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Canagliflozin per diabete di tipo 2

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Canagliflozin per diabete di tipo 2 ha ridotto significativamente il rischio combinato di morte cardiovascolare, infarto del miocardio e ictus
Canagliflozin per diabete di tipo 2 ha ridotto significativamente il rischio combinato di morte cardiovascolare, infarto del miocardio e ictus

Janssen presenta i risultati dello storico programma di studio CANVAS. Questi hanno dimostrato che canagliflozin ha ridotto significativamente il rischio combinato di morte cardiovascolare (CV), infarto del miocardio (MI) e ictus non fatale rispetto al placebo in pazienti affetti da diabete mellito di tipo 2 (T2DM) a rischio o con anamnesi di CV. Inoltre, la somministrazione di canagliflozin è risultata associata a un rischio ridotto di ospedalizzazione per scompenso cardiaco (HHF) e ha confermato di avere potenziali effetti protettivi a livello renale. Questi dati relativi all’analisi integrata dei trial CANVAS e CANVAS-R sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine e presentati durante il simposio dedicato a questo tema in occasione dell’American Diabetes Association 77th Scientific Sessions il 12 giugno 2017 a San Diego. 

Canagliflozin era stato studiato in precedenza nel corso del più lungo e ampio programma sugli esiti di CV sull’inibitore del trasportatore di membrana sottotipo 2 della proteina di trasporto selettivo del sodio glucosio (SGLT2).

Il programma CANVAS valuta efficacia, sicurezza e durabilità di canagliflozin in oltre 10.000 pazienti affetti da T2DM, con pregressa anamnesi di CV o che presentavano per lo meno due dei fattori di rischio di CV.

Canagliflozin ha permesso di ottenere una riduzione del 14% del rischio di endpoint primario composito di mortalità per CV, MI non fatale o ictus non fatale (HR: 0,86; 95% CI: da 0,75 a 0,97). Ha anche dimostrato la sua superiorità e sicurezza nel caso di CV (p<0,0001 per non-inferiorità) rispetto a placebo (p=0,0158). Ogni componente ha contribuito uniformemente alla riduzione del rischio, nel caso di:

  • MI non fatale del 15% (HR: 0,85; 95% CI: da 0,69 a 1,05),
  • morte per CV del 13% (HR: 0,87; 95% CI: da 0,72 a 1,06),
  • ictus non fatale del 10% (HR: 0,90; 95% CI: da 0,71 a 1,15).

Questi esiti sono ampiamente coerenti in tutti i sottogruppi di pazienti e per le singole componenti dell’endpoint primario.

Ulteriori analisi hanno, inoltre, rivelato che canagliflozin per diabete di tipo 2 ha anche permesso di abbassare il rischio di HHF del 33% (HR: 0,67; 95% CI: da 0,52 a 0,87). Questo ha garantito effetti positivi sostenuti sul controllo glicemico e la pressione ematica, così come una riduzione di peso, attestandone quindi una durabilità ad ampio raggio.

Effetti protettivi potenziali a livello renale di canagliflozin per diabete di tipo 2

Inoltre, canagliflozin per diabete di tipo 2 ha dimostrato di avere effetti protettivi potenziali a livello renale, ritardando la progressione dell’albuminuria e riducendo il rischio di esiti compositi renali clinicamente importanti (ad esempio morte renale, terapia renale sostitutiva e una riduzione del 40% di eGFR) del 40% (HR: 0,60; 95% CI: da 0,47 a 0,77).

Lo studio CREDENCE attualmente in corso con arruolamento completo, trial dedicato agli esiti renali dell’inibitore SGLT2 in pazienti affetti da T2DM e da insufficienza renale, sta ulteriormente valutando gli effetti di canagliflozin su esiti renali e CV.

L’importanza dei risultati degli studi CANVAS e CANVAS-R su canagliflozin per diabete di tipo 2

«I risultati del programma CANVAS sono importanti perché mostrano il chiaro beneficio di canagliflozin rispetto agli attuali standard terapeutici» – ha dichiarato Bruce Neal, M.B., Ch.B., Ph.D., principale ricercatore dei trial CANVAS e CANVAS-R, professore di Medicina alla University of New South Wales Sydney e Senior Director al The George Institute for Global Health.

«Il programma CANVAS ha dimostrato considerevoli riduzioni di tutti i componenti dell’esito dello studio primario (morte per CV, MI e ictus) indicando l’efficacia di canagliflozin nel caso dei principali rischi CV che i pazienti affetti da diabete potrebbero correre».

«I pazienti affetti da diabete hanno da due a quattro volte possibilità superiori di sviluppare co-morbidità quale insufficienza cardiaca e renale. I risultati CANVAS dimostrano il potenziale di canagliflozin riducendo il rischio di tali condizioni nel caso di pazienti affetti da diabete di tipo 2 ad alto rischio – ha dichiarato David Matthews, co-presidente dello Steering Committee CANVAS, professore di Diabetic Medicine e Honorary Consultant Physician presso l’Università di Oxford. – Questi dati sono promettenti visto che suggeriscono che canagliflozin potrebbe offrire potenziali benefici per i pazienti affetti da diabete di tipo 2, che manifestano complicanze o sono a rischio di ricovero per insufficienza cardiaca o renale».

«Con la presentazione dei risultati del programma CANVAS, siamo entusiasti di poter mostrare il positivo profilo rischio-beneficio per endpoint cardiovascolari e renali» – ha dichiarato James F. List, M.D., Ph.D., Global Therapeutic Head, Cardiovascular & Metabolism di Janssen. «Il successo del programma è particolarmente incoraggiante per i nostri studi in corso e futuri, volti a esplorare il potenziale di canagliflozin su ulteriori popolazioni di pazienti».

Eventi avversi osservati con l’uso di canagliflozin per diabete di tipo 2

Gli eventi avversi generali osservati nel programma CANVAS si sono rivelati coerenti con i precedenti. Un aumentato rischio di amputazione con canagliflozin è stato osservato in entrambi gli studi CANVAS e CANVAS-R completati. Si tratta comunque di esiti coerenti con l’osservazione dello studio riferita da parte dell’Independent Data Monitoring Committee (IDMC) nel 2016, oltre che con i dati condivisi con le Autorità Sanitarie e gli Operatori Sanitari.

