibile con l’apparato circolatorio. Un impianto più semplice e più “biocompatibile” rispetto al passato. Infine, permette una migliore gestione del paziente qualora il rimanifestarsi della patologia richieda un nuovo intervento chirurgico o transcatetere» – continua Massimo Massetti.

Vantaggi della valvola aortica biologica Avalus rispetto alle precedenti

Le prime protesi biologiche risalgono agli anni ’70 e venivano prodotte con tessuti dello stesso paziente. In seguito, si è passati a quelle provenienti da tessuti di suino, fino alle valvole in pericardio bovino o equino. Si tratta di animali altamente controllati, allevati appositamente per questo utilizzo. Oggi, ne beneficiano la maggior parte dei pazienti, in quanto in grado di garantire ottime prestazioni, preservando la qualità di vita.

La anziana donna operata con successo al Gemelli di Roma grazie alla chirurgia valvolare mininvasiva ibrida, ha oggi una cicatrice finale di appena 3 cm. Un trauma chirurgico molto limitato, non paragonabile a quello della chirurgia tradizionale, di circa 25 cm.

Data l’età media dei pazienti sempre più alta, è ormai preferibile ricorrere all’impianto di protesi biologiche al posto di quelle meccaniche che necessitano di una terapia anticoagulante a vita dopo l’intervento. Anche se la durata delle valvole biologiche si attesta intorno ai 10-15 anni con la successiva necessità di sostituirle, grazie alle bioprotesi di ultima generazione è possibile reintervenire tramite tecniche percutanee, piuttosto che sottoporre il paziente a una nuova operazione di sostituzione della valvola deteriorata.

“Paziente al centro” per l’Heart Team del Gemelli

«Presso il Gemelli adottiamo tutte le tecniche cardiochirurgiche più avanzate, in particolare la chirurgia mininvasiva di routine, grazie alla presenza di una sala operatoria ibrida di ultima generazione che permette di realizzare procedure tecnologiche avanzate in totale sicurezza per il paziente. Ci basiamo sul concetto del “paziente al centro”, dove tutte le competenze dell’Area Cardiovascolare lavorano in sinergia analizzando la patologia e le differenti problematiche del paziente e decidendo poi insieme il percorso terapeutico più idoneo. Questo è possibile grazie al nostro “Heart Team”, un’equipe multidisciplinare composta da tutte le figure professionali necessarie per curare il cuore, dai cardiologi ai cardiochirurghi fino agli anestesisti e agli psicologi. Il gruppo si riunisce ogni giorno per un’ora, analizza tutti i casi e sceglie come procedere. Un approccio che ha portato molti benefici in termini di risultati clinici e di soddisfazione dei pazienti e delle loro famiglie» – conclude Massetti.

Antonio Spera presidente e AD di GE Healthcare Italia

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A partire dal 2 gennaio 2018, Antonio Spera è il nuovo presidente e amministratore delegato di GE Healthcare Italia, divisione medicale di General Electric.

Succede a Marco De Luigi, che ha guidato l’azienda nell’ultimo anno.

GE Healthcare è una società specializzata nel settore delle tecnologie medicali, dei farmaci diagnostici e dei sistemi digitali per la Sanità, con un fatturato globale di 18,3 miliardi di euro nel 2016.

Dal 2 gennaio 2018, Antonio Spera è il nuovo presidente e a.d. di GE Healthcare Italia, divisione medicale di General Electric
Dal 2 gennaio 2018, Antonio Spera è il nuovo presidente e AD di GE Healthcare Italia, divisione medicale di General Electric

Nel nuovo ruolo, Spera avrà il compito di consolidare la leadership della divisione medicale di General Electric in Italia, valorizzando un ampio portafoglio di soluzioni che va dai dispositivi di diagnostica per immagini a radiofarmaci e mezzi di contrasto, passando per le tecnologie per la Sanità 4.0. Queste sono fondamentali nel processo di digitalizzazione che secondo GE può consentire al sistema sanitario nazionale di migliorare la propria efficienza, riducendo i costi e incrementando la qualità delle cure.

«Sono orgoglioso di poter guidare GE Healthcare Italia in un momento importante per il Sistema sanitario, alle prese con sfide cruciali come il miglioramento dell’accessibilità dell’innovazione tecnologica e della qualità delle prestazioni cliniche, l’aumento dell’aspettativa di vita e la necessità di contenimento dei costi – commenta Antonio Spera. – L’Italia non rappresenta soltanto un Paese strategico per la crescita di GE, ma anche un punto di riferimento nell’ambito della salute, con un Sistema sanitario nazionale tra i migliori al mondo.

«Il nostro obiettivo è quello di poter continuare a collaborare in modo proficuo con istituzioni, strutture e professionisti del settore, per preservare la sostenibilità e l’efficienza del SSN fornendo tecnologie innovative in grado di ridurre i costi e migliorare la qualità delle cure e gli outcome clinici. – aggiunge Antonio Spera. – Per farcela, punteremo a far crescere sempre di più la motivazione e l’affiatamento del nostro team in modo da favorire lo sviluppo di idee brillanti e soluzioni sempre più efficaci».

