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Afatinib vs gefitinib per carcinoma polmonare non a piccole cellule EGFR+

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Lo studio LUX-Lung 7 ha dimostrato che afatinib riduce significativamente il rischio di progressione del carcinoma polmonare e di fallimento terapeutico e aumenta il tasso di risposte globali rispetto a gefitinib, senza compromettere la sicurezza, la tollerabilità e la qualità di vita complessiva correlata alle condizioni di salute.

afatinib
Studio di confronto diretto afatinib vs gefitinib dimostra che afatinib migliora significativamente i risultati clinici rispetto a gefitinib nel carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato positivo per mutazioni EGFR

LUX-Lung 7 è il secondo studio di confronto diretto tra gefitinib e un inibitore delle tirosin-chinasi (TKI) EGFR di prima generazione. Il primo, LUX-Lung 8, aveva confrontato afatinib con erlotinib nel carcinoma polmonare a cellule squamose.

I risultati di LUX-Lung 7, studio globale di Fase IIb di confronto diretto fra  afatinib* e gefitinib in pazienti il cui tumore presenta le mutazioni di EGFR più comuni, sono stati pubblicati su Lancet Oncology.

«Siamo soddisfatti della pubblicazione su Lancet Oncology di LUX-Lung 7, il secondo studio di confronto diretto fra afatinib e un inibitore delle tirosin-chinasi (TKI) EGFR di prima generazione – ha dichiarato Mehdi Shahidi, Medical Head, Solid Tumor Oncology di Boehringer Ingelheim. – La totalità dei risultati di efficacia emersi dallo studio LUX-Lung 7 differenzia in maniera chiara l’inibitore di seconda generazione afatinib dall’inibitore di prima generazione gefitinib, senza che si siano osservate differenze significative nella sicurezza globale, nella tollerabilità e nella qualità di vita correlata alle condizioni di salute fra i due TKI. Ci aspettiamo che i risultati possano guidare la pratica clinica nel carcinoma polmonare non a piccole cellule con mutazioni di EGFR».

Lo studio LUX-Lung 7

LUX-Lung 7 è uno studio globale di confronto diretto tra due target therapy anti-EGFR di seconda e prima generazione (afatinib e gefitinib rispettivamente) in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), positivo per mutazioni di EGFR e naïve a un precedente trattamento per la malattia metastatica. Questo studio di Fase IIb ha arruolato 319 pazienti con NSCLC di stadio avanzato o metastatico e con mutazioni comuni di EGFR (Del19 o L858R).

Gli endpoint co-primari dello studio sono stati: PFS secondo revisione indipendente, tempo intercorso sino al fallimento della terapia e sopravvivenza globale (OS).

Gli endpoint secondari comprendono: percentuale di risposta obiettiva (ORR), percentuale di controllo della malattia, riduzione della massa tumorale, Patient Reported Outcome (PRO) e profilo di sicurezza.

Risultati dello studio LUX-Lung 7

Rispetto a gefitinib, afatinib ha migliorato in maniera significativa:

• la sopravvivenza libera da progressione di malattia (HR = 0,73; IC al 95% 0,57‒0,95; p = 0,0165; valore mediano: 11,0 mesi [afatinib] versus 10,9 mesi [gefitinib]). Il  miglioramento di PFS riscontrato con afatinib è stato omogeneo nei vari sottogruppi clinici predefiniti, come sesso, età, razza e tipo di mutazione di EGFR;

• il tempo intercorso sino al fallimento terapeutico (HR = 0,73; IC al 95% 0,58‒0,92; p = 0,0073; valore mediano: 13,7 mesi [afatinib] contro 11,5 mesi [gefitinib]);

• la percentuale di risposta obiettiva (70% contro 56%, p = 0,0083).

Il primo autore della pubblicazione e principal investigator dello studio LUX-Lung 7, Keunchil Park, direttore dell’Innovative Cancer Medicine Institute (ICMI) del Samsung Medical Center, Facoltà di Medicina dell’Università Sungkyunkwan, Seoul, Corea del Sud, ha così commentato: «I principali risultati di questo studio suggeriscono una notevole e significativa differenza clinica in efficacia fra afatinib e gefitinib, evidente su molteplici endpoint e in quasi tutti i sottogruppi predefiniti di pazienti».

I risultati dello studio LUX-Lung 7, infatti, dimostrano che afatinib ha ridotto in maniera significativa il rischio di progressione di malattia del 27% rispetto a gefitinib.

Il miglioramento in termini di PFS risulta più marcato con il passare del tempo. Dopo due anni di trattamento, più del doppio dei pazienti in terapia con afatinib erano vivi e liberi da progressione di malattia rispetto a quelli in terapia con gefitinib (dopo 18 mesi: 27% versus 15%; dopo 24 mesi: 18% versus 8%).

Inoltre, i pazienti in terapia con afatinib hanno avuto una durata del trattamento significativamente maggiore e una riduzione del rischio di fallimento terapeutico del 27% rispetto a gefitinib.

Un numero significativamente superiore di pazienti ha avuto una risposta obiettiva (ORR; riduzione clinicamente rilevante delle dimensioni del tumore) con afatinib rispetto a gefitinib (70% versus 56%), con una durata mediana della risposta di 10,1 mesi e 8,4 mesi, rispettivamente.

I dati relativi all’endpoint co-primario di sopravvivenza globale non sono ancora maturi e verranno presentati in futuro.

Sia afatinib sia gefitinib hanno dimostrato miglioramenti simili nei Patient-Reported Outcome (PRO) nello studio LUX-Lung 7, senza differenze significative nella qualità di vita correlata alle condizioni di salute con afatinib rispetto a gefitinib.

Il trattamento sia con afatinib sia con gefitinib è stato in generale tollerabile, con una pari bassa percentuale di interruzione della terapia in entrambi i bracci (6%).

Gli eventi avversi osservati nello studio sono stati in linea con i profili di sicurezza noti dei due farmaci.
La frequenza complessiva di eventi avversi gravi è stata del 44,4% per afatinib e del 37,1% per gefitinib.Gli eventi avversi più comuni di grado ≥ 3 sono stati: con afatinib, diarrea (13%) e rash/acne (9%); e con gefitinib, aumento di aspartato-aminotransferasi (AST)/alanina aminotransferasi (ALT) (9%) e rash/acne (3%). Interstiziopatia polmonare farmaco-correlata è stata riportata in quattro pazienti in terapia con gefitinib e in nessun paziente in terapia con afatinib.
In pazienti rispondenti a specifici criteri c’è stata la possibilità di modificare il dosaggio di afatinib per una migliore gestione degli eventi avversi. Poiché gefitinib è disponibile in un’unica formulazione di dose, non c’è stata riduzione del dosaggio con questo farmaco.

Afatinib

Afatinib, inibitore di tirosin-chinasi (TKI) EGFR di Boehringer Ingelheim,è approvato in oltre 60 paesi per il trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), positivo per mutazioni di EGFR. L’approvazione di afatinib in questa indicazione si è basata sui risultati l’endpoint primario di PFS nello studio registrativo LUX-Lung 3, in cui afatinib ha rallentato in maniera significativa la progressione della malattia rispetto alla chemioterapia standard.

