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Stewardship antimicrobica, sfida irrinunciabile

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Di antibiotici, di antibiotico-resistenza e di come abbassare il rischio di infezione di ceppi resistenti si è parlato durante il convegno “SSN: sostenibilità o sopravvivenza?” organizzato da Sifact, Società Italiana di Farmacia Clinica e Terapia, ribadendo l’importanza fondamentale di implementare programmi di Infection Control e di Antimicrobial Stewardship.

Antimicrobial Stewardship
I programmi di Infection Control e di Antimicrobial Stewardship devono diventare priorità assolute nella lotta all’antibiotico-resistenza

Secondo i dati dell’ECDC – European Centre for Disease Prevention and Controlnel consumo di antibiotici l’Italia è al quinto posto in Europa e tra i paesi a più elevato tasso di microrganismi resistenti. Un primato nella classifica che per una volta non rappresenta un dato positivo. Assumiamo il 50% in più di antibiotici rispetto alla Gran Bretagna, quasi il doppio rispetto a Germania due volte e mezzo rispetto all’Olanda: Siamo anche al, e siamo al primo posto nel consumo di iniettabili (pari al 3% di tutte le forme somministrate).

«L’ultimo Rapporto Osmed 2014 dell’Aifa rivela che l’impiego inappropriato di antibiotici supera il 30% in tutte le condizioni cliniche studiate all’interno della popolazione adulta in carico al MMG” spiega preoccupata Cristina Puggioli, direttore della U.O. Farmacia Clinica del Policlinico S.Orsola di Bologna e presidente del 3° Congresso Sifact, Società Italiana di Farmacia Clinica e Terapia.

I ceppi multi-resistenti, i più pericolosi dei quali sono riuniti sotto l’acronimo ESKAPE, sono responsabili di circa 23mila decessi l’anno negli Stati Uniti e 25mila in Europa e i numeri non fanno che aumentare, in termini sia di casi, sia di decessi, sia di costi diretti e indiretti.

Antibiotico-resistenza, quali le cause?

L’uso troppo disinvolto e spesso indiscriminato di antibiotici è solo uno dei fattori che contribuisce a sostenere il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, che in qualche modo rappresenta uno dei prezzi che l’evoluzione della medicina deve pagare. Infatti se i progressi delle tecniche chirurgiche, lo sviluppo della trapiantologia, l’uso esteso dei medical devices, le tante nuove molecole innovative hanno reso curabili molte patologie in passato intrattabili e aumentato la sopravvivenza della popolazione, hanno anche ampliato significativamente le popolazioni di pazienti fragili, maggiormente proni al rischio infettivo, sia in ospedale sia in comunità, determinando di conseguenza un incrementato utilizzo di molecole antimicrobiche.

Tale concatenazione di eventi è particolarmente rilevante e drammatica in ambito nosocomiale: su 9 milioni e mezzo di ricoveri l’anno nel nostro Paese si contano tra le 500 e le 700mila infezioni con un costo umano di 5-7mila vittime (dati Dip. Sanità Pubblica Univ. Di Firenze).

«Il problema è che contro i super batteri l’armamentario farmacologico si sta riducendo troppo rapidamente. La velocità di selezione di stipiti multi-resistenti è purtroppo più veloce di quella con cui la ricerca scientifica porta allo sviluppo di molecole innovative. Poiché il rischio di ritrovarci in un’era post-antibiotica è reale, diventa fondamentale condividere interventi a diversi livelli. Infatti la strategia di riferimento non può essere solo quella di sviluppare e impiegare armi più potenti, ma altresì di prevenire la circolazione di tali patogeni e ridurre il rischio di selezione correlato ad eccessivo utilizzo di antibiotici», afferma Pierluigi Viale ordinario presso Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche all’Università di Bologna.

Cosa fare?