È stato riscontrato un aumento del rischio di amputazione (6,3 vs. 3,4/1000 pazienti-anno) corrispondente a un rapporto di rischio (HR) pari a 1,97. Il maggiore rischio assoluto di amputazione è stato rilevato in pazienti con pregressa anamnesi di amputazione o affezione vascolare periferica. Il rischio relativo di amputazione con canagliflozin è risultato del tutto sovrapponibile in tutti i sottogruppi.

I risultati sono stati condivisi con l’FDA americana e saranno riportati nelle U.S. Prescribing Information per canagliflozin. Il rischio è stato incluso nel Summary of Product Characteristics (SmPC) dell’Unione Europea su canagliflozin.

A parte, nello studio CANVAS è stato identificato un aumentato del rischio di fratture da basso trauma, che non appare nello studio CANVAS-R. È in corso una valutazione completa per offrire una revisione totale della sicurezza di tali risultati.

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Sabine Greulich è il nuovo Presidente di Boehringer Ingelheim Italia

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A partire dal 15 giugno 2017, Sabine Greulich è il nuovo presidente di Boehringer Ingelheim Italia.

Sabine Greulich è il nuovo Presidente di Boehringer Ingelheim Italia dal 15 giugno 2017. Mantiene anche la carica di Head of Business Unit Human Pharma
Sabine Greulich è il nuovo Presidente di Boehringer Ingelheim Italia dal 15 giugno 2017. Mantiene anche la carica di Head of Business Unit Human Pharma

Sabine Greulich mantiene anche la carica di Head of Business Unit Human Pharma. Succede a Anna Maria Porrini, alla guida dell’azienda dal 1° gennaio 2014.

Sabine Greulich

Nata a Heidelberg, in Germania, e laureatasi in medicina con una tesi in oncologia presso la storica Università Ruprecht Karl, Sabine Greulich ha iniziato la sua carriera svolgendo attività ospedaliera e ambulatoriale.

Dopo un periodo di esercizio della professione, lascia l’attività di medico per entrare nel Sistema Sanitario Nazionale tedesco, dove si occupa di contenuti scientifici e temi assicurativi. Grazie a questa esperienza, entra successivamente in Eli Lilly and Company. Presso la sede tedesca della multinazionale ha modo di rapportarsi con diversi settori tra cui il marketing, le vendite e il market access, occupandosi di prodotti e patologie in ambito oncologico, diabete e Sistema Nervoso Centrale (CNS).

Dopo dieci anni, diventa responsabile commerciale Europa di un’azienda Biotech, per occuparsi principalmente del lancio di un nuovo anticorpo monoclonale sul mercato Europeo. Nel 2010 viene chiamata in Boehringer Ingelheim, in Germania, con il compito di guidare la Business Unit Specialty Care, seguendo il lancio di tre farmaci oncologici e per le malattie rare.

Nel maggio 2015 Sabine Greulich arriva a Milano per assumere il ruolo di Head of Business Unit Human Pharma di Boehringer Ingelheim Italia e ora anche la carica di presidente dell’azienda.

«Ringrazio i vertici dell’azienda per la stima che continuano a dimostrarmi nell’affidarmi ruoli di crescente responsabilità all’interno del Gruppo. È un onore essere chiamata a guidare una prestigiosa realtà in continua evoluzione come Boehringer Ingelheim Italia – ha affermato il neo Presidente, Sabine Greulich. – Ho già potuto apprezzare la professionalità dei colleghi italiani, e sono rimasta colpita dalla motivazione che li contraddistingue. Ora, una nuova sfida per la mia carriera, che porterò avanti con determinazione e passione».

Disturbi tiroidei e stili di vita, come distinguerli

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I disturbi della tiroide possono essere facilmente confusi con stati dovuti all’invecchiamento o a stili di vita. Quasi un terzo delle donne non sa spiegare quali sono i disturbi della tiroide. Lo rivelano i dati di una ricerca internazionale sui disturbi della tiroide diffusi a supporto della campagna “Tiroide, meriti il meglio” della Fondazione Cesare Serono realizzata con il contributo non condizionato di Merck.

Merck presenta i risultati di una ricerca internazionale su disturbi tiroidei e stili di vita
Merck presenta i risultati di una ricerca internazionale su disturbi tiroidei e stili di vita

L’indagine globale commissionata da Merck in collaborazione con la Thyroid Federation International (TFI) è stata condotta da Censuswide, con interviste on-line effettuate dal 24 al 31 gennaio 2017 a donne dai 18 anni in su.

Sono state intervistate 6.171 donne da sette paesi in tutto il mondo:

  • Francia – 1.006 intervistate
  • Italia – 1.004 intervistate
  • Messico 1.002 intervistate
  • Brasile – 1.003 intervistate
  • Arabia Saudita – 151 intervistate
  • Cile – 1.001 intervistate
  • Indonesia – 1.004 intervistate

Le persone con una storia di disturbi della tiroide sono state sottoposte a screening.

I risultati del sondaggio

Molte donne associano i sintomi quali il cambiamento di peso, l’irritabilità, l’ansia, l’insonnia e l’eccessiva stanchezza ai loro stili di vita frenetici anziché a un disturbo della tiroide.

Circa la metà (49%) delle intervistate ha dichiarato di aver attribuito la causa del proprio stato d’inquietudine o della difficoltà a dormire allo stile di vita scelto, mentre il 40% ha dato la colpa allo stile di vita per la sensazione di depressione, gli stati d’ansia e la sensazione di stanchezza. In realtà, questi sono sintomi comuni di un disturbo della tiroide.

Questa tendenza a dare la colpa allo stile di vita per i sintomi potrebbe essere ulteriormente evidenziata dal fatto che il 23% delle intervistate ricorda di aver raccontato a un amico o a una persona cara di aver accettato la sensazione di essere depressa, ansiosa o irritabile come parte della vita, mentre il 19% delle intervistate avrebbe detto di accettare di sentirsi stanca o fiacca ogni giorno.

Ashok Bhaseen, presidente della TFI, ha dichiarato: «I risultati dell’indagine evidenziano un’importante ragione per la quale milioni di persone vivono la loro esistenza senza che sia loro diagnosticato o trattato un disturbo della tiroide, con conseguente scarsa qualità della vita. Ciò rivela che i disturbi della tiroide possono essere la causa che si nasconde dietro i sintomi che molti di noi attribuiscono al frenetico stile di vita di oggi. Speriamo che questo incoraggi più persone a parlare con il proprio medico piuttosto che accettare i sintomi come parte ordinaria della vita quotidiana».

