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Takamine Awards 2015

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Daiichi Sankyo Italia, con il patrocinio dell’Ambasciata Giapponese e della Fondazione Italia Giappone, ha annunciato in un comunicato stampa di aver consegnato, nell’ambito del Takamine Awards 2015, la borsa di studio Academic Takamine ad un giovane laureato la cui tesi è stata scelta da una giuria di esperti tra quelle pervenute dallo scorso luglio a seguito del bando di concorso incentrato quest’anno sul tema dell’adrenalina, l’ormone conosciuto come neurotrasmettitore del sistema nervoso simpatico e utilizzato come terapia per lo shock anafilattico e l’arresto cardiaco.

Jokichi Takamine
È dedicato al chimico e filantropo Jokichi Takamine, scopritore dell’ormone dell’adrenalina e primo presidente della Sankyo Co. (oggi Daiichi Sankyo), il Takamine Awards 2015, riconoscimento istituito dalla stessa azienda farmaceutica per premiare esperti, personalità e giovani ricercatori italiani che si sono distinti nel campo della sanità e della medicina, al fine di supportare lo sviluppo delle conoscenze scientifiche nel nostro Paese

Inoltre, è stato premiato con il Takamine Award 2015 Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha commentato così la scelta: «Sono davvero grato e lieto di ricevere questo riconoscimento, per me un ulteriore stimolo a continuare a ottemperare con grande responsabilità all’impegno che ho preso verso la Sanità italiana. E mi onora soprattutto essere premiato insieme ad un neo-laureato, una scelta senza dubbio significativa da parte degli organizzatori, che contribuiscono dunque a dare un segnale di fiducia e a valorizzare i giovani talenti italiani, le nostre future eccellenze».  Le motivazioni del riconoscimento sono state l’umiltà, la professionalità e la competenza che egli ha profuso nella promozione della salute a tutela dei diritti dei pazienti durante tutta la sua carriera, dalla Laurea in Medicina e Chirurgia al prestigioso ruolo che ricopre attualmente.

I Takamine Awards sono stati istituiti in onore di Jokichi Takamine divenuto famoso soprattutto per la “scoperta” dell’adrenalina, l’ormone che egli riuscì a isolare e purificare dalle ghiandole animali nel 1901.

Il “chimico samurai”, come viene affettuosamente definito dalla comunità nippo-statunitense, si  formò in Giappone, visse e lavorò negli Stati Uniti la maggior parte della sua vita, ma non trascurò mai le sue radici, tanto che divenne presidente della Shoten Sankyo, la casa farmaceutica  giapponese fondata nel 1899 appositamente per distribuire in patria la prima delle sue scoperte, il digestivo enzimatico Takadiastase.

Blinatumomab per la leucemia linfoblastica acuta

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Blinatumomab (BLINCYTO®) conferma la propria efficacia e sicurezza nei dati di tre studi clinici di Fase II di valutazione del farmaco negli adulti con leucemia linfoblastica acuta (LLA). I dati, ha annunciato Amgen in un comunicato stampa, sono stati presentati al 57° Meeting annuale dell’American Society of Hematology (ASH) a Orlando in Florida.

Presentati nuovi dati dal programma di sviluppo clinico di blinatumomab nel trattamento della leucemia linfoblastica acuta
Presentati nuovi dati dal programma di sviluppo clinico di blinatumomab nel trattamento della leucemia linfoblastica acuta

Blinatumomab è il capostipite di una classe di anticorpi bispecifici chiamati BiTE® (bi-specific T-cell engagers), per il trattamento della leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B.

La tecnologia BiTE

Gli anticorpi bispecifici BiTE sono utilizzati in un tipo di immunoterapia in fase di studio nella lotta alle neoplasie in quanto facilitano il riconoscimento e l’inattivazione delle cellule maligne da parte del sistema immunitario. Gli anticorpi ingegnerizzati sono concepiti per attaccare simultaneamente due target differenti, contrapponendo le cellule T (un tipo di globuli bianchi in grado di uccidere le altre cellule percepite come anomale) a quelle tumorali. L’anticorpo BiTE aiuta le cellule T ad arrivare in prossimità della cellula bersaglio, consentendo così il rilascio di tossine che ne provocano la morte per apoptosi.

Grazie al loro potenziale, gli anticorpi BiTE sono attualmente in fase di studio per il trattamento di un ampio numero di patologie tumorali.

«L’anticorpo monoclonale bispecifico agisce da mediatore: da una parte c’è la cellula leucemica che deve essere uccisa, dall’altra c’è il linfocita citotossico T che deve ucciderla e questo anticorpo monoclonale fa da “ponte”, avvicinandoli – spiega Giovanni Martinelli, docente di Ematologia, Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale, Alma Mater Studiorum Università di Bologna – è una strategia assolutamente innovativa, molto interessante ed efficace. È auspicabile che questa terapia possa dare risultati ancora migliori se, in futuro, potrà essere applicata in prima linea, cioè all’inizio della malattia».

Blinatumomab (BLINCYTO)

L’anticorpo bispecifico blinatumomab, CD19 – directed CD3 T cell engagersi lega specificatamente all’antigene CD19, espresso sulla superficie delle cellule precursori della linea cellulare B, e al CD3, proteina deputata alla trasduzione del segnale che fa parte del recettore transmembrana TCR (T cell receptor) espresso sulla superficie delle cellule T. Il farmaco, collegando i due tipi di cellule, determina l’attivazione delle cellule T che esercitano la propria azione citotossica verso le cellule bersaglio, eliminandole.

