La Società Chimica Italiana ha istituito il Premio “Alessandro Mangia” per i suoi meriti scientifici
In occasione delle Giornate di Chimica Analitica in memoria del prof. Francesco Dondi (Ferrara, 10-11 Luglio 2017), il Gruppo Divisionale di Bioanalitica della Divisione di Chimica Analitica della Società Chimica Italiana ha deliberato l’istituzione del premio “Alessandro Mangia” in riconoscimento degli elevati meriti scientifici maturati da Alessandro Mangia nell’ambito della ricerca in chimica analitica e bioanalitica.
Alessandro Mangia
Alessandro Mangia, già professore ordinario di Chimica Analitica all’Università di Parma, è stato preside della Facoltà di Scienze MM.FF.NN. dell’Ateneo dal 1999 al 2009 e successivamente, dal 2009 al 2013, pro-rettore alla Ricerca.
Alla base della deliberazione il merito di avere avviato ricerche pioneristiche, caratterizzate da una forte componente di innovazione, basate su tecniche spettroscopiche e cromatografiche abbinate alla spettrometria di massa in settori di interesse della chimica bioanalitica, quali quelli
biochimico,
forense,
della conservazione dei beni culturali,
della qualità e sicurezza alimentare.
Ad Alessandro Mangia è stato attribuito l’ulteriore riconoscimento di avere intuito già negli anni ’80 l’importanza della sensoristica e della elaborazione dei dati mediante tecniche chemiometriche a garanzia della qualità dei risultati e dell’affidabilità dei metodi analitici.
Nel 2011 gli era stata conferita dalla Società Chimica Italiana la prestigiosa medaglia Arnaldo Liberti per meriti scientifici.
Nel corso della cerimonia Alessandro Mangia ha conferito la medaglia a lui intitolata ad Aldo Roda dell’Università di Bologna, in virtù della sua attività scientifica di elevato livello nel campo della bioanalitica e in qualità di fondatore del Gruppo Divisionale di Bioanalitica nel 2004.
Aldo Roda
Presidente della Divisione di Chimica Analitica dal 2004 al 2006, Aldo Roda è attualmente:
presidente della International Society for Bioluminescence and Chemiluminescence,
vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi (INBB).
BD (Becton, Dickinson and Company) presenta il nuovo ago da 6 mm per la somministrazione di insulina: l’ago BD Micro-Fine 6mm.
Un nuovo ago da 6 mm per la somministrazione di insulina si aggiunge alla gamma BD Micro-Fine
Con l’introduzione dell’ago BD Micro-Fine 6mm, si aggiunge un’ulteriore opzione alle attuali già presenti, per rispondere al meglio alle preferenze ed esigenze di medici, operatori e persone con diabete.
La nuova lunghezza completa il portafoglio prodotti di BD che include aghi per penna da 4, 5, 6, 8 mm.
«L’inserimento dell’ago da 6 mm nella gamma Micro-Fine rafforza l’impegno di BD nel garantire alle persone con diabete l’accesso alle migliori soluzioni per una migliore gestione della terapia iniettiva – conferma Kenneth Miller, presidente worldwide president di BD Diabetes Care. – Questo ago consentirà alle persone abituate ad usare un ago da 6 mm di provare la qualità e l’affidabilità degli aghi BD».
La gestione della terapia iniettiva nelle persone con diabete
Le persone diabetiche tipicamente devono iniettare l’insulina una o più volte al giorno nel tessuto sottocutaneo di addome, cosce, glutei o braccia. La lunghezza degli aghi attualmente disponibili sul mercato varia da 4 a 12,7 mm.
Un’indagine sulla tecnica di iniezione condotta con circa 13.300 pazienti in 42 paesi e pubblicata in Mayo Clinic Proceedings, conferma che pazienti e operatori di tutto il mondo stanno spostando la loro preferenza verso aghi più corti, in particolare da 4 mm. Questa estesa ricerca include 358 persone in 15 Centri italiani, e ha riscontrato che il 30% degli intervistati ancora utilizza un ago da 6 mm.
Con aghi più corti, incluso l’ago da 6mm BD Micro-Fine, i pazienti sono meno a rischio di compiere accidentalmente un’iniezione intramuscolare rispetto all’uso di aghi da 8 e 12,7 mm, che può causare variabilità glicemica e ipoglicemia.
BD sostiene e rinforza la strategia circa lo spostamento verso gli aghi più corti possibili, coerentemente con le ultime raccomandazioni pubblicate degli esperti.
L’ago BD Micro-Fine 6mm è un ago di qualità medica. È sottoposto a uno speciale trattamento levigante, ideato per garantire elevate performance e un’iniezione delicata. L’ago è progettato per somministrare l’intera dose di farmaco, senza rischio di perdite e/o gocciolemento. È prodotto con gli stessi standard qualitativi e affidabiità di tutti gli aghi BD. L’ago BD Micro-Fine 6mm è disponibile sul mercato dal 3 Luglio 2017.
Nuovi dati su erenumab per l’emicrania episodica e cronicadimostrano che:
è sicuro ed efficacenei pazienti con 4 o più giorni mensili di emicrania,
determina una riduzione significativa di giorni di emicrania al mese in pazienti che soffrono di emicrania cronica con medication overuse.
I pazienti con emicrania hanno urgente bisogno di nuove opzioni di trattamento. Le terapie preventive attualmente disponibili vengono spesso interrotte a causa degli effetti indesiderati o della mancanza di efficacia.
Nuovi dati su erenumab per l’emicrania episodica e cronica ne confermano l’efficacia anche nei pazienti con una storia recente di medication overuse
Novartis, in occasione del 59° congresso annuale de l’American Headache Society (8-11 giugno 2017, Boston, USA) ha presentato 18 abstract scientifici su erenumab per l’emicrania episodica e cronica. Questi includono:
una nuova analisi di uno studio registrativo che evidenzia l’efficacia di erenumab nei pazienti con 15 o più giorni mensili di emicrania (emicrania cronica) e una recente storia di medication overuse,
i risultati dello studio di fase IIISTRIVE a sei mesicon erenumab 70 mg e 140 mg in pazienti con 4-14 giorni mensili di emicrania,
i risultati a 3 mesidello studio di fase III ARISE, con erenumab 70 mg in pazienti con 4-14 giorni mensili di emicrania.
