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Empagliflozin riduce il rischio di nefropatia nel diabete di tipo 2

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Empagliflozin ha ridotto in maniera significativa il rischio di nefropatia progressiva in adulti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata. Questi risultati rientrano in un programma prestabilito di analisi esplorative per valutare ulteriori endpoint dello studio cardine EMPA-REG OUTCOME®.

rischio di nefropatia nel diabete di tipo 2
Empagliflozin ha dimostrato di ridurre in maniera significativa il rischio di nefropatia progressiva in adulti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata

Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company hanno annunciato che i risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine e presentati al 76° Congresso dell’American Diabetes Association (ADA) di New Orleans.

I risultati dell’analisi dello studio cardine EMPA-REG OUTCOME

In particolare, i nuovi risultati dimostrano che empagliflozin ha ridotto del 39% il rischio di insorgenza o peggioramento di nefropatia rispetto a placebo, quando aggiunto a terapia standard, in soggetti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata.

«Questi risultati sono clinicamente importanti in quanto un soggetto su due tra i diabetici di tipo 2 nel mondo sviluppa nefropatia, che può progredire sino all’insufficienza renale, ed eventualmente al ricorso alla dialisi – ha dichiarato Christoph Wanner, primario del Reparto di Nefrologia e Ipertensione dell’Ospedale Universitario di Würzburg in Germania – Il diabete è la causa principale di ricorso alla dialisi e sono, pertanto, necessarie nuove terapie, che possano aiutare a dare una risposta a questa fondamentale necessità medica».

L’insorgenza o il peggioramento della nefropatia è stato un endpoint composito prestabilito, comprendente gli eventi clinici sotto indicati. Rispetto a placebo, empagliflozin ha comportato i seguenti cambiamenti d’esito statisticamente significativi:

  • riduzione del 55% dell’avvio di terapia sostitutiva renale (es. dialisi);
  • riduzione del 44% del raddoppio della concentrazione di creatinina (un prodotto di rifiuto normalmente filtrato dai reni) nel sangue;
  • riduzione del 38% della progressione in macroalbuminuria (altissime concentrazioni dell’albumina nelle urine).

Empagliflozin ha, inoltre, rallentato in maniera significativa la riduzione della funzionalità renale nel tempo, rispetto a placebo.

La maggior parte dei pazienti in questo studio assumeva già la terapia standard di blocco del sistema renina-angiotensina-aldosterone, raccomandata per la nefropatia nel diabete di tipo 2; gli effetti a livello renale di empagliflozin sono stati dimostrati in aggiunta a tale terapia.

Un’analisi post-hoc di sottogruppo ha riscontrato, con empagliflozin, riduzioni omogenee del rischio per gli esiti renali, indipendentemente dalla compromissione della funzionalità renale, o elevate concentrazioni di albumina nelle urine al basale.

Gli eventi avversi gravi, e gli eventi avversi che hanno comportato l’interruzione del trattamento con empagliflozin, sono stati comparabili rispetto a placebo, indipendentemente che i pazienti, al basale, presentassero o meno una funzionalità renale compromessa. La mortalità per nefropatia è stata un’eventualità rara verificatasi in tre pazienti trattati con empagliflozin (0,1%) e, in nessun caso, con placebo.

«Questi nuovi risultati di EMPA-REG OUTCOME indicano che empagliflozin è l’unico inibitore SGLT2 associato a evidenze di rallentamento della progressione di nefropatia in adulti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata in uno studio sugli esiti cardiovascolari» – ha dichiarato Hans-Juergen Woerle, vice presidente Mondiale Direzione Medica di Boehringer Ingelheim.

Lo studio EMPA-REG OUTCOME

EMPA-REG OUTCOME è uno studio di lungo termine, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, con controllo a placebo, condotto in 42 Paesi su oltre 7.000 pazienti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata.
Lo studio ha valutato l’effetto di empagliflozin (10 mg o 25 mg una volta/die), aggiunto a terapia standard, rispetto a placebo aggiunto a terapia standard. La terapia standard ha compreso farmaci ipoglicemizzanti e farmaci di protezione cardiovascolare (compresi antiipertensivi e ipolipemizzanti).

L’endpoint primario è stato predefinito come tempo intercorso sino al verificarsi del primo fra i seguenti eventi: morte per cause cardiovascolari o infarto del miocardio non-fatale o ictus non-fatale.
Su un tempo mediano di 3,1 anni, empagliflozin ha ridotto in maniera significativa il rischio di mortalità per cause cardiovascolari, infarto del miocardio non-fatale o ictus non-fatale del 14% rispetto a placebo. La riduzione del rischio di mortalità per cause cardiovascolari è stata del 38%, senza differenze significative nel rischio di infarto non-fatale o ictus non-fatale.

Il profilo di sicurezza complessivo di empagliflozin nello studio EMPA-REG OUTCOME è stato omogeneo rispetto a quello riscontrato in studi precedenti.

Diabete e Malattia Cardiovascolare

Gli elevati livelli di glicemia, l’ipertensione e l’obesità associate al diabete aumentano il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare. Questa è la principale causa di mortalità associata al diabete.

Il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare è 2-4 volte superiore nei diabetici rispetto ai non diabetici.

Nel 2015 il diabete ha causato 5 milioni di morti nel mondo. La malattia cardiovascolare è stata la principale causa. Circa il 50% della mortalità in soggetti con diabete di tipo 2 nel mondo è dovuta a malattia cardiovascolare.

Diabete e Nefropatia 

La nefropatia è molto più diffusa nei diabetici rispetto a chi non ha sviluppato la malattia. Colpisce circa la metà di coloro che soffrono di diabete di tipo 2. Quando è in stadio avanzato la nefropatia può sfociare in insufficienza renale con necessità di ricorso alla dialisi o al trapianto di rene. Il deterioramento della funzionalità renale è associato a una ridotta aspettativa di vita media e un aumento del rischio di altre complicanze del diabete, quali ipoglicemia e malattia cardiovascolare. Quest’ultima è la prima causa di mortalità nei soggetti con diabete di tipo 2.