Antonio Spera

Laureato in ingegneria biomedica al Politecnico di Milano, Spera inizia la carriera nel mondo della ricerca presso lo stesso ateneo milanese e l’ospedale San Raffaele, prima di entrare nell’industria dei dispositivi medici specializzandosi nell’area dei servizi di gestione.

Ricopre posizioni di crescente responsabilità in diverse aziende fino ad approdare per la prima volta nel 2001 in GE Healthcare e poi farvi ritorno nel 2007, dopo una parentesi di tre anni come direttore delle Operazioni per l’Europa della multinazionale italiana TBS Group.

In GE Healthcare ha rivestito svariati ruoli manageriali fra cui spicca il più recente, quello di amministratore delegato della divisione farmaceutica del gruppo con responsabilità per il Sud Europa.

LOXO-101 per i tumori di fusione TRK

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Bayer ha annunciato che Loxo Oncology, suo partner in un progetto di collaborazione in ambito oncologico, ha avviato la procedura per un nuovo farmaco (New Drug Application – NDA) alla Food and Drug Administration (FDA).

La NDA riguarda LOXO-101, farmaco sperimentale per il trattamento di tumori solidi non resecabili o metastatici che presentino la proteina di fusione NTRK in pazienti che necessitino di un trattamento sistemico, che abbiano manifestato una progressione di malattia dopo il trattamento precedente o non possano beneficiare di trattamenti alternativi accettabili.

Avviata la New Drug Application alla FDA per LOXO-101, farmaco sperimentale per i tumori solidi non resecabili o metastatici che presentino la proteina di fusione NTRK
Avviata la New Drug Application alla FDA per LOXO-101, farmaco sperimentale per i tumori solidi non resecabili o metastatici che presentino la proteina di fusione NTRK

Bayer e Loxo Oncology, azienda biofarmaceutica con sede a Stamford, Connecticut, stanno sviluppando insieme LOXO-101 per il trattamento di pazienti adulti e pediatrici con tumori che presentino fusioni genetiche dei recettori della tropomiosina chinasi (TRK), alterazioni riscontrabili in una ampia gamma di tumori che causano un’incontrollata trasmissione del segnale dei TRK e crescita tumorale.

Loxo Oncology attende di completare la procedura NDA nella prima parte del 2018.

«L’avvio di questa procedura negli USA è una tappa fondamentale per potere offrire nel prossimo futuro una nuova opzione terapeutica di cui necessitano i pazienti con tumori di fusione TRK» – ha detto Robert LaCaze, membro del Consiglio Direttivo della Divisione Pharmaceuticals e Head della Strategic Business Unit Oncologia di Bayer.

Nel novembre 2017, Loxo Oncology e Bayer hanno intrapreso una collaborazione esclusiva per lo sviluppo e la commercializzazione non soltanto di LOXO-101, ma anche di LOXO-195, un inibitore di TRK di nuova generazione. Loxo Oncology guiderà lo sviluppo a livello globale e le attività regolatorie negli Stati Uniti. Bayer invece si occuperà delle attività regolatorie al di fuori degli Stati Uniti e delle attività commerciali nel mondo. Negli Stati Uniti, Loxo Oncology e Bayer promuoveranno congiuntamente i prodotti.

LOXO-101

In una analisi di 55 pazienti adulti e pediatrici con tumori di fusione TRK, valutabili secondo i criteri RECIST, LOXO-101 ha dimostrato:

  • 80% di risposte globali valutate dagli sperimentatori [overall response rate (ORR)],
  • 75% di ORR confermate alla revisione indipendente, in molti tipi diversi di tumori solidi.

La FDA ha concesso a LOXO-101 le designazioni:

  • di Breakthrough Therapy (terapia all’avanguardia),
  • per patologia pediatrica rara,
  • di farmaco orfano.

Tumori con fusione TRK

Le fusioni TRK sono anomalie cromosomiche che si verificano quando uno dei geni NTRK (NTRK1, NTRK2, NTRK3) si lega in maniera anomala a un altro gene non correlato (per esempio ETV6, LMNA, TPM3). Questa anomalia dà luogo a un segnale TRK incontrollato che quindi può portare allo sviluppo di un tumore. Le fusioni TRK si verificano raramente ma in maniera diffusa in vari tumori solidi sia in pazienti adulti sia pediatrici, inclusi:

  • tumore dell’appendice,
  • carcinoma mammario,
  • colangiocarcinoma,
  • carcinoma del colon-retto,
  • tumore stromale gastrointestinale (GIST),
  • fibrosarcoma infantile,
  • tumore del polmone,
  • carcinoma secretorio simil-mammario,
  • tumore delle ghiandole salivari,
  • melanoma,
  • tumore del pancreas,
  • tumore della tiroide,
  • vari sarcomi.