Erenumab
Erenumab è un anticorpo monoclonale, interamente umano. È specificamente progettato per antagonizzare in modo potente e selettivo il recettore del peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP, Calcitonin-Gene-Related-Peptide). Si ritiene che questo peptide svolga un ruolo critico nel mediare il dolore invalidante dell’emicrania. È stato riportato che i livelli plasmatici di CGRP aumentano in concomitanza con l’insorgenza di un attacco, per tornare alla normalità quando l’attacco si risolve. Inoltre, il CGRP è considerato tra i più potenti vasodilatatori. È coinvolto non soltanto nella vasodilatazione neurogenica ma anche nella trasmissione dei segnali di dolore che avviene durante un’emicrania.
Erenumab (AMG 334) è co-sviluppato da Amgen e Novartis. Amgen mantiene i diritti commerciali per Stati Uniti, Canada e Giappone. Novartis detiene i diritti in Europa e nel resto del mondo.
«L’emicrania è una delle malattie neurologiche più debilitanti, ma spesso incompresa o ignorata, nonostante gli effetti devastanti che esercita sulla vita personale e professionale dei pazienti – ha dichiarato Vasant Narasimhan, Global Head Drug Development e Chief Medical Officer di Novartis. – Con erenumab ci siamo sicuramente avvicinati di un passo al nostro obiettivo, quello cioè di offrire una terapia preventiva efficace e ben tollerata, che in definitiva aiuti i pazienti a riprendersi la loro vita».
Erenumab è attualmente in studio per la prevenzione dell’emicrania episodica e cronica. I dati dell’intero programma di sviluppo clinico e pre-clinico supportano la domanda di registrazione sottomessa negli USA e nell’UE per erenumab come inibitore del recettore del CGRP nella prevenzione dell’emicrania.
Lo studio STRIVE su erenumab per l’emicrania episodica
STRIVE è uno studio clinico di fase III, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, della durata di 24 settimane, condotto per valutare la sicurezza e l’efficacia di erenumab nella prevenzione dell’emicrania episodica.
955 pazienti sono stati randomizzati a ricevere una volta al mese placebo per via sottocutanea o AMG 334 (70 mg o 140 mg) in un rapporto di 1:1:1. I pazienti affetti da emicranica episodica riportavano una media di 8,3 giorni mensili di emicrania al basale.
L’endpoint primario è la variazione rispetto al basale dei giorni medi di emicrania mensile durante gli ultimi tre mesi di trattamento eseguito in doppio cieco (mesi quattro, cinque e sei).
Lo studio ARISE su erenumab per l’emicrania episodica
ARISE è uno studio clinico di fase III, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, della durata di 12 settimane. È condotto per valutare la sicurezza e l’efficacia di erenumab nella prevenzione dell’emicrania episodica.
577 pazienti sono stati randomizzati a ricevere una volta al mese per via sottocutanea placebo o AMG 334 (70 mg), secondo un rapporto di 1:1.
I pazienti arruolati nello studio ARISE, affetti da emicranica episodica, riportavano tra i 4 e i 14 giorni mensili di emicrania.
L’endpoint primario era la variazione rispetto al basale del numero di giorni mensili con emicrania durante le ultime quattro settimane di trattamento (il numero di giorni con emicrania tra la settimana 9 e la 12).
Studio di fase II su erenumab per l’emicrania cronica
Questo studio clinico di fase II, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, della durata di 12 settimane valuta la sicurezza e l’efficacia di erenumab nei pazienti affetti da emicrania cronica, con 15 o più giorni mensili di emicrania al mese (MMD, monthly migraine days).
Sono stati arruolati 667 pazienti di cui il 79,0% donne, con:
età media pari a 42,1 anni,
media al basale di di 18,0 giorni mensili di emicrania.
I pazienti sono stati randomizzati secondo un rapporto 3:2:2 a ricevere:
placebo (n = 286),
erenumab al dosaggio di 70 mg (n = 191),
erenumab al dosaggio di 140 mg (n = 190),
per via sottocutanea una volta al mese.
Tutti gli endpoint sono stati valutati come variazione dal basale all’ultimo dei tre mesi di trattamento.
Risultati dello studio di fase II su erenumab per l’emicrania cronica
Nei riceventi erenumab è stata osservata una riduzione statisticamente significativa di 6,6 giorni del numero di giorni medi mensili di emicrania, rispetto ai 4,2 giorni osservati nel gruppo placebo (ad entrambi i dosaggi p <0,001).
Una riduzione del 50% o più dei giorni mensili di emicrania è stata raggiunta dal
40% dei soggetti nei gruppi con erenumab al dosaggio di 70 mg,
41% dei soggetti nei gruppi con erenumab al dosaggio di 140 mg,
a dimostrazione di significative riduzioni rispetto al 23% dei pazienti trattati con il placebo (entrambi p <0,001).
La riduzione del numero di giorni mensili con assunzione di farmaci specifici per l’emicrania acuta è stata rispettivamente di 3,5 giorni e 4,1 giorni nei bracci 70 mg e 140 mg. Questo rappresenta una riduzione statisticamente significativa rispetto a quella di 1,6 giorni osservata nei pazienti trattati con placebo (entrambi p <0,001).
Tutti i gruppi hanno mostrato miglioramenti numerici nelle ore medie cumulative mensili con mal di testa.
Il 48% (274) dei pazienti arruolati nello studio clinico con erenumab nella prevenzione dell’emicrania cronica aveva una storia recente di medication overuse. Perfino in questa popolazione di pazienti difficili da trattare, erenumab ha mostrato benefici significativi. Entrambi i dosaggi di erenumab (70 mg e 140 mg mg) hanno mostrato una riduzione significativa del numero di giorni mensili di emicrania, con una media di -6,6 giorni dal basale. Queste riduzioni sono state statisticamente significative (p <0,001 per entrambi i dosaggi) anche rispetto al placebo (-3,5 giorni).