Empagliflozin

Empagliflozin è un inibitore del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2) orale, altamente selettivo, in monosomministrazione giornaliera. È stato approvato in Europa, Stati Uniti e altri Paesi, come terapia per adulti con diabete di tipo 2.

Empagliflozin riduce la glicemia in soggetti con diabete di tipo 2, inibendo il riassorbimento renale del glucosio. Questo viene conseguentemente eliminato nelle urine. L’inibizione del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 è mirata, in maniera diretta, al glucosio.

L’azione è indipendente dalla funzionalità delle cellule beta pancreatiche e dalle vie dell’insulina.

Empagliflozin non va assunto da pazienti con diabete di tipo 1 o da pazienti con chetoacidosi diabetica.

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Insulina degludec vs glargine

Insulina degludec vs glargine

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Insulina degludec riduce significativamente le ipoglicemie rispetto a insulina glargine negli studi SWITCH 1 e SWITCH 2.

insulina degludec
Insulina degludec riduce significativamente le ipoglicemie rispetto all’insulina glargine ed è non inferiore nella riduzione dell’emoglobina glicata

I dati mostrano la diminuzione degli episodi totali, di quelli notturni e di quelli severi. Sono stati presentati alla 76esima sessione scientifica dell’American Diabetes Association a New Orleans.

Insulina degludec

L’insulina degludec (Tresiba®è un’insulina basale a singola iniezione giornaliera che garantisce durata d’azione superiore alle 42 ore.

Titolare all’immissione in commercio di Tresiba è Novo Nordisk

Per le persone con diabete tipo 1 e tipo 2 è importante stabilire una routine nel trattamento con insulina. Quando la somministrazione alla stessa ora ogni giorno non è possibile, insulina degludec permette un dosaggio più flessibile.

Degludec ha ottenuto la prima approvazione regolatoria nel settembre 2012 e da allora è stato approvato in oltre 60 Paesi.

Gli studi SWITCH hanno valutato il profilo di sicurezza ed efficacia di insulina degludec rispetto all’insulina glargine.

Gli studi SWITCH 1 e 2 su insulina degludec vs glargine

Gli studi SWITCH sono iniziati nel gennaio 2014 per confrontare il profilo di efficacia e sicurezza d’insulina degludec e glargine. L’obiettivo principale è documentare il profilo di ipoglicemia nel diabete tipo 1 e tipo 2 rispettivamente.

Sono studi di fase IIIb, della durata di 32 settimane ciascuno, randomizzati, in doppio cieco, crossover, treat-to-target.

Nello studio SWITCH 1, 501 persone con diabete tipo 1 sono state randomizzate per un trattamento in disegno cross over con insulina degludec e insulina glargine in combinazione con insulina aspart.

Nello studio SWITCH 2, 721 persone con diabete tipo 2 sono state randomizzate per un trattamento in disegno cross over con insulina degludec e insulina glargine in combinazione con farmaci anditiabetici orali.

Durante il periodo di mantenimento, l’endpoint primario studiato è stato il numero di episodi di ipoglicemia sintomatica severa o confermata da analisi del sangue in relazione al trattamento.

Gli endpoint secondari hanno incluso il numero di episodi notturni severi o confermati da analisi del sangue e la proporzione di soggetti con uno o più episodi di ipoglicemia severa.

I risultati degli studi SWITCH 1 e SWITCH 2

Nello studio SWITCH 1, i pazienti con diabete tipo 1 trattati con insulina degludec 100 U, paragonati a quelli trattati con glargine 100 U, hanno mostrato una riduzione dell’11% degli episodi totali di ipoglicemia sintomatica e confermata (95% intervallo di confidenza [CI]: 0,85; 0,94); una diminuzione del 36% dei casi di ipoglicemia notturna sintomatica confermata (95% CI: 0,56; 0,73), e una riduzione del 35% degli episodi di ipoglicemia severa (95% CI: 0,48; 0,89) durante il periodo di mantenimento. Le analisi hanno mostrato risultati analoghi durante l’intero periodo di trattamento.

Nello studio SWITCH 2, i pazienti con diabete tipo 2 trattati con insulina degludec 100 U, sempre paragonati a quelli trattati con insulina glargine 100 U, hanno mostrato una riduzione del 30% degli episodi totali di ipoglicemia sintomatica e confermata (95% CI: 0,61; 0,80) e una riduzione del 42% dei casi di ipoglicemia notturna sintomatica confermata (95% CI 0,46; 0,74). Le analisi hanno mostrato risultati significativi nell’intero periodo di trattamento. Durante il periodo di mantenimento si è riscontrata una tendenza a una maggiore riduzione dei casi di ipoglicemia severa in favore di insulina degludec rispetto a insulina glargine. Nell’intero periodo di trattamento, è stata osservata una riduzione significativa del 51% dei casi di ipoglicemie severa nei pazienti trattati con insulina degludec rispetto a quelli trattati con insulina glargine (95% CI 0,26; 0,94).

L’insulina degludec si è dimostrata non inferiore a insulina glargine nella riduzione dell’emoglobina glicata, HbA1c, in entrambi i periodi di trattamento di entrambi gli studi SWITCH 1 e 2. (SWITCH 1, periodo di trattamento 1: insulina degludec 6,92% vs insulina glargine 6,78%; periodo di trattamento 2: insulina degludec 6,95% vs insulina glargine 6,97%; SWITCH 2, periodo di trattamento 1: insulina degludec 7,06% vs insulina glargine 6,98%; periodo di trattamento 2: insulina degludec 7,08% vs insulina glargine 7,11%). I dosaggi di insulina a fine studio sono risultati simili in ogni periodo di trattamento in entrambi gli studi. Gli eventi avversi più comuni (≥ 5%) includono rinofaringiti, infezioni delle vie aeree superiori e ipoglicemia.

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Vaccino anti HPV 9-valente in arrivo in Italia

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Il vaccino anti HPV 9-valente in arrivo in Italia ha un’efficacia dimostrata del 97% nel proteggere donne e uomini.

Papilloma virus HPV
Il vaccino anti HPV 9-valente in arrivo in Italia con schedula a 2 o a 3 dosi. Sarà disponibile dall’autunno 2016. È in attesa di approvazione per la vaccinazione universale anti-HPV su tutto il territorio nazionale.