Inoltre, afatinib ha dimostrato un beneficio in termini di sopravvivenza globale (OS) in pazienti con NSCLC positivo per specifiche tipologie di mutazioni di EGFR, rispetto alla chemioterapia. Un beneficio significativo in termini di sopravvivenza globale (OS) rispetto a chemioterapia è stato dimostrato in maniera indipendente negli studi LUX-Lung 3 e LUX-Lung 6 in pazienti con la mutazione di EGFR più comune (delezioni dell’esone 19 o Del19).

 

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Raccomandazione di designazione a farmaco orfano di rFIXFc

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Swedish Orphan Biovitrum AB (Sobi™) e il partner Biogen hanno ricevuto il parere positivo del COMP (Committee for Orphan Medicinal Products) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA: European Medicines Agency), che raccomanda alla Commissione Europea di mantenere la designazione a farmaco orfano di rFIXFc (eftrenonacog alfa), proteina di fusione ricombinante costituita dal fattore IX della coagulazione connesso al dominio Fc dell’IgG1 umana per il trattamento dell’emofilia B.

Il COMP raccomanda di mantenere la designazione a farmaco orfano di rFIXFc per il trattamento dell’emofilia B
Il COMP raccomanda di mantenere la designazione a farmaco orfano di rFIXFc per il trattamento dell’emofilia B

La raccomandazione del COMP è ora passata alla Commissione Europea, responsabile dell’autorizzazione all’immissione in commercio per i medicinali nell’Unione Europea.

rFIXFc

rFIXFc (eftrenonacog alfa) è una proteina di fusione ricombinante a lunga durata d’azione costituita dal fattore IX della coagulazione connesso al dominio Fc dell’IgG1 umana studiata per il trattamento dell’emofilia B. Si ritiene che ciò consenta a rFIXFc di utilizzare una via naturalmente esistente nell’organismo per prolungare così il tempo di permanenza in esso.

La somministrazione di rFIXFc, come di qualsiasi altra proteina iniettabile, potrebbe associarsi a episodi di ipersensibilità di tipo allergico o allo sviluppo di inibitori.

Sobi e il suo partner Biogen collaborano nello sviluppo e nella commercializzazione di rFIXFc per l’emofilia B. Sobi possiede i diritti sullo sviluppo e commercializzazione finale nel territorio Sobi, essenzialmente in Europa, Nord Africa, Russia e nei mercati del Medio Oriente. Biogen guida lo sviluppo e la produzione di rFIXFc e possiede i diritti di commercializzazione nel Nord America e in tutte le altre regioni del mondo, ad esclusione del territorio Sobi.

Il trattamento con rFIXFc è, attualmente, approvato per l’emofilia B negli Stati Uniti, in Canada, Giappone, Australia e in Nuova Zelanda, dove è stata la prima terapia approvata per l’emofilia B per una protezione prolungata dai sanguinamenti.

La domanda di autorizzazione all’immissione in commercio di rFIXFc nell’Unione Europea è stata presentata all’Agenzia europea per i medicinali lo scorso giugno 2015.

A febbraio 2016, Sobi e Biogen hanno ricevuto il parere positivo del Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’EMA per rFIXFc.

Se confermata l’approvazione e la designazione a farmaco orfano, eftrenonacog alfa sarà inserito nel Registro Comunitario dei Medicinali Orfani (Community Register of Orphan Medicinal Products).

Designazione a farmaco orfano

Un nuovo medicinale, per ricevere la designazione a farmaco orfano nell’Unione Europea, deve essere destinato al trattamento di una determinata patologia che non abbia un’incidenza superiore a 5 su 10.000 individui a livello UE e per i quali non esistano trattamenti soddisfacenti; se presenti, invece, è necessario che il nuovo farmaco apporti benefici significativi per le persone colpite dalla malattia. La designazione può essere, inoltre, riconosciuta se per il nuovo farmaco non è previsto un ritorno economico sufficiente a giustificare l’investimento. La designazione a medicinale orfano nell’Unione Europea può fornire vantaggi al prodotto, compreso un periodo di 10 anni di esclusiva nel mercato verso prodotti simili, a seguito della autorizzazione all’immissione in commercio.

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Disponibile in Italia l’associazione ramipril con amlodipina per l’ipertensione

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È disponibile in Italia una nuova associazione ramipril con amlodipina besilato per la gestione dell’ipertensione arteriosa.

ipertensione arteriosa
L’associazione ramipril con amlodipina è disponibile in Italia sottoforma di capsule rigide a diversi dosaggi per il trattamento dell’ipertensione arteriosa

Parvati® – questo il nome commerciale del nuovo prodotto distribuito da Neopharmed Gentili, azienda del Gruppo Mediolanum Farmaceuticipuò essere prescritto, con ricetta ripetibile, ai pazienti già in cura e controllati con i due principi attivi assunti separatamente.

L’associazione ramipril con amlodipina

L’amlodipina è un bloccante dei canali del calcio nelle fibre muscolari lisce e provoca il rilassamento della muscolatura liscia dei vasi sanguigni in modo che il sangue possa defluire più facilmente, con conseguente azione antipertensiva.

Il ramipril, invece, è un inibitore di un enzima che determina la conversione di angiotensina I in angiotensina II – sostanza ad attività vasocostrittrice – e la degradazione della bradichinina, una sostanza ad azione vasodilatatrice: la ridotta formazione di angiotensina II e livelli più elevati di bradichinina comportano vasodilatazione e un abbassamento della pressione del sangue.

Parvati, in capsule rigide, è disponibile in diversi dosaggi, per riprodurre le differenti posologie ad oggi prescritte ai pazienti in cura con amlodipina e ramipril separatamente: 5 mg + 2,5 mg (capsula di colore rosa pallido), 5 mg + 5 mg (capsula di colore rosa), 5 mg + 10 mg (capsula di colore rosa scuro), 10 mg + 5 mg (capsula di colore rosso-marrone), 10 mg + 10 mg (capsula di colore marrone).

L’autorizzazione all’immissione in commercio di Parvati, concessa dall’AIFA il 10 febbraio 2015, è stata supportata da uno studio di bioequivalenza che ha confrontato i profili farmacocinetici del medicinale di associazione con quello dei due principi attivi analizzati separatamente.

«Con Parvati – dichiara Alessandro Del Bono, amministratore delegato di Mediolanum Farmaceutici, azienda della quale Neopharmed Gentili fa parte – la nostra azienda amplia ulteriormente il proprio portafoglio di farmaci in aerea cardiovascolare. Il nuovo farmaco d’associazione garantirà un vantaggio, in termini di maneggevolezza per il paziente, che ci auguriamo possa rappresentare un incentivo all’aderenza terapeutica. La corretta osservanza della terapia, nell’area dell’ipertensione, si attesta in Italia a un modesto 40%, con tutte le gravi ricadute che ne conseguono, inclusi i numerosi episodi acuti sofferti anche dai pazienti in cura. La speranza è che il nuovo farmaco possa giovare alla gestione della malattia, e quindi incidere positivamente anche sui budget del servizio sanitario, gravati in misura importante dai costi diretti e indiretti legati a tutte le patologie che possono conseguire a un controllo non ottimale della pressione arteriosa».