L’indagine ha sottolineato il motivo per il quale può essere molto difficile individuare un disturbo della tiroide.

I sintomi come sensazione di incapacità di concentrazione (29,6%), difficoltà a rimanere incinta (30%), intestino pigro e costipazione (29%) non sono stati comunemente associati ai disturbi della tiroide dalle intervistate. Una caratteristica dei disturbi della tiroide che li rende difficili da individuare è che gli ormoni prodotti dalla ghiandola tiroidea aiutano a regolare molte funzioni diverse nel corpo. I sintomi possono quindi essere diversi e non sono specifici o unici.

Come riconoscere le patologie tiroidee

In occasione della presentazione dell’indagine, inoltre, Merck lancia il sito “Non sei tu. È la tua tiroide con l’obiettivo di aiutare le persone a non attribuire esclusivamente a se stessi e al proprio stile di vita alcuni sintomi delle patologie tiroidee. Nel sito sono disponibili una brochure e un quiz interattivo che mostrano le idee sbagliate sui sintomi dei disturbi della tiroide e fornisce informazioni per aiutare le persone a comprenderli meglio.

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I ginecologi italiani fanno chiarezza su importanza ed efficacia della vaccinazione anti-papillomavirus

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I ginecologi italiani fanno chiarezza su importanza ed efficacia della vaccinazione anti-papillomavirus ricordando che la riduzione dell’incidenza dei tumori HPV-correlati stimata arriva al 90%. L’obiettivo dei ginecologi è combattere disinformazione e pregiudizi sui vaccini e diffondere una maggiore cultura della prevenzione attraverso lo screening.

I ginecologi italiani fanno chiarezza su importanza ed efficacia della vaccinazione anti-papillomavirus
I ginecologi italiani fanno chiarezza su importanza ed efficacia della vaccinazione anti-papillomavirus. L’obiettivo è rendere efficace la campagna preventiva

La SIGO (Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia), la AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) e la AGUI (Associazione Ginecologi Universitari Italiani) che rappresentano l’intero panorama della ginecologia del nostro Paese, in accordo con le evidenze scientifiche e con le Istituzioni Sanitarie nazionali e internazionali e con L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), intendono fare chiarezza sull’importanza della vaccinazione anti-papillomavirus per la prevenzione del cancro del collo dell’utero e delle malattie e dei tumori dell’area ano-genitale. Ciò anche allo scopo di fugare dubbi e false informazioni che rischiano di disorientare i cittadini e di ridurre l’adesione al piano vaccinale, con la conseguenza di compromettere questa importante iniziativa pubblica sanitaria e sociale.

Il tumore del collo dell’utero (carcinoma cervicale, cervicocarcinoma) riveste grande importanza in ambito oncologico. È, infatti, il terzo tumore più frequente nella donna. Inoltre, è l’unico che può essere prevenuto grazie allo screening (Pap test e HPV test). Infine, è la prima neoplasia non ematologica a essere stata direttamente correlata a un’infezione virale: l’infezione da papillomavirus umano (HPV), in particolare dai 13 sottotipi ad alto rischio. Ciò ha reso possibile lo sviluppo di test di screening molecolari (HPV DNA test), da affiancare al Pap test, e di vaccini contro i sottotipi più diffusi e clinicamente rilevanti di HPV.

Screening e vaccinazione, insieme a corretti stili di vita, rappresentano la vera prevenzione primaria del carcinoma cervicale e di tutte le altre neoplasie correlate all’HPV a carico di vagina, vulva, ano e oro-faringe, nonché delle lesioni condilomatose a carico dell’apparato anogenitale.

I vaccini anti HPV attualmente disponibili, che coprono fino a nove sottotipi del virus (16, 18, 6, 11, 31, 33, 45, 52 e 58) rappresentano un’arma efficace di prevenzione dell’infezione persistente da HPV, delle lesioni pre-cancerose da questa causate e dei tumori ad essa correlate.

I vaccini anti HPV sono raccomandati a tutti gli adolescenti prima dell’esposizione sessuale. L’efficacia e sicurezza dei vaccini anti HPV sono state confermate dalle autorità regolatorie internazionali

In Italia, la vaccinazione anti HPV è offerta attivamente e gratuitamente a tutte le dodicenni (11 anni compiuti) dal 2007-08. Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-19 ha inserito la vaccinazione anti HPV nel calendario vaccinale per tutti gli adolescenti di sesso femminile e maschile, da effettuarsi nel corso del 12° anno di età.

La recente pubblicazione, da parte dell’AIFA, del rapporto sulle presunte reazioni avverse dopo la vaccinazione, dimostra che, per quanto concerne i vaccini anti HPV, i dati sono in linea con quelli di tutti gli altri vaccini e smentiscono il catastrofismo legato al pregiudizio scientificamente inaccettabile sui vaccini in genere.

I vaccini anti HPV e gli esiti dei programmi di prevenzione vaccinale sono una delle aree mediche con il maggior numero di evidenze prodotte negli ultimi anni.

Le autorità competenti di tutto il mondo hanno raccomandato e raccomandano l’implementazione di programmi vaccinali contro l’HPV (OMS, EMA, FDA, ECDC, CDC, SAGE ecc.) e ne sottolineano l’importanza, la sicurezza e l’efficacia.

I dati di efficacia dei vaccini anti HPV sono il risultato di oltre 10 anni di studi clinici e ricerca che hanno preceduto la loro immissione in commercio. Il profilo di sicurezza è stato valutato attraverso studi di fase III che hanno coinvolto decine di migliaia di soggetti di ambo i sessi. Per quanto concerne possibili effetti secondari della vaccinazione, nella quasi totalità dei casi sono stati riscontrati effetti passeggeri di lieve e modesta entità.

I vaccini hanno dimostrato un’efficacia clinica di quasi il 100% nel ridurre le lesioni precancerose del collo dell’utero (CIN3) causate da HPV 16 e 18, responsabili di circa il 70% dei casi di cervicocarcinoma invasivo. È stata altresì dimostrata l’efficacia dei vaccini nel ridurre l’incidenza di lesioni precancerose a carico di altri organi, quali vulva, ano e vagina.

Anche i primi studi di “vita reale” (real life) evidenziano l’efficacia diretta dei programmi di vaccinazione sulla popolazione, rilevando un significativo calo dell’incidenza delle patologie HPV correlate, proporzionale al tasso di copertura vaccinale della popolazione studiata.