Il vaccino è attivo verso i 9 virus HPV più pericolosi (6-11-16-18-31-33-45-52-58). È in attesa di approvazione per la vaccinazione universale anti-HPV che potrà determinare un incremento di circa il 20% della riduzione dei cancri da HPV e del 50-80% delle lesioni precancerose.

Il vaccino 9-valente rappresenta un’evoluzione dei due vaccini raccomandati fino a oggi nel nostro Paese, il bivalente e il quadrivalente.

Nelle farmacie italiane il vaccino 9-valente sarà disponibile tra ottobre e novembre 2016.

L’arrivo in Italia e in Europa del nuovo vaccino contro il Papillomavirus è stato annunciato al Congresso Internazionale Eurogin 2016 a Salisburgo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e le autorità sanitarie di tutti i Paesi raccomandano una vaccinazione anti-HPV precoce, già tra i pre-adolescenti. Nell’età compresa tra gli 11 e i 12 anni la risposta immunitaria è migliore e il beneficio è massimo.

La vaccinazione contro l’HPV in alcuni Paesi come Stati Uniti, Canada, Australia, Danimarca e Svezia è raccomandata già da molti anni anche per la popolazione maschile.

In Italia, attualmente, in 9 Regioni (Trentino, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) viene effettuata la vaccinazione universale contro l’HPV, vaccinando anche il maschio.

La prevenzione delle infezioni da papillomavirus

Susanna Esposito, presidente WAidid (Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici) e direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico dell’Università degli Studi di Milano, spiega per chi è raccomandato il nuovo vaccino e perché è importante vaccinarsi.

«L’infezione da HPV non si contrae solo per via sessuale e non colpisce solo le donne. Può essere trasmessa, infatti, anche per via cutanea e coinvolge entrambi i sessi. La maggior parte delle infezioni, fra il 70 e il 90%, è transitoria perché il virus viene eliminato dal sistema immunitario prima di sviluppare un effetto patogeno, ma nei casi più gravi è l’origine di carcinomi e lesioni precancerose. Il nuovo vaccino 9-valente rappresenta un’importante novità nello scenario della prevenzione. È un nuovo strumento di protezione verso il maggior numero di tumori da HPV, anche nel maschio».

«La maggiore prevalenza di infezioni da HPV si riscontra all’età di 20 anni, proprio in coincidenza con il recente inizio dell’attività sessuale – continua Susanna Esposito. – Per questo motivo la vaccinazione deve essere somministrata prima di entrare in contatto con il virus per avere la massima protezione possibile. L’età ideale è fra i 9 e 14 anni di età: in Italia la strategia scelta è la vaccinazione con una schedula a 2 dosi fino a 14 anni; con 3 dosi dopo i 14 anni. Nei soggetti immunocompromessi, si raccomanda la vaccinazione con 3 dosi. Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccini 2016-2018, ancora in attesa di approvazione, prevede la vaccinazione universale anti-HPV».

«La prevenzione secondaria del carcinoma della cervice uterina – aggiunge Susanna Esposito – si attua attraverso la diagnosi precoce con il pap-test, uno screening citologico cervicale che consente di identificare le lesioni precancerose e di intervenire prima che evolvano in carcinoma. In Italia, il pap test è raccomandato ogni tre anni per le donne tra i 25 e i 64 anni. Per gli uomini non esiste, invece, alcun programma di screening preventivo, se non la vaccinazione».

 

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Latte fermentato con Lactobacillus paracasei CBA L74 per infezioni e allergie infantili

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Il consumo in età prescolare di latte fermentato con Lactobacillus paracasei CBA L74 ha ridotto infezioni, impiego di farmaci e giorni di assenza da scuola.

Lactobacillus Paracasei CBA L74
Uno studio multicentrico su latte fermentato con Lactobacillus Paracasei CBA L74 ne conferma l’efficacia nel ridurre infezioni e allergie infantili

Lactobacillus paracasei CBA L74, infatti, è un ngrediente dimostratosi in grado di stimolare il sistema immunitario nei bambini. Lo dimostra uno studio multicentrico che ha coinvolto le Università di Napoli, Milano e Palermo. La ricerca ha vinto il premio di miglior studio al congresso della European Academy of Allergy & Clinical Immunology (EAACI).

Il nuovo riconoscimento segue quello ottenuto al meeting della Società Europea di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica (ESPGHAN).

Lo studio è stato illustrato in seduta plenaria e ritenuto il più rilevante tra quelli presentati.

«Questa nuova affermazione del valore della nostra ricerca non può che renderci orgogliosi – commenta Roberto Berni Canani, professore del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, coordinatore dello studio. – Il riconoscimento ottenuto nell’ambito di uno dei più prestigiosi meeting internazionali dedicati all’allergologia e all’immunologia clinica assume, inoltre, particolare importanza. Conferma infatti un ulteriore orizzonte per le applicazioni del nostro studio, cioè l’opportunità di approfondire la capacità delle sostanze postbiotiche, rilasciate a seguito della fermentazione del latte, di combattere non solo le infezioni, ma anche le principali allergie che si sviluppano in età infantile. Del resto, il meccanismo infiammatorio, sul quale agisce il nuovo ingrediente, è la causa fisiopatologica comune a molte malattie e condizioni cliniche complesse, dalle infezioni alle allergie, e quindi i futuri sviluppi del nostro studio sono più che una promessa».

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Latte formulato per stimolare il sistema immunitario

Dalbavancina per le infezioni batteriche degli epiteli

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L’antibiotico monodose per via endovenosa dalbavancina per le infezioni batteriche degli epiteli è disponibile negli ospedali italiani.

dalbavancina per le infezioni batteriche degli epiteli ersipela infezioni epiteli
Dalbavancina per le infezioni batteriche degli epiteli è un antibiotico per via endovenosa ad uso ospedaliero. Da giugno 2016 è disponibile in Italia.