Inoltre, in entrambi i bracci di trattamento con erenumab è stata osservata una riduzione del numero di giorni di trattamento con farmaci sintomatici:
5,4 giorni per il braccio con erenumab al dosaggio di 70 mg,
4,9 per il braccio con erenumab al dosaggio di 140 mg;
Edoxaban per la fibrillazione atriale in pazienti sottoposti a cardioversione ha ricevuto il parere positivo dal CHMP dell’EMA.
Il CHMP dell’EMA raccomanda l’autorizzazione all’utilizzo di edoxaban nei pazienti che devono sottoporsi a cardioversione ritardata preceduta da ETE
Il Comitato Europeo per i Medicinali ad Uso Umano (CHMP) dell’EMA ha raccomandato l’aggiornamento del Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (RCP) autorizzando l’utilizzo dell’anticoagulante orale edoxaban (Lixiana®) di Daiichi Sankyo, nei pazienti che devono sottoporsi a cardioversione ritardata preceduta da ecocardiogramma per via transesofagea (ETE).
La cardioversioneè una procedura utilizzata per ripristinare un battito cardiaco regolare nei pazienti affetti da fibrillazione atriale. A causa del rischio associato di eventi trombotici quali l’ictus, le linee guida raccomandano un trattamento anticoagulante prima e dopo l’intervento. Attualmente, il miglior trattamento standard è costituito dalla somministrazione iniziale di enoxaparina, seguita dalla associazione con AVK, fino a che si raggiunga il range terapeutico INR 2-3. Tuttavia, l’effetto ritardato e le variazioni dell’INR in corso di terapia con AVK, come con il warfarin, possono portare a problematici e costosi ritardi nell’esecuzione della cardioversione.
Edoxaban è ad oggi l’unico anticoagulante orale non antagonista della vitamina K con specifiche istruzioni per una rapida cardioversione entro due ore dalla sua somministrazione, nell’approccio ETE guidato.
L’aggiornamento del RCP di edoxabansi basa sui risultati dello studio ENSURE-AF. Questi dimostrano che edoxabanè un’alternativa altrettanto efficace e sicura al miglior trattamento standard con enoxaparina/warfarin. La rapida azione di Lixiana consente, infatti, una tempestiva cardioversione ETE guidata già a due ore dall’assunzione dell’anticoagulante.
Il trial ENSURE-AF
Il trial ENSURE-AF (EdoxabaN vs. warfarin in subjectS UndeRgoing cardiovErsion of Atrial Fibrillation) è uno studio di fase IIIb prospettico, randomizzato, in aperto, con valutazione in cieco degli endpoint (PROBE), a gruppi paralleli, il cui scopo è stato valutare l’efficacia e la sicurezza di edoxaban in monosomministrazione giornaliera rispetto al trattamento enoxaparina/warfarin nei pazienti affetti da FANV e sottoposti a cardioversione elettrica, con un tempo medio di permanenza nel range terapeutico (INR 2-3) del 70,8%.
Sono stati arruolati 2.199 pazienti in 239 centri tra Nord America ed Europa.
I pazienti sono stati randomizzati per ricevere uno dei seguenti trattamenti:
edoxaban60 mg,
edoxaban 30 mg se presentavano insufficienza renale, basso peso corporeo o assunzione concomitante di inibitori della glicoproteina P,
enoxaparina/warfarin ben gestito (il tempo medio di permanenza nel range terapeutico è stato del 70,8%) per 28-49 giorni.
Edoxaban ha dimostrato efficacia e sicurezza comparabili all’enoxaparina/warfarin ben gestito, per la prevenzione di ictus e altre complicanze tromboemboliche.
L’endpoint primario di efficacia dello studio ENSURE AF era un composito di:
ictus,
eventi embolici sistemici,
infarto miocardico,
mortalità cardiovascolare,
che si sono verificati in:
5 pazienti nel braccio edoxaban 60/30mg,
11 pazienti nel braccio enoxaparina-warfarin.
L’endpoint primario di sicurezza comprendeva sanguinamenti maggiori e sanguinamenti non-maggiori clinicamente rilevanti (CRNM), che si sono verificati in:
16 pazienti nel braccio edoxaban,
11 pazienti del braccio enoxaparina/warfarin.
La differenza tra i due bracci non è statisticamente significativa.
L’incidenza di tromboembolismo e sanguinamenti maggiori e CRNM è stata bassa nei bracci edoxaban e warfarin eccezionalmente ben controllato.
Non c’è stata differenza fra l’approccio ETE guidato e la cardioversione ritardata.
Edoxaban
Edoxaban è un inibitore orale diretto del fattore Xa in monosomministrazione giornaliera. Il fattore Xa è uno dei fattori chiave della coagulazione, responsabile della formazione dei coaguli di sangue. Inibirlo significa rendere il sangue più fluido e quindi meno soggetto a coaguli.
La fibrillazione atriale
La FA è una condizione per la quale il cuore batte in modo rapido e irregolare. Quando ciò accade, il sangue può ristagnare nelle camere cardiache aumentando il rischio della formazione di coaguli. Questi coaguli possono staccarsi e, trasportati dal flusso sanguigno, arrivare fino al cervello o in altri organi e causare ictus.
La FA è la più comune forma di aritmia cardiaca, ed è associata a elevate morbilità e mortalità. I soggetti affetti da aritmia hanno un rischio di essere colpiti da ictus di 3-5 volte superiore rispetto a coloro che non ne soffrono. Un ictus su 5 è causato da FA.
IMA, specializzata nella progettazione e produzione di macchine automatiche per il processo e il confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici, alimentari, tè e caffè – ha sottoscritto con la famiglia Redaelli un accordo per l’acquisto del 60% delle azioni della società Eurosicma SpA con sede a Segrate (Milano), che produce e commercializza macchine automatiche e impianti per il confezionamento orizzontale in flowpack e fold per l’industria alimentare, cosmetica e farmaceutica.
Alberto Vacchi, IMA
Eurosicma, società storica del packaging italiano, è stata fondata nel 1965 e ha consolidato nel tempo una leadership in alcune nicchie di mercato quali candies, biscotti in costa e noodles nel settore food, cerotti e bastoncini cotonati nel pharma e personal care.