Il raggiungimento e il mantenimento nel tempo di un’adeguata copertura vaccinale sono fondamentali per l’efficacia di un programma di vaccinazione attivo e per la sua sostenibilità economica. La percentuale di copertura auspicata dal Ministero nel 2007 (95% delle coorti attivamente chiamate) è ben lungi dall’essere stata raggiunta. Il tasso di copertura nazionale delle dodicenni, assestatosi negli ultimi anni intorno al 70%, è calato a meno del 60%.

Le ragioni della difficoltà a comunicare in modo appropriato i benefici della prevenzione vaccinale alla popolazione sono molteplici: disinformazione e pregiudizi sui vaccini in generale e ragioni più propriamente correlate alle malattie HPV correlate.

Il papillomavirus è ubiquitario, vale a dire che ognuno di noi vi entra in contatto ed è oggetto di una infezione temporanea nel corso della propria vitaIl virus interessa esclusivamente cute e mucose e non causa viremia e conseguente produzione anticorpale. Ciò significa che le difese immunitarie locali dell’ospite – se in buona salute e in assenza di altri cofattori capaci di ridurne l’efficacia – sono capaci di circoscrivere l’infezione e indurre in breve tempo (mediamente 8-14 mesi) l’eliminazione spontanea del virus. In alcuni casi, tuttavia, l’organismo non riesce ad eliminare il virus, specie i sottotipi ad alto rischio e a potenziale oncogeno, che riesce a persistere e ad integrarsi nel genoma dell’ospite immortalizzando la cellula squamosa colpita e innescando il meccanismo della trasformazione tumorale.

La lotta alla disinformazione sulla vaccinazione anti-papillomavirus

È intuitivo che sia molto difficile comunicare al cittadino la complessità della storia naturale dell’infezione e far comprendere la contemporanea innocuità della singola infezione ma la potenziale severità dell’infezione persistente e delle patologie ad essa correlate. La stessa co-disponibilità attuale di prevenzione primaria (vaccinazione) e secondaria (screening organizzato) del cervicocarcinoma è per assurdo in qualche modo fonte di problematiche comunicative. I concetti di integrazione e complementarietà delle due iniziative di salute pubblica sono ovvi, ma difficili da spiegare, in una realtà attuale dove la maggioranza dei casi di tumore invasivo diagnosticati in Italia non ha mai eseguito un Pap test.

L’obiettivo razionale della prevenzione cervicale nei paesi industrializzati, ovvero un significativo calo di prevalenza del virus in ambo i sessi, richiede la comprensione dei termini della questione.

Il cammino è ancora lungo ma l’introduzione del vaccino nonavalente rappresenta un’accelerazione positiva verso la meta, dal momento che si stima che porterà a una riduzione dell’incidenza del tumore di oltre il 90%.

Lo sforzo comunicativo e informativo da parte delle diverse figure istituzionali e professionali coinvolte (dal Ministero della Salute alle istituzioni medicali e del farmaco e le Società Scientifiche, dai medici di sanità pubblica ai pediatri, ai ginecologi, ai medici di medicina generale) deve essere sempre meglio coordinato, perché forte è il “potere della bufala” o della disinformazione, talvolta anche in perfetta buona fede, nel modello comunicativo e relazionale proprio della società attuale. È uno sforzo immane, ma la conferma che si debba affrontarlo viene dagli occhi e dalle parole di ogni donna che ancora oggi, quotidianamente, giunge nei nostri reparti per colpa di una malattia potenzialmente eradicabile.

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Nintedanib per la fibrosi polmonare idiopatica può stabilizzare o migliorare la funzione respiratoria

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Boehringer Ingelheim, in occasione del Congresso dell’American Thoracic Society (ATS), ricorda che nintedanib per la fibrosi polmonare idiopatica può stabilizzare o migliorare la funzione respiratoria. Infatti, nei pazienti con FPI trattati con nintedanib, la probabilità di miglioramento o stabilità della funzione polmonare è risultata raddoppiata rispetto a placebo.

Inoltre, l’analisi separata di un sottogruppo dimostra che l’efficacia di lungo termine di nintedanib nel rallentare la progressione della malattia si mantiene a 96 settimane in pazienti con necessità di aggiustamenti di dosaggio per gestire eventi avversi.

Un’ulteriore analisi combinata, in cui la maggior parte dei pazienti (90%) presentava alto rischio cardiovascolare (CV), indica che l’incidenza di eventi avversi CV maggiori è stata bassa e comparabile nei pazienti trattati con nintedanib e in quelli che hanno ricevuto placebo.

Nintedanib per la fibrosi polmonare idiopatica può stabilizzare o migliorare la funzione respiratoria nel doppio dei casi rispetto a placebo alla settimana 52
Nintedanib per la fibrosi polmonare idiopatica può stabilizzare o migliorare la funzione respiratoria nel doppio dei casi rispetto a placebo

Boehringer Ingelheim ha annunciato la presentazione di risultati di nuove analisi sull’impiego di nintedanib nella Fibrosi Polmonare Idiopatica (FPI o IPF).

Gli abstract sono stati presentati al Congresso 2017 dell’American Thoracic Society (ATS). Questi dati confermano il profilo di efficacia e sicurezza di nintedanib. Inoltre, forniscono ulteriori conoscenze dei suoi effetti sulla funzionalità polmonare nei pazienti con FPI.

«La Fibrosi Polmonare Idiopatica è una malattia progressiva, che richiede terapia permanente. È, quindi, importante valutare l’efficacia e la sicurezza di lungo termine delle terapie per la FPI come nintedanib, per garantire il mantenimento della funzionalità polmonare e ridurre la progressione della malattia, senza esacerbare patologie concomitanti – ha dichiarato Imre Noth, professore di Medicina e Direttore del Programma sulle Interstiziopatie Polmonari dell’Università di Chicago – Questi nuovi risultati contribuiscono a rafforzare ulteriormente i dati scientifici, che confermano l’efficacia e la sicurezza di nintedanib, in riferimento a un periodo di trattamento sino a 96 settimane e offrono ai medici ulteriori evidenze a sostegno delle loro decisioni terapeutiche».