«Per contrastare il crescente fenomeno dell’antibiotico-resistenza, diventa oggi fondamentale mettere a disposizione nuove e più efficaci armi farmacologiche: in tale contesto, il lancio di dalbavancina in Italia segna l’ingresso di Angelini nel mercato dei farmaci ospedalieri e amplia il portfolio aziendale nell’area degli antinfettivi – afferma Fabio De Luca, Chief Commercial Officer Italia di Angelini. – Con questo innovativo prodotto, che cambia il paradigma di gestione delle infezioni acute batteriche della cute e della struttura della pelle, siamo ora in grado di offrire un valido strumento a supporto della classe medica, che consente di migliorare la qualità di vita del paziente e contribuisce a garantire la sostenibilità economica del sistema sanitario».

Le infezioni batteriche degli epiteli

Le infezioni batteriche degli epiteli comprendono le ABSSSI, Acute Bacterial Skin and Skin Structure Infections. Ascessi cutanei, celluliti infettive, erisipela, infezioni del sito chirurgico sono esempi di ABSSSI. Queste infezioni sono provocate da Stafilococchi e Streptococchi, in particolare dallo Staphylococcus aureus, che costituisce il principale agente patogeno. In Italia sono malattie diffuse soprattutto in ambiente ospedaliero, mentre all’esterno sono rare, ma possono causare accessi al Pronto Soccorso.

4 casi su 10 di infezioni da Staphylococcus aureus sono a carico di ceppi meticillino-resistenti (MRSAMethicillin-Resistant Staphylococcus Aureus). Sì è reso perciò necessario lo sviluppo di farmaci con un’azione battericida anche nei confronti di questi microrganismi.

«Le ABSSSI sono infezioni molto frequenti in ambito ospedaliero, soprattutto nei reparti di medicina interna, malattie infettive, chirurgia e geriatria – dichiara Ercole Concia, professore di Malattie Infettive all’Università di Verona e direttore della Divisione Clinicizzata di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona. – Sono malattie spesso di difficile diagnosi eziologica, che richiedono un adeguato approccio terapeutico, considerando anche la rapida diffusione di microrganismi antibiotico-resistenti, in particolare lo Stafilococco aureus che non risponde alle penicilline e, solo in Italia, rappresenta il 35-40% di tutte le infezioni causate da questo agente patogeno, con punte anche dell’80% nelle lungodegenze per anziani».

Dalbavancina per le infezioni batteriche degli epiteli è disponibile in Italia

Dalbavancina è un lipoglicopeptide semisintetico di ultima generazione. Possiede un’eccellente attività battericida in vitro contro un ampio spettro di batteri Gram-positivi. Tra questi si trovano, Staphylococcus aureus meticillino-resistente e meticillino-sensibile e alcune specie di Streptococchi. Il farmaco presenta una buona penetrazione nei tessuti, a fronte di un ottimo profilo di sicurezza.

L’antibiotico ad uso ospedaliero è disponibile anche in Italia (Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.134 del 10 Giugno 2016).

Il farmaco consente di trattare le infezioni batteriche acute della cute e della struttura cutanea anche con un’unica somministrazione endovenosa. Il suo innovativo profilo farmacocinetico, infatti, consente due regimi posologici alternativi:

  • double shots: un dosaggio di 1000 mg seguito, dopo una settimana, da uno di 500 mg, per 30 minuti d’infusione,
  • one shot: una singola dose di 1500 mg, sempre tramite infusione di mezz’ora.

I vantaggi del dosaggio di dalbavancina per le infezioni batteriche degli epiteli

La disponibilità di un unico dosaggio rappresenta una novità nell’ambito dell’attuale panorama terapeutico delle ABSSSI. Fino a oggi, gli antibiotici endovena richiedevano una somministrazione anche più volte al giorno. Il trattamento durava dai 6 ai 14 giorni.

Rispetto ad altri antibiotici disponibili nella pratica clinica, dalbavancina ha una superiore capacità antibatterica e una buona penetrazione nei tessuti.

I vantaggi rappresentati da dalbavancina per le infezioni batteriche degli epiteli legati alla riduzione dei tempi di degenza sono:

  • miglioramento della qualità di vita del paziente,
  • diminuzione del rischio di diffusione nosocomiale degli agenti patogeni,
  • ottimizzazione delle risorse per il Sistema Sanitario Nazionale, grazie a un abbattimento dei costi di ospedalizzazione.

«La disponibilità di un antibiotico a rapida attività battericida con spettro d’azione diretto ai microrganismi Gram-positivi, che può essere somministrato in dose unica (1500 mg) per via endovenosa, apre scenari rivoluzionari nel percorso assistenziale nelle infezioni acute batteriche della pelle e della struttura cutanea, quali la terapia ambulatoriale senza ricovero e dimissioni ospedaliere precoci – sostiene Francesco Menichetti, professore straordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana. – Grazie a dalbavancina, è possibile gestire il paziente e la sua problematica infettiva con un approccio olistico, che tenga conto non solo della cura dell’infezione ma consenta anche di ridurre i rischi correlati alla degenza in ospedale e i relativi costi».

Regorafenib per il carcinoma epatocellulare

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Regorafenib per il carcinoma epatocellulare non resecabile migliora la sopravvivenza globale in uno studio di fase III.

Regorafenib per il carcinoma epatocellulare
Regorafenib per il carcinoma epatocellulare è un inibitore multi-chinasico orale. Inibisce diverse chinasi coinvolte nei meccanismi della crescita e della progressione tumorale. Ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza globale

Bayer ha annunciato che il suo studio di fase III in pazienti con tumore epatico (HCC) non resecabile trattati con regorafenib ha raggiunto l’obiettivo primario di migliorare in modo statisticamente significativo la sopravvivenza globale.

Regorafenib

Regorafenib è un inibitore multi-chinasico orale che inibisce diverse chinasi, coinvolte nei meccanismi della crescita e della progressione tumorale (angiogenesi, oncogenesi e microambiente tumorale).

In particolare, negli studi preclinici, regorafenib ha dimostrato di inibire diversi recettori tirosin-chinasici angiogenici per il VEGF coinvolti nella neoangiogenesi. In aggiunta al VEGFR 1-3 inibisce anche diverse chinasi oncogeniche e del microambiente tumorale tra cui TIE-2, RAF-1, BRAF, BRAFV600, KIT, RET, PDGFR, e FGFR che individualmente e collettivamente influenzano la crescita tumorale, la formazione del micorambiente stromale e la progressione della malattia.