«In tale contesto i programmi di Infection Control e di Antimicrobial Stewardship devono diventare delle assolute priorità per ogni organizzazione sanitaria. Rappresentano sfide tanto difficili quanto irrinunciabili, ma che non possono prescindere dall’evidenza che un terzo delle infezioni ospedaliere sono prevenibili con idonei comportamenti così come i margini di miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva degli antimicrobico siano significativamente ampi. Con riferimento a quest’ultimo aspetto è necessario che ogni singolo medico cambi la propria visione della terapia antimicrobica, accettando che il contratto terapeutico relativo alla prescrizione di tali farmaci non vede come protagonisti solo il medico e il suo paziente, come avviene normalmente, ma anche tutto l’ecosistema in cui il paziente vive, che non deve essere esposto ad eccesso di esposizione» continua Pierluigi Viale.

Antimicrobial Stewardship

La stewardship antimicrobica è stata definita dalle linee guida della Società Americana di Malattie Infettive “un matrimonio tra le necessità del singolo medico e quelle dell’intero sistema sanitario”, e certamente tale descrizione ne sposa perfettamente le finalità, incentrate sul concetto di istituire idonee politiche prescrittive, per tutti i livelli assistenziali per i quali sia necessario utilizzare un antimicrobico.

Non esiste una stewardship antimicrobica universale, ma ogni progetto deve essere tagliato su misura rispetto alle finalità e alle necessità dell’organizzazione sanitaria di riferimento, con obiettivi e modalità di effettuazione variabili in rapporto al livello di incongruità percepito, all’entità dei consumi sui quali si ritiene di intervenire ed alle disponibilità di personale da dedicare.

Possono essere messe in atto azioni restrittive, con limitazione all’accesso a specifiche molecole, ovvero azioni persuasive con coinvolgimento attivo dei singoli prescrittori in progetti di implementazione culturale, ma certamente la creazione di gruppi di lavoro multidisciplinari in cui infettivologi, farmacisti e microbiologi collaborino con pari livello di responsabilità è un presupposto imprescindibile per garantire efficacia e stabilità dei risultati raggiunti.

Molte speranze e intriganti ipotesi di lavoro circondano l’attuale fase di rinascimento tecnologico e metodologico della diagnosi microbiologica che, messa in mani adeguate, potrebbe rappresentare uno strumento di elevata potenzialità clinica e gestionale. Tuttavia regnano ancora molte incertezze riguardo le corrette metodologie da perseguire. Il dibattito scientifico su cosa sia meglio tra progetti “coercitivi” o “persuasivi” è aperto e mancano ancora studi con tempi di follow-up sufficienti a verificare l’effetto a lungo tempo dei progetti di stewardship rispetto all’evoluzione delle resistenze e alla capacità di mantenere nel tempo i risultati ottenuti nelle fasi iniziali.

 

Per approfondire:

Relazione tra uso (eccessivo) di antibiotici e sviluppo di resistenze in uomini e animali

 

Fibrosi polmonare idiopatica

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La fibrosi polmonare idiopatica (IPF) è una patologia fibrosante del polmone, circoscritta a questa sede, caratterizzata da un andamento cronico e progressivo fino a diventare invalidante in modo ingravescente e portare ad exitus.

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La IPF comporta la formazione progressiva di tessuto cicatriziale a livello polmonare con conseguente e progressiva perdita di funzionalità respiratoria nel tempo. A mano a mano che il tessuto cicatriziale si ispessisce, i polmoni perdono la capacità di scambiare gas e, di conseguenza, di ossigenare in modo sufficiente gli organi vitali. In qualunque momento del decorso della malattia, anche all’esordio, si può verificare la riacutizzazione grave di IPF, cioè un rapido peggioramento nell’arco di giorni o settimane. Tutti i pazienti con IPF sono a rischio di una riacutizzazione grave della malattia.

Il decorso della malattia è difficilmente prevedibile.

La diagnosi richiede una serie di esami specifici. Di solito passano da uno a due anni dalla comparsa dei primi sintomi alla diagnosi. In circa la metà dei pazienti l’IPF non viene diagnosticata poiché i sintomi sono simili a quelli di altre patologie respiratorie quali broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), asma e insufficienza cardiaca congestizia. Eppure, oltre l’80% dei pazienti con IPF presenta crepitii polmonari caratteristici, che ricordano il suono prodotto dal velcro, individuabili all’auscultazione con lo stetoscopio.

I principali sintomi della IPF sono aspecifici e sono dispnea, tosse secca e stizzosa, dispnea da sforzo e, spesso, astenia e difficoltà crescente a svolgere le normali attività quotidiane per la mancanza di fiato.