La società alla data del closing stima una posizione finanziaria netta positiva pari a circa 7 milioni di euro e prevede per l’esercizio 2017 un fatturato di circa 27 milioni di euro e un Ebitda pari a 4,5 milioni di euro con buone prospettive di crescita anche grazie al supporto complessivo che il Gruppo IMA potrà fornire alla società tramite l’integrazione della stessa nell’organizzazione del Gruppo.
L’operazione prevede un esborso per IMA pari a circa 26 milioni di euro, da versarsi al closing previsto entro il 30 settembre 2017 e la sottoscrizione di contratti di opzione Put & Call sul restante 40% da esercitarsi entro il mese di aprile del 2027.
Alberto Vacchi, presidente e amministratore delegato di IMA, ha così commentato: «L’operazione annunciata è strategica e consentirà di rafforzare la leadership del nostro Gruppo nel settore delle macchine automatiche flowpack e fold ampliando la gamma prodotti attuale e creando significative opportunità sia produttive sia commerciali con le altre società del Gruppo. Con questa operazione IMA continua il percorso di valorizzazione di marchi leader di mercato rafforzando ulteriormente la propria presenza industriale in Italia».
Il Technology Transfer (TT) si definisce come il processo di trasferimento di un prodotto, e del relativo processo di produzione, da un sito donatore a un sito ricevente. Un processo efficiente di trasferimento avviene tramite la condivisione di un set di informazioni, che comprendono processi produttivi, metodi analitici, controlli ecc., che permettono di raggiungere e garantire lo stesso livello di qualità tra i due siti.
Il TT è quindi spesso un processo di difficile gestione poiché richiede un efficace trasferimento non solo di informazioni, ma anche di conoscenza e competenza produttiva che deriva da un assessment del sito ricevente in termini di maturità scientifica, organizzazione, capacità di Project Management e gestione finanziaria.
PTM Consulting ha sviluppato e implementato il servizio di Technology Transfer Accelerator (TTA). Questo servizio è rivolto ad aziende operanti nel Life Science per il trasferimento di un prodotto, del know-how correlato e del relativo processo di produzione.
Lo scenario operativo generale in cui è possibile applicare il modello gestionale di TTA di PTM è molto vario: il trasferimento può essere legato a un passaggio di scala (lab to pilot, pilot to manufacturing, like-to-like), può essere determinato da ulteriori necessità legate al life-cycle del prodotto (e.g. variazione di packaging primario), oppure può essere generato da carenze di tecnologia / organizzazione del sito donatore.
Il modello di TTA prevede sia l’integrazione nel modello di TT dell’approccio in Stage and Gate (S&G) a due livelli (strategico e tecnico), sia l’utilizzo di tools innovativi per la mappatura funzionale e per una corretta applicazione del Risk Management ai diversi stage di progetto.
Aspetti tecnici, organizzativi e finanziari vengono considerati in modo complementare facendo sì che il modello TTA possa essere un decision making system integrato con gli obiettivi di progetto e misurabile tramite KPI oggettivi, ma anche consenta di pianificare e monitorare le attività tecniche di dettaglio per ogni step di progetto, e di impostare la corretta struttura organizzativa di progetto, armonizzando il lavoro dei team.
Il rischio di sviluppare ipotiroidismo in gravidanza è dovuto all’aumentata richiesta di iodio. Durante i nove mesi di gestazione, la richiesta di iodio e di ormoni tiroidei aumenta di circa il 50%.
Il rischio di sviluppare ipotiroidismo in gravidanza è dovuto all’aumentata richiesta di iodio e di ormoni tiroidei che è di circa il 50%
La gravidanza ha un profondo impatto sulla tiroide e sulle sue funzioni. Pertanto, in gravidanza è importante riconoscere precocemente le donne con ridotta riserva tiroidea e mettere in atto le misure di correzione dell’ipotiroidismo materno. Queste consistono nell’aumentare l’introito di iodio ed eventualmente nel somministrare levo-tiroxina sodica.
Nelle aree geografiche caratterizzate da un insufficiente apporto di iodio, le cosiddette aree di endemia gozzigena, la gravidanza può slatentizzare un ipotiroidismo con importanti conseguenze non solo per la madre, ma anche e soprattutto per il feto.
«Ciononostante la tiroide è ancora trascurata dai controlli in gravidanza. – sottolinea Andrea Giustina, Full Endocrinology Professor all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano durante i lavori del 6° Congresso CUEM di Milano. – A causa della aumentata richiesta di ormoni tiroidei da parte feto, è necessario un aumentato apporto di iodio alimentare. Nelle aree di carenza da lieve a moderata, la quantità di iodio utilizzato dalla ghiandola tiroidea diminuisce gradualmente ma inesorabilmente dal primo al terzo trimestre, a causa di un’aumentata escrezione renale. Infatti in gravidanza il fabbisogno di iodio aumenta dai canonici 150 microgrammi al dì a 250 microgrammi al dì. Durante l’allattamento è richiesto lo stesso quantitativo per compensare le perdite renali e soddisfare le aumentate esigenze materne e neonatali».
«Una carenza severa di iodio è stata associata con un aumento della prevalenza di gozzo nella madre – sottolinea Giustina. – Livelli normali di ormoni tiroidei sono essenziali per la crescita dei neuroni, la mielinizzazione delle vie nervose e numerosi cambiamenti strutturali del cervello fetale. Lo sviluppo neurologico fetale inizia intorno alla ottava settimana di gestazione, mentre fino alla 12 settimana di gestazione il feto non è in grado di produrre autonomamente gli ormoni tiroidei. Pertanto, in questa fase lo sviluppo neurologico fetale dipende completamente dal rifornimento di ormoni tiroidei materni».
«Quando la carenza di iodio è persistente, anche la ghiandola tiroidea fetale avrà difficoltà a produrre una quantità adeguata di ormoni tiroidei. Le conseguenze neurologiche possono essere anche severe configurandosi quello che in passato veniva descritto come cretinismo endemico vale a dire il severo deficit intellettivo conseguente all’ipotiroidismo congenito associato al severo deficit di iodio. Queste forme oggi sono per fortuna molto meno frequenti, ma studi clinici hanno suggerito che un ipotiroidismo materno-fetale anche lieve può comportare un difetto intellettivo del bambino durante l’età scolare» – spiega Andrea Giustina.