Analisi di dati combinati degli studi INPULSIS 1 e 2

L’analisi di dati combinati dei due studi di Fase III INPULSIS® indica che la probabilità di avere un miglioramento o un non-deterioramento della funzionalità polmonare alla settimana 52, è stata doppia nei pazienti trattati con nintedanib, rispetto a quelli che hanno ricevuto placebo (36,8% con nintedanib contro 18,0% con placebo). La funzionalità polmonare è stata misurata in termini di capacità vitale forzata (FVC). [Flaherty, K., et al. Accepted ATS abstract: Improvement in forced vital capacity (FVC) with nintedanib in patients with idiopathic pulmonary fibrosis (IPF): results from the INPULSIS trials].

L’analisi di sottogruppo dello studio di prosecuzione in aperto INPULSIS-ON

Un’analisi di sottogruppo dello studio di prosecuzione in aperto INPULSIS®-ON ha dimostrato un simile tasso annuo di declino della FVC su 96 settimane nei pazienti trattati con nintedanib, indipendentemente dal dosaggio ricevuto in base alla tollerabilità individuale (150 mg due volte/die, 100 mg due volte/die, o entrambi). [Crestani, B., et al. Accepted ATS abstract: Long-term efficacy of nintedanib is maintained in patients with idiopathic pulmonary fibrosis (IPF) irrespective of dose: subgroup analysis of INPULSIS-ON].

Analisi combinata degli studi TOMORROW e INPULSIS

Inoltre, un’analisi combinata degli studi TOMORROW™ e INPULSIS® ha valutato i tassi di incidenza di eventi avversi cardiovascolari maggiori (MACE) nei pazienti trattati con nintedanib e in quelli che hanno ricevuto placebo, in cui la maggior parte (90%) presentava, al basale, un alto rischio cardiovascolare (CV). QUesta analisi ha evidenziato che l’incidenza di MACE è stata complessivamente simile nei gruppi in trattamento:

  • nei pazienti con alto rischio CV (3,5% nintedanib e 3,3% placebo),
  • nei pazienti con basso rischio CV al basale (4,5% nintedanib e 5,3% placebo). 

I rischi cardiovascolari considerati hanno compreso storia di accumulo di placca sulla superficie interna delle arterie (aterosclerosi) e/o almeno un fattore di rischio CV come ipertensione, diabete o ipercolesterolemia[Noth, I., et al. Accepted ATS abstract: Cardiovascular safety of nintedanib in subgroups by cardiovascular risk at baseline in the TOMORROW and INPULSIS trials].

Gli studi INPULSIS

INPULSIS 1 e 2, due studi internazionali di Fase III, hanno valutato efficacia e sicurezza di nintedanib nella fibrosi polmonare idiopatica (FPI). Hanno avuto identico disegno, tra cui criteri di inclusione, endpoint e dosaggio corrispondenti. Gli studi INPULSIS hanno reclutato diverse tipologie di pazienti, simili a quelle che si incontrano nella pratica clinica, tra cui pazienti con malattia in fase iniziale (FVC > 90% del predetto), assenza di ispessimento interstiziale a nido d’ape (honeycombing) alla TAC toracica ad alta risoluzione (HRCT) e/o concomitante enfisema.

Ai pazienti che hanno completato il periodo di trattamento di 52 settimane e 4 settimane di follow-up negli studi INPULSIS è stato offerto di continuare la terapia con nintedanib in aperto, come prosecuzione di studio, per valutare sicurezza e tollerabilità del farmaco nel lungo termineLo studio di prosecuzione in aperto INPULSIS-ON ha compreso 734 pazienti ed è tuttora in corso.

Nintedanib

Nintedanib è una molecola il cui bersaglio sono i recettori del fattore di crescita. Questi hanno dimostrato essere coinvolti nella patogenesi della patologia. Si ritiene che nintedanib, bloccando le vie di passaggio dei segnali coinvolte nei processi fibrotici, rallenti il declino della funzionalità polmonare e la progressione della FPI. In modelli animali, l’attività anti-fibrotica di nintedanib ha dimostrato di essere indipendente dalla causa della malattia polmonare fibrosante.

Nintedanib è un farmaco approvato per il trattamento della fibrosi polmonare idiopatica.

«Boehringer Ingelheim resta impegnata nella ricerca sulla FPI per offrire ulteriori progressi clinici a coloro che soffrono di questa grave malattia – ha dichiarato Susanne Stowasser, Global Team Lead Medicina, Interstiziopatie Polmonari, Area Terapeutica Respiratoria di Boehringer Ingelheim Pharma GmbH & Co KG – Sulla base dei nostri recenti progressi clinici continuiamo le nostre attività di ricerca e sviluppo e le estendiamo anche ad altre malattie interstiziali polmonari fibrosanti, per rispondere ai forti bisogni ancora insoddisfatti di coloro che sono colpiti da queste patologie».

Nintedanib, infatti, è in studio

  • come terapia della sclerosi sistemica, con malattia interstiziale polmonare (SSc-ILD) associata,
  • nella Malattia Interstiziale Polmonare Progressiva Fibrosante (PF-ILD).

È, inoltre, completato il primo studio di Fase IV, post-approvazione di nintedanib, come trattamento della FPI. I risultati di questo studio aggiungeranno ulteriori evidenze sulla sicurezza e tollerabilità del farmaco in associazione a pirfenidone. I risultati dello studio randomizzato di 12 settimane INJOURNEY® verranno presentati in occasione di un prossimo Congresso medico internazionale.

I rispettivi abstract si trovano nel programma online.

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Il mercato dei generici equivalenti nel primo trimestre 2017

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Dall’aggiornamento trimestrale sui trend del mercato dei generici equivalenti nel primo trimestre 2017 in Italia pubblicato da Assogenerici emerge che:

  • i farmaci generici equivalenti totalizzano il 20,88% del totale mercato a volumi,
  • il 52,56% è detenuto dai brand a brevetto scaduto,
  • le specialità sotto brevetto coprono il 26,56% dei consumi.
Mercato dei generici equivalenti nel primo trimestre 2017: consumi in crescita nel canale farmacia, in gennaio-marzo equivalenti a + 2,8% rispetto al 2016
Mercato dei generici equivalenti nel primo trimestre 2017: consumi in crescita nel canale farmacia, in gennaio-marzo equivalenti a + 2,8% rispetto al 2016

Cresce, anche se lentamente, il consumo degli equivalenti che guadagna uno 2,8% nei consumi in classe A del canale farmacia rispetto al primo trimestre del 2016.

Il dato emerge dal Report trimestrale sui trend del mercato dei generici equivalenti nel primo trimestre 2017 in Italia, realizzato dal Centro Studi di Assogenerici. Questo assegna ai generici equivalenti il 20,88% del totale del mercato farmaceutico a volumi nel canale delle farmacie aperte al pubblico (11,6% a valori).