Le cause della patologia sono attualmente sconosciute. Si ipotizza che la fibrosi polmonare idiopatica sia indotta dalla risposta a lesioni ripetute dell’epitelio polmonare, che inducono un’attività riparatrice anomala. Questa determinerebbe un’eccessiva deposizione di tessuto connettivo, che porta alla perdita funzionale della barriera alveolo-capillare preposta al trasferimento dell’ossigeno al sangue.

Il fumo è considerato fattore di rischio. Altro fattore di rischio è il reflusso gastro-esofageo.

Le persone principalmente colpite da questa patologia sono uomini tra la sesta e la settima decade di vita. L’età media alla diagnosi è di 66 anni.

Le opzioni terapeutiche farmacologiche sono tuttora limitate. Il trapianto di polmone può rappresentare un’alternativa di cura per i pazienti al di sotto dei 65 anni.

«È una malattia rara e come tutte le patologie rare ha difficoltà diagnostiche, così che il ritardo medio della diagnosi dai primi sintomi è di circa di tre anni – dichiara Alberto Pesci, direttore della Clinica di Pneumologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ASST di Monza e Brianza – La diagnosi viene eseguita in Centri Esperti dove è possibile attuare una strategia detta “discussione multidisciplinare“, ovvero condivisione della diagnosi da parte di uno pneumologo, radiologo e anatomopatologo riuniti in seduta comune».

Nuove conoscenze sui pazienti con IPF

Un’analisi separata ha esaminato dati del registro IPF- PRO su pazienti di 18 Centri di pneumologia. Lo scopo dell’analisi era individuare le caratteristiche cliniche dei pazienti con IPF con deterioramento avanzato della funzionalità polmonareLa maggior parte degli studi clinici su IPF comprende, infatti, pazienti con deterioramento della funzionalità polmonare da lieve a moderato. I ricercatori volevano conoscere gli aspetti di diversità nei pazienti con malattia in fase più avanzata.

I risultati indicano che nei pazienti con IPF avanzata al basale, rispetto ai pazienti con malattia di grado da lieve a moderato, c’è:

  • maggior compromissione fisica, compresa minor distanza percorsa al test del cammino in sei minuti (320 piedi 97,5 metri contro 397 piedi 121 metri),
  • maggiore prevalenza di ipossiemia (ridotto ossigeno nel sangue), sia a riposo (36,6% contro 7,4%) sia in attività (62,4% contro 20,2%),
  • storia di ipertensione polmonare, ovvero alta pressione arteriosa polmonare (14,0% contro 6,4%),
  • punteggi di qualità della vita correlata alle condizioni di salute (HRQL) significativamente peggiori.

I dati sono stati presentati al Congresso ATS 2017 [de Andrade, J., et al. Accepted ATS abstract: Clinical characteristics of patients with advanced idiopathic pulmonary fibrosis].

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Super-disgregante

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Blanver, azienda brasiliana e consolidato partner di Giusto Faravelli, ha recentemente inserito nel proprio portafoglio prodotti una nuova tipologia di super-disgregante. Si tratta del crospovidone Tabdonecl®, particolarmente indicato nella formulazione di forme solidi orali ottenute sia per compressione diretta che per granulazione a umido.

Tabdonecl
Blanver, partner di Giusto Faravelli, ha inserito nel proprio portafoglio prodotti il super-disgregante crospovidone Tabdonecl®

Tabdone CL si distingue per struttura chimica, proprietà, morfologia e contribuisce alla rapida disgregazione delle forme solide, indipendentemente dalle loro dimensioni.

Inoltre, il crospovidone non gelifica e di conseguenza non inficia la dissoluzione del principio attivo facilitandone il rilascio.

Grazie alla sua elevata comprimibilità, è uno dei super-disgreganti d’elezione nella formulazione di principi attivi poco comprimibili, conferendo alle compresse maggiore durezza e ridotta friabilità.

Sistema gestionale, la scelta è J-Pharma di Revorg

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La produzione di farmaci di qualità è il core business dell’azienda e un attrezzato laboratorio microbiologico assicura il controllo delle contaminazioni microbiche degli ambienti produttivi e le convalide delle produzioni sterili.