Blinatumomab è stato riconosciuto dalla Food and Drug Administration come breakthrough therapy ottenedo di essere sottoposto a procedura di valutazione prioritaria: attualmente è approvato negli USA e in Europa per il trattamento della leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria negativa per il cromosoma Philadelphia (LLA).

Il farmaco si è mostrato in grado di determinare e mantenere la remissione della leucemia linfoblastica acuta. Una malattia in remissione si traduce in una prognosi più favorevole per i pazienti che si sottopongono al trapianto, che resta la terapia d’elezione per questa patologia, ma anche per i pazienti nei quali il trapianto non è indicato.

Outcome a lungo termine dopo trattamento con blinatumomab: follow-up dello studio BLAST nei pazienti con leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B positiva con MRD

Nel trial di conferma di Fase II multicentrico a braccio singolo (BLAST), i pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B con malattia minima residua (MRD) che hanno ricevuto blinatumomab in monoterapia hanno mostrato una sopravvivenza libera da recidiva (RFS, relapse-free survival) clinicamente significativa, come misurato nell’endpoint secondario. La RFS mediana è stata di 18,9 mesi dall’inizio della somministrazione di blinatumomab.

Si parla di malattia minima residua quando le cellule blastiche sono presenti in concentrazione inferiore ai limiti di rilevazione disponibili con valutazioni standard.

In particolare, in questo follow-up di lungo termine dallo studio di Fase II ‘203 di 116 pazienti con leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B e persistente o ricorrente con MRD dopo la prima linea di chemioterapia, i pazienti che hanno raggiunto una risposta completa MRD con blinatumomab hanno OS, RFS e durata di remissione (DOR) più lunghe in confronto a quelli che non hanno raggiunto una risposta completa MRD, con una sopravvivenza globale (OS) mediana nei pazienti MRD negativi di 40,4 mesi. Nei dati presentati, il trattamento con blinatumomab ha portato a una risposta completa MRD al primo ciclo nel 78% dei pazienti.

I maggiori e più rilevanti eventi clinici avversi sono stati quelli neurologici, inclusi tremore (30%), afasia (13%), vertigini (8%), atassia e parestesia (6% ciascuno) ed encefalopatia (5%) I tassi sono diminuiti col passare del tempo (cicli 1, 2, 3, 4) per tutti gli eventi neurologici (47%, 24%, 15% e 15%) e tutti gli eventi neurologici di grado 3 o maggiori (10%, 4%, 0% e 0%).

«Un obiettivo chiave nel trattamento dei tumori del sangue è prevenire la recidiva prima che si verifichi», afferma Sean E. Harper, M.D., vicepresidente esecutivo di ricerca e sviluppo di Amgen. «Raggiungere una risposta minima residua completa è importante perché non avere MRD rilevabile espone i pazienti con leucemia linfoblastica acuta ad un minor rischio di recidiva in confronto ai pazienti con MRD, persistente o ricorrente. I dati presentati sono molto incoraggianti perché sostengono il potenziale di blinatumomab in uno spettro più ampio di pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta, compresi i pazienti a uno stadio iniziale di malattia».

Lo studio ALCANTARA

Nello studio ALCANTARA, blinatumomab è stato in grado di indurre una remissione completa della malattia anche nel 36% dei pazienti con la variante Philadelphia-positiva.

Lo studio di Fase II ALCANTARA multicentrico, internazionale, senza confronto con altri farmaci (a braccio singolo) ha arruolato 45 pazienti in un periodo di circa 1 anno affetti da leucemia linfoblastica acuta Philadelphia positiva in diversi Paesi, di cui 14 in Italia. Il 36% dei pazienti ha ottenuto una remissione completa. Nella maggior parte (l’88%) dei pazienti che hanno risposto al trattamento, è stata rilevata la completa scomparsa delle cellule leucemiche in tutto l’organismo, anche dopo ricerca con le tecniche più sensibili di biologia molecolare. Lo studio ALCANTARA è condotto sulla variante Philadelphia positiva, mentre attualmente il farmaco è indicato nella LLA da precursori delle cellule B Philadelphia-negativa recidivata o refrattaria.

In particolare, nello studio ALCANTARA, blinatumomab ha mostrato un’attività antileucemica in pazienti con prognosi molto infausta affetti da leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria, dopo fallimento di almeno una terapia con inibitore di seconda generazione della tirosin-chinasi (TKI), con il 36% dei pazienti che hanno raggiunto la remissione completa o la remissione completa con recupero ematologico parziale (CR/CRh) durante i primi due cicli di trattamento. L’88% dei pazienti che hanno raggiunto CR/CRh ha ottenuto una completa risposta MRD. Tassi di risposta equivalente sono stati osservati nei pazienti con mutazione del dominio chinasi in BCR-ABL e T315I (quattro hanno raggiunto CR/CRh; tutti e quattro inoltre hanno raggiunto una completa risposta MRD).

L’incidenza di eventi avversi di grado 3 o maggiori determinati dal trattamento è stata dell’82%, tra i più comuni neutropenia febbrile (27%), trombocitopenia (22%), anemia (16%), febbre (11%), ed eventi neurologici (7%). Non ci sono stati episodi di grado 3 o maggiori di sindrome a rilascio di citochina.