Le fusioni TRK possono essere identificate eseguendo vari esami diagnostici, inclusi il targeted next-generation sequencing (NGS), l’analisi immunoistochimica (IHC), la reazione a catena della polimerasi (PCR) e l’ibridazione fluorescente in situ (FISH).

Tumori che presentano alterazioni genetiche

I ricercatori lavorano da tempo per comprendere meglio come una cellula sana si trasformi in una cellula tumorale, per offrire terapie migliori con minori effetti collaterali. Alcune persone sviluppano tumori causati da una singola mutazione del DNA, nota come driver oncogenico. Quando un test genetico indentifica un paziente con un driver oncogenico, vi è la potenzialità di utilizzare farmaci altamente selettivi che inibiscono tali driver oncogenici nel tumore. L’interesse crescente nello sviluppo di farmaci altamente mirati per il trattamento dei tumori è volto a massimizzare ulteriormente il beneficio clinico per i pazienti. Questo è sostenuto dalla diffusione dei test genetici nella medicina oncologica e dal miglioramento delle tecniche chimiche per lo sviluppo di inibitori altamente selettivi.

Molecole ad azione antidemetilasi & antideacetilasi per il melanoma

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Una ricerca internazionale ha individuato molecole ad azione antidemetilasi & antideacetilasi che hanno mostrato una potente azione antitumorale contro le cellule di melanoma.

molecole a duplice azione antidemetilasi & antideacetilasi
Farmaci a duplice azione antidemetilasi & antideacetilasi rappresentano una nuova possibilità in oncologia

La ricerca, condotta dai gruppi di Andrea Mattevi (Università di Pavia), Antonello Mai (Università La Sapienza di Roma), Philip A. Cole (Johns Hopkins University, USA) e Rhoda M. Alani (Boston University, USA), è stata sostenuta da AIRC e pubblicata il 4 gennaio 2018 sulla rivista Nature Communications.

L’obiettivo è creare farmaci innovativi oncologici capaci di agire contemporaneamente su più di un bersaglio epigenetico.

AIRC sostiene molti progetti che ambiscono a sviluppare farmaci che agiscano selettivamente sui processi epigenetici riportando la cellula a uno stato non-canceroso o inducendo le cellule cancerose a morire spontaneamente.

Farmaci inibitori delle  istone-deacetilasi e delle istone-demetilasi

Le modifiche epigenetiche contribuiscono alla capacità dei tumori di crescere indefinitamente e rendono le cellule tumorali capaci di resistere e sopravvivere alle terapie.

Tra i farmaci epigenetici già in uso, i cosiddetti inibitori delle istone-deacetilasi sono impiegati per il trattamento di alcuni linfomi.

Alcune molecole che agiscono sulle istone-demetilasi sono entrate in una fase avanzata di sperimentazione clinica nel trattamento di alcune leucemie.

Demetilasi e deacetilasi sono coinvolte nel controllo della proliferazione cellulare.

Nessuno aveva ancora provato a progettare farmaci a duplice azione contro entrambi questi bersagli.

Dopo uno sforzo pluriennale i ricercatori sono riusciti ora a creare le prime molecole a duplice azione antidemetilasi & antideacetilasi che hanno mostrato una potente azione antitumorale contro le cellule di melanoma.

L’azione simultanea contro più bersagli aumenta la selettività: i farmaci agiscono soltanto in cellule, come quelle tumorali, in cui i processi epigenetici sono più gravemente alterati.

Questa strategia richiede una conoscenza dettagliata dei bersagli che si intende colpire, unita a molta creatività nell’immaginare, progettare e realizzare queste molecole ad azione multipla.

I risultati ottenuti dimostrano che questa strategia non soltanto è fattibile, ma anche promettente e apre una strada del tutto inesplorata nello sviluppo di nuovi farmaci epigenetici.

Palbociclib per il tumore al seno rimborsabile in Italia

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Palbociclib per il tumore al seno localmente avanzato o metastatico HR+/HER2- è rimborsabile in classe H, con prescrizione da parte di centri utilizzatori individuati dalle Regioni.

Palbociclib per il tumore al seno localmente avanzato o metastatico HR+/HER2- è disponibile in Italia e rimborsabile in classe H
Una nuova opzione terapeutica è disponibile per il tumore al seno localmente avanzato o metastatico HR+/HER2-

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha autorizzato la rimborsabilità per palbociclib (Ibrance® di Pfizer) con l’indicazione per il trattamento del carcinoma mammario localmente avanzato o metastatico positivo ai recettori ormonali (HR) e negativo al recettore del fattore di crescita epidermico umano 2 (HER2) in associazione a:

  • un inibitore dell’aromatasi in donne che non hanno ricevuto una terapia sistemica precedente per lo stadio avanzato
  • fulvestrant in donne che hanno ricevuto una terapia endocrina precedente.