Nel 2009 Special Product’s Line S.p.A. stava attraversando un periodo di espansione, diventavano così necessari investimenti in impianti, tecnologie e personale qualificato. Era giunto il momento di dotarsi di un sistema gestionale sviluppato da una società IT affermata sul mercato.

«La nostra produzione era in piena espansione, cercavamo un gestionale per il farmaceutico che avesse le carte in regola per seguirci in questa delicata fase. Lo abbiamo trovato in J-Pharma di Revorg», ha commentato Sergio Deidda, Qualified Person di SPL

J-Pharma di Revorg è stato subito apprezzato per le sue caratteristiche e funzionalità e per l’ottima fama che aveva presso gli specialisti del settore.

Female Scientific Research Team With Clear Solution In Laborator
J-Pharma di Revorg è stato scelto da Line S.p.A. come sistema gestionale

Tracciabilità e gestione automatizzata dei lotti, predisposizione di filtri e blocchi che non consentono l’utilizzo di materiali non approvati, gestione di qualità del magazzino, sono solo alcune delle caratteristiche che hanno spinto i responsabili SPL a scegliere J-Pharma.

J-Pharma consente di tracciare il ciclo di vita di ogni prodotto, dall’acquisto delle materie prime al prodotto finito. Con estrema facilità e rapidità è possibile interrogare il sistema e conoscere i singoli passaggi: dalle quantità di materie prime acquistate, alla tipologia di analisi alle quali sono state sottoposte, dal posizionamento in magazzino, al collocamento presso i lotti di lavorazione. Da un codice di un prodotto si può risalire alla sua storia.

Le funzionalità di audit trail consentono una facile interrogazione e interpretazione dei dati soddisfacendo le richieste normative vigenti.

«Il valore aggiunto di Revorg è nell’esperienza dei suoi uomini che ci hanno affiancato fin dalle fasi iniziali del progetto e continuano a seguirci. Grazie a questo approccio, consideriamo Revorg un partner e non un semplice fornitore», conclude Sergio Deidda.

Ataluren per fibrosi cistica nmCF

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L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha accettato la presentazione del dossier sulla base del quale PTC Therapeutics intende ottenere una nuova indicazione terapeutica per ataluren nel trattamento della fibrosi cistica causata da una mutazione nonsense (nmCF) per pazienti che non siano in trattamento cronico con antibiotici aminoglicosidici per via inalatoria. Lo annuncia PTC Therapeutics attraverso un comunicato stampa.

fibrosi cistica mutazione nonsense

Il dossier presentato alle Autorità Regolatorie Europee per ottenere l’indicazione di ataluren al trattamento della nmCF si basa sui risultati di uno studio di fase III già concluso condotto in doppio cieco, che confrontava ataluren vs placebo in pazienti con nmCF.
PTC Therapeutics sta conducendo un altro studio di fase III randomizzato, in doppio cieco, controllato vs placebo in pazienti affetti da nmCF, il cui arruolamento è ancora in corso.

Ataluren

Ataluren è una terapia orale creata allo scopo di ripristinare una proteina che risulta alterata a causa di una mutazione nonsense e che determina una malattia genetica (terapia restaurativa proteinica).

Ataluren ha ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Area Economica Europea nel luglio 2014 con l’indicazione al trattamento della distrofia muscolare di Duchenne generata da una mutazione nonsense (nmDMD) nei pazienti ancora in grado di camminare e di età dai cinque anni in su.

«Siamo entusiasti del procedere della nostra seconda indicazione, che rappresenta un’altra pietra miliare nella piena realizzazione del potenziale terapeutico di ataluren – ha affermato Stuart W. Peltz, Ph. D., Chief Executive Officer, PTC Therapeutics – non vediamo l’ora di poter lavorare con le Autorità Regolatorie per mettere al più presto ataluren a disposizione dei pazienti con fibrosi cistica causata da una mutazione nonsense, poiché non esistono al momento opzioni terapeutiche che agiscano direttamente sulla causa della loro malattia».