Complessivamente, il mercato dei generici equivalenti vale 1,5 miliardi (in prezzi ex factory), con un giro d’affari concentrato essenzialmente in classe A (1,17 miliardi; 77% del totale della spesa per farmaci generici).

Dal punto di vista dei volumi, sempre in classe A, i generici equivalenti rappresentano a unità l’88,9% del mercato complessivo di settore.

Dall’analisi realizzata da Assogenerici sul trend dei consumi nei primi tre mesi del 2017, pur nella generale stagnazione dei consumi farmaceutici emerge una performance comunque positiva degli equivalenti nel canale farmacia. Essa si chiude con:

  • +1,9% a unità,
  • +4% a valori,

a fronte di segnali di retrocessione dei restanti segmenti del mercato farmaceutico.

Il fattore a maggiore incidenza su questi trend è rappresentato dalle immissioni in commercio di nuovi farmaci generici equivalenti a seguito delle recenti scadenze brevettuali.

L’analisi sulla segmentazione del mercato a volumi nel canale farmacia evidenzia che:

  • i generici equivalenti totalizzano ancora il 20,88%,
  • il 52,56% è detenuto dai brand a brevetto scaduto,
  • le specialità sotto brevetto coprono il 26,56% dei consumi.

Ammonta invece al 14%, sempre nel mercato farmacia, la quota del mercato totale a valori totalizzata dagli equivalenti. I brand sotto brevetto e a brevetto scaduto si spartiscono a pari merito il restante 86%.

Con riferimento ai soli consumi off patent, i generici equivalenti assorbono invece il 28% del mercato a volumi del canale farmacia contro il 72% detenuto dai brand a brevetto scaduto.

I consumi in classe A nel primo trimestre 2017

Nel dettaglio, i consumi in classe A hanno fatto registrare, nel periodo gennaio-marzo 2017 rispetto allo stesso periodo del 2016:

  • crescita (+0,7%) delle confezioni rimborsate dal SSN,
  • flessione (-2,7%) delle confezioni relative ai prodotti ancora coperti da brevetto,
  • crescita (+2,8%) dei generici equivalenti.

Coerentemente, il dato a valori evidenzia:

  • crescita del 2,3% della spesa rimborsata da SSN nel canale farmacia,
  • flessione dello 0,8% per i prodotti ancora coperti da brevetto,
  • crescita del 5,6% per il segmento dei generici-equivalenti.  

L’analisi dei consumi per area geografica fa emergere che il consumo degli equivalenti si concentra soprattutto al Nord (34,5% a unità; 27,7% a valori), mentre risultano distanziati il Centro (25,2%; 17,6%) e il Sud Italia (20,1%; 13,8%). In particolare, a guidare la classifica dei consumi di equivalenti è la Provincia Autonoma di Trento (40,9% sul totale delle unità dispensate Ssn nel periodo gennaio-marzo), seguita dalla Lombardia (36,9%) e dall’Emilia Romagna (34,4%). Fanalino di coda Calabria (18,2%), Basilicata (18,3%), Campania e Sicilia (19,8%).

Il totale del differenziale di prezzo pagato dal cittadino nel periodo gennaio-marzo 2017 per ottenere il farmaco brand invece del generico ammonta a 286 milioni di €.

Recordati acquisisce da Astrazeneca i diritti europei dei prodotti a base di metoprololo

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Astrazeneca ha ceduto a Recordati i diritti europei dei prodotti a base di metoprololo succinato.

Recordati acquisisce da Astrazeneca i diritti europei dei prodotti a base di metoprololo succinato Seloken, Seloken ZOC e Logimax
Recordati acquisisce da Astrazeneca i diritti europei dei prodotti a base di metoprololo succinato Seloken, Seloken ZOC e Logimax

Recordati annuncia la firma di un accordo con AstraZeneca per l’acquisizione dei diritti europei che riguardano i prodotti Seloken®/Seloken® ZOK (metoprololo succinato) e la combinazione fissa Logimax® (metoprololo succinato e felodipina).

Le vendite complessive in Europa nel 2016 dei prodotti oggetto della transazione sono state di circa € 100 milioni.

Il corrispettivo per l’acquisizione dei diritti è di $ 300 milioni (circa € 270 milioni). Sarà interamente finanziato con la liquidità e linee di credito disponibili.

«Siamo molto soddisfatti dell’accordo firmato con AstraZeneca per l’acquisizione dei  diritti dei loro prodotti a base di metoprololo in Europa – ha dichiarato Andrea Recordati, vice presidente e amministratore delegato. – Il metoprololo è un farmaco ampiamente utilizzato in tutti i paesi europei e la quota di mercato ottenuta dai marchi AstraZeneca ci permetterà di rinforzare il portafoglio prodotti delle nostre filiali, in particolare in Polonia, Francia e Germania. Inoltre, le attuali vendite dei prodotti acquisiti ci forniscono anche una base per accedere a nuovi mercati e completare la nostra presenza in tutti i paesi europei».

«Recordati ha grande esperienza nella commercializzazione di farmaci per malattie cardiovascolari con un ampio portafoglio di farmaci per il trattamento dell’ipertensione e di patologie correlate oltre a una consolidata rete di informatori medico scientifici nei mercati europei. Questa significativa espansione del nostro portafoglio rafforzerà la nostra posizione nel mercato europeo e contribuirà a un ulteriore incremento della nostra redditività» – conclude Andrea Recordati.

Metoprololo succinato

Metoprololo succinato è un beta-bloccante indicato principalmente per:

  • controllo dell’ipertensione,
  • angina pectoris,
  • disturbi cardiaci funzionali con palpitazioni,
  • insufficienza cardiaca,
  • disturbi del ritmo cardiaco,
  • trattamento di mantenimento in seguito all’infarto miocardico.

Pertuzumab per il carcinoma mammario in fase iniziale HER2+

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Lo studio APHINITY valuta l’efficacia di pertuzumab nella riduzione del rischio di recidiva nel carcinoma mammario in fase iniziale HER2-positivo.

