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Paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale per la schizofrenia in arrivo in Italia

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In occasione del 25° Congresso della European Psychiatric Association (Firenze, 2 – 4 aprile 2017) sono stati illustrati i progressi della ricerca nel trattamento e nella gestione delle malattie psichiatriche, in particolare i benefici dei farmaci LAI, come paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale per la schizofrenia in arrivo in Italia.

Paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale per la schizofrenia in arrivo in Italia ha dimostrato di migliorare l'aderenza alla terapia
Paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale per la schizofrenia in arrivo in Italia ha dimostrato di migliorare l’aderenza alla terapia

Paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale

Il paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale sarà prossimamente disponibile in Italia. È stato approvato dalla CE per il trattamento della schizofrenia nei pazienti adulti in condizioni clinicamente stabili con paliperidone palmitato a somministrazione mensile.

La nuova terapia trimestrale è frutto dell’impegno in ricerca & sviluppo di Janssen, azienda farmaceutica di Johnson & Johnson.

«La novità terapeutica è frutto di un impegno costante dell’azienda in ricerca e sviluppo, con l’obiettivo di offrire soluzioni che rendano la vita migliore al paziente. Non ci siamo mai fermati, da 60 anni a questa parte, nel perseguire un progressivo miglioramento che, passo dopo passo e anno dopo anno, porti a risultati concreti. L’area salute mentale ne è un chiaro esempio: nel punto da cui siamo partiti c’era una situazione in cui questi malati venivano isolati e rinchiusi in manicomi, ora siamo arrivati a parlare di una terapia di 4 volte l’anno. Janssen ha avuto un ruolo centrale in questa rivoluzione», ha commentato Massimo Scaccabarozzi, presidente e amministratore delegato Janssen Italia.

Gli studi su paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale

L’autorizzazione all’immissione in commercio di paliperidone palmitato a iniezione trimestrale è basata su due studi di Fase III.

Il primo è stato uno studio randomizzato, multicentrico, in doppio-cieco, controllato con placebo, per la prevenzione delle ricadute in più di 500 persone con schizofrenia.

Il secondo è stato uno studio randomizzato, multicentrico, in doppio-cieco che ha messo a confronto l’efficacia e la sicurezza di paliperidone palmitato a iniezione trimestrale rispetto alla somministrazione mensile.

Paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale ha dimostrato di essere altrettanto efficace della rispettiva formulazione mensile nella prevenzione delle ricadute e non è stato associato a nuovi o inattesi segnali di sicurezza.

Gli effetti indesiderati osservati più frequentemente e riportati in ≥ 5% di pazienti nei due studi controllati in doppio-cieco di paliperidone palmitato a iniezione trimestrale sono stati:

  • aumento del peso,
  • infezioni del tratto respiratorio,
  • ansia,
  • mal di testa,
  • insonnia,
  • reazione nella sede d’iniezione.

L’approvazione da parte della Commissione Europea risale a maggio 2016 ed è stata conseguente al parere positivo del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) che ha raccomandato l’approvazione di paliperidone palmitato a somministrazione trimestrale. Questa approvazione consente la commercializzazione di paliperidone palmitato a iniezione trimestrale negli Stati Membri dell’Unione Europea e nei Paesi dello Spazio Economico Europeo (Norvegia, Islanda e Liechtenstein).

Il vantaggio dei farmaci a rilascio prolungato per i pazienti e per i caregiver

I farmaci LAI (long acting injectables) hanno contribuito a modificare la terapia antipsicotica aprendo la strada alla liberazione dal pensiero della malattia e delle ricadute che colpiscono la gran parte delle persone con schizofrenia.

«La disponibilità di strumenti avanzati e integrati correttamente, può consentirci di puntare a obiettivi impensabili fino a qualche decennio fa» – spiega Silvana Galderisi, presidente della European Psychiatric Association (EPA).

«Oggi le prospettive e l’orizzonte dei pazienti si allargano significativamente con l’arrivo della prima terapia trimestrale di paliperidone palmitato – spiega Andrea Fagiolini, professore ordinario di Psichiatria, Università degli Studi di Siena – una somministrazione limitata a sole quattro volte l’anno, un vero e proprio “respiro di aria fresca” per i pazienti e per gli stessi medici, sempre più liberi dal pensiero della terapia, della non aderenza e delle possibili ricadute. Con la nuova terapia trimestrale il periodo libero dall’obbligo di assumere il farmaco antipsicotico triplica rispetto ai LAI già disponibili e moltiplica di ben 90 volte rispetto alle terapie orali, pur garantendo una capacità almeno equivalente nel mantenere il paziente libero da ricadute e aprendo in questo modo un’opportunità maggiore per programmare, recuperare le dinamiche sociali e ricostruire i legami affettivi».

«Nel caso dei disturbi mentali gravi, il ruolo di caregiver è solitamente assunto da un familiare, ma anche dagli operatori psichiatrici, i quali svolgono un ruolo essenziale nel percorso di cura del paziente – spiega Andrea Fiorillo, professore Dipartimento di Psichiatria, Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. – I familiari, in relazione al ruolo di supporto e assistenza continua, riportano molto spesso di sentirsi “sovraccarichi”, di non avere tempo da dedicare ai propri hobby e ai propri interessi, e di sentirsi in colpa per la situazione del congiunto. La possibilità di utilizzare farmaci a rilascio prolungato, con una somministrazione di 4 volte l’anno, potrà avere un impatto positivo anche sui caregiver riducendo il carico familiare e, quindi, il rischio di conflitti e problemi, soprattutto per quanto riguarda l’impegno quotidiano nel dover ricordare l’assunzione della terapia».

La diffusione delle malattie psicotiche

A essere cambiati, in questi anni, non sono solo le strategie terapeutiche ma lo stesso volto della malattia psicotica, malattia sempre più giovane. Diminuisce l’età media alla quale i pazienti arrivano dallo psichiatra, perché la patologia viene diagnosticata sempre più precocemente, indice in parte di una maggiore accettazione del concetto di malattia mentale da parte delle famiglie e della società, ma anche a causa di alcuni fattori esterni che ne anticipano l’esplosione: il consumo di sostanze stupefacenti in primis, ma anche il ritmo di vita frenetico, l’esposizione continua a stimoli diversi, il bombardamento mediatico, l’incitamento alla violenza, che aprono la porta ad una malattia probabilmente già presente, ma che in altre condizioni non necessariamente si sarebbe manifestata così precocemente.

«Per affrontare il percorso terapeutico di questi giovani pazienti, è fondamentale tener presente che una più lunga durata di malattia non trattata in soggetti schizofrenici è stata associata a una più lunga degenza ospedaliera, a più alti tassi di ospedalizzazione nel lungo periodo e a una più importante disabilità. Quindi è preferibile trattare la malattia prima possibile, evitando la degenerazione e il peggioramento. Uno studio retrospettivo con 21.492 pazienti affetti da schizofrenia ha mostrato come la terapia di lungo periodo con i farmaci antipsicotici (non con benzodiazepine) sia associata a un minor tasso di mortalità generale e suicidio, rispetto a nessun trattamento» – commenta Carlo Altamura, direttore Clinica Psichiatrica Università degli Sudi di Milano e Unità operativa di Psichiatria Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e presidente Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINPF).

«Secondo le stime dell’OMS, più di 21 milioni di persone al mondo soffrono di schizofrenia; in Italia sono circa 300.000, secondo uno studio condotto con la collaborazione dell’Università di Tor Vergata. Da tenere presente che le persone affette da schizofrenia hanno una mortalità più del doppio rispetto alla popolazione generale – commenta Alberto Siracusano, professore ordinario di Psichiatria, Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Direttore U.O.C. Psichiatria e Psicologia Clinica Fondazione Policlinico Tor Vergata.

«La schizofrenia nel nostro Paese ha un forte impatto economico: il costo totale generato da costi diretti e indiretti è pari a circa 2,7 miliardi di euro. Di questi circa il 50,5%, è costituito da costi indiretti, non direttamente imputabili alla patologia, mentre solo il restante 49,5% è generato da costi diretti, ovvero i costi di ospedalizzazione (compresa la residenzialità e l’assistenza domiciliare), della terapia farmacologica e degli altri trattamenti. È interessante notare che tra i costi diretti, il trattamento farmacologico pesa solo per il 10%, mentre l’80% circa è dato dai costi di ospedalizzazione, residenzialità e assistenza domiciliare» – continua Alberto Siracusano.

La schizofrenia comporta un’enorme sofferenza: la distorsione della percezione compromette la capacità mentale e il senso di individualità della persona, la sua risposta affettiva e la capacità di riconoscere la realtà, di comunicare e di relazionarsi con gli altri.

Il recupero dei pazienti con schizofrenia

«La terapia trimestrale è un passo avanti non solo per la qualità di vita ma anche dal punto di vista clinico, perché l’aderenza al trattamento, favorita da una terapia di 4 somministrazioni all’anno, può diminuire il tasso di ricadute, come dimostrano gli studi clinici effettuati. E questo è vero soprattutto se il trattamento viene iniziato tempestivamente dopo la diagnosi» – spiega Andrea Fagiolini.

«Ogni nuovo episodio psicotico infatti aumenta il rischio di episodi successivi – continua Andrea Fagiolini. – Le ricadute rappresentano il problema principale nella gestione della malattia psicotica, verificandosi nella gran parte dei pazienti. Instaurare precocemente una terapia adeguata può migliorare la gestione della malattia e diminuire il tasso di ricadute: i sintomi della schizofrenia possono essere arginati fin dalla diagnosi grazie a terapie sempre più efficaci e maneggevoli come i LAI, che attualmente vengono utilizzati già all’inizio del percorso di trattamento per aumentare le chances di una vita normale per i pazienti».

«Il recupero del paziente con schizofrenia è diventato nel corso degli ultimi anni un elemento sempre più importante per noi psichiatri e prima ancora per i pazienti – spiega Silvana Galderisi, professore ordinario di Psichiatria, Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e presidente della European Psychiatric Association (EPA). – Nell’arco dell’ultimo decennio abbiamo fatto un percorso migliorativo di cura, che ha coinvolto medici, pazienti e familiari e che, da un approccio clinico in cui si affrontavano solo gli effetti devastanti delle fasi acute della malattia, ci ha condotto gradualmente alla situazione attuale in cui si cerca di perseguire il reinserimento della persona nel suo ambiente socio-familiare».

«L’integrazione passa attraverso molteplici fattori connessi tra loro ma tutti essenziali per il restituire un significato pieno alla vita del paziente: la resilienza, la consapevolezza sociale, la lotta contro lo stigma, le capacità funzionali. Naturalmente la stabilità delle condizioni cliniche del paziente è un fattore indispensabile per la continuità e la completezza dei percorsi di reinserimento – continua Silvana Galderisi. – Pertanto la disponibilità di trattamenti farmacologici che migliorano l’aderenza alla cura rappresenta un importante tassello della strada per il recupero. I farmaci long-acting sono certamente un presidio importante in tal senso e uno schema di terapia che prevede 4 somministrazioni in un anno può essere gradito a molte persone, semplificare questo aspetto della cura e rispondere a svariate esigenze».

Il progetto Triathlon

«Il reinserimento del paziente è la direzione ideale verso cui rivolgere il percorso di cura delle malattie psicotiche – spiega Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano e Presidente Società Italiana di Psichiatria (SIP) – e con questo obiettivo, un anno fa è stato lanciato in Italia il progetto Triathlon promosso dalle quattro principali Società scientifiche in Psichiatria, (SIP, SIPB, SINPF, SOPSI), Fondazione Progetto ITACA, ONDA, FITRI (Federazione Italiana Triathlon) e Janssen. Si tratta di un progetto innovativo studiato per coinvolgere quei pazienti, specialmente proprio i giovani, che hanno bisogno di una “rete” che li accompagni in un percorso di lungo periodo non solo clinico, ma anche sociale e cognitivo. Una rete che coinvolga, recuperi e riabiliti».

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Sclerosi multipla e osteoporosi

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Scoperto un importante legame, finora ipotizzato, tra la sclerosi multipla e osteoporosi. Negli ultimi studi, infatti, si è confermata una maggior incidenza di fratture, specie agli arti inferiori, rispetto a soggetti di pari età. Questo fatto non è legato soltanto al maggior rischio di caduta, secondario alle problematiche neurologiche, ma anche a una netta riduzione della massa ossea e, quindi, a una maggiore fragilità, una osteoporosi vera e propria.

Gli studi hanno evidenziato il legame tra sclerosi multipla e osteoporosi: confermata una maggior incidenza di fratture rispetto a soggetti di pari età senza SM
Carlo Cisari, incoming president di SIRN, spiega il legame tra sclerosi multipla e osteoporosi

«Ciò pare dipendere dalla riduzione sostanziale dell’attività fisica – dichiara Carlo Cisari, incoming president di SIRN e direttore S.C. Medicina Fisica e Riabilitativa  dell’AOU “Maggiore della Carità” di Novara – dalla ridotta concentrazione nel sangue di vitamina D e, molto probabilmente, anche da fattori neuro-infiammatori che inducono un aumento della degradazione dell’osso. Ne consegue la necessità di prendere in considerazione il rischio osteoporosi in tutti i pazienti con sclerosi multipla, anche se giovani e in discrete condizioni neurologiche e di impostare idoneo trattamento se del caso».

Se ne è parlato a Pisa in occasione del 17° Congresso Nazionale della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica – SIRN, (Palazzo dei Congressi, 7 – 8 aprile 2017), presieduto da Caterina Pistarini direttore Istituti Clinici Scientifici Maugeri Genova Nervi. Al centro dell’attenzione dei 500 specialisti intervenuti al Congresso, ictus, robotica, disabilità.

«Si va dalle neuroscienze alle abilità cliniche dichiara Caterina Pistarini.  Sono tematiche strettamente legate anche all’esperienza dell’Università di Pisa, che ha sempre dato un grande impulso alle attività di neuroriabilitazione della Società».

Diffusione della sclerosi multipla

In tutto il mondo soffrono di sclerosi multipla 2,5 milioni di persone, delle quali circa 600 mila in Europa. In Italia si contano 180 casi ogni 100 mila abitanti, per un totale di 108mila casi.

La malattia  esordisce prevalentemente nei giovani adulti (20-40 anni) nei quali rappresenta, dopo i traumi cranio-spinali da incidenti stradali, la malattia neurologica invalidante più frequente.

«Negli ultimi anni  è possibile  anticipare notevolmente la diagnosi e aumentare così l’aspettativa di vita dei pazienti  aggiunge Maria Grazia Grasso, direttore Neuroriabilitazione 5 presso la Fondazione Santa Lucia di Roma  ma diversi  studi hanno anche evidenziato un aumento della prevalenza della malattia negli ultimi 20 anni. Difficile dire cosa avverrà in futuro perché al momento non è possibile intervenire sulla causa della malattia stessa, non ancora chiaramente identificata».

rischi di contrarre la malattia possono essere legati a particolari aspetti ambientali e genetici. Per esempio il Nord Europa ha una prevalenza di malattia più alta rispetto al Sud Europa. Le persone di colore hanno una minor frequenza di malattia rispetto ai Caucasici.

«L’equilibrio è una funzione molto spesso colpita dalla malattia, che può comportare difficoltà nella deambulazione e nella stazione eretta. Tende ad essere un sintomo che progredisce con il progredire della malattia e viene considerato tra i più disabilitanti, perché purtroppo i trattamenti farmacologici e riabilitativi a nostra disposizione non hanno evidenza di  efficacia»  conclude Maria Grazia Grasso.

Vitamina D e sclerosi multipla

«Per quanto riguarda la vitamina D si è constatato una sua carenza nei pazienti con Sclerosi Multipla, per cui è sempre necessario dosarla e correggere farmacologicamente la sua carenza  spiega Carlo Cisari. La vitamina D, agli studi attuali, non deve essere somministrata come vera e propria cura della SM».

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Disponibile in Italia blinatumomab per la leucemia linfoblastica acuta

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In regime di rimborsabilità, è disponibile in Italia blinatumomab per la leucemia linfoblastica acuta (LLA) da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria, negativa per il cromosoma Philadelphia.

Disponibile in Italia blinatumomab per la leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria Ph-
Disponibile in Italia blinatumomab per la LLA da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria Ph-. Blinatumomab si lega contemporaneamente alle cellule T del sistema immunitario e alle cellule B maligne

Blinatumomab è un anticorpo monoclonale bispecifico che si lega contemporaneamente alle cellule T del sistema immunitario e alle cellule B maligne grazie al sistema BiTE.

Il trattamento della leucemia linfoblastica acuta con blinatumomab, rispetto alla chemioterapia standard, ha permesso di raggiungere:

  • percentuali più elevate di remissione completa della malattia,
  • sopravvivenza globale (OS) raddoppiata,
  • minori eventi avversi.

Il nuovo farmaco, rimborsato anche in Italia, è approvato per il trattamento di adulti affetti da leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria negativa per il cromosoma Philadelphia.

La leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria negativa per il cromosoma Philadelphia

Si tratta di una patologia estremamente rara e molto aggressiva.

«Nei pazienti adulti si registrano circa 7-10 nuovi casi all’anno per milione di abitanti; per questo motivo la leucemia acuta linfoblastica dell’adulto è da considerare una malattia rara  – dichiara Alessandro Rambaldi, direttore dell’Unità Strutturale Complessa di Ematologia, Azienda ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo. – Negli Stati Uniti, per esempio, nel corso del 2015 il numero di casi stimati è stato di circa 6.000. In Europa e in Italia i dati di incidenza sono del tutto analoghi e quindi la stima di nuovi casi di pazienti adulti nel nostro paese è di circa 300 nuovi casi all’anno. Questa leucemia insorge nel midollo osseo all’interno del compartimento delle cellule staminali emopoietiche».

«In particolare, – specifica Alessandro Rambaldi – il processo di trasformazione tumorale colpisce un progenitore preposto alla produzione di cellule linfatiche (i linfociti B o T). La trasformazione tumorale di queste cellule avviene di solito in modo rapido ed è dovuta allo sviluppo di alterazioni acquisite del DNA che provocano un blocco della normale maturazione della cellula midollare. Per questa ragione queste cellule trasformate non sono più in grado di dare origine a linfociti maturi e progressivamente si accumulano nel midollo osseo, portando ad una destrutturazione di tutta la sua funzione».

Blinatumomab per la leucemia linfoblastica acuta

Blinatumomab (Blincyto®), capostipite di una nuova classe di immunoterapiciè il primo e unico anticorpo bispecifico che si avvale dell’innovativa piattaforma BiTE® (Bispecific T-cell Engager) sviluppata da Amgen.

Gli anticorpi bispecifici BiTE agiscono legandosi a due bersagli contemporaneamente: da una parte le cellule T del sistema immunitario e dall’altra le cellule B maligne.

Le cellule T sono globuli bianchi deputati a riconoscere e annientare le cellule tumorali iniettando al loro interno tossine che ne causano la morte. Le cellule tumorali, però, possono eludere il sistema immunitario evitando di essere attaccate e distrutte. Blinatumomab crea un ponte tra il CD3, recettore espresso sulla superficie delle cellule T, e il CD19, recettore presente sulla superficie delle cellule B. In questo modo stimola il sistema immunitario a riconoscere le cellule maligne e combatterle.

«Blinatumomab è un anticorpo bidirezionale capace di attirare le cellule T e le cellule affette da leucemia linfoblastica acuta in un “bacio mortale” – dichiara Francesco Di Marco, amministratore delegato Amgen Italia. – Oggi blinatumomab è l’unica alternativa alla chemioterapia per i pazienti affetti da LLA e come Azienda abbiamo compiuto un grande sforzo per fare in modo che i pazienti potessero beneficiarne anche prima della conclusione dell’iter registrativo, sia attraverso la sperimentazione clinica arruolando 45 pazienti in 13 Centri per lo studio TOWER, sia avviando un programma di uso compassionevole grazie al quale in un anno siamo riusciti a dare il farmaco in maniera gratuita a 67 pazienti. Blinatumomab è soltanto il primo a sfruttare la nuova tecnologia BiTE. Amgen è proprietaria di questa nuova piattaforma sulla quale sta sperimentando ben tre nuove molecole per il trattamento di patologie come la leucemia mieloide cronica e il mieloma multiplo».

Numerosi sono gli studi di Fase I e II condotti nel corso degli anni che hanno restituito risultati talmente incoraggianti da aver spinto FDA e EMA a concedere a blinatumomab una revisione accelerata e un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata. FDA, integrando i risultati dello studio TOWER, ha convertito l’autorizzazione da condizionata a totale.

Lo studio TOWER su blinatumomab per la leucemia linfoblastica acuta

TOWER è uno studio di Fase III, che ha dimostrato un beneficio in termini di sopravvivenza globale quasi raddoppiandola: dai 4 mesi con la terapia standard ai 7,7 mesi con blinatumomab.

«La terapia con blinatumomab è una forma di immunoterapia: viene attivato il sistema immunitario del paziente a riconoscere le cellule malate e quindi a cercare di eliminarle. È il primo anticorpo bispecifico approvato in oncologia e rappresenta una strategia terapeutica rivoluzionaria per una patologia molto grave – afferma Robin Foà, direttore dell’Ematologia del Policlinico Umberto I, Sapienza Università di Roma. – I risultati dello studio TOWER sono stati rilevanti perché hanno dimostrato che, rispetto alla terapia convenzionale, blinatumomab ha permesso di ottenere percentuali di remissione completa di malattia significativamente più elevate e ha praticamente raddoppiato la sopravvivenza globale, rispetto alla chemioterapia standard. Risultati mai osservati con un singolo farmaco e recentemente pubblicati sulla più prestigiosa rivista di medicina, il New England Journal of Medicine».

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Nasce Aristo Pharma Italy, il partner a fianco della farmacia “safe”

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Nasce Aristo Pharma Italy, filiale italiana del gruppo tedesco Aristo Pharma specializzato nel mercato dei medicinali equivalenti e nei servizi alle farmacie.

Aristo Pharma Italy si propone come partner a fianco del farmacista
Aristo Pharma Italy si propone come partner a fianco del farmacista

Con l’apertura della sede in Italia, la casa farmaceutica tedesca rafforza la propria presenza nel Vecchio Continente, dopo la nascita nel 2012 di una filiale in Spagna.

Aristo Pharma Italy

L’impegno di Aristo Pharma Italy è quello di essere un partner a fianco del farmacista, offrendo prodotti e servizi sicuri e di qualità. È proprio per questo professionista della salute che l’azienda ha sviluppato un progetto di ottimizzazione del punto vendita, con una declinazione ad hoc del concetto SAFE.

L’acronimo SAFE sintetizza i valori di Aristo Pharma Italy:

  • Solidità, fondata sull’appartenenza a un Gruppo che vanta un know-how quasi decennale nella produzione di farmaci equivalenti;
  • Affidabilità, garantita dalla qualità, sicurezza ed efficacia dei prodotti e dall’esperienza delle persone che lavorano in azienda;
  • Flessibilità, grazie a una struttura organizzativa snella, in grado di rispondere alle esigenze di farmacisti, medici e pazienti;
  • Empatia, ovvero la capacità di sapere “ascoltare” e cogliere le necessità dei clienti per costruire soluzioni personalizzate.

Nel dettaglio, l’iniziativa indirizzata ai farmacisti prevede una prima fase di mappatura della farmacia, per individuare, sulla base dei quattro valori dell’azienda (solidità, affidabilità, flessibilità ed empatia), le aree che presentano maggiori margini di miglioramento. Alla luce dei risultati dell’analisi, Aristo Pharma Italy proporrà soluzioni personalizzate, sviluppate per il singolo punto vendita, basate su quattro principali aree di intervento:

  • offerta di Servizi per il cittadino,
  • Animazione (organizzazione di iniziative per la clientela),
  • Formazione (corsi ECM e campagne educative),
  • Esposizione (posizionamento dei prodotti e allestimento vetrine).

«Aristo Pharma sbarca in Italia e punta a ricoprire il ruolo di nuovo player nel mercato dei medicinali equivalenti, portando nel nostro Paese la tradizione e la credibilità del Gruppo e l’affidabilità della sua gamma di prodotti per la salute e il benessere delle persone – commenta Giorgio Foresti, amministratore delegato di Aristo Pharma Italy. -Con il progetto SAFE, desideriamo porci inizialmente come un partner di fiducia per le farmacie, in grado di sviluppare in un’ottica ‘tailor-made’, servizi su misura, che vengano incontro alle loro necessità e rappresentino fattori distintivi in un contesto sempre più concorrenziale come quello italiano».

Aristo Pharma GmbH

Il Gruppo Aristo Pharma GmbH è stato fondato nel 2008, con sede a Berlino. Conta oggi oltre 1.200 dipendenti e 6 siti produttivi in Europa, che operano nel rispetto delle più rigorose linee guida di “Good Manucfaturing Practice”. Aristo Pharma è specializzata nel mercato dei medicinali equivalenti.

Boehringer Ingelheim presenta i risultati conseguiti nell’anno 2016

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Boehringer Ingelheim presenta i risultati conseguiti nell’anno 2016:

  • il fatturato è in crescita, circa 15,9 miliardi di euro (al netto degli effetti di cambio: +7,3%; su base euro: +7,1%),
  • il risultato operativo è cresciuto del 27%, raggiungendo circa 2,9 miliardi di euro,
  • si è registrata una redditività delle vendite del 18,1%,
  • la strategia aziendale è stata realizzata con successo,
  • l’azienda ha investito più di tre miliardi di euro, pari al 19,6% dell’intero fatturato, in Ricerca e nello Sviluppo.
Boehringer Ingelheim presenta i risultati conseguiti nell’anno 2016
Boehringer Ingelheim presenta i risultati conseguiti nell’anno 2016

Da un lato, l’azienda ha registrato un notevole incremento del fatturato in tutti i segmenti di business, dall’altro, è riuscita a concludere, come prefissato, la trasformazione dell’azienda, per concentrarsi in futuro sull’industria farmaceutica umana e veterinaria, nonché sulla produzione biofarmaceutica conto terzi.

«Sia i nostri prodotti farmaceutici per uso umano sia quelli per uso veterinario hanno registrato buoni tassi di crescita, contribuendo a uno sviluppo positivo delle nostre attività – spiega Hubertus von Baumbach, Chairman del Board of Managing Directors, in occasione della conferenza stampa di presentazione del bilancio. – Guardiamo  al futuro con ottimismo, soprattutto dopo aver portato a termine con successo la trasformazione del nostro business».

La trasformazione aziendale realizzata da Boehringer Ingelheim

Nel 2016, Boehringer Ingelheim contava quasi 45.700 collaboratori a livello mondiale.

Le tre aree di business di Boehringer Ingelheim sono:

  • farmaci per uso umano,
  • il settore veterinario,
  • la produzione biofarmaceutica conto terzi.

Nel 2016, Boehringer Ingelheim ha registrato una crescita in tutti i comparti. «La crescita del fatturato nel 2016 ha superato le nostre aspettative – ha affermato Simone Menne, membro Board of Managing Directors, responsabile dell’area Finance. – Questo è il risultato dell’ottimo posizionamento dei nostri prodotti innovativi e del buon andamento di quelli già affermati».

Il settore dei farmaci per uso umano di Boehringer Ingelheim

Il fatturato complessivo derivante dalle vendite di farmaci soggetti a prescrizione medica, che rappresenta l’attività principale di Boehringer Ingelheim, è aumentato del 7,4%, al netto degli effetti di cambio, raggiungendo i 12 miliardi di euro (su base euro: +7,5%). Con un fatturato di quasi tre miliardi di euro, tiotropio, impiegato in ambito respiratorio, si è nuovamente attestato al primo posto nelle vendite.

Nel 2016 il comparto dell’automedicazione ha contribuito per l’ultima volta al fatturato aziendale, poiché dal 1° gennaio 2017 appartiene a Sanofi. In questo segmento, Boehringer Ingelheim ha realizzato nel 2016 un fatturato di circa 1,6 miliardi di euro, che corrispondono quasi al 10% del fatturato complessivo.

Il settore veterinario di Boehringer Ingelheim

Nell’ambito della medicina veterinaria, nel 2016, Boehringer Ingelheim ha realizzato un fatturato di circa 1,5 miliardi di euro, pari al 9% dell’intero fatturato. Il prodotto più venduto è stato ancora una volta il vaccino per suini Ingelvac circoflex®.

L’acquisizione di Merial, la divisione specializzata nel settore veterinario di Sanofi, avvenuta il 1° gennaio 2017, nel quadro di uno scambio di business, ha portato a circa 50.000 il numero complessivo dei collaboratori di Boehringer Ingelheim.

«Puntiamo a conservare il meglio delle due organizzazioni e, al contempo, a evolverci sulla base dei punti di forza, delle esperienze e delle competenze comuni» afferma Hubertus von Baumbach.

Il nuovo business Animal Helath di Boehringer Ingelheim è impegnato sul mercato nella produzione di antiparassitari e vaccini per animali da compagnia e da reddito.

Il settore della produzione biofarmaceutica conto terzi

Nel 2016 il segmento della produzione biofarmaceutica conto terzi ha raggiunto un fatturato di 613 milioni di euro, con un tasso di crescita del 6,4%.

Boehringer Ingelheim Italia

I dipendenti del Gruppo in Italia sono oltre 900.

Il fatturato netto 2016, pari a 355 milioni di euro, è in crescita del 5,3% rispetto all’anno precedente (336 milioni nel 2015).

Il segmento farmaci da prescrizione ha registrato un incremento di circa il 9% rispetto al 2015. Questo risultato è stato ottenuto anche grazie al lancio di cinque nuovi farmaci nelle aree terapeutiche:

Il business Consumer Health Care, rispetto all’anno precedente, è cresciuto del 6% circa. L’Animal Health ha registrato un incremento del 14% circa rispetto al 2015.

Boehringer Ingelheim presenta i risultati conseguiti nell’anno 2016 nel suo rapporto di gestione.

Il mercato della nutraceutica continua a crescere nel 2016

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In Italia il mercato degli integratori trascina la Consumer Health: +7,4%. Dominano la classifica i multivitaminici. È quanto riscontra QuintilesIMS, società impegnata a livello globale nell’offerta integrata di informazioni e tecnologia per il mondo della salute.

Il mercato della nutraceutica in Italia continua a crescere: dal 2014 al 2016 + 7,4%
Il mercato della nutraceutica in Italia continua a crescere: dal 2014 al 2016 + 7,4%

Il mercato della nutraceutica in Italia continua a guadagnare terreno: dal 2014 al 2016 è cresciuto, a valore, del 7,4% tra farmacia, parafarmacia e mass market, diventando driver strategico del mercato Consumer Health.

Queste le prime evidenze firmate QuintilesIMS Italia presentate da Filippo Boschetti, Head of Marketing, Strategy & Innovation, Consumer Health di QuintilesIMS Italia, durante NUTRA DAYs, l’evento a cura di Cum Grano Salis dedicato al mondo dell’integrazione alimentare.

Il mercato della nutraceutica in Italia

Tra i Paesi europei, l’Italia si colloca al primo posto per spesa pro capite per prodotti nutraceutici. In media ogni italiano spende 41 euro all’anno. Austria e Belgio seguono l’Italia con 33 euro pro capite. Chiude la classifica la Francia con una spesa di 12 euro.

Benché il mercato Consumer Health segni una perdita del -1% (2016 vs 2015), il segmento della nutraceutica continua a trainare tutto il settore.

Cinque categorie di nutraceutici occupano oltre il 70% del totale del mercato e continuano a crescere in media del 7,6%:

  1. multivitaminici (crescita media del +7,3% su 3 anni),
  2. integratori gastro-intestinali (+6,9%)
  3. integratori cardiovascolari(+10,5%).
  4. integratori per il sistema urinario (+7,9%)
  5. ricostituenti (+5,6%).

Tra i driver di crescita si annovera per primo l’innovazione: tra il 2015 e il 2016 i lanci di nuovi prodotti hanno portato un sell-out di circa 230 milioni di euro.

Secondo le rilevazioni di QuintilesIMS Italia, i prodotti nutraceutici crescono anche grazie alla sempre maggior raccomandazione da parte dei medici. Pediatri e ginecologi sono tra gli specialisti che maggiormente consigliano questo tipo di prodotti ai propri pazienti. Il 90% dei medici generici dichiara di consigliare food supplement nella propria pratica quotidiana (fonte: QuintilesIMS, Medical Audit).

«Il mercato della nutraceutica rappresenta ormai un driver di crescita per tutto il mercato Consumer Health – ha commentato Filippo Boschetti di QuintilesIMS. – Ne è la prova anche l’attenzione sempre crescente che le farmacie stanno dando a questo segmento di mercato su cui oggi moltissimi farmacisti hanno deciso di puntare come leva di crescita per il proprio business».

ICS/LABA/LAMA per la BPCO

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Lo studio TRINITY ha dimostrato la superiorità della terapia tripla a dose fissa ICS/LABA/LAMA nei confronti del LAMA tiotropio nel prevenire le riacutizzazioni da moderate a gravi nei pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Le riacutizzazione della BPCO sono gli eventi più temuti e la principale causa di ospedalizzazioni e decessi, nonché di elevati costi per il sistema sanitario.

I risultati dello studio TRINITY sono stati pubblicati su The Lancet.

Lo studio TRINITY insieme allo studio TRILOGY, pubblicato sempre su The Lancet nel settembre 2016, contribuisce a ridefinire il trattamento dei pazienti con BPCO. Lo studio TRILOGY aveva dimostrato la superiorità dell’associazione tripla rispetto alla terapia combinata a dose fissa ICS/LABA.

Lo studio TRINITY ha dimostrato la superiorità della combinazione ICS/LABA/LAMA per la BPCO rispetto a tiotropio nel prevenire le riacutizzazioni da moderate a gravi
Lo studio TRINITY ha dimostrato la superiorità della combinazione ICS/LABA/LAMA per la BPCO rispetto a tiotropio nel prevenire le riacutizzazioni da moderate a gravi

The Lancet pubblica i risultati dello studio TRINITY, che ha dimostrato per la prima volta la superiorità della terapia tripla a dose fissa extrafine ICS/LABA/LAMA, sviluppata da
Chiesi Farmaceutici, nei confronti del LAMA (tiotropio), una delle terapie più comunemente utilizzate nei pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Lo studio TRINITY sulla combinazione ICS/LABA/LAMA

Lo studio è stato guidato da Jørgen Vestbo, già presidente della European Respiratory Society (ERS) e professore di Medicina Respiratoria presso la University of Manchester (Regno Unito) e la University of Southern Denmark.

È stato condotto su 2.580 pazienti con età superiore ai 40 anni e con un quadro di BPCO grave o molto grave. I pazienti sono stati divisi in tre bracci trattati rispettivamente con:

  • associazione tripla a dose fissa (ICS/LABA/LAMA),
  • terapia tripla estemporanea (combinazione a dose fissa ICS/LABA più LAMA, assunti con due diversi inalatori)
  • tiotropio (LAMA).

Al termine di 52 settimane di trattamento, l’associazione tripla a dose fissa ICS/LABA/LAMA di Chiesi è risultata superiore al tiotropio sulla base dei seguenti risultati, statisticamente e clinicamente significativi:

  • Tasso annuale di riacutizzazioni moderate e severe ridotto del 20%,
  • Funzionalità polmonare, espressa attraverso il FEV1 (Forced Expiratory Volume in 1 second), aumentata di 61 mL.

Nello studio TRINITY non è stato osservato un aumento del rischio di polmonite legato all’uso di ICS. Il profilo di efficacia e sicurezza dell’associazione tripla fissa, inoltre, è risultato sovrapponibile a quello della terapia tripla estemporanea. Si aggiunge il vantaggio per i pazienti di utilizzare un solo dispositivo in grado di erogare i tre principi attivi:

  • Il corticosteroide antinfiammatorio per via inalatoria (ICS) beclometasone.
  • Il broncodilatatore LABA (agonista β2 a lunga durata d’azione) formoterolo.
  • Il broncodilatatore LAMA (antagonista muscarinico a lunga durata d’azione) glicopirronio.

Un ulteriore vantaggio è dato dalla formulazione in particelle extrafini, che permette ai principi attivi di raggiungere non solo le vie aeree centrali, ma anche le piccole vie aeree. La BPCO è infatti caratterizzata da un’infiammazione cronica che causa modifiche strutturali, restringendo il lume delle piccole vie aeree e distruggendo il parenchima polmonare. Si stima che oltre il 90% dei pazienti sintomatici con BPCO presenti un danneggiamento delle piccole vie aeree.

Lo studio TRILOGY

Nello studio TRILOGY la stessa associazione tripla fissa di Chiesi aveva già dimostrato un’efficacia superiore rispetto alla terapia combinata a dose fissa ICS/LABA. Questa è uno standard di cura nella BPCO.

ICS/LABA/LAMA si è dimostrata superiore su un ampio numero di parametri clinici. Ha mostrato:

  • riduzione del 23% della frequenza annua delle riacutizzazioni,
  • miglioramento della funzionalità polmonare,
  • riduzione della dispnea.

L’editoriale su The Lancet

La pubblicazione dello studio TRINITY è accompagnata da un editoriale a firma di Leonardo M. Fabbri, professore ordinario di Medicina Interna e Respiratoria dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, e colleghi. L’editoriale fa il punto sulla terapia in associazione per la BPCO alla luce dei nuovi risultati pubblicati e della recente revisione del GOLD Report 2017, l’ultima edizione della Global Initiative for Chronic Obstructive Lung Disease (GOLD).

«Rispetto al tiotropio, la terapia tripla ha mostrato una riduzione significativa (20%) del tasso di riacutizzazioni da moderate a gravi e un miglioramento notevole della funzione polmonare, entrambi obiettivi primari – sottolinea Leonardo M. Fabbri – Lo studio fornisce la prima evidenza della superiorità della terapia tripla rispetto al solo LAMA, in particolare al tiotropio, il LAMA meglio studiato e il più efficace dal punto di vista clinico sulle riacutizzazioni da moderate a gravi e, fatto molto importante, senza un aumento del rischio di polmonite dovuto ad ICS, come riportato in un ampio e recente studio real-life».

Il GOLD Report

Fino al 2016, le raccomandazioni di GOLD per i pazienti con BPCO grave, sintomatici, a rischio di riacutizzazioni e/o con limitazioni gravi al flusso aereo indicavano il trattamento con LAMA o con LABA, in combinazione con ICS.

La revisione del GOLD Report del 2017 ha introdotto un nuovo modello di classificazione della severità della malattia in quattro categorie – ABCD – basate sui sintomi e sulla storia delle riacutizzazioni. La valutazione della funzionalità polmonare viene ora principalmente utilizzata per confermare la diagnosi.

Secondo Fabbri, gli studi TRILOGY e TRINITY forniscono forti evidenze a sostegno dell’efficacia della terapia tripla anche per i pazienti che ora rientrano nella categoria B (fortemente sintomatici ma a basso rischio di riacutizzazioni), per i quali le attuali linee guida raccomandano i broncodilatatori a lunga durata d’azione, da soli o in combinazione, ma non in associazione con ICS.

«Senza dubbio – conclude Fabbri – questa classificazione e queste raccomandazioni dovranno essere riviste nell’edizione del GOLD Report 2018. E, di certo, dovrebbero essere condotti studi clinici randomizzati di lungo termine sulla terapia tripla in quei pazienti con BPCO di severità di grado B che normalmente sono sotto-rappresentati (per esempio i pazienti anziani e fragili, con più co-morbidità). Questi studi dovrebbero avere tra gli obiettivi quello di valutare le ospedalizzazioni e la sopravvivenza».

Le nuove categorie di pazienti secondo il GOLD Report 2017

Categoria A: il paziente non ha avuto alcuna riacutizzazione o soltanto una riacutizzazione che non ha portato all’ospedalizzazione. Presenta sintomi moderati.

Categoria B: il paziente non ha avuto alcuna riacutizzazione o soltanto una riacutizzazione che non ha portato all’ospedalizzazione. Presenta sintomi più severi.

Categorie C: il paziente ha avuto almeno una riacutizzazione che ha portato all’ospedalizzazione o, comunque, più di due riacutizzazioni. Presenta sintomi moderati.

Categoria D: il paziente ha avuto almeno una riacutizzazione che ha portato all’ospedalizzazione o, comunque, più di due riacutizzazioni. Presenta sintomi severi.

La funzionalità respiratoria viene indicata attraverso quattro gruppi: GOLD 1, GOLD 2, GOLD 3 e GOLD 4. Il grado di limitazione funzionale è crescente.

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Biomarcatore specifico per monitorare le mutazioni genetiche causa di malattie neurodegenerative

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Istituto Auxologico e Unimi scoprono un biomarcatore specifico per monitorare le mutazioni genetiche causa di malattie neurodegenerative.

I risultati del lavoro, pubblicato su Science Translational Medicine, rappresentano un importante contributo per due malattie neurodegenerative: la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e la demenza frontotemporale (FTD). Questi risultati, infatti, preludono ad un possibile approccio terapeutico per i pazienti portatori di mutazione nel gene C9orf72, fornendo un biomarcatore specifico nel liquido cefalo rachidiano, sensibile ed utilizzabile per verificare l’efficacia biologica di un futuro trattamento farmacologico.

Il dipeptide poli(GP) si sta rivelando un valido biomarcatore specifico per monitorare le mutazioni genetiche causa di malattie neurodegenerative come la SLA in pazienti con mutazione C9orf72 anche asintomatici

Nell’ambito di una sinergia collaborativa con diverse Istituzioni statunitensi, l’IRCCS Istituto Auxologico Italiano di Milano, dipartimento di Fisiopatologia Medico-Chirurgica e dei Trapianti e Centro “Dino Ferrari” dell’Università degli Studi di Milano con Vincenzo Silani, Antonia Ratti, Cinzia Tiloca, Claudia Morelli, Barbara Poletti, Federica Solca in collaborazione con la U.O.C di Neurologia-Stroke Unit dell’Ospedale Maggiore di Crema diretta da Alessandro Prelle, ha largamente contribuito alla ulteriore caratterizzazione di un biomarcatore di patologia nel liquido cefalo-rachidiano (LCR).

La ricerca è stata possibile grazie al contributo del Ministero della Salute (RF-2013-02355764) ed ad un progetto della Comunità Europea (STRENGTH funded by EU Joint Programme Neurodegenerative Disease Research) ma, soprattutto, grazie ai pazienti che hanno contribuito all’arricchimento della banca biologica dell’ IRCCS Istituto Auxologico, elargendo spesso anche donazioni per la ricerca.

La ricerca di biomarcatori sierici e/o liquorali nella SLA e nella FTD ha impiegato diversi Laboratori negli anni. L’IRCCS Istituto Auxologico Italiano con l’Ospedale di Crema ha attivamente contribuito ad attivare una vasta banca di LCR, DNA e siero ottenuta dai pazienti.

Il lavoro ora pubblicato sottolinea ulteriormente la determinazione degli scienziati italiani a perseguire, dopo la definizione delle basi molecolari della SLA e FTD, un approccio terapeutico quanto più personalizzato, giovandosi di una vasta collaborazione internazionale per il conseguimento dell’obiettivo.

La SLA e l’FTD sono oggi considerate un continuum biologico-clinico. La causa più frequente delle forme sia sporadiche che familiari delle due malattie è rappresentata dalla comune mutazione del gene C9orf72 dovuta all’espansione di sei basi ripetute (GGGGCC) nel primo introne del gene.

Il gene C9orf72 con espansione delle sei basi ripetute produce per meccanismo di traduzione RAN ATG-indipendente (similmente a ciò che avviene nella SCA8 e DM1) proteine dipeptidiche denominate c9RAN (poli(GP) in particolare) che si accumulano in modo specifico solo nei tessuti cerebrali affetti.

I poli(GP): biomarcatore specifico di patologia legato alle forme genetiche C9orf72

In una precedente pubblicazione dello stesso gruppo (Su et al., Neuron 2014) i dipeptidi poli(GP) sono stati identificati e misurati anche nel LCR di pazienti SLA/FTD portatori della mutazione C9orf72 e non nel LCR di controlli sani o di pazienti non mutati in C9orf72, arrivando a definire un biomarcatore specifico di patologia legato alle forme genetiche C9orf72.

«Nel presente lavoro l’importanza delle proteine poli(GP) nel LCR viene confermata in una più larga serie di pazienti mutati in C9orf72 ed affetti da SLA, FTD ma anche da altre patologie neurodegenerative come la malattia di Alzheimer, la demenza a corpi di Lewy e in pazienti bipolari – afferma Vincenzo Silani, professore ordinario di Neurologia dell’Università degli Studi di Milano e primario di neurologia all’Auxologico di Milano. –  Il dato di straordinario rilievo è che tali dipeptidi sono stati identificati anche in familiari portatori di mutazione ma ancora asintomatici per la malattia; risultato che conferma la validità e la specificità di questo biomarcatore liquorale anche prima della espressione clinica di malattia».

Non è stata rilevata alcuna significativa associazione con età di esordio di malattia, genere (livelli inferiori sono stati rilevati nella donna), progressione di malattia o sopravvivenza. Anche la correlazione con alterazioni comportamentali non ha dato risultati significativi, nonostante valori più elevati siano stati documentati in pazienti con disturbi cognitivi.

«Sorprendentemente – prosegue Silani – i valori liquorali di poli(GP) rimangono stabili nel tempo nello stesso paziente sottoposto a diversi prelievi nel corso di 18 mesi, sottolineando ancor più l’importanza di poter utilizzare questo biomarcatore per stabilire l’efficacia di futuri approcci terapeutici specifici per le forme SLA/FTD legate al gene C9orf72».

Antonia Ratti, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano, sottolinea:

«L’ulteriore contributo dello studio è rappresentato dalla dimostrazione che è possibile misurare le proteine poli(GP) anche in cellule mononucleate ottenute da sangue periferico e in linfoblasti immortalizzati da esse derivati, con il grosso vantaggio di poter determinare il biomarcatore anche nel sangue ed in modalità meno invasiva rispetto al LCR».

Potenziale valore del biomarcatore specifico poli(GP) in campo terapeutico

La dimostrazione che il biomarcatore studiato ha potenziale valore anche in campo terapeutico deriva dagli studi in vitro effettuati sia in linfoblasti ottenuti dal sangue periferico che in cellule neuronali differenziate da cellule staminali (iPSCs) di pazienti C9orf72 in cui si osserva, dopo trattamento con oligonucleotidi antisenso specifici, una significativa riduzione della proteina poli(GP) a livello intra ed extra-cellulare.

L’efficacia dell’approccio con oligonucleotidi antisenso è stata confermata anche in vivo nel topo trasgenico C9orf72, con riduzione dei valori di poli(GP) nei tessuti cerebrali e nel LCR.

«L’importanza del presente contributo scientifico sta nell’ulteriore definizione di un marcatore farmacodinamico della patologia neurodegenerativa sottesa dalla mutazione nel gene C9orf72 che è pleiomorfa, a comprendere la SLA, la FTD ma anche, seppure con incidenza ridotta, la malattia di Alzheimer, malattie extrapiramidali o psichiatriche – continua Silani – L’inefficacia terapeutica di varie molecole impiegate finora in studi controllati nella SLA è stata imputata anche alla mancanza di un biomarcatore attendibile che oggi invece si configura, nei casi C9orf72-positivi, non solo per supportare la diagnosi, ma anche per definire i pazienti pre-sintomatici e, soprattutto, per valutare l’eventuale efficacia terapeutica».

«Gli studi pre-clinici con oligonucleotidi antisenso, sia in modelli in vitro che in vivo, supportano favorevolmente tali tipi di approcci terapeutici per trials clinici anche per le patologie SLA/FTD legate al gene C9orf72 (trials con antisenso sono già in fase I per pazienti SLA mutati SOD1 e in fase III per pazienti con atrofia spinale muscolare), che si spera possano essere presto iniziate grazie alla nuova disponibilità di un marcatore farmacodinamico quali i poli(GP)» – conclude Silani.

 

Secukinumab è potenzialmente in grado di modificare la storia naturale della psoriasi

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Nuovi dati suggeriscono che secukinumab è potenzialmente in grado di modificare la storia naturale della psoriasi.

Con secukinumab, la modifica della storia naturale della malattia potrebbe essere ottenibile da circa il 20% dei pazienti dopo un anno di trattamento.

I pazienti con una storia di malattia più lunga prima del trattamento con secukinumab hanno avuto maggiori probabilità di manifestare una recidiva: questo sottolinea la potenziale importanza di un trattamento precoce con secukinumab.

Al fine di investigare ulteriormente la possibile modifica della storia naturale della malattia, Novartis ha avviato lo studio clinico STEPIn, per valutare secukinumab nei pazienti aventi un’insorgenza precoce di psoriasi da moderata a severa.

Secukinumab è potenzialmente in grado di modificare la storia naturale della psoriasi
Secukinumab è potenzialmente in grado di modificare la storia naturale della psoriasi

Novartis ha annunciato nuovi dati che suggerirebbero per la prima volta che secukinumab sia in grado di modificare la storia naturale della psoriasi da moderata a severa, con conseguente raggiungimento di una cute priva di lesioni a lungo termine e in assenza di trattamento. Secukinumab è il primo e unico inibitore della IL-17A per il quale sia stata riportata la potenziale capacità di modificare la storia naturale della malattia.

Questi dati sono stati presentati al 13° congresso di dermatologia, Annual Maui Derm for Dermatologists 2017, tenutosi a Maui (Hawaii), durante il quale Novartis ha presentato 14 abstract.

Dopo un anno di trattamento con secukinumab, i pazienti sono stati randomizzati al trattamento continuo o all’interruzione del trattamento fino al manifestarsi di una recidiva. I pazienti in trattamento continuo hanno mantenuto un elevato livello di risposta. Tra i pazienti che hanno interrotto il trattamento, il 21% dei pazienti affetti da psoriasi ha mantenuto una cute esente da lesioni fino a un anno senza trattamento e il 10% ha mantenuto una cute esente da lesioni fino a due anni senza trattamento. I pazienti con una durata di malattia più lunga hanno avuto maggiori probabilità di manifestare una recidiva: questo suggerisce che l’intervento precoce aumenti la possibilità di non sperimentare recidive.

I dati precedenti hanno dimostrato che secukinumab permette di ottenere una cute libera o quasi da lesioni (da PASI 90 a PASI 100) in una percentuale di pazienti fino al 80% e per un periodo fino a quattro anni.

«Questi risultati suggeriscono che secukinumab possa andare oltre il semplice trattamento dei sintomi e che potrebbe effettivamente modificare la storia naturale della psoriasi, e mette altresì in evidenza la necessità di ulteriori studi su un intervento precoce – ha detto Vas Narasimhan, Global Head, Drug Development e Chief Medical Officer, Novartis. – Essere in grado di modificare la storia naturale della malattia è l’obiettivo finale del trattamento: questo è il motivo per cui stiamo investendo nello studio clinico STEPIn, al fine di comprendere meglio la capacità del secukinumab di modificare la storia naturale della psoriasi».

Questa è la prima serie di dati solidi a lungo termine sulla psoriasi in seguito all’interruzione del trattamento.

Questi dati (provenienti dallo studio di estensione A2302E1) dimostrano che, dopo la sospensione del trattamento di un anno con il secukinumab, sono stati mantenuti bassi punteggi dell’indice di gravità PASI (Psoriasis Area Severity Index) (punteggio PASI pari a 2,9 dopo un anno e a 1,7 dopo due anni senza trattamento, rispetto al 20,5 e al 19,2 del basale).

Inoltre, dei 120 pazienti aventi una risposta PASI 75 passati al trattamento con placebo dopo un anno, il 21% non ha manifestato recidive dopo un anno e il 10% non ha manifestato recidive dopo due anni senza trattamento. I pazienti che hanno avuto una più lunga durata di malattia, prima del trattamento con secukinumab, hanno avuto maggiori probabilità di manifestare una recidiva: questo sottolinea la potenziale importanza di un trattamento precoce.

Al fine di studiare ulteriormente il potenziale di modifica della storia naturale della malattia di secukinumab, Novartis ha avviato lo studio clinico STEPIn, per valutare l’intervento precoce nei casi di nuova insorgenza di malattia.

L’ambizione è quella di individuare una nuova strategia di trattamento dei pazienti aventi una nuova insorgenza di psoriasi da moderata a severa, fornendo evidenze volte a favorire l’adozione di un trattamento precoce.

 

Secukinumab e l’interleuchina-17A (IL-17A)

Lanciato nel gennaio 2015, secukinumab è un inibitore completamente umano che inibisce selettivamente l’interleuchina-17A (IL-17A).

Secukinumab permette di ottenere una pelle libera da lesioni: dotato di un pratico auto iniettore, secukinumab è caratterizzato da una comprovata efficacia a lungo termine, da un profilo di sicurezza fino a quattro anni e da una comoda posologia con somministrazione mensile.

Secukinumab è approvato per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a severa in oltre 75 Paesi, inclusi quelli dell’Unione europea e Giappone, Svizzera, Australia, USA e Canada.

In Europa, secukinumab è approvato per il trattamento sistemico di prima linea della psoriasi a placche da moderata a severa nei pazienti adulti.

Negli Stati Uniti secukinumab è approvato come trattamento della psoriasi a placche da moderata a severa nei pazienti adulti candidati alla terapia sistemica o alla fototerapia.

Inoltre, secukinumab è il primo inibitore della IL-17A approvato per il trattamento dell’artrite psoriasica attiva e della spondilite anchilosante attiva in oltre 65 Paesi, inclusa l’Unione europea e gli USA. Secukinumab è anche approvato per il trattamento dell’artrite psoriasica e della psoriasi pustolosa in Giappone.

Nel mondo, nel contesto post-marketing, sono stati trattati con secukinumab 80.000 pazienti.

Lo studio clinico A2304E1

A2304E1 è uno studio in doppio cieco controllato con placebo, condotto su 120 pazienti affetti da psoriasi, nonché un’estensione degli studi registrativi di Fase III ERASURE e FIXTURE. Dopo un anno di trattamento con secukinumab, i pazienti che avevano raggiunto una risposta PASI 75 sono stati randomizzati a ricevere secukinumab 300 mg o placebo. Durante la sospensione del trattamento la contemporanea assunzione di farmaci per la psoriasi era vietata; al manifestarsi di una recidiva, i pazienti con placebo sono stati ritrattati con secukinumab.

Lo studio STEPIn

STEPIn è uno studio randomizzato, multicentrico, disegnato per valutare l’effetto del secukinumab 300 mg per iniezione sottocutanea. Secukinumab è stato somministrato per 52 settimane a pazienti affetti da forme di psoriasi a placche da moderata a severa di nuova insorgenza come intervento precoce rispetto allo standard terapeutico (UVB a banda stretta). Lo studio mira a dimostrare i benefici di un trattamento precoce con secukinumab, con l’obiettivo finale di alterare la storia naturale della psoriasi con un ridotto impatto della malattia stessa sul paziente e una minore necessità di trattamento.

 

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Rivaroxaban per le recidive di tromboembolismo venoso vs acido acetilsalicidico

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Lo studio EINSTEIN CHOICE dimostra superiorità di rivaroxaban per le recidive di tromboembolismo venoso rispetto alla terapia con acido acetilsalicidico.

Lo studio, che ha riguardato oltre 3.000 pazienti, ha valutato rivaroxaban 10 mg e 20 mg in monosomministrazione giornaliera rispetto ad acido acetilsalicidico (Aspirina) 100 mg una volta al giorno.

Rivaroxaban, in entrambi i bracci di trattamento, è risultato superiore nel prevenire recidive di tromboembolismo venoso, con percentuali di emorragia molto basse e comparabili ad Asprina.

Il rischio di recidiva di trombosi, nel primo anno, aumenta fino al 10%, se si interrompe la terapia anticoagulante.

I risultati sono stati presentati in una sessione “late-breaking” al Congresso ACC.17 e contemporaneamente pubblicati su “The New England Journal of Medicine”.

Lo studio EINSTEIN CHOICE dimostra superiorità di Rivaroxaban per le recidive di tromboembolismo venoso rispetto alla terapia con acido acetilsalicidico
Nello studio EINSTEIN CHOICE, rivaroxaban per le recidive di tromboembolismo venoso si dimostra superiore rispetto alla terapia con acido acetilsalicidico

Bayer e Janssen, suo partner nelle attività di sviluppo, hanno annunciato i risultati dello studio EINSTEIN CHOICE.

Lo studio dimostra come entrambi i dosaggi di rivaroxaban (inibitore orale del Fattore Xa) – 10 mg in monosomministrazione giornaliera e 20 mg in monosomministrazione giornaliera  – hanno ridotto in modo significativo il rischio di recidiva di tromboembolismo venoso (TEV) rispetto ad aspirina 100mg una volta/die, in pazienti che avevano precedentemente completato un periodo fino a 6-12 mesi di terapia anticoagulante per embolia polmonare (EP) o trombosi venosa profonda (TVP) sintomatica.

Nello studio non sono stati inclusi quei pazienti per i quali era già evidente la necessità di prolungare la terapia anticoagulante oltre i primi 6 -12 mesi. Rivaroxaban 20 mg in monosomministrazione giornaliera (regime terapeutico già approvato), ha ridotto in maniera statisticamente significativa il rischio di recidiva di TEV del 66% (riduzione del rischio relativo), rispetto ad aspirina 100mg una volta/die, mentre rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera ha ridotto in modo statisticamente significativo il rischio di recidiva di TEV del 74% (riduzione del rischio relativo) rispetto ad acido acetilsalicidico 100mg una volta/die.

Entrambi i dosaggi di rivaroxaban mostrano percentuali molto basse di emorragia maggiore (obiettivo principale di sicurezza dello studio) e, allo stesso tempo, comparabili al braccio di terapia con Aspirina.

I risultati dello studio EINSTEIN CHOICE sono stati presentati a Washington DC in una Sessione “late-breaking” della 66^ edizione del Congresso dell’American College of Cardiology (ACC) e contemporaneamente pubblicati su “The New England Journal of Medicine”. I risultati dello studio EINSTEIN CHOICE sono stati inoltrati all’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) e, nel corso della prima metà del 2017, lo saranno anche alle altre Autorità Regolatorie internazionali, fra cui l’FDA.

Il tromboembolismo venoso, che comprende embolia polmonare e trombosi venosa profonda, è la terza principale causa di mortalità per cause cardiovascolari dopo infarto e ictus. In pazienti con TEV la terapia anticoagulante è raccomandata per 3 mesi e oltre, in base al rapporto fra rischio di recidiva di TEV e rischio di emorragia del singolo paziente.

«In pazienti con TEV non provocato o con fattori di rischio permanenti, il pericolo di recidiva aumenta fino al 10% nel primo anno se la terapia anticoagulante viene interrotta dopo 3, 6 o 12 mesi.  I medici devono valutare attentamente se protrarre la terapia anticoagulante per periodi più lunghi, perché non sono sicuri del rapporto rischio-beneficio nello specifico paziente» – ha dichiarato Jeffrey Weitz, professore di Medicina, Biochimica e Scienze Biomediche, McMaster University, Executive Director del Thrombosis and Atherosclerosis Research Institute di Hamilton, Canada e Co-Chair dello studio EINSTEIN CHOICE.

«I risultati di EINSTEIN CHOICE hanno confermato la promessa contenuta nel nome dello studio: una volta approvato, rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera sarà a disposizione dei medici come ulteriore scelta terapeutica contro le recidive di TEV, insieme al dosaggio già approvato di 20 mg una volta/die. Questa flessibilità di scelta per il dosaggio di rivaroxaban consentirà, quindi, ai medici un approccio più preciso nella scelta della terapia prolungata più appropriata, sulla base della valutazione delle caratteristiche del singolo paziente» – aggiunge Jeffrey Weitz.

«EINSTEIN CHOICE è un ulteriore esempio dell’impegno di Bayer nel trovare le risposte a domande importanti che emergono nella pratica clinica quotidiana – dichiara Joerg Moeller, Membro del Consiglio Direttivo di Bayer AG Divisione Farmaceutici e Responsabile Sviluppo. – Il programma di sviluppo clinico EINSTEIN che, oltre ad EINSTEIN CHOICE comprende anche EINSTEIN PE, EINSTEIN DVT e EINSTEIN EXTENSION, ha dimostrato l’utilità clinica di rivaroxaban nel trattamento e nella prevenzione secondaria del tromboembolismo venoso. Questi nuovi risultati di EINSTEIN CHOICE aggiungono ulteriori importanti conoscenze sulla protezione a lungo termine più opportuna, a seconda del profilo di rischio del paziente con TEV».

Inoltre nella stessa Sessione late-breaking del Congresso ACC.17, sono stati presentati e contemporaneamente pubblicati su The Lancet anche i risultati di GEMINI ACS 1.

Lo studio GEMINI ACS 1

GEMINI ACS 1 è uno studio randomizzato in doppio cieco di Fase II, che ha riguardato 3.037 pazienti con recente sindrome coronarica acuta (SCA) in 292 centri in 21 paesi. Lo studio ha raggiunto il suo obiettivo principale dimostrando che la terapia antitrombotica con rivaroxaban 2,5 mg due volte/die, in aggiunta alla terapia con clopidogrel o ticagrelor, ha registrato percentuali comparabili di emorragia clinicamente significativa non-correlata a intervento di bypass coronarico (non-CABG) secondo la classificazione TIMI, rispetto ad aspirina 100mg una volta/die in associazione a clopidogrel o ticagrelor.

Sebbene i risultati relativi all’endpoint composito d’efficacia esplorativo fossero simili fra i bracci di trattamento, lo studio GEMINI ACS 1 non aveva la potenza statistica per valutare l’impatto sugli eventi ischemici.

EINSTEIN CHOICE e GEMINI ACS 1 contribuiscono alla vasta attività di studio su rivaroxaban che, alla sua conclusione, si prevede comprenderà oltre 275.000 pazienti, tra studi clinici e contesti real life.

Lo studio EINSTEIN CHOICE

EINSTEIN CHOICE è uno studio di superiorità randomizzato, in doppio cieco, che ha valutato efficacia e sicurezza di due dosaggi di rivaroxaban (10 mg in monosomministrazione giornaliera e 20 mg in monosomministrazione giornaliera rispetto ad aspirina (100 mg una volta/die), per il trattamento prolungato del tromboembolismo venoso (TEV), fino a un anno, in pazienti con embolia polmonare o trombosi venosa profonda sintomatica, che avevano precedentemente completato un periodo fino a 6-12 mesi di terapia anticoagulante. L’aspirina è stata scelta come farmaco di confronto, in quanto al dosaggio di 100 mg una volta/die ha precedentemente dimostrato di ridurre il rischio di recidiva di TEV di circa 32%, senza aumentare in modo significativo il rischio di sanguinamento grave, rispetto al placebo; risultati che hanno comportato la sua inclusione nelle attuali Linee Guida.

Sono stati randomizzati in totale 3.396 pazienti in 244 centri di 31 Paesi.

Nello studio non sono stati inclusi quei pazienti per i quali era già evidente la necessità di prolungare la terapia anticoagulante. L’obiettivo dello studio era, infatti, la valutazione di quei pazienti per i quali il medico curante era indeciso sulla necessità di proseguire con la terapia anticoagulante .

L’endpoint primario di efficacia era la recidiva sintomatica di TEV fatale o non fatale (endpoint composito di TEV ricorrente sintomatico, decesso correlato a TEV o decesso, per le quali cause non poteva essere esclusa l’EP). L’endpoint principale di sicurezza era emorragia maggiore. Soltanto per l’endpoint primario di efficacia, il confronto di rivaroxaban 20 mg vs aspirina e rivaroxaban 10 mg vs aspirina aveva importanza per valutare la superiorità statistica.

I risultati dello studio EINSTEIN CHOICE

EINSTEIN CHOICE ha dimostrato che:

  • rivaroxaban 20 mg in monosomministrazione giornaliera ha ridotto il rischio di recidiva di TEV del 66% (riduzione del rischio relativo) rispetto ad aspirina (1,5% contro 4,4%; HR 0,34; IC al 95% 0,20-0,59; p<0,001);
  • rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera ha ridotto il rischio di recidiva di TEV del 74% (riduzione del rischio relativo) rispetto ad aspirina (1,2% contro 4,4%; HR 0,26; IC al 95% 0,14-0,47; p<0,001).

Le percentuali di emorragia maggiore sono state molto basse e comparabili in tutti e tre i bracci di terapia e pari a:

  • 0,5% per rivaroxaban 20 mg in monosomministrazione giornaliera,
  • 0,4% per rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera,
  • 0,3% nel gruppo aspirina.

 

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