PTC Therapeutics
PTC è una società biofarmaceutica che si dedica alla scoperta, allo sviluppo e alla commercializzazione di piccole molecole per somministrazione orale che nel campo della biologia dell’RNA agiscono sui processi di controllo post-trascrizionale.

I processi di controllo post-trascrizionali sono gli eventi che regolano i livelli e i tempi della produzione di proteine nelle cellule durante e dopo che una molecola di RNA o mRNA viene copiata dal DNA attraverso il processo di trascrizione.

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Nuovi dati su nintedanib per fibrosi polmonare idiopatica

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Boehringer Ingelheim rende noto attraverso un comunicato stampa che i risultati dell’analisi intermedia dello studio Inpulsis®-ON su nintedanib* nel trattamento della fibrosi polmonare idiopatica (IPF) ne dimostrano l’efficacia a lungo termine (periodo > 2 anni) nel rallentare la progressione della malattia mantenendo costante nel tempo l’effetto positivo sulla capacità vitale forzata rispetto al basale, anche in concomitanza di altre terapie, già dimostrato negli studi Inpulsis® e ne confermano il profilo di sicurezza e tollerabilità.

 Nintedanib si conferma efficace nel lungo termine nel trattamento della fibrosi polmonare idiopatica
Nintedanib si conferma efficace nel lungo termine nel trattamento della fibrosi polmonare idiopatica

Gli studi clinici di Fase III Inpulsis su nintedanib nella fibrosi polmonare idiopatica

Gli studi clinici Inpulsis®-1 e Inpulsis®-2, randomizzati, in doppio cieco, controllati verso placebo , hanno coinvolto 1.066 pazienti in 24 Paesi, con lo scopo di valutare l’effetto di nintedanib, 150 mg due volte/die, per os,  sul tasso annuo del declino della capacità vitale forzata (FVC), in pazienti con IPF, per 52 settimane. Gli studi hanno avuto identici disegno, criteri di inclusione, endpoint e dosaggio. L’endpoint primario è stato il tasso annuo di declino della FVC. Gli endpoint secondari più importanti sono stati: variazione, rispetto al basale  della qualità di vita correlata allo stato  di salute, valutata con il questionario Saint-George’s Respiratory Questionnaire (SGRQ) e il tempo intercorso sino alla comparsa della prima riacutizzazione grave di IPF.

I principali risultati ottenuti sono stati:

  • rallentamento della progressione della fibrosi polmonare idiopatica, con riduzione del 50% dell declino  annuo della funzionalità polmonare rispetto a placebo;
  • riduzione del rischio di riacutizzazioni  gravi aggiudicate del 68%, in maniera significativa,  riscontrata nell’analisi dei dati aggregati;
  • significativo beneficio nel punteggio totale SGRQ nel gruppo in trattamento con nintedanib rispetto al gruppo che ha assunto placebo in Inpulsis-2, ma nessuna differenza significativa fra i gruppi  in Inpulsis-1.

In entrambi gli studi Inpulsis, gli eventi avversi più comuni sono stati di natura gastrointestinale, di grado lieve o moderato, generalmente gestibili. La percentuale di pazienti con eventi avversi gravi è stata simile in tutti i gruppi. L’evento avverso più frequente nei gruppi in terapia con nintedanib è stata la diarrea, riferita nel 62% dei casi, contro il 19%  (Inpulsis-1) e nel 63%, contro il 18% (Inpulsis-2) dei pazienti, rispettivamente nei gruppi nintedanib e placebo. Meno del 5% dei pazienti nei bracci di terapia con nintedanib in Inpulsis-1 e Inpulsis-2 ha interrotto il trattamento per questa ragione.

Diverse analisi per sottogruppo dei trial Inpulsis che hanno valutato se nintedanib abbia avuto la stessa efficacia nei pazienti con IPF, indipendentemente dal fatto che assumessero altre terapie concomitanti con antiacidi e corticosteroidi. Gli antiacidi, infatti, sono spesso assunti dai pazienti con IPF per gestire il reflusso gastroesofageo (GERD), un disturbo frequente nei pazienti con questa patologia e ritenuto un fattore di rischio per la progressione della IPF e delle sue riacutizzazioni. Talvolta, inoltre, i pazienti con IPF sono trattati anche con bassi dosaggi di corticosteroidi (ad esempio prednisone) e, pertanto, anche soggetti in terapia con questi farmaci sono stati reclutati negli studi Inpulsis.