Proprio la carenza di iodio è la principale causa di deficit intellettivi prevenibili nel mondo e può essere corretta con un intervento efficace e a basso costo come la iodazione del sale da cucina eseguita in maniera universale. Il sale iodato contiene circa 33 mg di iodio per kg di sale. Assumendo una quantità di sale di 5-7,5 mg al dì, viene garantito il fabbisogno di 100-150 microgrammi di iodio giornalieri. Ma poiché in gravidanza vi è anche spesso la necessità di ridurre l’introito di sale per controllare e prevenire eventuali episodi di ipertensione arteriosa o di ritenzione idrica, al sale iodato in gravidanza sono da preferire integratori arricchiti di iodio.
Ipotiroidismo preesistente alla gravidanza
Tra il 50 e il 85% delle donne in trattamento per ipotiroidismo ha bisogno di un aggiustamento della levo-tiroxina durante la gravidanza. Numerose ricerche hanno stabilito che è necessario aumentare il dosaggio quotidiano di levo-tiroxina del 25-30%, già a partire dal sospetto della gravidanza. La misurazione dei valori dell’ormone tireotropo (TSH), consente di identificare le donne con ipotiroidismo e di modularne la terapia sostitutiva. Il TSH è l’ormone che regola la funzione tiroidea e risponde in maniera inversa alle variazioni degli ormoni tiroidei. Un aumento del TSH è indice di una ridotta funzione tiroidea. Poiché in gravidanza i valori di TSH sono fisiologicamente più bassi, anche aumenti modesti di questo ormone possono rappresentare una spia di un ipotiroidismo incipiente.
Un normale introito di iodio e una normale funzione tiroidea rappresentano la conditio sine qua non per garantire un normale sviluppo neurologico del bambino sin dalle prime settimane di vita intra-uterina. Perciò, la valutazione della funzione tiroidea ad inizio gravidanza è una buona pratica clinica che va perseguita soprattutto nelle aree di endemia gozzigena e nelle donne con fattori di rischio individuali per patologie tiroidee.
Sandoz annuncia che Erelzi, nuovo biosimilare di etanercept è stato approvato in Europa per il trattamento delle malattie immunologiche. L’approvazione di Erelzi amplia le opzioni terapeutiche a disposizione per patologie quali artrite reumatoide, psoriasi e artrite psoriasica.
Un nuovo biosimilare di etanercept è stato approvato in Europa
Sandoz, divisione del gruppo Novartis, annuncia che la Commissione Europea (EC) ha approvato Erelzi® (etanercept biosimilare) per l’utilizzo nell’Area Economica Europea (EEA). Erelzi è stato approvato per le stesse indicazioni terapeutiche del farmaco di riferimento, Enbrel®.
«Erelzi, parte del più ampio portfolio in ambito immunologico di Novartis, amplia l’offerta a disposizione degli operatori sanitari e dei pazienti europei. La sua approvazione favorirà un maggiore accesso alle terapie con i farmaci biologici ad un maggior numero di pazienti» – dice Carol Lynch, Global Head, Biopharmaceuticals, Sandoz.
Erelzi è stato approvato per:
artrite reumatoide,
spondiloartrite assiale (spondilite anchilosante e spondiloartrite assiale non-radiografica),
psoriasi a placche,
artrite psoriasica,
artrite idiopatica giovanile,
psoriasi pediatrica a placche.
Erelzi è disponibile in siringhe pre-riempite e con penna autoiniettabile, SensoReady®, sviluppata per la sicurezza e la comodità del paziente.
L’approvazione della Commissione Europea si è basata su un programma di sviluppo che ha generato dati analitici, preclinici e clinici, compresi dati di farmacocinetica (PK). I dati hanno dimostrato che Erelzi® corrisponde al farmaco di riferimento, in termini di sicurezza, efficacia e qualità.
L’impegno di Sandoz è volto ad ampliare l’accesso dei pazienti a farmaci biosimilari di alta qualità per migliorare la loro vita. L’azienda, con Erelzi®, ha cinque farmaci biosimilari approvati in Europa.
Programma di sviluppo di Erelzi
L’approvazione della Commissione Europea si è basata su dati analitici, preclinici e clinici, generati da un esauriente programma di sviluppo, che dimostrano la biosimilarità di Erelzicon il farmaco di riferimento, Enbrel®.Gli studi clinici includono:
Uno studio di farmacocinetica che ha dimostrato la bioequivalenza tra il profilo farmacocinetico di Erelzi® ed il farmaco di riferimento e non ha evidenziato differenze cliniche rilevanti nella sicurezza, tollerabilità e immugenicità,
Lo studio in Fase III EGALITY, che ha prodotto dati a conferma dell’efficacia, sicurezza e immugenicità. Lo studio ha previsto tre trattamenti di switch tra il farmaco di riferimento ed Erelzi. Fino alla settimana 52, in entrambi i gruppi di trattamento, switch e continuativo, EGALITY non ha dimostrato differenze significative nella risposta, in termini di indice medio di estensione e severità della psoriasi (PASI – Psoriasis Area end Severity Index), tra Erelzi e il farmaco di riferimento. L’endpoint primario di equivalenza nella percentuale di pazienti che hanno raggiunto il PASI 75 si è ottenuto dopo 12 settimane di trattamento. Lo studio EGALITY ha inoltre confermato la comparabilità del profilo di sicurezza dei due farmaci dopo 52 settimane. L’immunogenicità è stata bassa, come previsto in caso di trattamento con etanercept.
Lumacaftor/ivacaftor per la fibrosi cistica nei pazienti con due copie della mutazione F508del arriva in Italia. È ilprimo farmaco impiegato per il trattamento della causa alla base della fibrosi cistica (FC) in questi pazienti.