Analisi del sottogruppo di pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B recidivante refrattaria dopo trapianto allogenico ematopoietico di cellule staminali dello studio pilota 211

Altri dati confermano l’efficacia di blinatumomab in un sottogruppo di pazienti con leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria negativa per il cromosoma Philadelphia (Ph-) dopo trapianto allogenico ematopoietico di cellule staminali (alloHSCT), che tipicamente ottengono scarsi risultati  con le terapie attuali (abstract #861)

In questa analisi dallo studio pilota di Fase II ‘211, blinatumomab ha indotto un tasso di CR/CRh del 45% in un sottogruppo di 64 pazienti con leucemia linfoblastica acuta Ph- recidavanti o refrattari pesantemente pretrattati dopo trapianto allogenico ematopoietico di cellule staminali (alloHSCT).

Nell’88 % dei pazienti si sono verificati eventi avversi di grado 3 o maggiore determinati dal trattamento, che includono tra i più frequenti neutropenia (22%), neutropenia febbrile (20%) anemia (17%), e trombocitopenia (14%). Sei pazienti hanno riportato malattia del trapianto contro l’ospite (GvHD) correlata al trattamento, due dei quali di grado 3 o maggiore.

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Carfilzomib per il mieloma multiplo

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Amgen ha annunciato in un comunicato stampa di aver presentato nuovi dati dal programma di sviluppo clinico di carfilzomib (Kyprolis®) per il trattamento del mieloma multiplo.

Mieloma multiplo
Carfilzomib (Kyprolis) è un inibitore del proteasoma di nuova generazione in fase di studio per il trattamento del mieloma multiplo

I dati sono stati presentati al 57° Congresso Annuale dell’American Society of Hematology (ASH) a Orlando (Florida) e sono basati su analisi di sottogruppi degli studi di Fase III ASPIRE e ENDEAVOR, per valutare l’utilizzo di regimi a base di carfilzomib su pazienti difficili da trattare, inclusi i pazienti over-70, e sui pazienti con profilo citogenetico ad alto rischio.

I risultati dello studio ENDEAVOR sono stati pubblicati su The Lancet Oncology e dimostrano la superiorità di carfilzomib (Kyprolis®) rispetto a bortezomib (Velcade®) nel mieloma multiplo recidivante: 18,7 mesi contro 9,4 mesi di sopravvivenza libera da progressione.

Lo studio ENDEAVOR su carfilzomib e desametasone vs bortezomib e desametasone per pazienti affetti da mieloma multiplo recidivante

Lo studio ENDEAVOR è un trial registrativo testa a testa di Fase III , multicentrico, randomizzato, in aperto in pazienti con mieloma multiplo recidivante, nei quali la patologia è progredita dopo almeno uno, ma non più di tre regimi terapeutici precedenti. Nello studio i pazienti sono stati suddivisi in un braccio 1 e in un braccio 2. I pazienti del braccio 1 sono stati trattati con carfilzomib (Kyprolis) + desametasone a basso dosaggio, quelli del braccio 2 con bortezomib (Velcade, per via endovenosa o sottocutanea, ma preferibilmente con la stessa via di somministrazione durante tutto il trattamento) + desametasone a basso dosaggio.

L’obiettivo primario dello studio è confrontare la sopravvivenza libera da progressione (progression-free survival, PFS) nei due bracci.

Gli obiettivi secondari sono il confronto della sopravvivenza complessiva, del tasso di risposta complessiva, della durata della risposta, degli eventi neuropatici, della qualità della vita correlata alla salute, della sicurezza e della tollerabilità.

I dati hanno mostrato che i pazienti trattati con carfilzomib e desametasone hanno raggiunto una sopravvivenza libera da progressione (PFS) di 18,7 mesi rispetto ai 9,4 mesi di quelli riceventi bortezomib e desametasone (HR = 0,53; 95% CI: 0,44, 0,65 p < 0,0001), l’attuale standard di terapia per questo tipo di tumore.

Tali risultati dimostrano che i pazienti con mieloma multiplo recidivato trattati con carfilzomib hanno vissuto il doppio del tempo senza peggioramento della malattia rispetto a quelli trattati con bortezomib con minori effetti collaterali, in particolare l’endpoint secondario ha dimostrato una riduzione clinicamente e statisticamente significativa degli eventi neuropatici (rispettivamente 32% vs 6%).

«Come ematologi abbiamo necessità di avere a disposizione nuovi farmaci, soprattutto quelli che rappresentano un’innovazione, perché sono quelli che si traducono in un guadagno in termini di efficacia terapeutica – dichiara Fabrizio Pane, presidente della Società Italiana di Ematologia (SIE) – riserviamo dunque una grande attenzione verso questo nuovo prodotto che è atteso con ansia proprio per i risultati che ne hanno consentito la registrazione».

Carfilzomib (Kyprolis)

Carfilzomib è un inibitore del proteasoma di nuova generazione per il trattamento del mieloma multiplo.

Questi farmaci sono in grado di bloccare il proteasoma, sistema che scompone le proteine danneggiate o non più necessarie della cellula, determinando così un accumulo di proteine all’interno delle cellule e provocando la morte delle cellule, in particolare quelle del mieloma che, con maggiore probabilità, contengono un’elevata quantità di proteine anomale. L’irreversibilità del legame di carfilzomib ha mostrato inoltre di offrire una sostenuta inibizione degli enzimi target.

Carfilzomib attualmente è approvato negli Stati Uniti in associazione a lenalidomide e desametasone a basse dosi per il trattamento di pazienti con mieloma multiplo che hanno ricevuto da una a tre linee precedenti di terapia.