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Sacubitril con valsartan per lo scompenso cardiaco

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L’associazione sacubitril con valsartan per lo scompenso cardiaco riduce il tasso di morte per cause cardiovascolari e di ricoveri ospedalieri, con un beneficio costante a favore dei pazienti con frazione d’eiezione ridotta (HFrEF) indipendentemente da precedenti ricoveri ospedalieri per scompenso cardiaco o dalla terapia di base.

Lo dimostrano nuove analisi annunciate da Novartis condotte sui dati dello studio PARADIGM-HF sull’associazione sacubitril con valsartan per lo scompenso cardiaco (Entresto®, farmaco di Novartis) vs l’attuale standard di cura, l’ACE inibitore enalapril.

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Un’analisi ha permesso di stabilire che il beneficio ottenuto dai pazienti considerati clinicamente stabili, senza precedenti di ricovero ospedaliero per scompenso cardiaco o con solo un lontano precedente, è sovrapponibile a quello mostrato dai pazienti meno stabili (ovvero ospedalizzati per scompenso cardiaco nei 3 mesi precedenti l’ingresso nello studio).

In una seconda analisi, i pazienti che assumevano sacubitril/valsartan hanno avuto una riduzione di circa il 20% del tasso di morte per cause cardiovascolari o di ricovero ospedaliero per scompenso cardiaco rispetto ai pazienti trattati con enalapril, indipendentemente dalla terapia di base.

«Questa nuova analisi evidenzia che i pazienti con scompenso cardiaco non sono mai realmente stabili poiché per la maggioranza di loro la morte per cause cardiovascolari è stato il primo evento clinico. Non possiamo permetterci di attendere un aggravamento delle condizioni dei pazienti prima di prescriveresacubitril/valsartan e poter offrire loro maggiori opportunità di vivere più a lungo e meglio – ha affermato Vas Narasimhan, Global Head, Drug Development and Chief Medical Officer di Novartis. – Da questi dati emerge anche chiaramente che il trattamento con sacubitril/valsartan ha determinato una riduzione del 20% o superiore del tasso di morte per cause cardiovascolari o di ricovero ospedaliero per scompenso cardiaco in pazienti con frazione d’eiezione ridotta (HFrEF), inclusi i soggetti considerati clinicamente stabili e indipendentemente dalla terapia di base».

I risultati delle analisi sui dati di PARADIGM-HF sull’associazione di sacubitril con valsartan per lo scompenso cardiaco

Nello studio PARADIGM-HFl’associazione sacubitril con valsartan per lo scompenso cardiaco è stata confrontata – nell’ambito dell’attuale standard di cura – con l’ACE inibitore enalapril.

Le analisi condotte sui dati dello studio PARADIGM-HF hanno dato i seguenti risultati:

1^ analisi dello studio PARADIGM-HF:

  • Anche i pazienti considerati clinicamente stabili – definiti come pazienti senza precedenti di ospedalizzazione per scompenso cardiaco o con un solo precedente remoto – erano ancora a rischio di andare incontro a un evento clinico serio.
  • Oltre un terzo dei pazienti è risultato clinicamente stabile e il 20% di questi è stato interessato da un evento endpoint primario (morte per cause cardiovascolari o ospedalizzazione per scompenso cardiaco). Tra questi pazienti, la morte per cause cardiovascolari è stato il primo evento nel 51% dei casi.
  • Il beneficio ottenuto con sacubitril/valsartan nei pazienti considerati clinicamente stabili è sovrapponibile a quello ottenuto nei pazienti meno stabili (ospedalizzazione per scompenso cardiaco nei 3 mesi precedenti l’ingresso nello studio).
  • In entrambi i gruppi, i pazienti trattati con sacubitril/valsartan hanno mostrato una riduzione di almeno il 20% nel tasso di morte per cause cardiovascolari o di ospedalizzazione per scompenso cardiaco rispetto ai pazienti trattati con enalapril.

2^ analisi dello studio PARADIGM-HF:

  • Benefici costanti di sacubitril/valsartan per i pazienti con HFrEF, con una riduzione del 20% circa del rischio di morte per cause cardiovascolari o di ricovero ospedaliero per scompenso cardiaco rispetto a enalapril, indipendentemente dalla terapia di base.
  • Questi benefici sono stati osservati in pazienti che assumevano dosi elevate e basse di beta-bloccanti e in pazienti con o senza defibrillatore cardioverter impiantabile (ICD) o con defibrillatore per la terapia di resincronizzazione cardiaca (CRT-D) – due approcci terapeutici standard per lo scompenso cardiaco – nonché in pazienti in terapia con antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi (MRA).

Scompenso cardiaco

Lo scompenso cardiaco è una patologia debilitante e potenzialmente fatale, in cui il cuore non riesce a pompare una quantità sufficiente di sangue, perché la sua muscolatura diventa troppo debole o troppo rigida per funzionare in modo adeguato. I pazienti sono pertanto esposti ad un elevato rischio di mortalità, ripetuti ricoveri in ospedale e sintomi come dispnea, affaticamento e ritenzione di liquidi, che esercitano un impatto significativo sulla qualità della loro vita.

Ogni giorno in Europa vengono diagnosticati 10.000 casi di scompenso cardiaco e 15 milioni di persone già convivono con questa patologia.

Nonostante la prevalenza, la maggior parte delle persone non riesce a riconoscere i sintomi.

Molti pazienti rimangono senza una diagnosi essendo spesso i sintomi erroneamente attribuiti all’avanzare dell’età.

L’associazione sacubitril con valsartan (Entresto®)

L’associazione sacubitril con valsartan è un farmaco con posologia due volte al giorno, che riduce il carico di lavoro sul cuore scompensato. Agisce potenziando i sistemi neuro-ormonali di protezione del cuore (sistema dei peptidi natriuretici) e sopprimendo al contempo gli effetti negativi provocati dall’iperattività del sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS).

Altri farmaci usati nel trattamento dell’insufficienza cardiaca si limitano a bloccare gli effetti negativi dovuti all’iperattività del RAAS.

Sacubitril/valsartan contiene l’inibitore della neprilisina sacubitril, una nuova entità molecolare, e il bloccante del recettore dell’angiotensina (ARB) valsartan.

 Sacubitril/valsartan è approvato per l’uso in pazienti con scompenso cardiaco cronico sintomatico con frazione d’eiezione ridotta (HFrEF) e ha ottenuto l’autorizzazione AIC in oltre 50 paesi.

Sacubitril/valsartan è indicato per il trattamento dello scompenso cardiaco (classe NYHA II-IV) in pazienti con disfunzione sistolica.

È stato dimostrato che sacubitril/valsartan riduce il tasso di morte per cause cardiovascolari e di ricoveri ospedalieri per scompenso cardiaco rispetto a enalapril.

Sacubitril/valsartan ha inoltre dimostrato di ridurre il tasso di mortalità per tutte le cause rispetto a enalapril.