Lumacaftor/ivacaftor per la fibrosi cistica, rimborsabile in Italia, agisce sulla causa della malattia nei pazienti con mutazione F508del
Vertex annuncia di aver raggiunto un accordo con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) per il rimborso di Orkambi® (lumacaftor/ivacaftor), il primo farmaco per il trattamento della causa alla base della fibrosi cistica (FC) nei soggetti di età pari o superiore ai 12 anni che presentano due copie della mutazione F508del nel gene regolatore della conduttanza transmembrana della fibrosi cistica (CFTR).
L’accordo è stato pubblicato online in Gazzetta Ufficiale (Determina n.1212/2017 del 26 giugno 2017). È in vigore per essere implementato dalle autorità sanitarie regionali.
«Siamo lieti di aver raggiunto un accordo che riconosca il valore clinico di Orkambi e la necessità di continuare a investire in innovazione, a beneficio delle persone con FC che stanno ancora aspettando una terapia in grado di trattare la causa alla base della malattia – dichiara Giacomo Baruchello, Italian Country Manager di Vertex. – La FC è una malattia progressiva, quindi ogni singolo giorno ha un valore importante per i pazienti. Abbiamo già iniziato a collaborare con le autorità regionali per implementare in modo rapido questo accordo nazionale, affinché tutti i pazienti eligibili possano avere accesso a Orkambi senza ritardi».
Orkambi viene attualmente rimborsato per tutti i pazienti eligibili in Austria, Danimarca, Germania, Irlanda, Lussemburgo e Stati Uniti. In Francia è a disposizione tramite un programma di accesso finanziato dal governo.
Vertex è impegnata attivamente in trattative relative al rimborso in molti altri Paesi, allo scopo di rendere Orkambi disponibile a tutte le persone che possono trarne beneficio.
L’evoluzione del trattamento della fibrosi cistica
«I pazienti che hanno potuto iniziare la cura con le nuove molecole proseguono lo stesso modello di trattamento preventivo, curativo e di follow-up già in atto. Questo, infatti, è stato scelto in base all’interessamento dei loro organi ed apparati. L’approccio terapeutico alla malattia FC non si è modificato. Bisogna infatti tener conto del danno d’organo già presente, nonostante i buoni risultati delle nuove terapie. Ad esempio il paziente con insufficienza pancreatica necessita ancora dell’assunzione di enzimi digestivi per garantire l’adeguata nutrizione. Quello con danno polmonare bronchiectasico e colonizzazione batterica cronica deve continuare quotidianamente con la fisioterapia e le terapie farmacologiche. Queste sono necessarie a contenere l’infezione batterica cronica per rallentare l’evoluzione del danno (soprattutto per impedire gravi riacutizzazioni infettive che potrebbero essere fatali)».
«Quello che si sta lentamente modificando è la percezione di malattia letale. Siamo in presenza di ottimismo e fiducia, anche se non manca il timore di non ricevere in tempo la terapia con modulatori e/o potenziatori specifici per la mutazione genica di cui si è portatori – ricorda Vincenzina Lucidi. La prima rivoluzionaria strategia è stata l’applicazione negli ultimi 4 decenni di un modello di cura multidisciplinare con:
costante coinvolgimento diretto dei pazienti e dei loro familiari,
utilizzo di registri clinici di malattia,
confronto continuo tra centri diversi dei risultati clinici».
«Ricordiamo che le due nuove molecole ivacaftor ed in particolare l’associazione lumacaftor/ivacaftor che nel Nord Europa e Nord America coprono circa il 50% dei pazienti, in Italia saranno utilizzate rispettivamente nel 5% e nel 25%» – sottolinea Vincenzina Lucidi.
L’ipotiroidismo è una sindrome caratterizzata da una produzione deficitaria di ormoni tiroidei. Questa condizione determina il rallentamento del metabolismo e la comparsa di mixedema e, se non corretta, provoca complicanze anche letali.
Classificazione dell’ipotiroidismo in base all’origine
Gli ormoni tiroidei (tetraiodotironina o tiroxina o T4 e triiodotironina o T3) regolano infatti la trascrizione di numerosi geni. La conseguente espressione genica di enzimi implicati soprattutto nella respirazione cellulare e nell’emopoiesi dipende dalla corretta attività di T3-T4. Inoltre, la triiodotironina interagisce con proteine delle membrane cellulare e mitocondriale, modulando, per esempio, il trasporto ATP-ADP.
La sintesi degli ormoni tiroidei è controllata dall’ormone TSH (tireotropo o tireostimolante o tireotropina) prodotto dall’ipofisi. La produzione di TSH è a sua volta regolata dall’ormone ipotalamico TRH (TSH Releasing Hormone), secondo retroazione negativa dell’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide.
L’ipotiroidismo interessa il genere femminile in misura 10 volte superiore a quello maschile e colpisce circa il 5% della popolazione italiana. Un paziente su cinque non raggiunge il controllo ottimale della patologia. Le nuove formulazioni di levotiroxina sodica consentono una migliore personalizzazione della cura e possono contribuire a scongiurare il rischio di errori di dosaggio.
Classificazione dell’ipotiroidismo
La ridotta attività della tiroide può essere dovuta a un disturbo della tiroide stessa (ipotiroidismo primario) oppure dell’ipofisi (ipotiroidismo secondario). Se l’alterata produzione di TSH è dovuta a una scorretta produzione di TRH da parte dell’ipotalamo, si ha ipotiroidismo terziario. L’ipotiroidismo a carico di disturbi dell’ipofisi o dell’ipotalamo è chiamato centrale.
Dal punto di vista clinico, i sintomi possono essere:
manifesti (i. conclamato o palese). In questo caso, le analisi del sangue rivelano alti livelli di TSH, bassi livelli di T4 e T3,
lievi, sfumati o assenti, difficilmente osservabili (i. subclinico). Si rileva ancora una concentrazione sierica normale di tiroxina libera, ma un aumentato livello di TSH.
Ipotiroidismo primario
L’ipotiroidismo primario può essere congenito o acquisito e determina la riduzione della sintesi di ormoni tiroidei. Questo comporta l’incremento compensativo della produzione di TSH.