Carfilzomib è inoltre indicato, in base all’approvazione accelerata FDA, come monoterapia per il trattamento di pazienti con mieloma multiplo che hanno ricevuto almeno due trattamenti precedenti comprendenti bortezomib e un agente immunomodulante e che hanno dimostrato progressione di malattia prima o entro i 60 giorni dal completamento dell’ultima terapia. Tale approvazione dell’indicazione in monoterapia è stata basata sul tasso di risposta globale.

Anche il comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’EMA ha deciso di effettuare la review di carfilzomib nel quadro del programma di valutazione accelerata.

Altre domande di autorizzazione per carfilzomib sono attualmente all’esame delle autorità regolatorie in tutto il mondo.

I benefici clinici, come aumento della sopravvivenza o sintomi, non sono stati verificati.

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Vaccino eterologo prime-boost per le infezioni croniche da HPV

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Al fine di sviluppare e commercializzare un vaccino eterologo prime-boost per il trattamento delle infezioni croniche da Papillomavirus umano (HPV), che possono provocare l’insorgenza di tumori, Janssen  ha annunciato in un comunicato stampa di aver stipulato un accordo di collaborazione e licenza con Bavarian Nordic per combinare la tecnologia MVA-BN® di quest’ultima con quella AdVac® di Janssen.

Combinazione della tecnologia MVA-BN con AdVac per sviluppare un vaccino eterologo prime-boost  per il trattamento delle infezioni croniche da HPV
Combinazione della tecnologia MVA-BN con AdVac per sviluppare un vaccino eterologo prime-boost per il trattamento delle infezioni croniche da HPV

Secondo l’accordo, Janssen si occuperà di tutto lo sviluppo clinico e, a seguito dell’ottenimento delle autorizzazioni da parte delle Autorità regolatorie, sarà responsabile in tutto il mondo della registrazione, distribuzione e commercializzazione del vaccino combinato.

Janssen ricorrerà ad un approccio prime-boost che ha dimostrato di indurre una risposta immunitaria significativa e di lunga durata, come evidenziato dall’aumento sia degli anticorpi sia della risposta dei linfociti T. L’obiettivo è quello di sviluppare un vaccino eterologo per combattere le patologie correlate alle infezioni da HPV, soprattutto nei soggetti con diagnosi di infezione precoce, rafforzando la capacità del sistema immunitario e prevenendo lo sviluppo di eventuali tumori. 

«L’HPV rappresenta un grande problema a livello sanitario, che può essere affrontato fermando la progressione della malattia e trattando l’infezione virale – ha affermato Johan Van Hoof, M.D., responsabile mondiale Malattie Infettive e Vaccini di Janssen. – Uniamo la nostra tecnologia con quella di Bavarian Nordic per sviluppare un vaccino contro le infezioni da HPV, potenzialmente unico nel suo genere, che potrà migliorare la salute delle persone riducendo il numero di nuovi casi di tumore e la mortalità correlata».

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Guida ai medicinali equivalenti. Da AIFA tutto ciò che c’è da sapere

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Con l’intento di fornire a medici, farmacisti e pazienti uno strumento di rapida consultazione, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha realizzato una guida ai medicinali equivalenti.

Medicinali Equivalenti – Qualità, sicurezza ed efficacia”, consultabile e scaricabile dal portale istituzionale, è stata redatta dall’Ufficio Informazione Scientifica dell’Agenzia sulla base dei quesiti ricorrenti riguardanti questa specifica categoria di farmaci che vengono posti al Servizio Farmaci-line.

Luca PANI, AIFA
L’AIFA ha realizzato una guida ai medicinali equivalenti. «Il medicinale equivalente – spiega Luca Pani – va visto in un’ottica di conformità ai requisiti di qualità, sicurezza ed efficacia e come un’opportunità per liberare risorse economiche da investire nell’ingresso dei nuovi medicinali salvavita»

«Il medicinale equivalente (generico) va visto – spiega nella prefazione il Direttore Generale dell’AIFA, Luca Pani – al pari di qualsiasi altro medicinale, in un’ottica di conformità ai requisiti di qualità, sicurezza ed efficacia di cui l’AIFA è garante e come un’opportunità per liberare risorse economiche da investire nell’ingresso dei nuovi medicinali salvavita».

La pubblicazione affronta in maniera sistematica il tema, iniziando con un excursus storico sull’introduzione dei farmaci equivalenti nel sistema regolatorio italiano, avvenuta circa 20 anni fa.

La guida ai medicinali equivalenti ha l’intento di fugare i dubbi e le perplessità che ancora persistono rispetto a questa importante risorsa terapeutica e nel corso della lettura vengono sfatati molti dei preconcetti e dei “falsi miti” sugli equivalenti.

Che cos’è un medicinale equivalente?

Il punto di partenza è la definizione delle caratteristiche costituenti di un medicinale equivalente ovvero “un medicinale che, oltre a contenere nella propria formulazione, la stessa quantità di principio attivo, ha anche una bioequivalenza, dimostrata da studi appropriati di biodisponibilità, con un altro medicinale di riferimento (meglio noto come medicinale “di marca” , “griffato” o “brand” ) con brevetto scaduto”.

All’interno del documento vengono chiariti sia il processo che i requisiti necessari per far sì che un medicinale equivalente venga autorizzato e immesso in commercio.