Efficacia dei corticosteroidi per via inalatoria per la BPCO

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Una nuova analisi post hoc dimostra che l’efficacia dei corticosteroidi per via inalatoria per la BPCO in aggiunta a tiotropio + LABA, in termini di riduzione del rischio di riacutizzazioni, è limitata ai pazienti con BPCO grave o molto grave che hanno livelli di leucociti eosinofili maggiori o uguali del 4%.

polmoni corticosteroidi per via inalatoria  BPCO
L’efficacia dei corticosteroidi per via inalatoria per la BPCO in aggiunta a tiotropio + LABA è limitata ai pazienti con alti livelli di eosinofili

Boehringer Ingelheim annuncia i dati che sono stati pubblicati online su The Lancet Respiratory Medicine

L’analisi post-hoc dello studio WISDOM dimostra che i livelli degli eosinofili possono far individuare i pazienti con BPCO che possono trarre beneficio dall’aggiunta di corticosteroidi per via inalatoria (inhaled corticosteroid, ICS).

Nello studio, infatti, l’80% dei pazienti non ha avuto ulteriore beneficio nel ridurre il rischio di riacutizzazioni con l’impiego di ICS in aggiunta a tiotropio e a un beta2-agonista a lunga durata d’azione (LABA) rispetto a tiotropio e un LABA senza ICS.

In particolare, i pazienti con livelli di eosinofili inferiori al 4% (300 cellule/µL) non hanno avuto ulteriore beneficio in termini di riacutizzazioni dall’introduzione di ICS nel loro regime terapeutico.

Lo studio WISDOM

Lo studio WISDOM (Withdrawal of Inhaled Steroids During Optimised Bronchodilator Management, Sospensione di Steroidi Inalatori Durante Gestione Ottimizzata con Broncodilatatore), della durata di 52 settimane, ha valutato l’effetto dell’interruzione di ICS in pazienti con BPCO da grave a molto grave con pregresse riacutizzazioni mentre erano in terapia con tiotropio 18 µg somministrato una volta al giorno tramite l’inalatore a polvere di tiotropio bromuro HandiHaler® e un LABA (long-acting beta2-agonist, beta2-agonista a lunga durata d’azione), salmeterolo 50 µg due volte/die.

Soltanto il 20% dei pazienti dello studio WISDOM ha avuto beneficio dall’aggiunta di ICS a tiotropio e un LABA in termini di riduzione del rischio di riacutizzazioni.

Nella popolazione dello studio WISDOM, la completa sospensione di ICS è stata associata a una piccola riduzione del FEV di valle.

Non è stata osservata alcuna relazione fra la conta degli eosinofili e la variazione della funzionalità respiratoria con la sospensione di ICS, tuttavia, una nuova analisi post-hoc dello studio WISDOM ha rilevato che il 20% dei pazienti che hanno beneficiato della riduzione del rischio di riacutizzazioni, dovuta all’uso continuato di ICS in aggiunta all’associazione di tiotropio con un LABA, aveva dei livelli più alti di eosinofili nel sangue (≥ 300 cellule/µL; più del 4%).

L’analisi post-hoc dimostra, quindi, che l’impiego di un esame del sangue comunemente eseguito, la conta degli eosinofili, può rivelarsi un pratico aiuto per i medici ai fini di individuare il piccolo sottogruppo di pazienti con patologia grave/molto grave che possa beneficiare dell’aggiunta di ICS alla terapia con tiotropio + LABA.

Le riacutizzazioni contribuiscono in maniera significativa all’impatto della BPCO, spesso, sono causa di ricovero e possono aumentare il rischio di mortalità del paziente.

Le linee guida GOLD raccomandano l’impiego di ICS nella terapia solo per pazienti con BPCO con compromissione della funzionalità respiratoria grave/molto grave e/o ad alto rischio di riacutizzazioni (GOLD C/D), che è stata la popolazione di pazienti studiata in WISDOM. Persino in questa popolazione di pazienti con patologia grave, soltanto una piccola minoranza nello studio ha beneficiato dell’introduzione di ICS per la riduzione del rischio di riacutizzazioni.

È riconosciuto che l’uso a lungo termine di ICS può essere associato a rischio di effetti collaterali seri tra cui la polmonite, l’osteoporosi e la comparsa e progressione di diabete.

«I broncodilatatori a lunga durata d’azione sono un pilastro terapeutico nella gestione della BPCO, tuttavia nella prassi clinica gli ICS sono largamente impiegati nella BPCO in tutti gli stadi di gravità – ha dichiarato lo sperimentatore dello studio Peter Calverley, professore di Pneumologia e Riabilitazione Pneumologica dell’Università di Liverpool nel Regno Unito. – In precedenza era difficile individuare il sottogruppo di pazienti che rispondevano a ICS. Questi risultati aiuteranno i medici a individuare con maggior sicurezza quali pazienti possano beneficiare della terapia con ICS e contribuire così a minimizzare l’esposizione al rischio di effetti collaterali derivanti dall’uso a lungo termine di ICS».

Sono necessari studi prospettici futuri che forniscano ulteriori evidenze a conferma di questi risultati.

«Questi risultati stimolano la riflessione e contribuiscono al dibattito corrente sull’impiego appropriato di terapia con ICS nella BPCO – ha dichiarato William Mezzanotte, vice president e Head of Respiratory Medicine di Boehringer Ingelheim. – Desideriamo approfondire la discussione e le analisi su questo importante argomento».

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Efficacia di evolocumab rispetto a ezetimibe per l’ipercolesterolemia

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Amgen ha annunciato i dati dello studio di Fase III GAUSS-3 che valuta l’efficacia di evolocumab rispetto a ezetimibe per l’ipercolesterolemia in pazienti intolleranti alle statine.

Colesterolo LDL ipercolesterolemia
Evolocumab ha dimostrato di permettere di realizzare una riduzione dei livelli di colesterolo LDL significativamente superiore rispetto a ezetimibe

I risultati dello studio dimostrano che evolocumab (Repatha®) induce una riduzione dei livelli di colesterolo LDL significativamente superiore rispetto a ezetimibe, dopo 24 settimane, in pazienti con un’intolleranza alle statine legata a effetti collaterali di tipo muscolare.

I dati sono stati presentati al 65° Congresso Annuale dell’American College of Cardiology a Chicago e pubblicati contemporaneamente sulla rivista della American Medical Association (JAMA).

Lo studio GAUSS-3 su evolocumab rispetto a ezetimibe per l’ipercolesterolemia

GAUSS-3 (Goal Achievement After Utilizing an Anti-PCSK9 Antibody in Statin Intolerant Subjects-3) è uno studio di Fase III, multicentrico, randomizzato in doppio cieco, che prevedeva un rechallenge con statina e placebo. Il trial era disegnato in modo da valutare la sicurezza, la tollerabilità e l’efficacia di Repatha in 491 pazienti con elevati livelli di colesterolo che non potevano tollerare le statine a causa di eventi avversi muscolo-correlati. Lo studio era diviso in tre parti (A, B, C):

  • La parte A prevedeva un cross-over con due fasi della durata di 24 settimane, in doppio cieco, controllato con placebo con atorvastatina al dosaggio di 20 mg in 491 pazienti con storia di intolleranza alle statine per confermare la presenza di eventi avversi muscolo-correlati correlati all’uso della statina. In questa parte dello studio i pazienti erano randomizzati con un rapporto 1:1 al trattamento con atorvastatina 20 mg/die o placebo orale per 10 settimane (prima fase) prima di essere sottoposti ad una procedura di washout della durata di 2 settimane e di passare, nel cross-over,alla terapia alternativa per un altro periodo di 10 settimane (seconda fase). Una volta completati entrambi i periodi della parte A dello studio, i pazienti che riportavano eventi avversi muscolari con atorvastatina ma non con placebo entravano in un’altra fase di washout di due settimane e successivamente nella parte B dello studio. I pazienti che, al contrario, non sviluppavano sintomi muscolari con l’atorvastatina o li sviluppavano con il placebo non entravano a far parte della successiva parte B dello studio. Durante la fase A, i pazienti con un aumento dei livelli di creatinin chinasi (CK) superiore a 10 volte il limiti normale più elevato accompagnati da sintomi muscolari che si risolvevano al momento dell’interruzione della terapia con statina erano considerati alla stregua di quelli con eventi avversi muscolari non tollerabili e parimenti avanzati alla fase B dello studio
  • La parte B consisteva in un confronto in doppio cieco della durata di 24 settimane tra Repatha ed ezetimibe in 218 pazienti. In questa fase i pazienti erano ri-randomizzati con un rapporto 2:1 al trattamento  o con Repatha 420 mg una volta al mese sottocute e un placebo orale (1 cpr/die) o con ezetimibe 10 mg/die e un placebo sottocute una volta al mese per 48 settimane.
  • La parte C è un’estensione in aperto dello studio della durata di 2 anni attualmente in corso durante la quale tutti i pazienti che hanno completato la fase B sono trattati con Repatha per valutarne l’efficacia e la sicurezza a lungo termine in pazienti con intolleranza alle statine documentata oggettivamente. Tutti i pazienti sono trattati con Repatha 140 mg sottocute ogni due settimane o 420 mg una volta al mese. I risultati di questa estensione in aperto potrebbero in futuro essere oggetto di presentazione o pubblicazione.

Gli endpoint coprimari erano:

  • la riduzione percentuale media dei livelli di colesterolo LDL rispetto al basale alle settimane 22 e 24,
  • la riduzione percentuale delle LDL rispetto al basale alla settimana 24 nella parte B.

Gli endpoint secondari di efficacia includevano, alle settimane 22 e 24 e alla settimana 24, le seguenti medie: la variazione dei livelli di C-LDL rispetto al basale; la risposta in termini di C-LDL < 70 mg/dL; la variazione rispetto al basale del colesterolo totale (TC); la variazione rispetto al basale del colesterolo non HDL, della apolipoproteina B (ApoB), del rapporto tra colesterolo totale e HDL, del rapporto tra ApoB/apolipoproteina A1 (ApoA1), della lipopoproteina(a), dei trigliceridi edel C-VLDL.

Lo studio GAUSS-3 è stato disegnato sulla base delle evidenze emerse dagli studi GAUSS-1 e GAUSS-2 che si basavano sull’incidenza di eventi avversi correlati alle statine riportati dai pazienti stessi. Lo studio GAUSS-3 ha impiegato un rigoroso rechallenge attivo con statina in pazienti con storia pregressa di intolleranza a due o più statine al fine di selezionare una popolazione di pazienti che incorrevano in eventi avversi di tipo muscolare solo con la statina e non con il placebo. Nonostante la durata breve del rechallenge (10 settimane), oltre il 40% dei pazienti ha sviluppato eventi avversi muscolari non tollerabili con l’atorvastatina e non con il placebo.

I dati degli endpoint primari prespecificati dimostrano che la riduzione media alle settimane 22 e 24 dei livelli di colesterolo LDL rispetto al basale, è stata del 54,5% per Repatha rispetto al 16,7% per ezetimibe (p < 0,001). Alla settimana 24, le LDL erano scese del 52,8% nel gruppo di pazienti in trattamento con Repatha rispetto al 16,7% in quello con ezetimibe (p < 0,001). Al basale, i livelli medi di colesterolo LDL erano di 219,9 mg/dL per tutti i pazienti entrati nella parte di studio controllata con farmaco attivo.

Eventi avversi muscolo-correlati sono stati riportati nel 20,7% dei pazienti in trattamento con Repatha e nel 28,8% dei pazienti in trattamento con ezetimibe. In questi ultimi il 6,8% è stato costretto a interrompere la terapia per sintomi muscolari, rispetto allo 0,7% delle interruzioni registrate nel gruppo in trattamento con Repatha.

«Si tratta di uno studio di grande importanza: evolocumab è stato in grado di ridurre in maniera determinante la colesterolemia LDL di valori che superano il 50% in una popolazione di pazienti con un profilo di rischio cardiovascolare particolarmente rilevante che non potevano essere sottoposti ai trattamenti convenzionali con statine per intolleranza a questa categoria di farmaci – sottolinea Furio Colivicchi, direttore UOC di Cardiologia, ACO San Filippo Neri (Roma). – Un risultato che apre uno spiraglio importante per la terapia di pazienti che, in assenza di questi trattamenti, hanno purtroppo un destino segnato di sviluppare una grave forma di malattia cardiovascolare. Finalmente abbiamo a disposizione un’arma molto efficace, sicura e facilmente utilizzabile poiché non prevede una somministrazione quotidiana».

Lo studio rientra in un vasto programma di sviluppo clinico, su diverse tipologie di pazienti, che confermano l’alta efficacia di evolocumab nel ridurre i valori di colesterolo LDL indipendentemente dall’età, dal sesso, da eventuali comorbilità, dal tipo di statine utilizzate e dal profilo di rischio cardiovascolare.

PROFICIO (Program to Reduce LDL-C and Cardiovascular Outcomes Following Inhibition of PCSK9 In Different Populations) raccoglie 22 diversi trial e complessivamente, prevede l’arruolamento di circa 35.000 pazienti.

L’Italia ha svolto un ruolo da protagonista nel vasto programma di sperimentazione clinica su evolocumab attraverso il coinvolgimento di 39, distribuiti in tutta la penisola e un totale di 10 studi clinici.

«Questo ampio progetto di studi clinici svolto per evolocumab è lodevole e anche raccomandabile perché più studi si fanno e meglio si comprende un farmaco. Il mio centro è la dimostrazione che si può fare ricerca: il nostro è stato il primo centro in Italia a porre un paziente in terapia con evolocumab – afferma Alberico L. Catapano, presidente European Atheroscerosis Society. – Si trattava di un paziente con livelli lipidici inaccettabili nonostante la terapia con statine e con inibitori dell’assorbimento del colesterolo. I pazienti che presentano un profilo di rischio cardiovascolare alto e molto alto sono sicuramente quelli più indicati per questo tipo di trattamento. Vedo un grande bisogno medico non soddisfatto principalmente in tre aree: nei soggetti a elevato rischio cardiovascolare per i quali l’obiettivo terapeutico non viene raggiunto, nei pazienti con ipercolesterolemia familiare nei quali il raggiungimento di livelli di LDL ottimali è molto complesso e infine in soggetti con intolleranza grave alle statine».

Evolocumab (Repatha)

Evolocumab è un anticorpo monoclonale completamente umano che inibisce la proproteina convertasi subtilisina/kexina tipo 9 (PCSK9).

La PCSK9 è una proteina deputata alla degradazione dei recettori LDL che, quindi, riduce la capacità del fegato di eliminare il C-LDL, il cosiddetto colesterolo “cattivo”, dal sangue.

Evolocumab, sviluppato dai ricercatori Amgen, si lega alla proteina PCSK9 impedendole di legarsi ai recettori delle LDL sulla membrana epatica. In assenza della PCSK9, sulla membrana epatica sono presenti più recettori delle LDL in grado di eliminare il C-LDL dal sangue.

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Afatinib per il carcinoma polmonare SCC approvato in Europa

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Boehringer Ingelheim ha annunciato che afatinib per il carcinoma polmonare SCC (a cellule squamose) avanzato in progressione è stato approvato dalla Commissione Europea.

Afatinib per il carcinoma polmonare a cellule squamose avanzato riceve il parere favorevole all'immissione in commercio dal CHMP dell'EMA per questa indicazione
Afatinib per il carcinoma polmonare SCC a cellule squamose avanzato è stato autorizzato all’immissione in commercio dalla Commissione Europea

La Commissione Europea ha autorizzato la commercializzazione di afatinib come terapia orale per pazienti con carcinoma polmonare a cellule squamose (SCC) avanzato in progressione durante o dopo chemioterapia a base di platino.

L’autorizzazione alla commercializzazione in Europa è valida per i 28 paesi dell’Unione Europea.

Mehdi Shahidi, responsabile medico, Oncologia, Tumori Solidi di Boehringer Ingelheim ha così commentato: «Ultimamente sono stati compiuti alcuni importanti progressi nella terapia del carcinoma polmonare a cellule squamose, ma la somministrazione endovenosa e le conseguenti frequenti visite in ospedale possono essere difficili da affrontare per pazienti spesso provati dalla malattia. In questa situazione, confortati dalle importanti evidenze ottenute in uno studio internazionale di Fase III di confronto diretto, siamo soddisfatti di poter offrire in Europa un’opzione terapeutica orale efficace per i pazienti colpiti da questo tipo di tumore polmonare».

L’approvazione di afatinib si basa, infatti, sui risultati dello studio LUX-Lung 8 nel quale il farmaco ha dimostrato di migliorare in modo significativo la sopravvivenza complessiva e la sopravvivenza libera da progressione della malattia rispetto a erlotinib in pazienti con carcinoma polmonare a cellule squamose.

Lo studio LUX-Lung 8 su erlotinib vs afatinib per il carcinoma polmonare SCC

Nello studio di confronto diretto LUX-Lung 8 in pazienti con SCC polmonare in progressione durante o dopo chemioterapia di prima linea, rispetto a erlotinib, afatinib ha dimostrato di ottenere:

  • ritardo significativo della progressione del tumore polmonare (sopravvivenza libera da progressione della malattia o PFS, endpoint primario), riducendo il rischio di progressione del tumore del 19%;
  • miglioramento significativo della sopravvivenza complessiva (OS, principale endpoint secondario), riducendo il rischio di mortalità del 19%;
  • miglioramento significativo del tasso di controllo della malattia (disease control rate: 51% vs 40%; P = 0,002);
  • miglioramento della qualità di vita e controllo dei sintomi del tumore.

La percentuale di eventi avversi gravi è stata simile nei due bracci in terapia con differenze osservate nell’incidenza di alcuni effetti collaterali: maggiore incidenza di diarrea e stomatite (afte) severe con afatinib rispetto a erlotinib (diarrea di grado 3: 10% contro 2%; stomatite di grado 3: 4% contro 0%), mentre è stata riferita maggiore incidenza di rash/acne severo con erlotinib rispetto a afatinib (rash/acne di grado 3: 10% contro 6%).

LUX-Lung 8 fa parte del programma LUX-Lung su afatinib, ampia serie di trial clinici con oltre 3.760 pazienti arruolati in otto studi condotti in tutto il mondo. Questo programma completo comprende due studi registrativi di valutazione di afatinib confrontato con regimi chemioterapici in contesto di prima linea in pazienti con tumore positivo per mutazione EGFR, ovvero gli studi LUX-Lung 3 e 6. Ha compreso, inoltre, due studi di confronto diretto fra afatinib e TKI EGFR di prima generazione (gli studi LUX-Lung 7 e 8).

Il programma LUX-Lung coinvolge oltre 680 centri in 40 paesi del mondo, a testimonianza del forte rapporto di collaborazione che esiste fra Boehringer Ingelheim e la comunità medico-scientifica che opera nell’ambito del tumore polmonare.

Per maggiori informazioni sul trial LUX-Lung 8 vi rimandiamo alla pubblicazione di Jean-Charles Soria su The Lancet Oncology

Il carcinoma polmonare a cellule squamose

Il carcinoma polmonare a cellule squamose è il secondo maggior sottotipo di carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) e rappresenta il 20-30% circa dei casi di NSCLC. Il carcinoma polmonare a cellule squamose (SCC) è associato a prognosi infausta, sopravvivenza limitata e sintomi quali tosse e dispnea.

La sopravvivenza complessiva mediana dalla diagnosi di SCC avanzato è di circa un anno.

Afatinib

Afatinib è un inibitore di tirosin-chinasi (TKI) EGFR già approvato in oltre 60 paesi come terapia di prima linea per pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC), positivo per mutazioni EGFR.

Afatinib è approvato nella UE come terapia di prima linea in pazienti adulti naïve al trattamento con inibitori di tirosin chinasi con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) avanzato positivo per mutazioni EGFR. Ad aprile 2016 afatinib è stato approvato dall’autorità regolatoria europea come terapia di seconda linea del carcinoma polmonare a cellule squamose. La registrazione varia da paese a paese.

Recenti risultati ottenuti nel trial LUX-Lung 7 hanno evidenziato i benefici di afatinib rispetto a gefitinib, altro farmaco mirato anti-EGFR, ma di prima generazione, in questa indicazione. I risultati di questo trial internazionale di Fase IIb di confronto diretto hanno, infatti, dimostrato la superiorità di afatinib nel ridurre il rischio di progressione del tumore polmonare e quello di fallimento terapeutico, in entrambi i casi del 27%, rispetto a gefitinib.

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Ciclo a 2 dosi del vaccino anti HPV 9-valente approvato in Europa

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Sanofi Pasteur MSD ha annunciato che la Commissione Europea ha approvato il ciclo a 2 dosi del vaccino anti HPV 9-valente GARDASIL® 9 per ragazze e ragazzi dai 9 ai 14 anni.

Gardasil 9 vaccino anti HPV papilloma virus
L’immissione in commercio del programma che prevede un ciclo a 2 dosi del vaccino anti HPV 9-valente GARDASIL 9 è stata approvata dalla Commissione Europea

La Commissione Europea ha rilasciato l’autorizzazione all’immissione in commercio del programma per il vaccino anti papillomavirus umano (HPV) GARDASIL 9 in 31 Paesi regolamentati da parte dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA).

Questo nuovo programma a due dosi consentirà a GARDASIL 9 di essere in linea con le attuali raccomandazioni in diversi Paesi europei che, come l’Italia, raccomandano la schedula a 2 dosi nella vaccinazione di routine degli adolescenti, permettendo in tal modo a GARDASIL 9 di essere incluso nei programmi di vaccinazione nazionali.

GARDASIL 9 ha ricevuto l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio dalla Commissione Europea nel giugno 2015, seguita in Italia dall’autorizzazione di AIFA nell’ottobre 2015, secondo una schedula a 3 dosi per l’immunizzazione attiva di soggetti a partire dal nono anno di età contro le lesioni precancerose e i cancri HPV correlati che colpiscono il collo dell’utero, la vulva, la vagina e l’ano e contro i condilomi ano-genitali (condilomi acuminati) correlati a specifici tipi di HPV.

«L’approvazione finale del ciclo a 2 dosi di GARDASIL 9 da parte della Commissione Europea è una grande notizia per migliorare i programmi di vaccinazione contro l’HPV a beneficio di tutti i ragazzi e le ragazze adolescenti in Europa – ha dichiarato David Khougazian, Chief Executive Officer di Sanofi Pasteur MSD. – Siamo pronti a impegnarci con le Autorità Sanitarie nazionali e locali per rendere GARDASIL 9  immediatamente disponibile, al fine di impostare i programmi di vaccinazione anti HPV in Europa».

«L’approvazione della Commissione Europea rappresenta la tappa più importante e anche quella finale verso l’introduzione del vaccino anti HPV 9-valente in Europa – ha affermato Nicoletta Luppi, presidente e amministratore delegato di Sanofi Pasteur MSD. – Circa la sua effettiva introduzione in Italia, si dovrà attendere la conclusione dell’iter regolatorio di prezzo e rimborso presso l’AIFA e confidiamo che l’accelerazione dell’approvazione EMA possa velocizzare anche l’approvazione nel nostro Paese, stimata, comunque, entro il 2016. La possibilità oggi concreta di rendere disponibile il vaccino anche in Italia consente alle Autorità sanitarie di proteggere le generazioni future di uomini e donne da infezioni da papillomavirus, evitando loro di affrontare il dramma di cancri che, oltre ad avere un tasso di mortalità elevato, sono altamente invalidanti. Il vaccino GARDASIL 9, grazie alla sua elevata efficacia verso 9 tipi di HPV, di cui 7 ad alto rischio oncogeno, unitamente ai programmi di screening, oggi disponibili solo per il cancro della cervice uterina, pone le basi per liberare le generazioni future di entrambi i sessi dalle malattie HPV correlate».

Finché il vaccino 9-valente non sarà disponibile, è importante mantenere l’efficacia dei programmi di vaccinazione anti HPV con i vaccini attualmente esistenti al fine di garantire una elevata copertura vaccinale e la protezione della popolazione contro i tumori e le malattie causate dai tipi di HPV 16, 18, 6 e 11.

Il vaccino 9-valente anti HPV GARDASIL 9

GARDASIL 9, prodotto da Merck (MSD), è il primo vaccino anti papillomavirus umano 9-valente per la protezione diretta di maschi e femmine contro le malattie genitali ed i cancri causati da 9 tipi del papillomavirus umano (6, 11, 16, 18, 31, 33, 45, 52, 58), causa di circa il 90% dei casi di cancro del collo dell’utero e di circa l’80% delle lesioni cervicali di alto grado (lesioni precancerose cervicali, definite CIN 2, CIN 3 e AIS). Sette di questi tipi di HPV sono anche causa dell’85-90% dei tumori vulvari HPV-correlati, dell’80-85% dei tumori vaginali HPV-correlati e del 90-95% dei casi di cancro anale HPV correlati. I tipi 6 e 11 di HPV provocano circa il 90% dei casi di condilomi genitali.

«Siamo lieti di ricevere l’approvazione da parte della Commissione Europea per la schedula a due dosi per il GARDASIL 9, fra l’altro in così breve tempo dal parere positivo espresso dal Comitato Europeo per i Medicinali a Uso Umano dell’EMA (CHMP) lo scorso 26 febbraio – ha affermato Marco Ercolani, Medical & Scientific Director di Sanofi Pasteur MSD. – GARDASIL 9 è il primo e unico vaccino anti HPV 9-valente per la protezione dei ragazzi contro i cancri e le lesioni pre-cancerose e benigne causati da ben 9 tipi di papillomavirus umano, aumentando in maniera significativamente importante la protezione dalle malattie causate dal HPV. Inoltre, oltre ad aver dimostrato elevata immunogenicità negli studi clinici, GARDASIL 9 porta in sé l’esperienza decennale del vaccino quadrivalente Gardasil®, come testimoniato dalla recente inclusione nella scheda tecnica dei dati di efficacia a 10 anni. A questo, si aggiunge oggi l’importante vantaggio offerto dal regime di somministrazione a due dosi adottato nel nostro Paese. L’anticipo con cui la Commissione Europea ha emanato il suo parere positivo rispetto ai tempi generalmente previsti, conferma ulteriormente l’elevato livello di innovazione e il valore di GARDASIL 9, di cui presto ragazzi e ragazze di tutta Europa potranno beneficiare».

Studio sul ciclo a 2 dosi del vaccino anti HPV 9-valente

L’approvazione a livello europeo è supportata dai risultati di uno studio clinico condotto in circa 1.200 ragazzi e ragazze di età compresa tra i 9 e i 14 anni, rispetto a un gruppo di 300 giovani donne dai 16 ai 26 anni, la fascia di età in cui è stata dimostrata l’efficacia di GARDASIL 9. Lo studio ha dimostrato con successo la non inferiorità delle risposte immunitarie anti-HPV per tutti i 9 tipi di HPV in ragazze e ragazzi dai 9 ai 14 anni di età che hanno ricevuto 2 dosi in una schedula a 0,6 mesi e in una a 0,12 mesi, rispetto alle giovani donne 16-26 anni di età che hanno ricevuto 3 dosi a 0, 2, 6 mesi.

Il vaccino quadrivalente anti HPV Gardasil

Gardasil, prodotto da Merck (MSD), è l’unico vaccino quadrivalente anti HPV per la protezione di femmine e maschi dalle malattie genitali e dai tumori causati dai tipi del papillomavirus umano 6, 11, 16 e 18: il cancro del collo dell’utero, il cancro anale, le lesioni precancerose della cervice (CIN2 / 3), le lesioni precancerose dell’ano (AIN 2/3), le lesioni precancerose della vulva (VIN2 / 3), della vagina (VAIN2 / 3) ed i condilomi genitali (condilomi acuminati).

I dati pubblicati sin dall’immissione in commercio del Gardasil confermano l’impatto positivo di questo vaccino nella prevenzione delle malattie genitali causate dai tipi di papillomavirus umano 6, 11, 16 e 18.

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Liraglutide per il diabete di tipo 2 è più efficace di sitagliptin

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I risultati dello studio LIRA-SWITCH dimostrano che liraglutide per il diabete di tipo 2 è più efficace di sitagliptin nel controllo glicemico negli adulti.

diabete di tipo 2
Lo studio di confronto tra liraglutide per il diabete di tipo 2 e sitagliptin in pazienti che sono passati dalla terapia con sitagliptin a quella con liraglutide, entrambi in combinazione con metformina, ha dimostrato che quest’ultimo è in grado di garantire un migliore controllo glicemico

Lo studio ha confrontato liraglutide (Victoza®, Novo Nordisk) e sitagliptin, entrambi in combinazione con metformina, e ha dimostrato che in adulti con diabete di tipo 2 passati dal trattamento con sitagliptin (100 mg) a liraglutide (1,8 mg) si è avuta una riduzione di emoglobina glicata (HbA1c) superiore rispetto a chi ha proseguito con la terapia con sitagliptin.

I risultati sono stati presentati a ENDO 2016, 98° Congresso annuale della Società di endocrinologia americana a Boston.

Lo studio LIRA-SWITCH su liraglutide per il diabete di tipo 2

Lo studio LIRA-SWITCH, della durata di 26 settimane (sei mesi), in doppio cieco, double-dummy, con controllo attivo, ha coinvolto 407 adulti con diabete di tipo 2 che non riuscivano a raggiungere un adeguato controllo glicemico con sitagliptin (100 mg/die) in associazione a metformina (≥ 1500 mg/die o la massima dose tollerata ≥ 1000 mg/die).

I partecipanti allo studio, che mostravano valori di emoglobina glicata elevati (HbA1c tra 7,5-9,5%), sono stati suddivisi equamente, in maniera casuale, tra chi ha proseguito la cura con sitagliptin più metformina, e chi ha sostituito sitagliptin con liragluitide, sempre in combinazione con metformina.

Al termine dei sei mesi di studio, le 203 persone passate a trattamento con liraglutide hanno ottenuto una riduzione di HbA1c maggiore, in maniera statisticamente significativa, rispetto ai 204 che hanno proseguito la terapia con sitagliptin: −1,14% rispetto a −0,54% (differenza stimata del trattamento [ETD] −0.61%, 95% intervallo di confidenza [CI]: −0,82 a −0,40, p < 0,0001).

Il gruppo in cura con liraglutide ha anche mostrato una riduzione del peso corporeo significativamente maggiore: −3,31 kg contro −1,64 kg (ETD −1,67 kg, 95% CI: −2,34 a −0,99, p < 0,0001).

«I risultati dello studio LIRA-SWITCH sono importanti poiché al momento sono disponibili poche evidenze cliniche capaci di indirizzare la terapia di persone con diabete di tipo 2 non controllate a una terapia di seconda linea» ha spiegato Maximo Maislos, direttore del Western Negev Mobile Diabetes Clinic Program, e Diabetes and Metabolism, Ben-Gurion University FOHS, Beer Sheva-Israel, che ha guidato lo studio LIRA-SWITCH.

Lo studio ha anche dimostrato che un numero maggiore di adulti in cura con liraglutide ha raggiunto i target di HbA1c < 7% (50,6% vs 26,9%; OR [odds ratio]: 3,36; 95% CI: 2,08 to 5,42, p < 0,0001) e di HbA1c ≤ 6,5% (29,5% vs 9,9%; OR: 5,44; 95% CI: 2,82 to 10,47, p < 0,0001). Lo stesso dicasi per la riduzione dei livelli di glicemia a digiuno: −1,84 vs −0,73 (ETD: −1,10; 95% CI −1,50 to −0,71, p < 0,0001).

Il gruppo in cura con liraglutide ha presentato maggior frequenza di eventi avversi rispetto al gruppo in cura con sitagliptin (68,8% vs 56,9%), soprattutto a livello gastrointestinale: nausea (21,8% vs 7,8%) e diarrea (16,3% vs 9,3%).

Non si sono registrati casi di ipoglicemia grave o ipoglicemie notturne confermate.

Liraglutide (Victoza)

Liraglutide è un analogo del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) con una sequenza aminoacidica simile al 97% al GLP-1 endogeno umano. Come quest’ultimo, liraglutide opera stimolando le cellule beta del pancreas a rilasciare insulina e a inibire la secrezione di glucagone da parte delle cellule alfa, solamente quando i livelli di zuccheri nel sangue sono alti. A causa di questo meccanismo di azione glucosio-dipendente liraglutide è associato con un basso livello di ipoglicemie (casi di ipoglicemia sono stati osservati principalmente quando liraglutide è associato a sulfaniluree o insulina basale). Inoltre, liraglutide riduce il peso corporeo e la percentuale di massa grassa attraverso meccanismi di riduzione dell’appetito e di abbassamento della richiesta energetica.

Liraglutide è stato commercializzato in Europa nel 2009 ed è disponibile in oltre 80 Paesi. In Europa liraglutide è indicato per il trattamento del diabete di tipo 2 negli adulti, al fine di raggiungere il controllo glicemico in combinazione con farmaci ipoglicemizzanti orali e/o insulina basale nel caso in cui questi, abbinati a dieta ed esercizio fisico, non permettano un adeguato controllo glicemico.

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Applicazione digitale per la gestione del diabete con esperti online

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Philips ha sviluppato una soluzione tecnologica rappresentata da una applicazione digitale per la gestione del diabete che offre la possibilità di interagire con esperti e con altri pazienti online allo scopo di migliorare la vita delle persone affette da questa patologia in una prospettiva sempre più umano-centrica.

Philips presenta una applicazione digitale per la gestione del diabete che attiva una community di esperti online
Philips presenta una applicazione digitale per la gestione del diabete che attiva una community di esperti online

L’applicazione sviluppata da Philips in collaborazione con Radboud University Medical Center e Salesforce raccoglie i dati provenienti dalle misurazioni effettuate dal paziente, dai vari dispositivi personali per la salute e dalle cartelle cliniche elettroniche, e li connette attraverso un’apposita dashboard.

Diabetes App (2)

La app crea, inoltre, una community virtuale nella quale pazienti e medici possono interagire in un ambiente virtuale collaborativo e protetto.

Philips mette così il paziente nelle condizioni di poter “collaborare” con il medico e di “dialogare” con altre persone affette dalla malattia con un ruolo attivo e consapevole.

I pazienti diabetici si trovano a dover affrontare quotidianamente numerose decisioni in merito alla propria salute acquisendo e valutando preziose informazioni su fattori come ad esempio il livello degli zuccheri nel sangue e la scelta della propria alimentazione. Per questo motivo la convivenza con il diabete è complessa e spesso stressante.

Diabetes App (3)

La soluzione digitale offerta da Philips, combinando un’applicazione per la gestione del diabete con l’ausilio di una community online che permette di condividere il coordinamento delle cure, consente ai pazienti di prendere decisioni più consapevoli.

Diabetes App (4)

Il diabete rappresenta, oggi, una crescente sfida globale.

Negli Stati Uniti, i Centers for Disease Control and Prevention hanno calcolato che 387 milioni di persone nel mondo soffrono di questa malattia, di cui 52 milioni in Europa, 30 milioni negli USA e oltre 3 milioni in Italia.

La diffusione aumenta al crescere dell’età; in Italia almeno una persona su cinque oltre i 75 anni ne è affetta.

L’analisi per genere evidenzia che sotto i 74 anni, il diabete è più diffuso tra gli uomini.

Il diabete è l’ottava causa di morte in Italia.

La World Health Organization dell’ONU dedica al diabete la Giornata Mondiale della Salute, il 7 aprile 2016 in considerazione del fatto che la malattia avanza a grandi passi e che si prevede che il numero dei pazienti, il 90% dei quali è malato del diabete di tipo 2, raddoppierà nei prossimi 20 anni.

Royal Philips è un’azienda impegnata nell’ambito della diagnostica per immagine, dell’interventistica, del monitoraggio del paziente e dell’informatica applicata alla sanità, delle soluzioni per il benessere delle persone e della cura a domicilio.

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