Ipotiroidismo da carenza di iodio
Per la sintesi degli ormoni tiroidei è necessario lo iodio, introdotto attraverso l’alimentazione. La carenza di questo elemento (introito inferiore a 100 µg/die) riduce l’ormonogenesi tiroidea. In risposta, la secrezione di TSH e il volume della tiroide aumentano, e compare il gozzo. A livello globale, la carenza di iodio è la principale causa di ipotiroidismo primario. In molti Paesi, l’aggiunta di iodio ad alimenti di uso comune (es. al sale da cucina), promossa dall’OMS come azione di sanità pubblica, ha permesso di eradicare l’ipotiroidismo endemico. Dove, invece, permane una grave iodio-carenza, l’ipotiroidismo endemico (precedentemente definito cretinismo endemico) resta una delle principali cause di disabilità intellettiva.
Tiroiditi
Nelle zone con sufficiente apporto di iodio, la causa prevalente di ipotiroidismo è la tiroidite cronica autoimmune (o di Hashimoto). Questa si riscontra più frequentemente nelle donne, spesso in menopausa, ma anche nei mesi successivi al parto. Non ne è nota la causa.
Altre forme di tiroidite possono essere causate da virus o da malattie infiltrative, come:
tiroditite fibrosa (o di Reidel),
emocromatosi,
sclerodermia,
leucemia,
cistinosi.
Effetto di Wolff-Chaikoff
Anche un eccesso di iodio può inibire l’organificazione di questo elemento e, quindi, la sintesi di T4 e T3. Questo effetto, chiamato di Wolff-Chaikoff può verificarsi in pazienti con tiroidite o sottoposti a tiroidectomia subtotale che assumono dosi eccessive di iodio anche per brevi periodi. L’eccesso di iodio può essere determinato dall’uso di farmaci o altri prodotti contenenti iodio come iodosan, betadine, amiodarone e mezzi di contrasto iodati. Si tratta, in questi casi, di ipotiroidismo primario acquisito.
Tiroidectomia
Ipotiroidismo primario acquisito si verifica anche in seguito a tiroidectomia. In caso di asportazione parziale della tiroide, la funzione tiroidea può essere conservata. L’asportazione totale o parziale della tiroide può rendersi necessaria per la presenza di cancro della tiroide, noduli tiroidei o ipertiroidismo resistente alla terapia medica.
Ipotiroidismo primario congenito
Si verifica nei neonati che nascono senza tiroide (agenesia tiroidea) o con tiroide malformata (dismorfogenesi tiroidea) o sviluppata in modo anomalo (disgenesia tiroidea) o localizzata in una sede anomala (tiroide ectopica). In altri neonati la ghiandola non produce ormoni tiroidei in quantità adeguata.
Le cause sono riconducibili a:
passaggio transplacentare di autoanticorpi bloccanti il recettore del TSH in nati da madri con patologia tiroidea autoimmune. Questa forma di ipotiroidismo è transitoria,
eccesso di iodio per assunzione di iodio radioattivo, amiodarone, disinfettanti contenenti iodio, mezzi di contrasto iodati da parte delle madre. Il feto non supera l’effetto di Wolff-Chaikoffe il neonato presenta ipotiroidismo congenito transitorio,
carenza di iodio da inadeguato introito dietetico da parte della madre (ipotiroidismo congenito transitorio),
assunzione da parte della madre di composti ad azione tireostatica che attraversano la placenta (ipotiroidismo congenito transitorio),
carenza o eccesso di sodio materno (ipotiroidismo congenito transitorio),
infezioni virali,
mutazioni del gene che codifica per il simporter sodio/ioduro,
sindrome di Pendred (gozzo e sordomutismo) dovuto a disordini nell’organificazione dello iodio per difetto della perossidasi intratiroidea
altre patologie neonatali o disturbi congeniti.
Sono stati descritti difetti a trasmissione autosomica recessiva, che possono interessare qualsiasi tappa della sintesi e della secrezione degli ormoni tiroidei.
Ipotiroidismo centrale
L’ipotiroidismo secondario (ridotta produzione ipofisaria di TSH) e terziario (sintesi deficitaria di TRH dall’ipotalamo) costituiscono l’ipotiroidismo centrale. Queste forme rappresentano una percentuale molto bassa dei casi. Anche l’ipotiroidismo centrale può essere congenito o acquisito.
Ipotiroidismo iatrogeno
È stato descritto ipotiroidismo transitorio o permanente in seguito all’assunzione di:
farmaci tireostatici (metimazolo, propiltiuracile e perclorato),
etionamide,
interleuchina 2,
litio,
amiodarone o altri farmaci contenenti iodio,
interferone-alfa,
metimazolo,
propiltiouracile,
sunitinib.
Lo stesso accade in pazienti sottoposti a radioterapia, terapia con iodio radioattivo.
Durante il trattamento con levotiroxina, alcuni pazienti sviluppano ipotiroidismo in caso di assunzioni di farmaci che:
inibiscono l’assorbimento della levotiroxina (colestiramina, sucralfato, idrossido di alluminio, inibitori di pompa protonica, solfato ferroso, statine),
aumentano la clearance della levotiroxina (carbamazepina, rifampicina, fenitoina),
riducono la conversione della T4 a T3 (amiodarone).
Resistenza agli ormoni tiroidei
I sintomi dell’ipotiroidismo si presentano anche in caso di mancata o ridotta risposta (resistenza) agli ormoni tiroidei da parte degli organi bersaglio per deficit recettoriali o post-recettoriali, nonostante la normale produzione ormonale.
Sintomi dell’ipotiroidismo
Il deficit di ormoni tiroidei provoca fondamentalmente due effetti: il rallentamento del metabolismo e il mixedema.
Il rallentamento del metabolismo si traduce in:
movimenti ed eloquio rallentati,
affaticamento, astenia e sonnolenza,
stipsi,
aumento ponderale,
bradicardia,
sensazione di freddo,
turbe del ciclo mestruale,
disfunzioni erettili ed eiaculazione ritardata.
Il mixedema, cioè l’accumulo di matrice di glucosoamminoglicani negli spazi interstiziali dei tessuti, determina:
rigonfiamenti del volto, delle palpebre, della lingua,
cute ruvida, chiara e fredda,
voce gutturale,
dolori muscolari e articolari,
riduzione della volemia,
oliguria,
riduzione del senso della sete,
sindrome del tunnel carpale-tarsale con parestesie delle mani e dei piedi.