In donne in pre- o perimenopausa, la terapia endocrina deve essere associata a un agonista dell’ormone di rilascio dell’ormone luteinizzante (LHRH).

Il regime di rimborsabilità per palbociclib, in classe H, nelle formulazioni da 75 mg, 100 mg e 125 mg in capsule rigide, soggetto a prescrizione da parte di centri utilizzatori specificamente individuati dalle Regioni, è stato stabilito dalla determina AIFA pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 22 dicembre 2017.

Palbociclib è ad oggi l’unico inibitore delle cicline CDK4/6 rimborsato in Italia. È anche il primo nuovo farmaco, da 10 anni a questa parte, a essere stato approvato per il trattamento delle donne con carcinoma al seno metastatico HR+/HER2-, che rappresentano circa il 60% di tutti i casi di cancro al seno metastatico.

L’iter approvativo di palbociclib si basa su un robusto corpus di dati che comprende i risultati del trial:

  • PALOMA-1 di fase II in donne in post-menopausa con carcinoma mammario metastatico positivo al recettore degli estrogeni (ER+)/HER2- che non avevano ricevuto una precedente terapia sistemica per la loro malattia avanzata,
  • PALOMA-2 di fase III eseguito nella stessa popolazione di pazienti,
  • PALOMA-3 di fase III in donne con cancro al seno metastatico HR+/HER2- in progressione dopo una precedente terapia endocrina.

Tutti e tre gli studi randomizzati hanno dimostrato che palbociclib in combinazione con una terapia endocrina prolunga significativamente la sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto alla sola terapia endocrina o alla terapia endocrina con placebo.

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Palbociclib per il carcinoma mammario metastatico HR+/HER2-

Biosimilare dell’enoxaparina sodica disponibile in Italia

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Techdow Pharma annuncia che Inhixa®, primo biosimilare dell’enoxaparina sodica è disponibile anche in Italia (Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 278 del 28/11/2017) dall’8 gennaio 2018.

La sovrapponibilità in termini di qualità, sicurezza ed efficacia del biosimilare rispetto al farmaco originator è stata dimostrata dagli studi pre-clinici e clinici previsti dal rigoroso iter di approvazione richiesto dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA). Il prodotto, inoltre, è già commercializzato in altri Paesi europei, dove non sono emerse problematiche legate ad eventi avversi.

Il primo biosimilare dell’enoxaparina sodica disponibile in Italia dal 08/01/2018 è prodotto dalla farmaceutica cinese Techdow 
Malattie tromboemboliche: disponibile dall’8 gennaio 2018 oggi in Italia Inhixa, biosimilare dell’anticoagulante enoxaparina

Itromboembolismo venoso è al terzo posto tra le malattie cardiovascolari più frequenti; la trombosi venosa profonda, sua principale manifestazione, è una patologia che può causare embolia polmonare (EP), con rischio di morte improvvisa. Per queste patologie, le eparine a basso peso molecolare (EBPM) sono oggi la terapia più utilizzata, in particolare l’enoxaparina sodica, principio attivo che potenzia l’effetto dell’antitrombina III, contribuendo a bloccare la formazione di nuovi coaguli e a controllare quelli esistenti.

«Trombosi venosa profonda e tromboembolia polmonare rappresentano eventi comuni che colpiscono 1-2 persone su 1.000 ogni anno – spiega Andrea Stella, presidente SICVE (Società Italiana di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare), ordinario di Chirurgia Vascolare, Università degli Studi di Bologna. – I fattori che li favoriscono sono molteplici e ben noti ma non per questo risolti. Grazie al loro ridotto rischio emorragico e a una durata d’azione prolungata nelle 24 ore, l’impiego delle eparine a basso peso molecolare ci ha consentito di formulare posologie di somministrazione che hanno favorito schemi terapeutici più adeguati alle esigenze dei pazienti chirurgici e non. La possibilità di utilizzare il biosimilare dell’enoxaparina sodica porterà a un ulteriore sviluppo nell’impiego delle EBPM in situazioni cliniche molto delicate per la vita del paziente».

«L’enoxaparina sodica è un pilastro fondamentale della terapia in ambito cardiovascolare – afferma Stefano Carugo, direttore Cardiologia Ospedale San Paolo Milano, Università degli Studi di Milano. – Viene, infatti, impiegata per le sindromi coronariche acute (SCA), per le trombosi e per le embolie polmonari, patologie molto diffuse nei nostri ospedali. L’avvento del primo biosimilare è una conferma dalla validità e dell’utilità del farmaco, caratteristiche che ne permetteranno un maggior impiego grazie anche al costo inferiore e ai risparmi che ne deriveranno».