Uno degli equivoci più frequenti riguarda la terminologia utilizzata per descrivere i medicinali equivalenti, che spesso vengono chiamati “generici”. Il termine “medicinale generico” è la traduzione italiana della definizione “generic medicinal product” riportata nella Direttiva 2001/83, una traduzione letterale che è risultata piuttosto fuorviante. L’aggettivo “generico” viene infatti associato a un prodotto non sufficientemente specifico e possibilmente percepito come inferiore rispetto all’originale. Anche se con la Legge 149 del 26 luglio 2005 era stata di fatto sostituita la denominazione di “medicinale generico” con quella di “medicinale equivalente”, nel linguaggio comune spesso persiste l’uso, non corretto, della prima.

Tra i focus contenuti in “Medicinali Equivalenti” rientrano quelli specifici dedicati ai requisiti di qualità, sicurezza ed efficacia di questi farmaci, che sono in tutto e per tutto identici a quelli previsti per le altre tipologie.

I dati ottenuti dall’uso consolidato del medicinale di riferimento” aggiunge Luca Pani “nel corso degli anni, consentono di delineare per questa tipologia di medicinali, un  profilo rischio/beneficio più definito rispetto a quanto sia possibile per qualsiasi nuovo medicinale”.

Vengono esaurite anche le curiosità relative al concetto di bioequivalenza tra due medicinali che è, in sintesi, la dimostrazione dell’equivalenza terapeutica tra due formulazioni contenenti lo stesso principio attivo.

Due medicinali sono bioequivalenti” si legge nella Guida AIFA “quando, con la stessa dose, i loro profili di concentrazione nel sangue rispetto al tempo sono così simili che è improbabile che essi possano produrre differenze rilevanti negli effetti di efficacia e sicurezza”.

Infine una sezione è dedicata al costo degli equivalenti, che hanno un prezzo inferiore di almeno il 20% rispetto ai medicinali di riferimento. Nel documento viene spiegato che questa differenza è dovuta al fatto che le aziende produttrici di equivalenti non devono investire risorse nella ricerca sulla molecola, essendo il principio attivo già noto, e non devono condurre né gli studi preclinici né gli studi clinici per dimostrare l’efficacia e la sicurezza del medicinale nell’uomo.

 

Il plauso di AssoGenerici

Il presidente di AssoGenerici Enrique Häusermann, nel commentare la pubblicazione della guida ai medicinali equivalenti sottolinea «la capacità dell’AIFA di mettere a disposizione dei professionisti sanitari e dei cittadini strumenti capaci di migliorare davvero la cultura del farmaco».

Enrique Häusermann, presidente di AssoGenerici
Enrique Häusermann, presidente di AssoGenerici

«Mi sembra purtroppo evidente – continua Häusermann – che hanno ancora circolazione informazioni scorrette, dubbi e paure a proposito del medicinale equivalente che non hanno alcun senso alla luce dei dati scientifici e soprattutto della normativa che regge l’introduzione di questi farmaci. Il ricorso agli equivalenti a volte suscita perplessità che invece non si presentano in altre occasioni eppure, come sottolinea Luca Pani, per gli equivalenti è possibile tracciare un profilo rischio/beneficio più definito rispetto a quanto sia possibile per qualsiasi nuovo medicinale.

Molto è cambiato dal 2005 a oggi, è vero, ma molto resta ancora da fare per portarci alla pari con il resto dell’UE e ci auguriamo che questa guida possa essere un contributo determinante».

 

Scarica e consulta Medicinali Equivalenti – Qualità, sicurezza ed efficacia e raccontaci cosa ne pensi.

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Carenza di vitamina D in età pediatrica

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La vitamina D risulta carente in una percentuale che va dal 50 al 70% dei bambini italiani. Lo rivela il comunicato stampa emesso dalla Società Italiana di Pediatria (SIP) e dalla Società Italiana di Pediatria Preventiva e sociale (SIPPS) che annunciano di aver predisposto, in collaborazione con la Federazione Medici Pediatri (FIMP), la prima Consensus sulla vitamina D in età pediatrica. Il documento fornisce per la prima volta in Italia, raccomandazioni mirate alla prevenzione dell’ipovitaminosi D in età pediatrica, individuando i soggetti a rischio e indicando le modalità di profilassi e di trattamento.

La consensus sulla vitamina D fornisce le raccomandazioni sulla prevenzione e sul trattamento dell'ipovitaminosi
La consensus sulla vitamina D fornisce le raccomandazioni sulla prevenzione e sul trattamento dell’ipovitaminosi

«La principale novità del documento è rappresentata dalle recenti acquisizioni scientifiche relative alle azioni extrascheletriche della vitamina D nel bambino e nell’adolescente – spiega Giuseppe Saggese, presidente della Conferenza Permanente dei Direttori delle scuole di specializzazione in Pediatria e coordinatore e scientifico della Consensus – Sino ad ora sapevamo che la vitamina D previene malattie dell’apparato osseo, come il rachitismo e l’osteoporosi, perché favorisce nell’organismo i processi di assorbimento del calcio, elemento costitutivo dell’apparato scheletrico.  Nuove evidenze suggeriscono che la vitamina D ha un ruolo positivo in alcune patologie autoimmuni, come il diabete mellito 1 e l’artrite idiopatica giovanile, ma anche nell’asma, nel broncospasmo e nelle infezioni respiratorie ricorrenti. Alcuni studi hanno messo in luce che i bambini con queste infezioni hanno livelli più bassi di vitamina D e si è visto anche che la vitamina D ne migliora il decorso. Si tratta di letteratura recente ancora oggetto di approfondimento, ma i risultati sono incoraggianti e aprono nuove prospettive di utilizzo della vitamina D. In attesa di dati definitivi i pediatri devono comportarsi usando i principi del buonsenso e facendo riferimento alle raccomandazioni della Consensus».