A livello ematico, si può registrare anemia e ipocoagulabilità.
Gli ormoni tiroidei sono necessari per lo sviluppo di tutti gli apparati, in particolare del sistema nervoso e dello scheletro. La gravità del quadro clinico dipende perciò dal momento di insorgenza dell’ipotiroidismo. Normalmente, se l’insufficienza di ormoni tiroidei interviene in età adulta, i sintomi regredisco in seguito all’assunzione della terapia ormonale sostitutiva. Se invece insorgedurante lo sviluppo intrauterino, i difetti somatocerebrali sono irreversibili e definiscono il quadro clinico del cretinismo.
La gravità del quadro clinico è determinata anche da:
rapidità di insorgenza (l’ipotiroidismo è meglio tollerato quando insorge gradualmente),
intensità e durata della carenza di ormoni tiroidei,
sensibilità individuale,
comorbidità e, in particolare, altre insufficienze endocrine.
Terapia ormonale sostitutiva
La terapia dell’ipotiroidismo ha l’obiettivo di ripristinare lo stato di eutiroidismo. Questo si ottiene con la somministrazione di levotiroxina sodica (Eutirox, Tirosint, Tiracrin), l’ormone tiroideo di sintesi. La somministrazione L-T4 è sufficiente perché questa viene convertita in T3.
La somministrazione di T3 (Ti-Tre) può essere utile in urgenza ed è limitata ai pazienti sottoposti a tiroidectomia per carcinoma, nella fase di sospensione della L-T4 prima della scintigrafia total-body e della terapia radiometabolica. La T3 ha infatti un’emivita più breve della levotiroxina sodica.
Il dosaggio medio giornaliero di mantenimento di L-T4 nell’adulto è di 1,5-2,0 µg/kg/die. La monosomministrazione orale al mattino a digiuno mantiene costante la concentrazione sierica di ormoni tiroidei. La L-T4 ha un’emivita di 7 giorni.
La levotiroxina è risultata nel 2013 il farmaco più prescritto negli Stati Uniti e in Italia, contendendosi il primato con le statine per abbassare i livelli di colesterolo e i farmaci gastro-protettori.
La cura dell’ipotiroidismo sotto forma di terapia sostitutiva si avvia verso una fase di maggiore precisione grazie alle nuove formulazioni di L-T4. Queste, infatti, risolvono i problemi di alterato assorbimento della levotiroxina sodica.
Prima delle nuove formulazioni il 20% dei pazienti ipotiroidei non raggiungeva il controllo ottimale della patologia con sintomi residui e rischio di disturbi e comorbidità. Le problematiche connesse all’assunzione di L-T4 comprendono la necessità di:
prolungare il digiuno post ingestione fino a un’ora, per permettere la migliore efficienza dell’assorbimento ormonale,
evitare le interazioni con altri medicamenti che ne inibiscono l’assorbimento (colestiramina, sucralfato, idrossido di alluminio, inibitori di pompa protonica, solfato ferroso, statine), farmaci che ne aumentano la clearance (carbamazepina, rifampicina, fenitoina) o che riducono la conversione della T4 a T3 (amiodarone),
monitorare i livelli ormonali al fine di calibrare correttamente la terapia tiroxinica, soprattutto all’inizio.
Il malassorbimento della levotiroxina
«Con l’avvento della medicina di precisione abbiamo strumenti che ci consentono di standardizzare i trattamenti e far emergere le maggiori criticità come la formulazione del farmaco e i rischi di malassorbimento» – sottolinea al CUEM Marco Centanni, responsabile dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’Università La Sapienza di Roma presso il Polo Pontino di Latina.
«I problemi di assorbimento possono oggi essere affrontati con maggior efficienza grazie alla disponibilità di preparazioni maggiormente solubili di levotiroxina sotto forma di capsule softgel o di formulazioni liquide. Le tradizionali formulazioni in compresse della levo-tiroxina richiedono infatti il fisiologico pH acido dello stomaco per una maggiore biodisponibilità ed un efficiente assorbimento, spesso alterato da cibi, farmaci e patologie come l’infezione da H. Pylori che colpisce il 50% della popolazione mondiale. Questo fa sì che il paziente debba assumere la compressa con modalità e tempistiche che possono interferire con le normali attività lavorative e/o sociali del paziente (pensiamo ai lavoratori turnisti) e peggiorare così la loro qualità di vita, oppure essere soggette a dimenticanze o imporre routine» – continua Marco Centanni.
Formulazioni liquide e softgel
«Le nuove formulazioni liquide e softgel sono preziose anche per quei pazienti che per patologie particolari (gastriti croniche, celiachia, malattie infiammatorie gastro-intestinali) presentino problemi di malassorbimento. E migliore assorbimento si traduce anche in una lieve, ma non trascurabile riduzione del fabbisogno di levo-tiroxina del soggetto, che riuscirà quindi ad assumere un dosaggio inferiore di farmaco con maggiori possibilità di ottenere il massimo beneficio dalla terapia» – precisa Andrea Giustina, Presidente del CUEM e Presidente Eletto della Società Europea di Endocrinologia.
Quest’ultimo dipende da una serie svariata di fattori:
età del paziente,
peso corporeo,
comorbidità presenti,
la causa stessa dell’ipotiroidismo.
Per evitare rischi di sovradosaggioe di sotto-dosaggio (ipotiroidismo non ben compensato) è sempre bene effettuare periodici controlli e ritarare eventualmente il dosaggio in atto in base ai valori di TSH e di FT4, ormoni marker dell’omeostasi tiroidea farmacologica.
Sovradosaggio
I rischi di sovradosaggio possono portare a una condizione di tireotossicosi iatrogena, cioè di eccesso in circolo di ormoni tiroidei causato dalla terapia, e quindi a sintomi quali:
agitazione,
calo ponderale,
cardiopalmo,
sudorazione eccessiva.
Sottodosaggio
Il sotto-dosaggio determina ipotiroidismo non ben compensato e quindi: