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ClearSkin Lovers per sensibilizzare sulla psoriasi

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La creatività è contagiosa. La psoriasi no. Dalla collaborazione tra Novartis e IED (Istituto Europeo di Design) nasce ClearSkin Lovers, un’iniziativa per “scucire” i pregiudizi che vestono la psoriasi e per parlare di Clear Skin, una pelle libera dalle lesioni.

Il progetto ha ottenuto i patrocini dell’associazione di pazienti A.DI.PSO e delle società scientifiche di dermatologia ADOI e SIDeMaST.

ClearSkin Lovers per sensibilizzare sulla psoriasi: concorso e premio alla creatività del pubblico e dei giovani talenti dell’Istituto Europeo di Design
ClearSkin Lovers per sensibilizzare sulla psoriasi. Un concorso e un premio alla creatività del pubblico e dei giovani talenti dell’Istituto Europeo di Design

“La pelle è il tuo vestito più bello” è il messaggio con cui Novartis e l’Istituto Europeo di Design (IED) lanciano ClearSkin Lovers, un progetto che vuole richiamare l’attenzione del pubblico sulla psoriasi e sfatare i falsi miti legati alla sua contagiosità.

Vestirsi è un gesto che si compie ogni giorno; a volte distrattamente, altre volte programmandolo con grande cura e anticipo, come quando si ha un’occasione speciale. C’è un “vestito” però che non si toglie mai: la pelle. Un abito di cui ci si deve prendere cura, sempre, in particolare quando porta i segni di una patologia.

ClearSkin Lovers è un’iniziativa di sensibilizzazione che lega a doppio filo il concetto di pelle libera dalle lesioni della psoriasi (Clear Skin) e il mondo creativo della moda.

Un doppio filo che si traduce in un coinvolgimento a doppio livello. Off line negli atelier di moda dello IED attraverso un contest creativo per gli studenti chiamati a creare abiti e accessori che amano la pelle. On line sul sito www.lapelleconta.it e sulle relative pagine Facebook e Instagram con un concorso per il pubblico che può interagire con gli studenti in gara, ispirandoli nella creazione dei modelli con foto e commenti sugli abiti, tessuti preferiti e sui must-have del guardaroba ClearSkin Lovers.

Duplice è anche l’assegnazione di premi:

  • due borse di studio per i due giovani stilisti che realizzeranno i migliori bozzetti,
  • un master formula week-end, a scelta tra quelli attivati da IED, per l’utente del pubblico che avrà contribuito in modo più attivo e creativo al dialogo con gli studenti.

«Abbiamo ideato ClearSkin Lovers per parlare sì di psoriasi ma soprattutto per dire che una pelle libera dalle lesioni ora è possibile – spiega Gaia Panina, Head of Immunology & Dermatology Franchise di Novartis. – Siamo convinti che questa iniziativa contribuisca a ridurre i pregiudizi nei confronti delle persone con psoriasi e continuiamo a lavorare a fianco di A.DI.PSO. e delle società scientifiche investendo in ricerca per fornire ai pazienti nuove opportunità terapeutiche».

«Siamo quotidianamente impegnati – dichiara Mara Maccarone, presidente A.DI.PSO.a combattere i pregiudizi: in particolare il tema della contagiosità. Abbiamo quindi aderito con piacere a questo progetto perché il gesto quotidiano del vestirsi è un modo per parlare a tutti apertamente e per sfatare i falsi miti relativi a questa patologia che, solo in Italia, colpisce circa un milione e mezzo di persone». 

«Natura, impatto ambientale e salute della pelle sono temi ai quali il mondo del Fashion si dedica con molta passione. Indossare abiti che rispettano l’ambiente e regalano benessere è possibile, grazie a tessuti ecosostenibili e eco- e dermo-compatibili. In IED ci impegniamo a trasmettere ai nostri studenti l’entusiasmo per l’innovazione, per la ricerca di nuove soluzioni di Design che riescano a integrare sperimentazione e tecnica – afferma Sara Azzone, direttore IED Moda Milano – ClearSkin Lovers è un’opportunità per i giovani designer di lasciarsi ispirare dal tema dell’importanza della cura della pelle per dar vita a creazioni che sviluppano nuovi metodi di lavorazione dei tessuti. L’abito come una seconda pelle e la pelle come una tela su cui disegnare, un tesoro da esaltare e valorizzare attraverso la creatività».

Ma cosa indossare se si è affetti da psoriasi? «Alcuni tessuti – dice Antonio Cristaudo presidente ADOI e direttore UOSD Dermatologia Infettivologica e Allergologica Istituto San Gallicano di Roma – possono contribuire a peggiorare lo stato di irritazione e di infiammazione della pelle. Il mio consiglio è quello di indossare capi di cotone piuttosto comodi, intimo compreso, evitando tessuti sintetici o indumenti stretti che possono causare lo strofinamento delle placche psoriasiche con peggioramento delle lesioni ed aumento del prurito. Un valido aiuto per i pazienti è rappresentato dai cosiddetti ‘tessuti intelligenti’ che eliminano l’attrito, non assorbono creme e unguenti e consentono una maggiore traspirazione».

«La psoriasi – prosegue Giampiero Girolomoni, direttore Dermatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona – colpisce indistintamente uomini e donne e può comparire a qualsiasi età. La patologia può influenzare la vita giornaliera di quanti ne sono affetti, provocando stress, rabbia, frustrazione, sensazione di imbarazzo e malessere fisico. L’esigenza primaria dei pazienti è proprio quella di avere una migliore qualità di vita e una pelle pulita del tutto o quasi del tutto dalle lesioni e oggi, grazie ai farmaci biotecnologici di ultima generazione, è possibile ottenerla».

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Ixazomib per il mieloma multiplo: parere positivo del CHMP dell’EMA

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Takeda Pharmaceutical ha annunciato che il Comitato per i Medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha adottato parere positivo, raccomandando l’approvazione condizionata di ixazomib (NINLARO®) in capsule in combinazione con lenalidomide e desametasone per il trattamento di pazienti adulti con mieloma multiplo che hanno ricevuto almeno una precedente terapia.

Ninlaro ixazomib mieloma multiplo

Se la Commissione Europea ratificherà il parere del CHMP e verrà concessa l’autorizzazione, ixazomib sarà il primo inibitore orale del proteasoma approvato per l’utilizzo in Europa.

Il parere è basato sullo studio TOURMALINE-MM1, nel quale ixazomib in combinazione con lenalidomide e desametasone ha dimostrato un miglioramento di sei mesi della sopravvivenza libera da progressione rispetto al regime con placebo.

«Il parere favorevole all’approvazione condizionata di ixazomib del CHMP ottenuto è un primo passo importante per far sì che questo trattamento sia disponibile a quella popolazione di pazienti con mieloma multiplo recidivante/refrattario, tra i quali c’è una significativa esigenza terapeutica insoddisfatta – ha dichiarato Christophe Bianchi, M.D. Presidente di Takeda Oncology – Siamo fiduciosi che l’efficacia, la mangevolezza e il profilo di sicurezza gestibile di questo innovativo trattamento possano consentire un’estensione della durata della terapia, e migliorare il decorso clinico dei pazienti. Ringraziamo i pazienti e i ricercatori della loro partecipazione allo studio TOURMALINE-MM1 per permetterci di migliorare la nostra comprensione dei benefici di ixazomib».

Secondo l’autorizzazione condizionata, per dimostrare gli effetti a lungo termine del trattamento, Takeda deve fornire aggiornamenti post-autorizzazione sulle analisi di sicurezza ed efficacia di TOURMALINE-MM1 e di altri studi già ongoing.

Lo studio TOURMALINE-MM1

Questo studio internazionale ha arruolato 722 pazienti. È randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, disegnato per confrontare l’efficacia e la sicurezza di due regimi terapeutici somministrati fino alla progressione di malattia a pazienti adulti con MM recidivato e/o refrattario: ixazomib più lenalidomide e desametasone in confronto a placebo più lenalidomide e desametasone.

I soggetti arruolati nello studio avevano una diagnosi accertata di MM, avevano ricevuto da una a tre terapie precedenti e soddisfacevano i criteri di inclusione stabiliti. I pazienti refrattari a lenalidomide o alla terapia con inibitori del proteasoma sono stati esclusi dallo studio.

I dati dallo studio pivotale in fase III TOURMALINE-MM1 dimostrano che in questa popolazione di pazienti, l’aggiunta di ixazomib a lenalidomide e desametasone determina una significativa estensione della sopravvivenza libera da progressione rispetto a placebo più lenalidomide e desametasone.

I pazienti in questo studio continuano a essere trattati fino a progressione e saranno valutati per ulteriori risultati a lungo termine, come la sopravvivenza globale.

I dati di efficacia e sicurezza sono stati esaminati da un comitato indipendente per il monitoraggio dei dati (IDMC).

Ixazomib per il mieloma multiplo

Ixazomib (Ninlaro) è un inibitore orale del proteasoma studiato per il mieloma multiplo e l’amiloidosi sistemica da catene leggere.

Ixazomib ha ottenuto la designazione di farmaco orfano per il mieloma multiplo nel 2011 e nel 2012 per amiloidosi, sia negli Stati Uniti sia in Europa.

Il programma di sviluppo clinico TOURMALINE include quattro studi clinici di fase III in corso a livello mondiale che indagano le principali tipologie di pazienti di mieloma:

  • TOURMALINE-MM1 studia ixazomib vs. placebo, in combinazione con lenalidomide e desametasone nel mieloma multiplo recidivante e/o refrattario
  • TOURMALINE-MM2 studia ixazomib vs. placebo, in combinazione con lenalidomide e desametasone in pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi
  • TOURMALINE-MM3 studia ixazomib vs. placebo come terapia di mantenimento in pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi in seguito a terapia di induzione e trapianto autologo di cellule staminali (ASCT)
  • TOURMALINE-MM4 studia ixazomib vs. placebo come terapia di mantenimento in pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi che non si sono sottoposti ad ASCT

Oltre al programma di studi TOURMALINE, Takeda sostiene numerosi studi spontanei che valutano l’utilizzo di ixazomib in varie combinazioni di terapie oncologiche per i pazienti a livello globale.

Ixazomib ha ricevuto l’approvazione dalla Food and Drug Administration (FDA) nel novembre 2015 in seguito a un riesame prioritario.

Negli USA, ixazomib è indicato in combinazione con lenalidomide e desametasone per il trattamento di pazienti con mieloma multiplo che hanno ricevuto almeno una precedente terapia.

Attualmente ixazomib è approvato negli Stati Uniti, Canada, Israele e Venezuela ed è oggetto di riesame per l’approvazione da parte di numerose autorità regolatorie in tutto il mondo.

L’opinione positiva del CHMP dell’EMA per l’approvazione condizionata di ixazomib sarà ora riesaminata dalla Commissione Europea.

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Lenalidomide per il trattamento del linfoma mantellare

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Celgene ha annunciato che la Commissione Europea ha approvato lenalidomide (Revlimid®) per il trattamento di pazienti adulti con linfoma mantellare (MCL) recidivato o refrattario.

 

La Commissione Europea ha approvato lenalidomide per il trattamento del linfoma mantellare recidivato o refrattario
La Commissione Europea ha approvato lenalidomide per il trattamento del linfoma mantellare recidivato o refrattario

La nuova indicazione per lenalidomide approvata in Europa offre una nuova opzione terapeutica ai pazienti con linfoma mantellare recidivato o refrattario, uno dei linfomi con peggiore prognosi.

Lenalidomide

Lenalidomide è un mmunosoppressore con proprietà anti-neoplastiche, anti-angiogeniche, pro-eritropoietiche e immunomodulatorie. Nello specifico:

  • inibisce la proliferazione di specifiche cellule tumorali ematopoietiche (comprese le plasmacellule tumorali del MM e quelle con delezione del cromosoma 5),
  • potenzia l’immunità cellulo-mediata da linfociti T e cellule natural killer (NK)
  • aumenta il numero di cellule NKT;
  • inibisce l’angiogenesi bloccando la migrazione e l’adesione delle cellule endoteliali e la formazione di microvasi;
  • aumenta la produzione di emoglobina fetale da parte delle cellule staminali ematopoietiche CD34+,
  • inibisce la produzione di citochine proinfiammatorie (ad es. TNF-α e IL-6) da parte dei monociti.

«Data la gravità del linfoma mantellare e il numero limitato di trattamenti al momento disponibili, si ha un assoluto bisogno di nuove opzioni terapeutiche per cambiare il corso della malattia – ha affermato Marek Trneny, della Charles University a Praga – Lenalidomide è un farmaco di comprovata efficacia nel trattamento del linfoma mantellare e lo studio MCL-002 ha soddisfatto l’endpoint primario, dimostrando un aumento della sopravvivenza libera da progressione (PFS)».

La decisione della Commissione Europea in merito all’utilizzo di lenalidomide in pazienti adulti con linfoma mantellare recidivato o refrattario segue il parere favorevole del Comitato per i Prodotti Medicinali per Uso Umano (CHMP) rilasciato nei primi mesi del 2016.

Oltre all’approvazione dell’Unione Europea, lenalidomide è indicato per il trattamento del linfoma mantellare recidivato o refrattario negli Stati Uniti, Svizzera, Israele, Turchia, Australia e in numerosi Paesi dell’America Latina.

Lenalidomide è inoltre indicato in diversi Paesi, tra cui l’Unione Europea, per il trattamento del mieloma multiplo recidivato o refrattario e di nuova diagnosi e per il trattamento delle sindromi mielodisplastiche.

Lo studio MCL-002

La decisione della Commissione Europea si è basata sui dati dello studio MCL-002, studio di fase II, multicentrico, randomizzato, in aperto disegnato per valutare l’efficacia e la sicurezza di lenalidomide rispetto “all’investigator’s choice” (IC), ovvero la terapia scelta dallo sperimentatore, in 254 pazienti con malattia refrattaria o recidivata da una a tre volte.

 

Nello studio, lenalidomide ha mostrato un aumento significativo della sopravvivenza libera da progressione (PFS), risultata pari a 8,7 mesi rispetto ai 5,2 mesi del braccio di controllo (HR = 0,61, valore di p di 0,004).

Nello studio le reazioni avverse più comunemente osservate che si sono verificate con maggiore frequenza nel braccio lenalidomide rispetto al braccio IC sono state neutropenia (50,9%), anemia (28,7%), diarrea (22,8%), affaticamento (21,0%), stipsi (17,4%), piressia (16,8%) e rash cutaneo (inclusa dermatite allergica) (16,2%).

Il linfoma mantellare

Il linfoma mantellare è un raro sottotipo di linfoma non-Hodgkin aggressivo, che origina generalmente dai linfociti B della zona mantellare dei linfonodi, ma potenzialmente può insorgere nel tessuto linfoide associato a qualsiasi organo, più frequentemente il tratto gastrointestinale. Spesso il midollo osseo è coinvolto fin dall’inizio e lo stadio risulta avanzato fin dalla diagnosi.

Il linfoma mantellare rappresenta il 3-6% di tutti casi di linfoma non-Hodgkin ed è uno dei sottotipi di linfoma a cellule B, caratterizzato da peggiore sopravvivenza a lungo termine con meno del 50% dei pazienti che sopravvivono a 5 anni.

Secondo gli ultimi dati disponibili nel 2012 si sono registrati 3.433 nuovi casi di linfoma mantellare in Europa.

 

 

 

Dati dal registro GLORIA-AF su dabigatran per fibrillazione atriale non-valvolare

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I primi risultati del Programma di Registro GLORIA®-AF fanno riscontrare basse incidenze di ictus, sanguinamento maggiore o pericoloso per la vita, nei pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare in terapia con dabigatran etexilato.

I risultati si riferiscono a circa 3.000 pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare (FANV) e sono stati raccolti da GLORIA-AF, uno dei più ampi registri in corso a livello mondiale sull’impiego di anticoagulanti orali nella pratica clinica quotidiana. Sono stati presentati in una sessione late breaking del ESC Congress 2016.

I risultati provenienti dal Registro GLORIA-AF sul profilo di sicurezza ed efficacia di dabigatran indicano basse percentuali di emorragia e ictus in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare (FANV) nella pratica clinica quotidiana
I risultati provenienti dal Registro GLORIA-AF sul profilo di sicurezza ed efficacia di dabigatran indicano basse percentuali di emorragia e ictus in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare (FANV) nella pratica clinica quotidiana

Questi risultati del GLORIA-AF confermano i robusti dati di sicurezza ed efficacia di dabigatran nel ridurre il rischio di ictus, provenienti sia dagli studi clinici sia dalle evidenze indipendenti di vita reale pubblicate.

I dati presentati si riferiscono alla Fase II del registro GLORIA-AF e descrivono gli esiti in 2.932 pazienti, con nuova diagnosi di fibrillazione atriale non-valvolare, seguiti per due anni.

I risultati dimostrano:

  • Solo l’1,12% dei pazienti trattati con dabigatran ha avuto un sanguinamento maggiore, e solo lo 0,54% sanguinamento pericoloso per la vita.
  • Dabigatran ha ridotto efficacemente il rischio di ictus nei pazienti con FANV: meno dell’1% dei pazienti trattati con il farmaco ha avuto un ictus (0,63%).
  • Il profilo di sicurezza ed efficacia di dabigatran si è mantenuto, nei due anni di follow-up.

«Gli studi real-life come il Registro GLORIA-AF ampliano le conoscenze acquisite negli studi clinici randomizzati controllati e le convalidano con l’esperienza della pratica clinica, in contesti diversi, in popolazioni di pazienti più ampie, più diversificate e con co-morbilità – ha commentato Gregory Lip, professore di Medicina Cardiovascolare del Centro di Scienze Cardiovascolari dell’Università di Birmingham, Regno Unito – I risultati di GLORIA-AF dimostrano, ancora una volta, che il favorevole profilo rischio-beneficio di dabigatran, stabilito nello studio clinico di Fase III RE-LY®, si osserva anche nella pratica clinica quotidiana. Ciò è in linea con i risultati di precedenti studi indipendenti, su vasta scala, provenienti da contesti reali, tra cui l’analisi statunitense FDA Medicare e i risultati da database nazionali danesi pubblicati di recente».

Il registro GLORIA-AF (Global Registry on Long-Term Oral Antithrombotic Treatment in Patients with Atrial Fibrillation)

GLORIA-AF rappresenta una delle più ampie osservazioni della pratica clinica quotidiana, in tutto il mondo, dell’utilizzo delle terapie anticoagulanti orali. Il Registro esamina i comportamenti prescrittivi dei medici nel trattare la fibrillazione atriale, oltre ai fattori che guidano le loro decisioni.

Lo studio raccoglie dati sulla sicurezza e sull’efficacia a lungo termine di una serie di  anticoagulanti compresi warfarin, acido acetilsalicilico (aspirina) e anticoagulanti orali diversi dagli antagonisti della vitamina K, per la prevenzione dell’ictus nella fibrillazione atriale, oltre ai dati sugli esiti nei pazienti.

Il Programma di Registro arruolerà sino a 56.000 pazienti, con nuova diagnosi di fibrillazione atriale a rischio di ictus e coinvolgerà sino a 2.200 centri in quasi 50 Paesi. Ad oggi, il Registro GLORIA-AF ha incluso oltre 34.500 pazienti.

La Fase II di GLORIA-AF è cominciata dopo che il primo nuovo anticoagulante orale, dabigatran, è stato approvato negli Stati Uniti a novembre 2011.

I risultati supporteranno i medici nella scelta della terapia anticoagulante orale per la prevenzione dell’ictus.

Studi di Boehringer Ingelheim sulla terapia anticoagulante nella pratica clinica

Boehringer Ingelheim conduce diversi altri studi sull’uso dei suoi farmaci nella pratica clinica quotidiana per la terapia anticoagulante: RE-COVERY DVT/PE®, studio osservazionale internazionale sulla terapia anticoagulante per la trombosi venosa profonda e l’embolia polmonare. 

A livello globale, è stato recentemente avviato RE-VECTO, un programma internazionale per recepire i dati sull’utilizzo di idarucizumab nella pratica clinica. Idarucizumab è il primo e attualmente unico farmaco che inattiva in maniera immediata e specifica l’effetto di dabigatran nei casi di emergenza.

Il farmaco è ampiamente disponibile presso oltre 5.500 ospedali nel mondo, di cui oltre 2.500 ospedali in Europa e circa 300 in Italia.

Dabigatran etexilato

Dabigatran è un inibitore diretto della trombina (IDT). È il primo farmaco di una nuova generazione di anticoagulanti orali ad azione diretta approvato disponibile sul mercato per rispondere a un forte bisogno insoddisfatto di terapie per la prevenzione e il trattamento delle malattie tromboemboliche acute e croniche. 

Gli inibitori diretti della trombina ottengono potenti effetti antitrombotici, bloccando in maniera specifica l’attività della trombina, l’enzima centrale nel processo di formazione di coaguli (trombi). A differenza degli antagonisti della vitamina K, che agiscono in maniera variabile, tramite i diversi fattori della coagulazione, dabigatran realizza un’anticoagulazione efficace, prevedibile e riproducibile con basso potenziale di interazione con altri farmaci e nessuna interazione con il cibo, senza richiedere il monitoraggio regolare della coagulazione né aggiustamenti di dosaggio.

Dabigatran è l’unico anticoagulante orale non-antagonista della vitamina K per il quale esista un farmaco autorizzato dalle Autorità regolatorie – idarucizumab – che ne inattiva in maniera specifica l’effetto.

L’esperienza clinica con dabigatran supera i 6 milioni di anni/paziente per tutte le indicazioni per cui il farmaco è stato approvato nel mondo. Dabigatran è approvato in più di 100 Paesi.

Le indicazioni per cui dabigatran è attualmente approvato sono le seguenti:

  • Prevenzione primaria di episodi tromboembolici in pazienti adulti sottoposti a chirurgia sostitutiva elettiva totale dell’anca o del ginocchio.
  • Prevenzione di ictus e embolia sistemica in pazienti adulti con fibrillazione atriale non-valvolare (FANV), con uno o più fattori di rischio, quali precedente ictus o attacco ischemico transitorio (TIA); età ≥ 75 anni; insufficienza cardiaca (Classe NYHA ≥ II); diabete mellito; ipertensione.
  • Trattamento della trombosi venosa profonda (TVP) e dell’embolia polmonare (EP) e prevenzione delle recidive di TVP e EP negli adulti.

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Studio osservazionale sul mieloma multiplo

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Takeda Pharmaceutical ha annunciato di aver avviato l’arruolamento dei primi pazienti del suo studio osservazionale sul mieloma multiplo, dal titolo INSIGHT-MM.

Avviato l’arruolamento dei primi pazienti dello studio osservazionale sul mieloma multiplo INSIGHT-MM per comprendere meglio la malattia e le terapie
Avviato l’arruolamento dei primi pazienti dello studio osservazionale sul mieloma multiplo INSIGHT-MM per comprendere meglio la malattia e le terapie

Si tratta del più ampio studio globale osservazionale non interventistico sponsorizzato da un’industria farmaceutica sul mieloma multiplo.

Lo scopo dell studio INSIGHT-MM

Obiettivo dello studio è coinvolgere 5000 pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi e recidivante/refrattario in tre anni, e seguire ciascuno di loro per un minimo di cinque anni al fine di individuare modelli di patologia, caratteristiche dei pazienti, trattamenti e risultati, migliorando in tal modo la comprensione dell’esperienza real life dei pazienti con mieloma multiplo.

Supervisionato da un comitato direttivo internazionale di esperti sul mieloma, lo studio INSIGHT-MM raccoglierà i dati attraverso le visite ambulatoriali, le cartelle cliniche e i risultati riportati dai pazienti. La partecipazione allo studio non interventistico, non interferirà sui trattamenti seguiti dai pazienti.

In quanto studio collaborativo, INSIGHT-MM è aperto alla comunità scientifica che si occupa di mieloma multiplo per proporre analisi o richiedere i dati raccolti.

Lo studio coinvolgerà oltre 150 centri a livello globale: i primi tre istituti ad aver avviato l’arruolamento sono l’University of Arkansas for Medical Sciences, l’University of California (San Diego) e l’University of Cincinnati Cancer Institute.

Tra i prossimi paesi a iniziare lo studio ci sarà anche l’Italia.

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Declino cognitivo e ipertensione

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Una ricerca ha valutato la correlazione tra declino cognitivo e ipertensione evidenziando che una pressione sistolica maggiore di 135 mmHg è un fattore di rischio per le prestazioni cognitive degli anziani.

Una ricerca ha valutato la correlazione tra declino cognitivo e ipertensione confrontando anziani normotesi con anziani con ipertensione controllata farmacologicamente. È risultato che una pressione sistolica maggiore di 135 mmHg è un fattore di rischio per le prestazioni cognitive
Una ricerca ha valutato la correlazione tra declino cognitivo e ipertensione confrontando anziani normotesi con anziani con pressione controllata farmacologicamente. L’ipertensione è risultata un fattore di rischio per le prestazioni cognitive

Il declino cognitivo è non soltanto il prezzo della longevità, ma un mix di fattori genetici, ambientali e personali. Mantenere una mente lucida anche in tarda età è una vera conquista. Ecco perché è così importante conoscere e analizzare ogni elemento che possa interferire con il buon funzionamento del cervello.
«Studi sull’ipertensione hanno messo questo disturbo sul banco degli imputati – spiega Franco Romeo, Local Press Coordinator dell’ESC e direttore Cardiologia Policlinico Tor Vergata di Roma – nonostante diversi studi abbiano cercato di analizzare l’impatto della pressione alta sulle funzioni cognitive, la maggior parte ha confrontato i pazienti non trattati con quelli in terapia mentre sono più scarse le ricerche che hanno messo in relazione soggetti in terapia con i normotesi».

Ricerca sul rapporto tra capacità cognitive e pressione

La ricerca presentata all’ESC Congress 2016 ha preso in esame 48 adulti di età compresa tra 65 e 85 anni, divisi poi in due gruppi: 26 normotesi e 22 con ipertensione controllata da farmaci. Ogni partecipante ha accettato a sottoporsi a una valutazione neuropsicologica orientata a determinare i livelli di memoria, attenzione, linguaggio e funzioni esecutive, insieme ad un monitoraggio pressorio delle 24 ore e ad analisi del sangue (sodio, potassio, calcio, creatinina, glucosio, trigliceridi, funzionalità tiroidea).

Per ogni valore è stata condotta l’analisi di varianza (una tecnica che permette di confrontare gruppi di dati con la variabilità interna ai gruppi e tra i gruppi, nota con l’acronimo ANOVAs).

I risultati sulla valutazione neuropsicologica di normotesi vs ipertesi controllati farmacologicamente

I risultati hanno rilevato una differenza significativa tra i due gruppi nei tempi di risposta al Color Word Interference Test (CWIT) in cui bisogna leggere il nome del colore con cui è dipinto il nome di un colore (es. “giallo” scritto con inchiostro rosso, quindi la risposta giusta è “rosso”, in psicologia viene chiamato ‘effetto stroop’).

«È interessante notare come in questo test i pazienti in trattamento mostravano performance peggiori rispetto a quelli del gruppo con pressione nella norma. La ricerca ha anche evidenziato una correlazione positiva tra valori pressori di 135 mmHg e i risultati del Trail Making Test parte B che valuta la capacità di pianificazione spaziale in un compito di tipo visuo-motorio: consiste ad esempio nell’unire con una linea lettere e numeri sparsi su un foglio in una sequenza definita A1,B2,C3 ecc e il punteggio è basato sul numero di secondi impiegati a completare il test – aggiunge Michele Gulizia, Local Press Coordinator della Società Europea di Cardiologia e direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania.

Il gruppo di ricercatori canadesi ha quindi preso atto che una pressione sistolica maggiore di 135 mmHg è un fattore di rischio per prestazioni cognitive, rinforzando l’ipotesi che l’ipertensione debba essere attentamente monitorata e controllata per proteggere anche il cervello».

Correlazione tra ipertensione e funzione cerebrale

«Problema non di poco conto se pensiamo che l’ipertensione interessa milioni di connazionali ed è causa di numerose complicazioni cardiovascolari e non – avverte Leonardo Bolognese, direttore Cardiologia ospedale di Arezzo e Local Press Coordinator di ESC – l’hanno definita il killer silenzioso che ha lasciato una scia di 240mila morti solo nel nostro Paese, pari al 40% di tutte le cause. La correlazione con la funzione cerebrale risiede nel fatto che nonostante esistano terapie efficaci, solo 1 paziente su 4 riceve un trattamento adeguato e controlla i valori efficacemente. La compliance infatti è un ‘nodo gordiano’ molti soggetti non assumono la terapia in modo corretto, altri non la assumono affatto, che spiega come alcuni casi definiti ‘resistenti’ dipendono invece da problemi di aderenza».

Controllare l’instabilità pressoria (e non solo il valore medio) è una strategia per proteggere le funzioni cognitive, così come sottolineato anche da una ricerca pubblicata su Hypertension. Da ricordare inoltre è che la pressione alta è il fattore di rischio numero uno per l’ictus e nei soggetti tra 40 e 61 anni il rischio di mortalità cardiovascolare raddoppia ogni 10/20 mmHg in più (G. Geront. 2004).

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Un nuovo strumento contro la sedentarietà, il Pai Personal Activity Index per promuovere l’attività fisica e prevenire il rischio cardiovascolare.

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Il PAI è un algoritmo in grado di predire la mortalità cardiovascolare a lungo termine da incorporare in un dispositivo indossabile durante l’attività fisica per misurarla in maniera standardizzata e promuovere l’abbassamento del rischio cardiovascolare

La sedentarietà e il non fare attività fisica durante la giornata hanno raggiunto ormai proporzioni epidemiche e rappresentano la 4° causa di mortalità e disabilità nel mondo occidentale, contribuendo a 5 milioni di decessi l’anno.

«Gli italiani, ad esempio, – spiega Michele Gulizia, direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania e ESC Local Press Coordinator – dicono sì allo sport, ma solo se da guardare alla tv. Appena il 33,2% tra i 18 e i 69 anni infatti può essere considerato realmente ‘attivo’, il 35,8% lo è ‘parzialmente’ (ossia fa qualche attività nel tempo libero senza però raggiungere i livelli raccomandati) e il 31% è completamente sedentario (Dati Sistema di sorveglianza ‘Passi’ 2011-2014). Perfino nei minori, un recente rapporto (Indagine Lo stile di vita dei bambini e degli adolescenti – Save The Children 2016) ha evidenziato un quadro drammatico e tutt’altro che confortante: il 23% non svolge regolarmente attività motorie nel tempo libero, l’11% nemmeno a scuola e il 63% cammina globalmente non più di mezz’ora al giorno».

«Se i programmi sportivi in televisione non motivano a praticare sport aggiunge Leonardo Bolognese, direttore Cardiologia ospedale di Arezzo e ESC Local Press Coordinator -, le strategie attuali per promuovere l’attività fisica hanno scelto di muoversi verso programmi personalizzati. Lo svolgimento individuale dell’attività fisica è infatti assai eterogeneo e multidimensionale oltre che complesso da misurare, tanto che una discrepanza nello status di attività che ciascuno si attribuisce è ben presente nella nostra esperienza quotidiana. È vero che esistono molti metodi per stabilire la spesa energetica minuto per minuto ma non esiste ancora un qualcosa capace di catturare tutte le informazioni e i parametri rilevanti per l’attività fisica. Creare dunque un algoritmo funzionante che incorporasse i fattori dell’attività fisica, necessari a migliorare la fitness cardiorespiratoria e ridurre in maniera sostanziale il rischio di mortalità cardiovascolare a lungo termine, è stato esattamente lo scopo dello studio presentato al ESC Congress 2016».

Criteri di definizione del PAI (Personal Activity Index)

Per determinare l’algoritmo PAI, è stato utilizzato l’HUNT Fitness Study, basato su una serie di domande relative alla frequenza, alla durata e all’intensità dell’esercizio in modo da definire il grado di intensità: bassa, media e alta – rispettivamente il 44%, il 73%, e l’83% della riserva cardiaca.

Per validare il dato, sono state valutate oltre 39000 persone, uomini e donne appartenenti alla popolazione sana. 

L’indice è stato diviso in tre gruppi di attività: meno di 50, tra 51 e 99, e più di 100 rispetto al valore zero usato per indicare l’inattività assoluta.

I risultati dello studio di determinazione del PAI

Dopo un follow-up significativo di 28 anni e 7 mesi si erano verificate 10062 morti, delle quali 3867 causate da malattia cardiovascolare. 

Gli uomini e le donne con un livello PAI maggiore di 100 avevano un rischio ridotto di mortalità cardiovascolare, comparata al gruppo di inattivi, pari al 23%.

La riduzione di rischio corrispondente, per la mortalità da tutte le cause, è stata del 13% per gli uomini e del 17% per le donne. Ne segue una conclusione determinante: il PAI è in grado di predire la mortalità cardiovascolare a lungo termine e si tratta di un algoritmo che potrebbe essere utilizzato come strumento motivazionale per cambiare il proprio stile di vita. Si pensa quindi di incorporarlo in un dispositivo portatile che possa essere indossato dal soggetto che fa attività in modo che sia misurata in maniera standardizzata e incentivi il movimento mostrando i progressi e l’abbassamento del rischio.

Ricerca su attività fisica e rischio cardiovascolare negli anziani

«Un’altra ricerca – aggiunge Franco Romeo, direttore Cardiologia Policlinico Tor Vergata di Roma e ESC Local Press Coordinator – ha voluto indagare gli effetti dell’attività fisica amatoriale sul rischio cardiovascolare in una popolazione di soggetti anziani. L’idea è stata sviluppata da un’equipe di ricercatori finlandesi dell’Università di Oulu studiando retrospettivamente un gruppo di 2409 uomini e donne tra i 65 e i 74 anni. Questi avevano partecipato, anni prima, ad una indagine sui fattori di rischio e l’equipe finlandese nel corso dello studio ha incrociato i dati sui decessi intercorsi dai registri anagrafici nazionali. Il livello di attività fisica era auto-dichiarato ed è stato classificato in tre livelli: basso, moderato e alto.

Il rateo di rischio per mortalità cardiovascolare è stato individuato in 0,40 per i soggetti che facevano attività moderata, 0,29 per quelli che eseguivano un’attività intensa e rispettivamente 0,65 e 0,50 per il rischio di mortalità paragonato agli ‘oziosi’. I ricercatori sono così giunti alla conclusione che l’attività fisica sia inequivocabilmente associata alla riduzione del rischio cardiaco anche se eseguita in età avanzata e sia indipendente dai maggiori fattori di rischio noti».

Risultati a lungo termine su nintedanib per la fibrosi polmonare idiopatica

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Risultati ad interim indicano benefici a lungo termine con variazioni annue costanti della capacità vitale forzata, nei pazienti con IPF trattati con nintedanib negli studi INPULSIS® e INPULSIS®-ON su un periodo fino a 3 anni.

Il trattamento a lungo termine sino a 51 mesi ha dimostrato un profilo di sicurezza e tollerabilità maneggevole, senza nuovi dati sulla sicurezza da segnalare.

Ulteriori analisi di INPULSIS dimostrano che nintedanib rallenta la progressione della malattia, indipendentemente dalla compromissione fisiologica al basale, rilevata con diversi test di funzionalità polmonare.

Risultati a lungo termine su nintedanib per la IPF indicano benefici con variazioni annue costanti della capacità vitale forzata fino a 3 anni
Risultati a lungo termine su nintedanib per la IPF indicano benefici con variazioni annue costanti della capacità vitale forzata fino a 3 anni

Boehringer Ingelheim ha presentato 8 abstract in ambito di fibrosi polmonare idiopatica all’edizione 2016 del Congresso Internazionale della European Respiratory Society (ERS). Tra questi, i nuovi risultati ad interim dello studio di estensione INPULSIS®-ON, che valuta il trattamento a lungo termine con nintedanib.

I risultati dimostrano che, nel lungo termine, nintedanib è efficace nel rallentare la progressione della malattia in pazienti con fibrosi polmonare idiopatica (IPF) con effetti collaterali gestibili, e sono in linea con quelli precedentemente ottenuti negli studi INPULSIS®.

I risultati ad interim di INPULSIS-ON indicano che nei pazienti che hanno continuato il trattamento con nintedanib in questo studio di estensione, la variazione dei valori di capacità vitale forzata (FVC) dal basale alla settimana 48 e fra le settimane 48 e 96, è stata  comparabile a quella osservata nei pazienti che hanno ricevuto il farmaco attivo nintedanib negli studi di partenza INPULSIS a 52 settimane.

«Ora disponiamo di risultati a lungo termine su nintedanib in pazienti con fibrosi polmonare idiopatica che sono in linea, in termini di progressione della malattia su un periodo di 3 anni, con quelli osservati in INPULSIS. Inoltre, non sono emersi nuovi aspetti da segnalare riguardo alla sicurezza» ha commentato Bruno Crestani, professore di Pneumologia della Facoltà di Medicina dell’Università Diderot di Parigi e responsabile della Divisione di Pneumologia e Malattie Polmonari Rare dell’Ospedale Bichat di Parigi.

Variazioni medie nei valori di capacità vitale forzata (FVC) negli studi INPULSIS e INPULSIS-ON

Negli studi INPULSIS e INPULSIS-ON sono state osservate le seguenti variazioni medie nei valori di capacità vitale forzata (FVC):

  • In INPULSIS, la variazione media di FVC alla settimana 52 rispetto al basale nei pazienti in terapia con nintedanib è stata di − 89mL, rispetto a –203 mL per i pazienti in trattamento con placebo
  • In INPULSIS-ON, la variazione media di FVC nei pazienti che hanno continuato nintedanib è stata −96 mL dal basale alla settimana 48
  • In INPULSIS-ON, la variazione media di FVC nei pazienti che hanno continuato nintedanib è stata di −124 mL dalla settimana 48 alla settimana 96.

L’esposizione totale media al farmaco dei pazienti in terapia con nintedanib negli studi INPULSIS e INPULSIS-ON è stata di circa 3 anni (35,7 mesi).

Il trattamento di lungo termine con nintedanib (sino a 51 mesi) è stato associato a un profilo di sicurezza e tollerabilità maneggevole, in linea con i risultati degli studi INPULSIS, senza che siano emersi nuovi segnali sulla sicurezza.

Gli effetti collaterali riscontrati con nintedanib sono efficacemente gestibili nella maggior parte dei pazienti. L’effetto collaterale più frequentemente riferito è la diarrea.

Bruno Crestani ha aggiunto: «Con queste ulteriori evidenze su nintedanib abbiamo ancora maggior fiducia in questa terapia. Questo è  importante perché, con una malattia progressiva come la fibrosi polmonare idiopatica, è davvero fondamentale discutere le opzioni terapeutiche con i pazienti all’inizio, avviare precocemente la terapia e incoraggiare i pazienti a continuare a seguirla».

Ulteriori analisi di  INPULSIS di valutazione dell’effetto di nintedanib sulla FVC

Due ulteriori analisi di sottogruppo dello studio INPULSIS hanno valutato se l’entità della malattia al basale, misurata con un indice fisiologico composito (CPI), o il livello di compromissione dello scambio di gas a livello polmonare, possa impattare l’effetto terapeutico di nintedanib.

Il livello di scambio di gas è stato valutato attraverso la rilevazione della capacità di diffusione del monossido di carbonio da parte dei polmoni (DLCO). Valori più bassi di DLCO implicano maggior compromissione della capacità dei polmoni di scambiare gas. L’indice fisiologico composito (CPI) è un indice che riflette in maniera più accurata l’entità della fibrosi polmonare rispetto a singoli test di funzionalità polmonare.

Entrambe le analisi hanno confermato l’effetto benefico di nintedanib sul declino annuo della FVC, indipendentemente dal livello di compromissione al basale e prodotto ulteriori evidenze sui benefici di nintedanib nel rallentare la progressione della malattia in una vasta gamma di pazienti con fibrosi polmonare idiopatica,  compresi i soggetti con funzionalità respiratoria preservata (FVC>90% del predetto), assenza di aree a nido d’ape (honeycombing) alla TAC toracica ad alta risoluzione (HRCT) e concomitante enfisema.

Questi dati sono stati presentati all’edizione 2016 del Congresso Internazionale dell’European Respiratory Society.

Gli studi di Fase III INPULSIS su nintedanib

Questi studi randomizzati, in doppio cieco, con gruppo di controllo a placebo, hanno coinvolto 1.066 pazienti in 24 Paesi e hanno valutato l’effetto di nintedanib, 150 mg due volte/die, per os, sul tasso annuo di declino della capacità vitale forzata (FVC) in pazienti con IPF per 52 settimane. Gli studi hanno avuto identico disegno, criteri di inclusione, endpoint e dosaggio. L’endpoint primario è stato il tasso annuo di declino della FVC. Gli endpoint secondari più importanti sono stati: variazione, rispetto al basale, della qualità di vita correlata alle condizioni di salute, valutata con il questionario Saint-George’s Respiratory Questionnaire (SGRQ), e tempo intercorso sino alla comparsa della prima riacutizzazione grave della IPF.

I principali risultati sono stati i seguenti:

  • Nintedanib ha rallentato la progressione della fibrosi polmonare idiopatica riducendo del 50% il declino annuo della funzionalità polmonare rispetto a placebo
  • Nintedanib ha ridotto in maniera significativa del 68% il rischio di riacutizzazioni acute aggiudicate≠nell’analisi dei dati combinati. Questo è un aspetto di vitale importanza, visto che circa il 50% dei pazienti ricoverati per riacutizzazione acuta di IPF decede durante il ricovero
  • C’è stato un significativo beneficio con nintedanib rispetto a placebo nel punteggio totale SGRQ in INPULSIS-2, ma nessuna differenza significativa fra i gruppi in INPULSIS-1.

In entrambi gli studi INPULSIS gli eventi avversi più comuni sono stati di natura gastrointestinale, di grado lieve o moderato, generalmente gestibili e raramente hanno comportato l’interruzione del trattamento. La percentuale di pazienti con eventi avversi gravi è stata simile in tutti i gruppi.  L’evento avverso più frequente nei gruppi in terapia con nintedanib è stato la diarrea, riferita nel 62% contro il 19% in INPULSIS-1 e nel 63% contro il 18% in INPULSIS-2, rispettivamente dei pazienti nei gruppi nintedanib e placebo. Meno del 5% dei pazienti nei gruppi in terapia con nintedanib in INPULSIS-1 e INPULSIS-2 ha interrotto il trattamento per questa ragione.

Lo studio di estensione in aperto INPULSIS-ON

Ai pazienti che hanno completato il periodo di trattamento di 52 settimane e 4 settimane di follow-up nei trial INPULSIS è stato offerto di continuare nintedanib in aperto come estensione di studio per valutare sicurezza e tollerabilità di lungo termine di nintedanib. Il trial INPULSIS-ON comprende 734 pazienti ed è attualmente in corso.

Nintedanib

Nintedanib, inibitore di tirosin-chinasi a piccola molecola sviluppato dai ricercatori Boehringer Ingelheim, è indicato come terapia della fibrosi polmonare idiopatica negli adulti.

Nel 2015 nintedanib stato inserito nelle Linee guida internazionali, aggiornate sul trattamento della fibrosi polmonare idiopatica.

Nintedanib rallenta la progressione della malattia, riducendo di circa il 50% il declino della funzionalità polmonare in un’ampia tipologia di pazienti affetti da IPF (tasso annuo corretto di declino della FVC: nintedanib −114,7 ml; placebo −239,9 ml), tra cui pazienti con malattia in fase precoce (minima compromissione della funzionalità polmonare, FVC >90% del predetto), fibrosi limitata (assenza di aree a nido d’ape o honeycombing) alla TAC toracica ad alta risoluzione (HRCT) e pazienti con enfisema.

Gli effetti collaterali di nintedanib possono essere efficacemente gestiti nella maggior parte dei pazienti e l’effetto collaterale più frequentemente riferito è diarrea.

Nintedanib ha come bersaglio i recettori del fattore di crescita che hanno dimostrato di essere coinvolti nella patogenesi della fibrosi polmonare, soprattutto inibendo il recettore del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR), il recettore del fattore di crescita fibroblastico (FGFR) e il recettore del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGFR). Si ritiene che nintedanib, bloccando queste vie di passaggio dei segnali coinvolte nei processi fibrotici, rallenti il declino della funzionalità polmonare e la progressione della malattia.

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Polimixina B e polimixina E hanno attività antitumorale

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Una ricerca UNIPV AIRC dimostra che i due antibiotici polimixina B e polimixina E hanno attività antitumorale. I due antibiotici, usati da molto tempo nel trattamento di infezioni antibiotico-resistenti, sono in grado di inibire un enzima correlato all’insorgenza e allo sviluppo di alcune forme di tumori solidi e leucemie.

La scoperta del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie dell’Università di Pavia è frutto di una ricerca finanziata dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

Lo studio è stato pubblicato dalla rivista internazionale Science Advances nell’articolo “Polymyxins and quinazolines are LSD1/KDM1A inhibitors with unusual structural features”.

Gli antibiotici polimixina B e polimixina E sono in grado di inibire l’enzima demetilasi LSD1, coinvolto nella regolazione del destino cellulare e nell’insorgenza di tumori solidi e leucemia
Gli antibiotici polimixina B e polimixina E sono in grado di inibire l’enzima demetilasi LSD1, coinvolto nella regolazione del destino cellulare e nell’insorgenza di tumori solidi e leucemia

Lo sviluppo dei tumori non è associato esclusivamente a mutazioni della sequenza di basi del DNA. Anche le alterazioni epigenetiche, responsabili delle modificazioni chimiche che modulano l’espressione dei geni, hanno un ruolo nel cancro. Esistono, infatti, sperimentate terapie anti-epigenetiche usate in sinergia con la classica chemioterapia antitumorale.

Lo studio sull’attività della polimixina B e della polimixina E

Un gruppo di ricercatori di biologia strutturale del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie dell’Università di Pavia guidato da Andrea Mattevi, in collaborazione con il gruppo di Antonello Mai dell’Università la Sapienza di Roma, ha scoperto che gli antibiotici polimixina B e polimixina E (nota anche come colistina) sono in grado di inibire l’enzima demetilasi LSD1

La peculiare struttura macrociclica carica positivamente delle polimixine B ed E forma una corona in grado di interagire con le cariche negative presenti all’ingresso del sito attivo dell’enzima, bloccandone l’attività, come evidenziato da studi di cristallografia a raggi X.

L’istone demetilasi LSD1 sta emergendo come un nuovo bersaglio per la cura del cancro, essendo coinvolto nella regolazione del destino cellulare e nell’insorgenza di tumori solidi e leucemia. La deregolazione dell’istone LSD1, infatti, è correlata all’insorgenza del cancro.

Attualmente tre composti in grado di inibire in maniera irreversibile l’enzima sono in fase di sperimentazione clinica, mentre la ricerca continua a focalizzarsi sullo sviluppo di inibitori innovativi e reversibili.

È possibile visionare un video esplicativo dello studio

La polimixina B ed E

Le gravi infezioni causate dai batteri resistenti ai comuni antibiotici, in particolare batteri Gram-negativi, ha portato al riutilizzo di vecchi farmaci antimicrobici, caduti in disuso per l’elevata tossicità, tra cui le polimixine B ed E (colistina). Questi antibiotici dall’elevata complessità chimica, prodotti in natura da diverse specie di Bacillus polymyxa, sono efficienti nel combattere infezioni sostenute da batteri Gram-negativi come Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter baumannii.

Diversi studi hanno inoltre dimostrato una diminuzione degli effetti avversi rispetto al passato.

«La speranza – commenta Andrea Mattevi – è che, grazie al sostegno di AIRC, composti di origine naturale come le polimixine, possano essere rivalutati per il trattamento simultaneo di infezioni batteriche nel contesto di altre patologie correlate all’istone demetilasi LSD1, quali leucemia e tumori solidi, aprendo la strada allo sviluppo di nuovi inibitori epigenetici».

Attività protettiva degli estroprogestinici nei confronti di alcuni tumori

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Gli estroprogestinici si sono dimostrati alleati per la salute della donna contro il tumore ovarico.

Una ricerca dell’Università di Milano e dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri sottolinea i benefici per la salute della donna.

estroprogestinici
L’attività protettiva degli estroprogestinici nei confronti del tumore ovarico è stata dimostrata dallo studio Global trends and predictions in ovarian cancer mortality

I benefici extra contraccettivi della pillola e l’attività protettiva degli estroprogestinici nei confronti di alcuni tumori è da tempo nota. Oggi questo è ribadito e suffragato dai risultati di una ricerca condotta da Carlo La Vecchia dell’Università di Milano, insieme a Eva Negri dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano e pubblicata sulla rivista Annals of Oncology. (”Global trends and predictions in ovarian cancer mortality” pubblicato su Annals of Oncology Advance Access – 2016).

«Tra le false credenze sulla pillola anticoncezionale c’è proprio quella che favorisca i tumori – dichiara Annibale Volpe, past presidente della Società Italiana della Contraccezione (SIC) – Come SIC abbiamo sempre sostenuto e chiarito il contrario e oltre a questa ricerca, anche altri studi clinici di grande rilevanza hanno dimostrato come gli estroprogestinici siano efficaci nel prevenire il tumore all’ovaio, così come quello dell’endometrio e del colon retto».

Lo studio Global trends and predictions in ovarian cancer mortality

Secondo la ricerca, l’uso della pillola ha ridotto notevolmente i decessi per cancro dell’ovaio nel decennio 2002-2012 in tutto il mondo, specie in Usa e in tutti quei Paesi dove le donne hanno iniziato molto presto a utilizzare il contraccettivo orale. Si è osservato, inoltre, che in Europa la mortalità per questo cancro si è ridotta mediamente del 10% (da un tasso di 5,76 per 100.000 donne nel 2002 a uno di 6,19 nel 2012), mentre negli Stati Uniti, dove l’uso della pillola si è diffuso in anticipo rispetto ad altri Paesi e in maniera più capillare, la riduzione è stata del 16% (da un tasso di 5,76 per 100.000 donne nel 2002 a uno di 4,85 nel 2012).

Il calo della mortalità dipenderebbe anche dalla diagnosi precoce del tumore ovarico, che ha sì una bassa incidenza nel nostro Paese (circa 5000 nuovi casi l’anno) ma un’alta mortalità.

I benefici degli estroprogestinici

«Sappiamo che in caso di carcinoma a carico dell’ovaio, come per quello endometriale, con l’uso di contraccettivi orali il rischio si riduce fino al 50% e l’effetto protettivo degli estroprogestinici persiste per più di 20 anni dopo la sospensione e nel corso della post menopausa. Un beneficio da non ignorare – ha commentato Franca Fruzzetti, ginecologa dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa e membro della SIC. – Del resto la pillola è un’alleata importante per la salute generale della donna. Degli studi inglesi condotti su oltre 300mila donne seguite per lungo tempo hanno anche dimostrato che la pillola non solo riduce la morbilità e mortalità per tumori, ma anche la mortalità in generale per qualunque causa».

Gli studi inglesi citati da Franca Fruzzetti e Annibale Volpe sono del:

  • Medical Research Council, Cancer Research UK, pubblicato su Lancet Oncology – 2015
  • University of Southern Denmark, pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology – 2015
  • British Royal College of General Practitioners, pubblicato su British Medical Journal – 2010