Regorafenib è approvato con il marchio Stivarga® in 90 paesi, compresi Stati Uniti, Europa e Giappone, per il trattamento dei pazienti con mCRC.

In Più di 70 paesi, il prodotto è anche approvato per il trattamento dei GIST (tumori stromali gastrointestinali).

In Europa, regorafenib è indicato per il trattamento dei pazienti adulti affetti da carcinoma metastatico del colon retto precedentemente trattati oppure non candidabili al trattamento con le terapie disponibili che comprendono chemioterapia a base di fluoropirimidina, una terapia anti VEGF e una terapia anti EGFR. Inoltre è indicato per il trattamento dei pazienti adulti affetti da tumori stromali gastrointestinali non resecabili o metastatici, dopo progressione di malattia o intolleranti al trattamento precedente con imatinib e sunitinib.

Regorafenib è sviluppato da Bayer.

Lo studio RESORCE su regorafenib per il carcinoma epatocellulare

Lo studio RESORCE (REgorafenib dopo SORafenib nei pazienti con carcinoma epatoCEllulare) valuta l’efficacia e la sicurezza di regorafenib in pazienti con HCC in progressione dopo precedente trattamento con sorafenib.

RESORCE è uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, multicentrico, di fase III. Ha arruolato 573 pazienti, randomizzati in un rapporto 2:1 a ricevere regorafenib associato alla migliore terapia di supporto (BSC) o placebo associato alla BSC.

I pazienti sono stati trattati con regorafenib 160 mg o placebo una volta al giorno per 3 settimane. A queste è stata fatta seguire 1 settimana senza trattamento.

L’obiettivo primario di questo studio è stato la sopravvivenza globale.

Gli obiettivi secondari includono tempo alla progressionesopravvivenza libera da progressionetasso di rispostatasso di controllo della malattia.

La sicurezza e la tollerabilità sono state monitorate in modo continuo e sono risultate generalmente simili al profilo atteso.

«Sono necessarie opzioni terapeutiche efficaci per i pazienti con tumore epatico – ha dichiarato Joerg Moeller, membro del Comitato Esecutivo di Bayer AG, divisione Farmaceutica e responsabile dello sviluppo clinico. – Insieme a sorafenib, che ha rappresentato un avanzamento scientifico importante per il trattamento dell’HCC, regorafenib potrebbe diventare il secondo trattamento sistemico con efficacia dimostrata nel trattamento del cancro del fegato. Vorremmo ringraziare i pazienti e i clinici che hanno aderito allo studio per il loro contributo».

Il carcinoma epatocellulare

Il carcinoma epatocellulare (HCC) è la forma più comune di cancro del fegato. Rappresenta circa il 70-85% di tutti i casi di tumore al fegato al mondo.
Il tumore del fegato è il sesto più frequente tumore e la seconda causa di morte correlata a cancro.
Più di 780.000 casi di tumore al fegato sono diagnosticati ogni anno nel mondo.
Il tasso di incidenza è in aumento.
Nel 2012, circa 746.000 persone sono morte per tumore al fegato: 383.000 in Cina, 48.000 nell’UE e 24.000 negli USA.

Le distonie

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Le distonie sono disturbi del movimento caratterizzati da lente oscillazioni ripetitive, posture anomale e/o tremori. Questi sintomi sono dovuti a contrazioni muscolari continue o intermittenti incontrollabili volontariamente e, a volte, dolorose.

Distonie

Questa condizione limita spesso in modo significativo la qualità di vita e porta con sé costi sociali e sanitari.

Classificazione delle distonie

Dal punto di vista delle sedi corporee colpite, le distonie possono essere classificate in:

  • focali: interessano uno o più gruppi muscolari di una sola regione del corpo definita (una mano, un occhio, il collo),
  • multifocali: si presentano in due o più regioni disgiunte,
  • segmentali: coinvolgono gruppi muscolari di due o più parti contigue,
  • generalizzate: compromettono tutti i segmenti del corpo,
  • emidistonie: sono localizzate a una metà del corpo e sono spesso associate a lesioni dei gangli della base controlaterali.

Le distonie possono insorgere a qualunque età, ma, nell’ambito delle distonie primarie, l’età di esordio e le sedi corporee sono strettamente correlate. Le distonie focali e quelle segmentali, infatti, si presentano più spesso nell’età adulta (> di 28 anni). Le distonie generalizzate, invece, insorgono più spesso in età pediatrica o giovanile e hanno un esordio più violento che interessa inizialmente un arto inferiore e diffonde poi agli altri arti e al tronco con una tendenza al peggioramento tanto maggiore quanto più è precoce l’insorgenza del disturbo. In queste forme, generalmente, il distretto craniale è preservato.

Eziologia delle distonie

A seconda dell’eziologia, le distonie possono essere primarie (quando rappresentano l’unica manifestazione fenotipica) o secondarie all’uso di farmaci, a lesioni del sistema nervoso o a malattie (quali encefaliti, malattie cerebrovascolari o malattie neurodegenerative come parkinsonismi, malattia di Wilson o Corea di Huntington). Le distonie secondarie comprendono anche disordini ereditari, come la distonia doparesponsiva e la mioclono-distonia.

È stata individuata un’associazione tra blefarospasmo e malattie del segmento anteriore dell’occhio come congiuntiviti, sindrome dell’occhio secco, blefariti. Un’altra associazione è stata osservata tra distonia cervicale e scoliosi e traumi del collo. Diverse osservazioni evidenziano inoltre che la causa delle distonie di un arto potrebbe essere imputabile all’esecuzione di gesti fini e ripetitivi e che la distonia laringea segue spesso malattie infettive delle prime vie aeree.

L’eziologia delle distonie primarie non è stata chiarita e, probabilmente, non è unica per tutte le forme cliniche.