Nonostante le evidenze sui benefici della vitamina D, la maggior parte dei bambini italiani ne è carente. «L’ipovitaminosi D, condizione che va dall’insufficienza al deficit di vitamina D, riguarda oltre un bambino su due, con punte massime in epoca neonatale e nell’adolescenza, dove si arriva a percentuali del 70%» spiega il presidente SIP Giovanni Corsello.

I fattori di rischio di carenza di vitamina D

Il primo fattore di rischio è la scarsa esposizione alla luce solare, fattore fondamentale per la sintesi di una forma attiva di questa vitamina che avviene a livello cutaneo.

«Gioco e attività fisica all’aria aperta dovrebbero essere maggiormente incoraggiati soprattutto durante la bella stagione, anche perché da novembre a febbraio l’inclinazione dei raggi ultravioletti è insufficiente a favorire la produzione di vitamina D – aggiunge Corsello – Il consiglio è rivolto soprattutto agli adolescenti che registrano i deficit più elevati di vitamina D anche a causa di stili di vita errati, come passare molte ore chiusi in casa davanti al computer o alla tv e non fare attività fisica».

L’allattamento al seno esclusivo prolungato, senza supplementazione di vitamina D, tipico di alcune culture come quelle araba o africana, è un fattore di rischio perché il latte materno, pur essendo l’alimento ideale per il neonato, non contiene quantità sufficienti di questa vitamina.

L’obesità è un altro fattore di rischio perché il tessuto adiposo “sequestra” la vitamina D.

Le conseguenze dell’ipovitaminosi D

Nel neonato la vitamina D, previene il rachitismo carenziale. «Nel bambino e nell’adolescente la vitamina D, così come il calcio e l’attività fisica, ha un impatto positivo sui processi di acquisizione della massa ossea – spiega Giuseppe Di Mauro presidente SIPPS – Un individuo raggiunge il suo livello più elevato di massa ossea intorno ai 20 anni: tanto maggiore è il picco tanto minore è la probabilità di andare incontro all’osteoporosi nelle età successive della vita, soprattutto dopo la menopausa. I bambini italiani mediamente non arrivano al 50% del fabbisogno giornaliero di calcio. Pediatri e genitori devono incoraggiarli di più a fare colazione con una bella tazza di latte, un’abitudine italiana da difendere».

Le raccomandazioni

Primo anno vita. La Consensus raccomanda la profilassi con vitamina D per tutti i neonati per tutto il primo anno di vita, indipendentemente dall’allattamento. Infatti né il latte materno, né quello in formula (anche se addizionato) riescono a soddisfare il fabbisogno giornaliero di vitamina D. Per raggiungerlo si dovrebbe consumare un litro di latte in formula al giorno, quantità alla quale il bambino arriva solo quando è prossimo allo svezzamento.  La profilassi è inoltre raccomandata a tutte le donne in gravidanza o che allattano.

Da 1 a 18 anni la profilassi giornaliera è raccomandata solo nei soggetti a rischio: bambini di etnia non caucasica ed elevata pigmentazione, con ridotta esposizione solare, che seguono regimi alimentari inadeguati come la dieta vegana, bambini con insufficienza renale o epatite cronica, obesi, affetti da malattie infiammatorie croniche o da celiachia.

Nintedanib e pirfenidone in associazione per la fibrosi polmonare idiopatica

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Boehringer Ingelheim ha annunciato in un comunicato stampa l’avvio dello studio clinico 1199.222 che valuterà sicurezza, tollerabilità e farmacocinetica dell’associazione di pirfenidone alla terapia di base con nintedanib in pazienti con fibrosi polmonare idiopatica (IPF).

Lo studio clinico 1199.222 valuta l'associazione nintedanib e pirfenidone rispetto a nintedanib in monosomministrazione per il trattamento della fibrosi polmonare idiopatica
Lo studio clinico 1199.222 valuta l’associazione nintedanib e pirfenidone rispetto a nintedanib in monosomministrazione per il trattamento della fibrosi polmonare idiopatica

«A seguito della pubblicazione, a luglio 2015, dell’aggiornamento delle linee guida internazionali, basate sulle evidenze, per la IPF, vi sono ora raccomandazioni condizionali all’impiego di due opzioni terapeutiche approvate per pazienti con fibrosi polmonare idiopatica: nintedanib e pirfenidone – ha dichiarato Carlo Vancheri del Centro di riferimento regionale per le Malattie Rare del Polmone di Catania, Italia. – Ad oggi, però, le evidenze sulla sicurezza dell’associazione di queste due terapie sono limitate. Questo nuovo studio fornirà informazioni fondamentali sulla sicurezza dell’aggiunta di pirfenidone alla terapia di base con nintedanib che potranno orientare le decisioni terapeutiche future».

Lo studio 1199.222 sulla combinazione nintedanib e pirfenidone

1199.222 (identificativo dello Studio ClinicalTrials.gov: NCT02579603) è uno studio internazionale, interventistico, randomizzato in aperto a gruppi paralleli, della durata di 12 settimane, di valutazione della sicurezza, tollerabilità e farmacocinetica (PK) di nintedanib in associazione a pirfenidone rispetto a nintedanib da solo, in pazienti con fibrosi polmonare idiopatica (IPF).