Lo studio Aphinity ha confrontato pertuzumab a trastuzumab e chemioterapia nel trattamento in adiuvante rispetto alla terapia standard con trastuzumab e chemioterapia
Lo studio Aphinity ha confrontato pertuzumab + trastuzumab e chemioterapia nel trattamento adiuvante con trastuzumab e chemioterapia (terapia standard)

Roche, Breast International Group (BIG), Breast European Adjuvant Study Team (BrEAST) e Frontier Science Foundation (FS) hanno annunciato in occasione del 53° congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago, i risultati dello studio di fase III APHINITY. Questi evidenziano che il trattamento adiuvante (dopo chirurgia) con l’associazione di pertuzumab, trastuzumab e chemioterapia riduce significativamente il rischio di recidiva del carcinoma mammario o di morte nelle donne con tumore in fase iniziale (eBC) HER2-positivo rispetto allo standard terapeutico costituito da trastuzumab e chemioterapia.

Il carcinoma mammario HER2-positivo è una forma tumorale aggressiva che colpisce circa una donna su cinque tra quelle con il tumore alla mammella. Nonostante i progressi sin qui compiuti nel trattamento dell’eBC HER2-positivo, una paziente su quattro tra quelle trattate con trastuzumab e chemioterapia andrà incontro nel lungo termine a una recidiva. Il trattamento precoce del carcinoma mammario prima della sua diffusione, potrebbe contribuire a prevenire la ricomparsa della malattia e potenzialmente impedire che la stessa raggiunga uno stadio avanzato. La terapia adiuvante viene somministrata dopo la chirurgia e ha l’obiettivo di eliminare eventuali cellule neoplastiche residue in modo di ridurre il rischio di recidiva.

«Scopo del trattamento adiuvante è permettere a tutti i pazienti oncologici di disporre delle migliori possibilità di cura. Ogni progresso compiuto rappresenta un passo avanti verso tale obiettivo – ha dichiarato Sandra Horning, M.D., Chief Medical Officer e Head of Global Product Development. – Nello studio APHINITY, il regime a base di pertuzumab ha evidenziato un ulteriore miglioramento rispetto agli importanti risultati già raggiunti con trastuzumab nelle donne con carcinoma mammario in fase iniziale HER2-positivo. Stiamo lavorando con le autorità sanitarie internazionali per mettere a disposizione dei pazienti, prima possibile, questa opzione terapeutica».

Gunter von Minckwitz, M.D., coordinatore dello studio per il gruppo BIG, i partner accademici della sperimentazione e presidente del German Breast Group, ha aggiunto «Lo studio APHINITY rappresenta l’ennesimo esempio che testimonia l’importanza della collaborazione tra industria e accademia, che risulta fondamentale per il progredire delle terapie antitumorali e per chi è colpito da questa malattia complessa. Con un follow-up mediano all’analisi primaria di 45,4 mesi, i dati preliminari risultano estremamente incoraggianti. Considerando che i pazienti continueranno ad essere seguiti per 10 anni, ci auguriamo che le prossime analisi ci forniscano maggiori informazioni sul ruolo svolto dal regime a base di pertuzumab nel carcinoma mammario in fase iniziale HER2-positivo».

Lo studio APHINITY sul trattamento adiuvante con pertuzumab per il carcinoma mammario in fase iniziale HER2+

APHINITY (Adjuvant Pertuzumab and Herceptin IN Initial TherapY in Breast Cancer) consiste in uno studio internazionale di fase III, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo e a due bracci, disegnato per valutare l’efficacia e la sicurezza di pertuzumab + trastuzumab e chemioterapia rispetto a trastuzumab e chemioterapia come terapia adiuvante in 4.805 pazienti affette da eBC HER2-positivo operabile.

Le pazienti arruolate nello studio sono state sottoposte a un intervento chirurgico e randomizzate al trattamento, in uno dei due bracci (in rapporto 1:1), con:

  • sei-otto cicli di chemioterapia (regime a base o meno di antracicline) con pertuzumab e trastuzumab, seguiti da pertuzumab e trastuzumab ogni tre settimane per un totale di un anno (52 settimane) di trattamento.
  • sei-otto cicli di chemioterapia (regime a base o meno di antracicline) con placebo e trastuzumab, seguiti da placebo e trastuzumab ogni tre settimane per un totale di un anno (52 settimane) di trattamento.

Al termine della chemioterapia adiuvante, era possibile effettuare la radioterapia e/o una terapia endocrina. Nelle donne affette da malattia positiva per i recettori ormonali, arruolate nello studio APHINITY è stata raccomandata la somministrazione della terapia endocrina, per almeno cinque anni dopo il completamento della chemioterapia adiuvante. Lo studio APHINITY ha ammesso l’utilizzo di diversi regimi chemioterapici standard e sono state incluse sia pazienti affetti da malattia con linfonodi positivi sia a quelli con linfonodi negativi.

L’endpoint primario di efficacia dello studio APHINITY è l’iDFS, ovvero, ai fini della sperimentazione, il tempo di sopravvivenza dei pazienti senza ricomparsa di carcinoma mammario invasivo in qualsiasi sede o decesso per qualunque causa dopo il trattamento adiuvante.

Gli endpoint secondari includono sicurezza cardiaca e globale, sopravvivenza globale, sopravvivenza libera da malattia e qualità della vita correlata alla salute.

I risultati dello studio APHINITY

L’associazione di pertuzumab, trastuzumab e chemioterapia come trattamento adiuvante (dopo chirurgia) riduce del 19% il rischio di recidiva del carcinoma mammario o di morte (sopravvivenza libera da malattia invasiva; iDFS) nelle donne con tumore in fase iniziale (eBC) HER2+ rispetto allo standard terapeutico costituito da trastuzumab e chemioterapia (HR=0,81; 95% CI 0,66-1,00, p=0,045).

A tre anni, il 94,1% delle donne che hanno ricevuto il regime a base di pertuzumab non ha evidenziato alcuna ricomparsa del carcinoma mammario, contro il 93,2% delle pazienti trattate con trastuzumab e chemioterapia.

Al momento dell’analisi primaria, con un follow-up mediano di 45,4 mesi, la riduzione del rischio di carcinoma mammario invasivo ricorrente con il regime a base di pertuzumab si è rivelato superiore nelle donne affetti da malattia con linfonodi positivi (HR=0,77; 95% CI 0,62-0,96, p=0,019) o negativa per i recettori ormonali (HR=0,76; 95% CI 0,56-1,04, p=0,085).

A tre anni, tra le pazienti con malattia con linfonodi positivi, il 92,0% dei pazienti sottoposti al regime a base di pertuzumab non ha evidenziato alcuna ricomparsa del carcinoma mammario, contro il 90,2% delle pazienti trattate con trastuzumab e chemioterapia. I tassi di iDFS nel sottogruppo con malattia negativa per i recettori ormonali, si sono attestati al 92,8% nel braccio sottoposto al regime a base di pertuzumab e al 91,2% nel braccio trattato con trastuzumab e chemioterapia.

Il profilo di sicurezza del regime a base di pertuzumab è risultato in linea con quello osservato negli studi precedenti, con una bassa incidenza di eventi cardiaci e nessun nuovo evento da segnalare.

Il numero di eventi in entrambi i bracci di trattamento, è risultato basso nelle pazienti affette da malattia con linfonodi positivi, mentre in questa fase con il regime a base di pertuzumab non è stato osservato alcun beneficio.

Risultati parziali a quattro anni

In base ai dati parziali a quattro anni dell’analisi primaria, disponibili al momento, una stima dell’iDFS ha dimostrato che il 92,3% delle donne sottoposte al regime a base di pertuzumab non ha evidenziato alcuna ricomparsa del carcinoma mammario, contro il 90,6% dei pazienti trattati con trastuzumab e chemioterapia. Tale risultato indica l’importanza di condurre ulteriori analisi con un follow-up più prolungato, in modo da ottenere maggiori informazioni su questo trattamento.

I risultati dello studio APhinity sono oggetto di una pubblicazione sul New England Journal of Medicine.

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Chenodeoxycholic Acid Leadiant per la CTX

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L’EMA concede l’AIC di Chenodeoxycholic Acid Leadiant per i difetti congeniti nella sintesi degli acidi biliari dovuti a deficit di sterol-27-idrossilasi che si presenta sotto forma di xantomatosi cerebrotendinea (CTX).

L’EMA concede l’AIC di Chenodeoxycholic Acid Leadiant
L’EMA concede l’AIC di Chenodeoxycholic Acid Leadiant

Leadiant GmbH, un’affiliata di Leadiant Biosciences Limited e da quest’ultima interamente controllata, ha ricevuto dalla Commissione Europea l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio per Chenodeoxycholic Acid Leadiant per il trattamento dei difetti congeniti nella sintesi degli acidi biliari dovuti a deficit di sterol-27-idrossilasi che si presenta sotto forma di xantomatosi cerebrotendinea (CTX) nei neonati, nei bambini e negli adolescenti di età compresa tra 1 mese e 18 anni e negli adulti.

Chenodeoxycholic Acid Leadiant è presente nel registro comunitario dei farmaci orfani. La designazione di farmaco orfano assicura a questo prodotto un’esclusiva commerciale di 10 anni per l’indicazione autorizzata.

La domanda di Autorizzazione all’Immissione in Commercio è stata supportata dai risultati di due studi clinici retrospettivi, condotti in altrettanti centri europei specializzati nel trattamento della CTX, uno nei Paesi Bassi e uno in Italia. Entrambi gli studi hanno dimostrato il miglioramento o la normalizzazione  delle anomalie biochimiche, nonché – nella maggior parte dei pazienti – la risoluzione, il miglioramento o la stabilizzazione dei segni e dei sintomi della malattia.

Gli effetti indesiderati osservati con Chenodeoxycholic Acid Leadiant sono costipazione e valori epatici anomali; la frequenza di tali effetti non può tuttavia essere stimata in modo attendibile sulla base dei limitati dati disponibili. In ogni caso si è trattato di eventi di gravità da lieve a moderata e di scarsa persistenza.

«L’autorizzazione per Chenodeoxycholic Acid Leadiant determinerà la sua regolare disponibilità per i soggetti con CTX, e rappresenta un passo necessario per garantire l’accesso dei pazienti europei a questo trattamento – ha affermato Antonio Gama da Silva, managing director di Leadiant GmbH e CEO di Leadiant Biosciences Ltd. – A questo scopo, Leadiant collaborerà con le associazioni di pazienti, gli operatori sanitari e le autorità regolatorie».

La xantomatosi cerebrotendinea (CTX)

La CTX è una malattia rara ereditaria caratterizzata da un difetto della sintesi degli acidi biliari. Questo determina un progressivo declino neurologico, con grave compromissione motoria e cognitiva e neuropatia periferica. Tali condizioni esercitano un impatto significativo sull’aspettativa e sulla qualità della vita del paziente. Questa patologia è anche associata a manifestazioni non neurologiche, che includono colestasi neonatale, diarrea e cataratta giovanile.

Si ritiene che in Europa le persone affette da CTX siano in totale 200 [fonte: Orphanet E. Rare diseases in numbers].

Cariprazina per la schizofrenia

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Il CHMP dell’EMA ha espresso parere positivo alla commercializzazione di Cariprazina per la schizofrenia.

Il CHMP dell'EMA ha espresso parere favorevole all'AIC di cariprazina per la schizofrenia
Il CHMP dell’EMA ha espresso parere favorevole all’AIC di cariprazina per la schizofrenia

Gedeon Richter annuncia che il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha adottato un parere positivo sull’antipsicotico cariprazina per il trattamento della schizofrenia nei pazienti adulti.

La richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio era stata sottoposta all’EMA nel marzo 2016.

Il parere favorevole del CHMP si basa sui i risultati di tre studi clinici a breve termine vs, placebo condotti su oltre 1.800 pazienti e di un trial a lungo termine. Gli endpoint di efficacia dello  studio erano:

  • la valutazione della gravità dei sintomi della schizofrenia ottenuta misurando il punteggio totale della PANSS (Positive and Negative Syndrome Scale) attraverso la fluttuazione rispetto alla linea di base della scala,
  • gli intervalli di tempo per avere una ricaduta.

Cariprazina

Cariprazina è un agonista parziale dei recettori D3/D2 della dopamina (con affinità maggiore per i D3) e dei recettori 5-HT1A della serotonina. Il farmaco, in monosomministrazione orale giornaliera, è stato sviluppato da Gedeon Richter per il trattamento della mania nel disturbo bipolare e della schizofrenia in collaborazione con Allergan (già Forest/Actavis). È stato approvato dalla FDA per entrambe le indicazioni nel 2015 e lanciato sul mercato statunitense nel marzo 2016 con il marchio VraylarTM.

Nel mese di agosto 2016, Gedeon Richter e Recordati hanno siglato un accordo di licenza esclusiva per la commercializzazione di cariprazina in Europa Occidentale, Algeria, Tunisia e Turchia.

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