«In Italia, come nel resto del mondo occidentale, gli interventi di chirurgia ortopedica maggiore sono in continuo aumento e presentano un rischio elevato di tromboembolismo venoso, in particolare nella protesica d’anca e di ginocchio e nella chirurgia delle fratture del collo del femore – sottolinea Chiara Fossati, specialista in Ortopedia e Traumatologia. – In questa tipologia di interventi chirurgici, la possibilità che si verifichi una trombosi venosa profonda, in assenza di profilassi, è compresa tra il 39 e il 47% e il rischio di embolia polmonare tra l’1 e il 6%. È quindi necessario adottare un opportuno trattamento antitromboembolico. Le eparine a basso peso molecolare risultano più efficaci dell’aspirina o della sola profilassi meccanica (calze elastiche e compressione pneumatica intermittente) e, al tempo stesso, più maneggevoli delle eparine non frazionate o dei dicumarolici. Dato l’ampio utilizzo della profilassi antitromboembolica in chirurgia ortopedica, la possibilità di ricorrere a un biosimilare dell’enoxaparina potrà generare un sensibile risparmio di risorse economiche per il sistema sanitario».

Nel nostro Paese, la spesa per l’enoxaparina sodica si attesta attualmente sui 250 milioni di euro annui. La disponibilità del primo biosimilare che, a parità di efficacia e sicurezza rispetto all’originator, ha un costo inferiore del 26%, contribuirà a ridurla.

«È possibile stimare che l’arrivo sul mercato del biosimilare di enoxaparina avrà fin da subito un significativo impatto in termini di risparmio per il SSN – commenta Francesco Saverio Mennini, direttore Centro per la Valutazione Economica e HTA (CEIS – EEHTA), Università degli Studi di Roma Tor Vergata. – Se ipotizziamo una sua penetrazione nel 15% del mercato per il primo anno di commercializzazione, nel 23% per il secondo e nel 30% per il terzo anno, è possibile stimare un saving a carico del Servizio Sanitario pari a 5,1 milioni di euro nell’anno 1, a 8,2 milioni nell’anno 2 e a 13,6 milioni nell’anno 3, con una riduzione di spesa per il primo triennio pari a 27 milioni e, a tendere, di oltre 34 milioni di euro. Si tratta di una previsione in linea con quanto è già avvenuto per altri biosimilari, impiegati in differenti aree terapeutiche e già presenti sul mercato dal 2015».

Questo risparmio si associa a un livello non inferiore di qualità: Inhixa è stato sottoposto allo scrupoloso esercizio di comparabilità richiesto da EMA per attestare la sua sovrapponibilità analitica (chimico-fisica e biologica), pre-clinica (studi di farmacocinetica e farmacodinamica in vitro e in vivo) e clinica (studi sull’uomo) rispetto al medicinale di riferimento, dimostrando sovrapponibilità in termini di efficacia e sicurezza

Techdow produce da anni il principio attivo dell’enoxaparina, fornendolo anche a note Big Pharma e ponendo grande attenzione alla qualità, come dimostrano le certificazioni di Good Manufacturing Practices (GMP) ottenute dall’azienda in USA, Europa, Australia, Brasile e Cina.

Enoxaparina biosimilare

Inhixa enoxaparina biosimilare è una soluzione iniettabile in siringhe pre-riempite da somministrare sottocute, autorizzata per:

  • la prevenzione del tromboembolismo venoso (TEV), nei pazienti sottoposti a chirurgia o a rischio di sviluppare coaguli perché allettati,
  • il trattamento della trombosi venosa profonda (TVP), dell’angina instabile, dell’infarto miocardico,
  • la prevenzione della formazione di coaguli nella circolazione extracorporea in corso di emodialisi.

Per conoscere meglio Techdow:

Techdow, sbarca in Italia la prima azienda “aori”

 

 

Tumori testa-collo

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Per tumori testa-collo si intendono l’insieme di neoplasie che hanno origine nelle seguenti sedi:

  • cavità nasali e seni paranasali,
  • faringe e orofaringe (base della lingua, tonsille palatine e palato molle),
  • cavità orale (corpo della lingua, pavimento della bocca, palato duro, mucosa buccale e creste alveolari),
  • laringe (regione sovraglottica, glottica, e sottoglottica),
  • ghiandole salivari.
tumori testa-collo
Paolo Bossi

Questi tumori sono carcinomi spinocellulari nella maggior parte dei casi; in piccola percentuale, invece, sono melanomi, sarcomi, linfomi e altri tipi di tumore.

«Queste malattie – spiega Paolo Bossi SC Oncologia Medica 3 Tumori Testa-Collo e Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori – interessano soprattutto il cavo orale, faringe o faringe/laringe, e riguardano una popolazione sempre più adulta, sopra i 65 anni. La popolazione più soggetta a rischio è quella che beve alcol e fuma, ma ultimamente si è evidenziata anche un’epidemia legata al virus del papilloma».

Soltanto un malato su due, a 5 anni dalla diagnosi, riesce a sopravvivere, ovviamente a seconda dello stadio di malattia riconosciuto e dalla tardività della diagnosi stessa.

Sintomi dei tumori testa-collo

I sintomi dipendono dalla natura, dalla sede e dall’estensione del tumore stesso. I più frequenti sono:

  • tumefazione,
  • dolore persistente alla gola,
  • ulcere o lesioni mucose (es.leucoplachia, eritroplachia),
  • disfagia,
  • raucedine o cambiamenti di voce,
  • dolore all’orecchio e sanguinamento.

Fattori di rischio

Il fumo, oltre a essere una delle principali cause della malattia, se continuato durante le terapie, è anche un fattore che riduce le probabilità di cura. Secondo uno studio della Saint Louis University School of Medicine, coloro che fumavano al momento della diagnosi avevano il doppio delle probabilità di morire rispetto ai non fumatori. Analogamente, chi faceva uso di alcolici aveva il 68% in più di probabilità di decesso. Inoltre, i risultati di questo studio hanno evidenziato che le persone non sposate presentavano l’87% di probabilità in più di morire.

Altri possibili fattori di rischio, oltre al consumo di tabacco anche da fiuto o da masticazione e di alcol, sono rappresentati da:

  • esposizione alla luce solare e a raggi X,
  • pregressi trattamenti con terapia radiante per acne, ipertricosi facciale, ingrossamento del timo o ipertrofia di tonsille e adenoidi,
  • apparecchi e protesi dentali non idonei,
  • scarsa igiene orale,
  • alcune infezioni virali e da candida.

Tra le infezioni virali, quelle sostenute dal virus di Epstein-Barr sono correlate al cancro rinofaringeo, quelle da Papilloma virus al carcinoma squamocellulare orofaringeo.

«Il Papilloma virus ha modificato negli ultimi venti anni l’epidemiologia stessa della malattia – spiega Paolo Bossi. – Sappiamo per certo che i tumori legati al papilloma virus tenderanno a crescere per almeno altri 20-30 anni. Poi è possibile che si possano verificare gli effetti benefici della vaccinazione anti-papilloma, sempre che possa raggiungere una copertura vaccinale adeguata. Se così fosse, si potrebbe prevedere per il 2040 un calo di questo tipo di malattie. Si tratta però di scenari solo ipotizzabili, su cui possono intervenire molte variabili».

Diffusione dei tumori testa-collo in Italia

I tumori testa-collo riguardano quasi esclusivamente gli adulti; inoltre, gli uomini si ammalano 7 volte più spesso rispetto alle donne. La fascia di età più colpita è quella tra i 50 e i 70 anni, anche se i tumori delle ghiandole salivari colpiscono in età più precoce.

I dati nelle regioni del Nord Ovest italiano non sono confortevoli. Se fino ai 35 anni si calcolano pochissimi casi, intorno ai 40 la percentuale di malattia aumenta, raggiungendo circa i 10 casi su 100mila. Nell’arco di venti anni, sino quindi ai 60 anni per le donne e ai 65 per gli uomini, la percentuale cresce esponenzialmente, si decuplica, sino a raggiungere i circa 102 casi (su 100mila) per gli uomini, i 20 (su 100mila) per le donne. Superata quest’età la percentuale di rischio cresce molto meno, ma non si abbassa. Per l’esattezza, le donne sopra gli 85 arrivano a circa 30 casi su 100mila, mentre gli uomini a circa 118 casi (su 100mila). Per i maschi si sottolinea anche un leggero abbassamento di rischio tra i 70 e gli 80 anni.

Gli esperti prevedono che entro il 2030, in Italia, tra coloro che sono affetti dal tumore testa-collo, uno su due sarà over 65. Già oggi una persona su tre tra chi è colpito da questo tumore ha superato i 65 anni. Questa tendenza si mischia con l’invecchiamento della popolazione italiana, che già oggi su circa 60 milioni di persone, conta 10 milioni di anziani.

Sopravvivenza nei pazienti anziani con tumore testa-collo

Il paziente anziano con tumore del distretto testa-collo ha una sopravvivenza più ridotta rispetto al giovane. Questo potrebbe essere dovuto a:

  • fragilità generale nell’età anziana,
  • impossibilità a effettuare le migliori terapie,
  • tendenza del medico a ridurre l’intensità delle cure per il rischio di effetti collaterali,
  • maggiori complicanze
  • altre patologie di cui soffre la persona anziana.

In generale nella popolazione sopra i 70 anni l’intensificazione delle cure con strategie di radioterapia massimali o con l’aggiunta di farmaci chemioterapici o biologici sembra non avere lo stesso effetto che nei giovani. D’altra parte è probabile che la vera questione stia nella selezione del paziente che può ricevere questi trattamenti e che ne possa beneficiare. Per questo è cruciale la valutazione con il gruppo multidisciplinare, che possa permettere la scelta del trattamento migliore dalla prima visita.

Diagnosi e trattamento del tumore testa-collo

«L’approccio alla diagnosi e al trattamento di questa malattia – dichiara Paolo Bossi – nei prossimi anni richiederà sempre di più una valutazione medica multidisciplinare, con una stretta collaborazione tra oncologi, radioterapisti e chirurghi, in modo da decidere la terapia in base ai trattamenti disponibili, allo stadio di malattia, alle condizioni cliniche del singolo paziente. La presenza chiave della figura del geriatra, in supporto, permetterà di disegnare e personalizzare le terapie per i pazienti anziani e di gestire meglio il recupero dopo il trattamento. Un approccio multidisciplinare garantisce, comunque, risultati migliori e più efficaci sia da un punto di vista temporale che qualitativo».

«Le terapie attualmente a disposizione contro i tumori testa-collo – afferma Paolo Bossi – sono chirurgia, radioterapia e farmaci oncologici. Attualmente le novità in oncologia riguardano l’immunoterapia».

Farmaci biologici per i tumori testa-collo

I farmaci immunoterapici hanno come primo bersaglio non la malattia, ma il potenziamento delle risposte immuni dell’individuo.

«Sono farmaci innovativi, già provati, testati e alcuni di questi anche approvati dagli enti regolatori – dichiara Lisa Licitra, direttore dell’Oncologia Medica 3 della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano. – È stato confermato, infatti, il beneficio per il paziente che usi tali nuove molecole in alcune situazioni particolari come la malattia recidivata o metastatica. Il vero obiettivo per il futuro rimane quello di poter utilizzare questi farmaci nelle malattie curabili di usarli cioè nelle malattie localmente avanzate o addirittura in quelle allo stadio iniziale».

I farmaci approvati sono:

  • nivolumab (Opdivo), approvato da EMA e in attesa di ultimi raffinamenti per capire in quale setting utilizzarlo. In Italia l’approvazione di Nivolumab è prevista entro l’estate 2018.
  • pembrolizumab (Keytruda).

Nei tumori già trattati con chemioterapia, questi farmaci immunoterapici saranno considerati lo stato dell’arte, quindi sostituiranno quelli attuali.

I dati testimoniano che la sopravvivenza a un anno passa dal 16% con la terapia standard al 36% con l’uso dei farmaci biologici. Purtroppo, però, il costo previsto è alto.

Lisa Licitra

Eleggibilità dei pazienti all’immunoterapia

L’ideale, secondo gli specialisti, sarebbe trovare un marcatore che definisca i pazienti più adatti a ricevere questo tipo di farmaci, in modo da selezionare meglio in futuro chi potrà beneficiarne. Purtroppo, però, non tutti i trattamenti sono applicabili all’anziano. I dati in nostro possesso sono ancora scarsi per poter trarre conclusioni definitive.

«La scienza sta evolvendo, inclusa quella geriatrica, con tutti i suoi strumenti necessari a valutare lo stato del soggetto anziano – aggiunge Lisa Licitra – L’esortazione è quella di studiare e di mettersi in contatto con tutte le altre discipline della medicina. Non bastano i chirurghi, gli oncologi, i radioterapisti: occorre aprire gli orizzonti e guardare negli orti laterali perché lì c’è molto sapere di cui abbiamo bisogno».

«La persona anziana, soprattutto se vive sola e non è autosufficiente, ha maggiori probabilità di non essere in grado di rispettare un protocollo terapeutico – spiega Lisa Licitra. – La solitudine, infatti, induce all’isolamento totale e, quindi, all’assenza di voglia di reagire alla malattia e di affrontare la terapia. Ma ci sono altri problemi che provocano un peggioramento delle condizioni di salute: una situazione economica precaria, la depressione, un quadro complesso di comorbidità. Anche il genere incide: le donne sopravvivono di più rispetto agli uomini, forse perché meno esposte ai fattori di rischio».

«Dal convegno – conclude Lisa Licitra – è emersa la necessità di offrire trattamenti personalizzati nella popolazione anziana; è chiaro ormai che l’età da sola non basta per definire le scelte di terapie differenti, in quanto le persone anziane hanno differenti riserve funzionali e capacità di reagire a una terapia. Per questo, il ricorso a strumenti, quali i test di valutazione geriatrica e lo studio della qualità di vita del paziente e delle sue preferenze rispetto alle scelte di trattamento, possono aiutare nella scelta della migliore approccio terapeutico».

Ab medica acquisisce WinMedical

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Ab medica acquisisce WinMedical, azienda specializzata in dispositivi medici indossabili.

ab Medica acquisisce WinMedical
L’azienda italiana di produzione e distribuzione di tecnologie medicali ab Medica acquisisce WinMedical, azienda specializzata in dispositivi medici indossabili

«Coerentemente con l’impegno che da sempre ci guida nel migliorare la qualità di cura e vita dei pazienti – afferma Aldo Cerruti, presidente di ab medica – accogliere nel nostro gruppo WinMedical è la risposta al desiderio di ampliare, migliorare e intensificare i servizi di telemedicina, per traghettare la sanità verso il futuro di una medicina 2.0».

«Promuoviamo e sosteniamo un nuovo paradigma nella cura medica, un inedito corso che trovi nella tecnologia medicale modulare, wireless e indossabile il fattore chiave per affrontare le sfide future, tra cui il contrasto del rischio clinico, una migliore prevenzione degli eventi avversi e, di conseguenza, la riduzione dei costi per il Sistema Sanitario, il tutto a vantaggio di una più rapida ripresa e dimissione del paziente» – aggiunge Alessandro Guazzoni, presidente di WinMedical.

«WinMedical vive questa acquisizione come un passo fondamentale che garantirà alla nostra realtà di affrontare le sfide che i mercati globali impongono alle medio-piccole aziende italiane – chiarisce l’amministratore delegato e fondatore di WinMedical, Donato Mazzeo. – Si completa così un percorso nato all’interno del sistema di trasferimento tecnologico promosso da Regione Toscana. WinMedical si consolida nel più grande gruppo biomedicale italiano, a conferma che processi di open-innovation, industrializzazione e commercializzazione di nuove tecnologie sono possibili anche in Italia».

Ab Medica

Ab Medica, azienda italiana specializzata nella produzione e nella distribuzione di tecnologie medicali, anche in ambito di robotica chirurgica, è stata fondata nel 1984 da Aldo Cerruti, tutt’ora presidente della società. Da gennaio 2015 ab medica fa parte di una holding di aziende orientate all’innovazione nella medicina, insieme a:

  • A TLC (telecomunicazioni e sistemi per la telemedicina),
  • Genomnia (genomica e bioinformatica),
  • Medical Labs (produzione di dispositivi medicali avanzati),
  • Pacinotti (commercializzazione di dispositivi medici),
  • Telbios (teleassistenza, telecardiologia, telemonitoraggio domiciliare),
  • Officine Ortopediche Rizzoli (protesi, apparecchi ortopedici, ausili e attrezzature ospedaliere).

WinMedical

Fondata a Pisa nel 2009 come Spin-off della Scuola Sant’Anna di Pisa, con sede presso il Polo Tecnologico di Navacchio, WinMedical è una realtà europea attive nello sviluppo e nella commercializzazione di dispositivi medici indossabili, utilizzati sia nei reparti ospedalieri a bassa e media intensità di cura, sia a domicilio per il monitoraggio remoto dei pazienti.

La società è partecipata da una serie di importanti investitori italiani tra cui un gruppo di soci IAG – Italian Angels for Growth, network italiano di business angel specializzato nel seed investing in start up tecnologiche come WinMedical, e SICI – Fondo Toscana Innovazione, che sin dal 2011 hanno contribuito a finanziare la crescita dell’azienda.

«Si tratta di un’importante operazione di exit realizzata dal nostro network, un successo considerevole considerando che, nel 2017, in Italia sono state realizzate soltanto circa 8 exit e che, in generale, soltanto il 10% di progetti di venture capital arrivano a exit, dopo la fase di semina (seed) – afferma Antonio Leone, presidente IAG. – Il dato è in crescita rispetto al 2016 (soltanto 2), ma il nostro Paese è soltanto ottavo per numero di operazioni di questo tipo».

Grazie anche all’ingresso di questi finanziatori che hanno creduto fin da subito nell’impresa, WinMedical ha potuto sviluppare la piattaforma WinPack sul mercato italiano.

La piattaforma WinPack

WinPack è la piattaforma modulare progettata per il monitoraggio continuo e in tempo reale dei più importanti parametri vitali. Grazie alla modularità e all’auto-configurabilità che la caratterizzano, WinPack permette di connettere in modalità “plug&play” i vari componenti, monitorando:

  • ECG a 5 derivazioni,
  • Frequenza Respiratoria,
  • ECG a 2 derivazioni,
  • Frequenza Cardiaca,
  • Saturazione di Ossigeno,
  • Temperatura,
  • Postura
  • Pressione arteriosa non invasiva e continua.

L’estrema versatilità di questa piattaforma la rende inoltre adattabile alle esigenze di più reparti:

  • medicina generale,
  • ematologia,
  • radioterapia,
  • endoscopia digestiva e toracica,
  • radiologia,
  • chirurgia,
  • lungodegenza,
  • pneumologia,
  • onco-ematologia pediatrica,
  • pronto soccorso,
  • geriatria.

Laddove si forniscono cure a bassa e media intensità, WinPack si rivela poi estremamente prezioso per una più efficiente riorganizzazione dei reparti.

Oltre che nelle strutture ospedaliere, questo strumento consente a medici e infermieri di monitorare efficacemente anche a domicilio i pazienti tramite PC, laptop, tablet e smartphone.