La distonia primaria dell’adulto è verosimilmente controllata da diversi geni che, insieme a fattori ambientali come patologie irritative e traumi extracranici, concorrono al raggiungimento della soglia di malattia modificando i meccanismi di plasticità neuronale coinvolti nella fisiopatologia delle distonie dell’adulto

Il 90% delle distonie generalizzate a esordio infantile e giovanile che si presentano nella popolazione degli ebrei Ashkenaziti (una delle popolazioni a più elevata prevalenza di distonie), è legato al gene DYT1 localizzato sul braccio corto del cromosoma 9 che codifica per la proteina Torsina A. Nelle altre popolazioni, il gene DYT1 rende conto del 40-60% dei casi. Questa diversa distribuzione dà adito all’ipotesi del coinvolgimento di più geni non identificati e, in considerazione della modalità di trasmissione autosomico dominante e della penetranza incompleta (stimata intorno al 30-40%) del gene DYT1, del concorso di fattori ambientali nell’eziologia delle distonie.

Malattie infettive dell’infanzia (varicella, morbillo, parotite) potrebbero concorrere a slatentizzare la sintomatologia distonica in soggetti portatori del gene DYT1.

Segni delle distonie più comuni

Torcicollo spasmodico: il collo è improvvisamente colto da contrazioni e tremori che continuano a far ruotare la testa, deviandola di lato o all’indietro.

Blefarospasmo: le palpebre si serrano involontariamente per qualche secondo o pochi minuti e il volto si contrae in una smorfia a causa di spasmi bilaterali, sincroni e stereotipati dei muscoli orbicolari palpebrali.

Disfonia spasmodica: colpisce le corde vocali determinando l’emissione di un suono strozzato come un bisbiglio, una voce quasi soffiata, acuta e roca

Distonia facciale e oro-mandibolare: fa perdere ogni controllo del volto, della lingua, della mandibola

Crampo dello scrittore e del musicista: è una distonia compito-funzionale dell’arto superiore nella quale le dita non rispondono più si muovono in modo incontrollabile oppure sono rigide e più ci si forza di muoverle, più procurano dolore

Distonia cervicale: le contrazioni involontarie prolungate dei muscoli del collo provocano rotazioni e/o inclinazioni della testa e molto spesso dolore cervicale

Il “contagio” distonico

Talora un muscolo ne “contagia” un altro vicino, soprattutto nel caso del blefarospasmo che può diffondersi dai muscoli dell’occhio a quelli del cranio e del collo.

Roberta Pellicciari della Sapienza di Roma ha presentato uno studio che indica una possibilità per predire il rischio di contagio distonico a partire dal blefarospasmo che è spesso il primo step diagnostico: se la chiusura delle palpebre è forte e prolungata con piccoli spasmi dei muscoli orbicolari a occhi chiusi, è più probabile che “contagi” anche altri muscoli contigui: 80% dei casi.

Analizzando le videoregistrazioni di 89 pazienti sono stati individuati altri 2 tipi di blefarospasmo: se gli occhi si chiudono solo a causa di piccoli spasmi e la chiusura delle palpebre è protratta, ma incompleta, oppure se la palpebra tende a non serrare mai l’occhio, il “contagio” è più raro, rispettivamente nell’ordine del 40 e del 34%. Studiare con attenzione come esordisce il blefarospasmo, sia tramite videoregistrazioni, sia direttamente nel paziente, può diventare uno strumento di previsione prognostica dell’andamento della malattia utile per prendere in tempo le giuste precauzioni terapeutiche.

Lo studio è stato presentato al secondo congresso dell’Accademia Italiana LIMPE-DISMOV per lo studio della malattia di Parkinson e dei Disturbi del Movimento tenutosi a Bari dal 4 al 6 maggio 2016.

I trattamenti per le distonie

Per le distonie la terapia di scelta è quella a base di tossina botulinica che, seppur sintomatico, risulta efficace. L’American Academy of Neurology indica questo trattamento nelle proprie linee guida per il trattamento di blefarospasmo e distonia cervicale.

Le tossine botuliniche oggi impiegate nella terapia delle distonie e della spasticità o delle cefalee sono molte, ma tutte identificabili dal suffisso BONT.

Ognuna di esse differisce leggermente dall’altra a seconda dell’azienda produttrice, dimostrando un‘efficacia diversa sia nella nella stessa malattia sia in malattie diverse.

Questo spiega le diverse classi di efficacia assegnate loro nelle linee guida dell’AAN 2016 di Vancouver. Spiega anche il motivo per cui la stessa tossina può finire in classi diverse a seconda del disturbo da trattare. È il caso dell‘aboBoNT-A che dal livello C del blefarospasmo sale in classe A nella distonia cervicale. Le sue caratteristiche fisicochimiche, infatti, le consentono di agire meglio sui recettori aceticolinici implicati in questa distonia.

Nel blefarospasmo l’onaBoNT-A e l‘incoBoNT-A vengono classificate come di livello B. Sono dotate di verosomile efficacia e quindi da tenere in considerazione nel trattamento.

Di livello C invece l‘aboBoNT-A perché dotata di un’efficacia possibile che la può far prendere in considerazione.

Nella distonia cervicale invece sono state classificate come trattamenti di livello A in quanto efficaci e da consigliare nel trattamento aboBoNT-A e rimaBoNT-B. Di livello B sono onaBoNT-A e incoBoNT-A in quanto dotate di verosimile efficacia e quindi da tenere in considerazione nel trattamento.

Tipo distonia LIVELLO  A LIVELLO  B LIVELLO C
BLEFAROSPASMO onaBoNT-A incoBoNT-A aboBoNT-A
DISTONIA CERVICALE aboBoNT-ArimaBoNT-B onaBoNT-A incoBoNT-A

Storia del trattamento con la tossina botulinica

Il merito della scoperta di questa terapia va all’oculista americano Alan Scott. Questi osservò che ogni movimento è frutto del bilanciamento fra muscoli agonisti (che lo accelerano) e antagonisti (che lo frenano). Egli intuì che riducendo il freno (troppo tirato per colpa della malattia) il movimento sarebbe stato liberato. Negli anni ’80, Scott trovò il modo per sbloccare quel freno attraverso una denervazione mirata e controllata dei muscoli antagonisti. Provocò la loro paralisi tramite tossina botulinica. Ne iniettò in loco dosi infinitesimali. La terapia risultò efficace a partire dal primo paziente trattato che soffriva di strabismo paralitico. Questo disturbo altera la coordinazione dei muscoli che fanno ruotare il globo oculare. A quell’epoca, era trattabile soltanto per via chirurgica.