L’arruolamento dei pazienti nello studio 1199.222 è cominciato il 2 novembre 2015 includerà circa 100 pazienti con IPF confermata in 25 centri di studio di Stati Uniti, Canada, Italia, Germania, Francia e Paesi Bassi.

L’endpoint primario è la percentuale di pazienti con eventi avversi gastrointestinali (Classificazione Sistemica Organica – SOC – Patologie gastrointestinali) durante la terapia, dal basale alla settimana 12, in quanto gli eventi avversi più frequenti per entrambi i farmaci sono appunto di natura gastrointestinale. Gli eventi avversi durante la terapia sono definiti come eventi avversi con comparsa tra la  prima e l’ultima dose (comprese) del trattamento randomizzato.

Come endpoint secondario, durante il trial verrà rilevata la concentrazione di nintedanib e pirfenidone nel circolo ematico per valutare se pirfenidone interagisce con nintedanib e ne influenza la concentrazione presente nel circolo ematico.

I soggetti che soddisfano i criteri per l’inclusione nello studio clinico verranno randomizzati per ricevere nintedanib 150 mg due volte/die o nintedanib 150 mg due volte/die in associazione a pirfenidone (titolato sino alla dose di 801 mg tre volte/die). Il trattamento randomizzato durerà 12 settimane. Durante il periodo di trattamento randomizzato saranno ammesse riduzioni di dosaggio e/o interruzioni temporanee per entrambi i farmaci in caso di eventi avversi.

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Progetto CardioPain per la gestione del paziente cardiopatico con dolore

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CIRFF – Dipartimento di Farmacia dell’Università di Napoli Federico II annuncia in un comunicato stampa l’obiettivo del progetto CardioPain sul trattamento del dolore nei pazienti cardiopatici: diminuire l’uso improprio di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) in caso di cardiopatia per gli effetti collaterali che il loro utilizzo prolungato può arrecare a livello cardiovascolare. Saranno così recepite le indicazioni riportate nella nota n. 66 dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), con conseguente riduzione di ricoveri inappropriati e una migliore razionalizzazione della spesa sanitaria.

Il progetto CardioPain
Il progetto CardioPain permetterà di individuare quei pazienti cardiopatici nei quali l’uso di farmaci antinfiammatori potrebbe essere controindicato

«CardioPain è un esempio pratico e concreto della realizzazione di uno strumento di policy terapeutica per il conseguimento dell’appropriatezza d’uso, di minori ricoveri inappropriati e dell’ottimizzazione della spesa sanitaria – ha dichiarato Ettore Novellino, direttore del Dipartimento di Farmacia, Università di Napoli Federico II. – L’iniziativa, nata insieme al dottor Rotunno dell’ospedale di Roccadaspide, al dottor Cuomo dell’IRCCS Pascale e al Servizio Farmaceutico della Regione Campania, consiste nell’adozione della scheda CardioPain da allegare alla scheda di dimissione ospedaliera (SDO) dei pazienti in cui, secondo quanto riportato dalla nota AIFA 66, l’utilizzo di farmaci antinfiammatori potrebbe essere controindicato e quindi sconsigliato».

Nella Regione Campania, grazie al dirigente dell’Unità operativa del farmaco, Nicola D’Alterio, lo strumento di policy si è tradotto in un atto deliberativo, volto a promuovere l’adozione della scheda CardioPain a livello ospedaliero e la divulgazione della stessa a tutti gli operatori sanitari a livello territoriale, al fine di favorire e divulgare l’appropriatezza delle cure e delle prescrizioni mediche.

«L’insostenibilità economica degli attuali sistemi sanitari – ha commentato Enrico Coscioni, delegato alla sanità della Regione Campania – impone di promuovere strategie di Tecnology assessment attraverso azioni finalizzate a valutare l’appropriatezza degli interventi in sanità e, in quest’ottica, il progetto CardioPain è un validissimo esempio. La Regione Campania accoglie favorevolmente un’iniziativa nata nel salernitano che, dopo aver ricevuto il plauso dell’AIFA, grazie anche alla sensibilità del presidente Vincenzo De Luca si è tradotta in un atto deliberativo, volto a promuovere e divulgare l’appropriatezza terapeutica e prescrittiva».

«CardioPain è un esempio pratico e concreto dell’integrazione ospedale – territorio e, in tal senso, il ruolo del medico di medicina generale diventa di fondamentale importanza. Proprio per questo motivo, abbiamo avviato uno studio pilota con l’obiettivo di valutare l’appropriatezza prescrittiva nel paziente cardiopatico con dolore» ha spiegato Gaetano Piccinocchi, segretario nazionale Società Italiana di Medicina Generale (SIMG), con il quale il Centro di Farmacoeconomia dell’Università di Napoli Federico II (CIRFF), coordinatore scientifico nazionale del Progetto, ha avviato uno studio pilota.

«Sempre in un’ottica di integrazione, il farmacista risulta avere un ruolo di fondamentale importanza per quanto riguarda la dispensazione di farmaci non soggetti a prescrizione medica – commenta Michele Di Iorio, presidente di Federfarma Campania – Partendo da questo presupposto, Federfarma Campania ha deciso di promuovere il progetto CardioPain con una campagna informativa, attraverso l’affissione di una locandina in tutte le farmacie della Regione».

Edema maculare diabetico

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L’edema maculare diabetico (DME) è il ristagno di plasma fuoriuscito dai vasi sanguigni della macula che diventano estremamente sottili e permeabili in caso di iperglicemia prolungata e di altre circostanze patologiche.

L'edema maculare diabetico è il ristagno di plasma fuoriuscito dai vasi sanguigni della macula a causa dell'aumento della permeabilità endoteliale vascolare per eccesso del fattore di crescita endoteliale specifico
L’edema maculare diabetico è il ristagno di plasma fuoriuscito dai vasi sanguigni della macula a causa dell’aumento della permeabilità endoteliale vascolare per eccesso del fattore di crescita endoteliale specifico

Nei pazienti diabetici, il perdurare di un’elevata concentrazione di glucosio nel sangue determina, attraverso diverse reazioni, un eccesso di formazione di fattori di crescita, tra i quali il fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF, Vascular Endothelial Growth Factor). L’azione di questo fattore consiste nel promuovere sia la crescita sia la permeabilità delle cellule endoteliali dei vasi. Un eccesso di VEGF determina anche un aumento anomalo della permeabilità delle pareti dei vasi e quindi l’essudazione dei liquidi verso l’esterno dei vasi che, a livello della retina, si manifesta come edema maculare.

L’edema maculare diabetico (DME) comporta importanti risvolti clinici, oltre a rappresentare un problema di salute pubblica. Nei pazienti diabetici, infatti, il rischio di sviluppare complicazioni oculari come cataratte, retinopatia diabetica ed edema maculare diabetico, è molto alto: ogni anno circa il 2% dei pazienti diabetici sviluppa DME, che risulta essere per questi pazienti una delle principali cause di perdita della vista. Si stima che, a causa dell’aumento della prevalenza del diabete in Europa, l’incidenza dell’edema maculare diabetico sia in crescita e ci si attende un incremento dall’8,5% del 2013 al 10,3% nel 2035. Dati recenti indicano che in Italia i pazienti diabetici sono circa 3 milioni, di cui 200.000 (il 6,8%) sviluppano edema maculare. Attualmente, solo 25.000 pazienti ricevono un trattamento specifico per questa patologia.

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Farmaci anti-VEGF per edema maculare diabetico. Early Analysis

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L’analisi post-hoc realizzata da Allergan “Early anti-VEGF Response and long term efficacy (Early Analysis)”, basata sullo studio Protocol I, uno studio multicentrico di fase III della durata di 3 anni su 691 pazienti (854 occhi in studio) affetti da edema maculare diabetico, suggerisce che un’indicazione sulla risposta a lungo termine nei pazienti trattati si può avere già dopo tre iniezioni intravitreali di farmaci che hanno come bersaglio il fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF).

Individuata dall'analisi Early la dose di attacco per le iniezioni intravitreali di farmaci anti-VEGF per l'edema maculare diabetico
Individuata dall’analisi Early la dose di attacco per le iniezioni intravitreali di farmaci anti-VEGF per l’edema maculare diabetico

Early Analysis

L’indagine, partendo dai risultati del Protocol I, ha analizzato gli effetti delle cure a 1 anno e a 3 anni, evidenziando l’importanza di prevedere in tempi abbastanza brevi l’evoluzione del trattamento, per permettere di individuare la terapia migliore per il paziente e di modificarla in caso di una risposta non adeguata.

Questa analisi ha preso in considerazione pazienti affetti da edema maculare diabetico trattati con farmaci anti-VEGF e li ha suddivisi in tre gruppi (coorti) in base alla risposta BCVA (migliore acuità visiva corretta) definita dalle lettere guadagnate utilizzando la tabella ETDRS (Early Treatment of Diabetic Retinopaty Study) a 12 settimane. I gruppi hanno evidenziato pazienti con un guadagno inferiore a 5 lettere, tra 5 e 9 lettere e superiore o uguale a 10 lettere. Le differenze relative della BCVA media sono state rispetto al baseline di +0.3, +6.9 e +15.2 a 12 settimane e di +3.0, +8.2 e +13.8 a 3 anni. Una correlazione significativa è emersa nel miglioramento dell’acuità visiva a 12 settimane, a 1 anno e a 3 anni.

«Studi come quello denominato Early – spiega Edoardo Midena, professore ordinario di Malattie dell’Apparato Visivo e direttore della Clinica Oculistica e della Scuola di Specializzazione in Oftalmologia dell’Università di Padova e segretario generale della Società Italiana della Retinacon tutte le limitazioni di uno studio post-hoc, un’analisi non predeterminata, chiaramente dimostrano che nell’edema maculare diabetico è essenziale la cosiddetta loading phase (dose di attacco) senza la quale non si può giudicare l’effetto di nessuna terapia intravitreale. Accade troppo frequentemente che questo approccio non sia applicato sistematicamente, e questo impedisce di valutare accuratamente qualsiasi approccio terapeutico».

«Questa ricerca – commenta Anat Lowenstein del Tel Aviv Medical Center, co-autrice dell’analisi post-hoc (Early Analysis) – evidenzia che già dopo tre iniezioni possiamo capire come evolverà il trattamento del pazienteÈ un risultato importante, perché identificare quei pazienti che non hanno una risposta sufficiente dai trattamenti anti-VEGF può permettere di intervenire su di loro con terapie alternative, raggiungendo risultati migliori».

I dati, annuncia Allergan in un comunicato stampa, sono stati presentati a Firenze nel corso di FLOREtina, evento dedicato alle retinopatie.

I risultati dell’indagine potranno essere avvalorati da prossime attività di ricerca.

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