Da allora la tossina è stata impiegata anche in altre distonie focali. Nel blefarospasmo il trattamento migliora il 90% circa dei pazienti. In un terzo di questi i sintomi vengono completamente aboliti, anche se non in tutti i casi per sempre. La micro-iniezione può essere ripetuta ogni tre mesi senza perdere di efficacia.

Nel torcicollo spasmodico, si ottiene miglioramento nel 50-80% dei casi. Il dolore e il disturbo motorio spesso scompaiono fin dalla prima iniezione. La vera risposta clinica inizia dopo circa una settimana e il beneficio massimo arriva dopo due.

Nelle disfonie spasmodiche  si ottengono ottimi risultati entro pochi giorni, anche se il massimo beneficio si apprezza dopo una settimana. Buoni risultati si ottengono pure nel crampo dello scrivano (migliorano qualità e fluidità della scrittura e riduzione del dolore). Nelle distonie compito-specifiche (che colpiscono musicisti, dattilografi, ecc) i miglioramenti sono compresi fra il 50% e il 70%.

La tossina botulina usata come cura viene estratta dal Clostridium botulinum, un microrganismo sporigeno anaerebio.  La tossina è capace di bloccare la liberazione di acetilcolina a livello delle giunzioni neuromuscolari, con conseguente atrofia muscolare.

Altri trattamenti

Oltre alla tossina botulinica, in alcune forme di distonia è efficace la neuromodulazione DBS (Deep Brain Stimulation). Indirizzando bilateralmente la stimolazione sul globo pallido interno, la DBS si è dimostrata utile anche nella distonia. Essa può essere impiegata nal trattamento della forma cosiddetta tardiva farmacoresistente e in quella refrattaria pluri-segmentale primitivamente generalizzata. «La DBS, introdotta negli anni ’80, ha rivoluzionato il trattamento della malattia di Parkinson tramite microimpulsi elettrici che riattivano i neuroni dopaminergici, riportandoli indietro di anni alla condizione che avevano quando erano ancora sensibili alla levodopa» ha spiegato, nell’ambito del secondo congresso dell’Accademia Italiana LIMPE-DISMOV per lo studio della malattia di Parkinson e dei Disturbi del Movimento 2016, Leonardo Lopiano, direttore Struttura Complessa Neurologia 2 AOU Città della Salute e della Scienza di Torino.

Nella distonia cervicale è stata scoperta l’efficacia anche di un’altra tecnica chiamata cTBS, acronimo di stimolazione theta-burst continua. Tale metodo offre il vantaggio di una minore invasività in quanto non richiede posizionamento neurochirurgico trattandosi di una sorta di TMS, stimolazione magnetica transcranica.

La differente efficacia nelle varie distonie indica che le alterazioni del cervelletto non sono un tratto endofenotipico di tutte le distonie.

Sul cervelletto era già stata impiegata efficacemente la rTMS (repetitive trascranial magnetic stimulation) per migliorare i movimenti dell’arto superiore nel Parkinson.

Distinguendo fra tremore associato a distonia e tremore distonico, il coinvolgimento della via cerebello-talamo-corticale giustificherebbe il ruolo del cervelletto nella fisiopatologia del tremore distonico e l’efficacia della cTBS.

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Test genetico per la sindrome dei tumori ereditari di mammella e ovaio

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Bioscience Genomics, lo spin off dell’Università di Tor Vergata, ha messo a punto e reso disponibile MyCheck HBOC per l’analisi mediante sequenziamento ultrarapido Next Generation Sequencing di tutte le regioni codificanti per geni BRCA1/2.

La presenza di una mutazione dei geni BRCA1/2 codifica la HBOC Syndrome (Hereditary Breast and Ovarian Cancer) o Sindrome dei Tumori Ereditari di Mammella e Ovaio, una condizione determinata da mutazioni genetiche che si trasmettono da una generazione all’altra.

Il sistema di analisi consentirà di caratterizzare da un punto di vista molecolare geni di interesse a partire sia da un normale prelievo di sangue sia da tessuto.
Nel primo caso l’informazione ottenuta permetterà di evidenziare se il paziente sia portatore di mutazioni coinvolte nell’insorgenza della patologia a livello del DNA germinale.
Lo stesso approccio tecnologico garantirà la possibilità di poter effettuare l’analisi dei geni BRCA1/2 a partire da tessuti bioptici in paraffina di pazienti affetti da tumore per l’identificazione di mutazioni somatiche a bassa frequenza.

«Conoscere il proprio profilo genetico è fondamentale per pianificare insieme al proprio medico la migliore strategia da mettere in atto per prevenire l’insorgenza del cancro, individuarlo tempestivamente o trattarlo in fase precoce e quando sia ancora trattabile – continua Novelli – Il test viene eseguito attraverso l’analisi di un semplice prelievo di sangue, conservato a bassa temperatura e spedito ai laboratori di Bioscience Genomics all’interno dell’Università di Tor Vergata a Roma, con protocolli rigorosi per garantirne l’integrità. Esiste un grave deficit di informazione sulla Sindrome HBOC per questo abbiamo deciso di inaugurare una attività di awareness che si celebrerà ad ottobre con la Giornata Mondiale».

I test per valutare la predisposizione genetica a sviluppare il cancro aprono la strada alla medicina prognostica che permette di impostare un piano di gestione del rischio

Le tecniche di sequenziamento del DNA hanno aumentato esponenzialmente la conoscenza dei difetti genetici coinvolti nell’insorgenza di alcuni tipi di cancro.

Nella popolazione generale il rischio di sviluppare un cancro al seno interessa una donna su 8 e una su 50 il tumore ovarico. Per le donne con mutazioni genetiche familiari che quindi presentano una predisposizione, il rischio aumenta dal 15 al 40% e schizza al 50-87% per le portatrici dei geni BRCA1 e BRCA2.

Più precisamente, in presenza di una mutazione di questi geni il rischio di sviluppare il cancro è del 60-80% a carico del seno e del 20-40% a carico dell’ovaio.

Soggetti che hanno avuto casi di cancro di origine genetica in famiglia diventano soggetti “ad alto rischio”e “sorvegliati speciali”.

Eppure il 47% delle donne con rilevanti storie familiari non ha mai ricevuto l’indicazione di sottoporsi a un test o un counseling genetico.

«Conoscere tempestivamente la presenza di specifici fattori di rischio è oggi uno strumento importantissimo per impostare una strategia di difesa, così come ha fatto l’attrice americana Angelina Jolie, che proprio a seguito di un test genetico ha scoperto la propria mutazione del gene BRCA1, lo stesso che aveva ucciso la madre, la nonna e la zia e che l’ha portata alla decisione di ricorrere alla chirurgia preventiva rimuovendo il seno prima e le ovaie poi. Anche donne che non presentano casi noti in famiglia possono essere portatrici della mutazione e di conseguenza essere esposte ad un rischio aumentato. Essere portatori di una mutazione genetica di questo tipo non equivale a una sentenza di condanna – rassicura Giuseppe Novelli, Rettore dell’Università di Tor Vergata e Ordinario di Genetica Umana – Oggi possiamo mettere in campo diverse strategie per sfruttare al meglio i risultati di questo importantissimo test, come lo stretto monitoraggio con controlli pianificati e rigorosi, la chemioterapia preventiva e infine la profilassi chirurgica che prevede l’asportazione degli organi ad alto rischio di tumore. In questo percorso che può essere molto delicato è sempre necessario un counseling genetico e psicologico di supporto nella gestione di una informazione che può cambiare la vita della persona coinvolta e generare uno stato di ansia. Con questi strumenti abbiamo inaugurato l’era della medicina prognostica».

Il cuore a 7 dimensioni

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General Electric presenta ViosWorks, software applicativo per risonanza magnetica in grado di mostrare le immagini del cuore e del flusso sanguigno in sette dimensioni: tre nello spazio, una nel tempo e tre in direzione della velocità, mostrando il flusso sanguigno del cuore come un’immagine in movimento.
La nuova soluzione per esami di risonanza magnetica cardiaca sviluppata da General Electric Healthcare e Arterys è in grado di ridurre i tempi d’esame per uno screening al cuore, da oltre un’ora richiesta per l’esame canonico a dieci – venti minuti.

Il cuore a 7 dimensioni: una nuova soluzione per esami di risonanza magnetica cardiaca permette di visualizzare il cuore e il flusso sanguigno in movimento
Il cuore a 7 dimensioni: una nuova soluzione per esami di risonanza magnetica cardiaca permette di visualizzare il cuore e il flusso sanguigno in movimento

ViosWorks è un software applicativo per risonanza magnetica del cuore che permette una visualizzazione in sette dimensioni, con scansioni dell’anatomia, della funzione e del flusso cardiaco a respiro libero in otto minuti e un’elaborazione delle immagini in tempo reale, basata su Cloud.

Si tratta della soluzione cardiovascolare completa nata dalla collaborazione tra GE Healthcare, divisione medicale di General Electric, e Arterys, società specializzata nell’imaging medico intelligente, basato su piattaforme Cloud.

La nuova tecnologia estende gli esami cardiaci di risonanza magnetica oltre i confini dell’anatomia offrendo contemporaneamente tempi ridotti in maniera significativa rispetto alle scansioni convenzionali. È infatti in grado di eseguire un esame completo di risonanza magnetica del cuore in un tempo compreso tra i dieci e i venti minuti. Inoltre, l’esame, è molto più fruibile e confortevole per il paziente perché l’esecuzione dell’esame avviene a respiro libero senza la necessità delle fastidiose apnee respiratorie che servivano per evitare che le immagini venissero compromesse dai movimenti respiratori del paziente stesso.

ViosWorks permette di visualizzare i risultati dell’esame mostrando il flusso sanguigno del cuore visualizzato in modo cinematico ed in movimento.

Questo software applicativo può aiutare il personale clinico a distinguere il tessuto cicatrizzato o danneggiato da quello sano, non solo mostrando la contrazione dei ventricoli, ma anche consentendo di esaminare il percorso corretto del flusso sanguigno del cuore e del suo distretto vascolare. Per elaborare informazioni complesse, è dotato di una piattaforma di visualizzazione su Cloud in tempo reale, che fornisce dati quantitativi e referti strutturati. Un vantaggio sostanziale in un ambito clinico la cui velocità diagnostica è fondamentale, come nel caso dello studio cardiovascolare.

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Malattia di Alzheimer: epidemia sociale

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Malattia di Alzheimer: epidemia sociale che richiede un nuovo modello di assistenza per ridurre l’impatto sulle famiglie.

Malattia di Alzheimer: epidemia sociale
La malattia di Alzheimer rappresenta una vera e propria epidemia sociale che richiede un nuovo modello di assistenza per ridurre l’impatto sulle famiglie. Soltanto il 56,6% dei pazienti è seguito da una struttura pubblica

Sono circa un milione gli italiani colpiti da demenze, 600.000 quelli con malattia di Alzheimer. Si prevede che questi numeri siano destinati a raddoppiare nell’arco di appena 20 anni.

I costi diretti dell’assistenza per l’Alzheimer sono stimati in oltre 11 miliardi di euro annui.

Le famiglie rappresentano sempre più il fulcro dell’assistenza alle persone con Alzheimer e il 38% di esse deve ricorrere a una badante. Il 40% dei caregiver, pur essendo in età lavorativa, non lavora, e l’80% ha conseguenze dirette sulla propria salute.

Contemporaneamente si restringe l’offerta di servizi che vengono offerti con profonde differenziazioni a livello territoriale: secondo la terza ricerca realizzata da Censis e AIMA, soltanto il 56,6% dei pazienti è seguito da una struttura pubblica.

Il Master della Sapienza Università di Roma “La Scienza nella Pratica Giornalistica” con il supporto di Lilly ha promosso il Corso di Formazione Professionale Continua “Malattia di Alzheimer, cronaca di un’epidemia sociale. Tra terapie e assistenza, oltre i luoghi comuni

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