I risultati di queste analisi confermano che la concomitante terapia con questi farmaci al basale non ha influenzato l’effetto positivo di nintedanib sul declino annuo della FVC.

Lo studio di prosecuzione Inpulsis-ON su nintedanib

Inpulsis-ON è uno studio in aperto, a braccio singolo, che ha coinvolto oltre il 90% dei pazienti con fibrosi polmonare idiopatica che hanno completato il periodo di trattamento di 52 settimane e 4 settimane di follow-up nei trial Inpulsis® e soddisfatto i criteri di inclusione per la prosecuzione in aperto con nintedanib.

Lo scopo dello studio di estensione Inpulsis-ON, che ha incluso 734 pazienti ed è tuttora in corso, è valutare la sicurezza e la tollerabilità di lungo termine di  nintedanib.

Nello studio Inpulsis-ON i pazienti che negli studi clinici Inpulsis erano nel gruppo a placebo hanno iniziato per la prima volta la terapia con nintedanib, mentre quelli che già lo assumevano negli studi Inpulsis lo hanno continuato. L’efficacia di nintedanib,  in termini di variazione mediana rispetto al basale della capacità vitale forzata alla settimana 48, riscontrata nel trial Inpulsis-ON è stata paragonabile a quella osservata nella settimana 52 dei trial Inpulsis:

  • In Inpulsis-ON: -87 ml per tutti i pazienti; -96,4 ml per i pazienti che hanno continuato la terapia con nintedanib in questo  trial di prosecuzione; e -73,1 ml per i pazienti che hanno assunto nintedanib per la prima volta;
  • In Inpulsis  (dati aggregati):  -88,9 ml (nintedanib) contro -203,0 ml (placebo).

I risultati dell’analisi intermedia dello studio Inpulsis-ON confermano l’effetto positivo  di nintedanib nel rallentare la progressione della malattia e ne confermano nel lungo termine l’efficacia osservate negli studi Inpulsis.

Inoltre, con la terapia di lungo termine con nintedanib in Inpulsis-ON, non sono state evidenziate  nuove segnalazioni relative al profilo di sicurezza. Gli eventi avversi più frequenti sono stati di natura gastrointestinale, con diarrea, che ha riguardato il  64% dei pazienti, ma solo nel 5% dei casi ha comportato l’interruzione della terapia.

Nintedanib

Nintedanib è un inibitore di tirosin-chinasi a piccola molecola, sviluppato da Boehringer Ingelheim come terapia della Fibrosi Polmonare Idiopatica.

Nintedanib lega, inibendoli, i recettori del fattore di crescita che hanno dimostrato di essere coinvolti nella patogenesi della fibrosi polmonare, soprattutto il recettore del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR), il recettore del fattore di crescita fibroblastico (FGFR) e il recettore del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGFR). Bloccando queste vie di passaggio dei segnali coinvolte nei processi fibrotici, nintedanib rallenta il declino della funzionalità polmonare e la progressione della fibrosi polmonare idiopatica.

Nintedanib è una capsula da assumere due volte al giorno.

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rFVIIIFc per l’emofilia A verso la commercializzazione in Europa

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Sobi Swedish Orphan Biovitrum e Biogen hanno ricevuto il parere favorevole del comitato per i prodotti medicinali per uso umano (CHMP) dell’European Medicines Agency (EMA) per l’autorizzazione all’immissione in commercio di rFVIIIFc nel trattamento dell’emofilia A.

Parere favorevole del CHMP dell'EMA per l’approvazione di rFVIIIFc per il trattamento dell'emofilia A. L'autorizzazione alla commercializzazione ora al vaglio della Commissione Europea
Parere favorevole del CHMP dell’EMA per l’approvazione di rFVIIIFc per il trattamento dell’emofilia A. L’autorizzazione alla commercializzazione ora al vaglio della Commissione Europea

Il parere favorevole del comitato si è basato sui risultati degli studi clinici di fase III A-LONG e Kids A-LONG.

rFVIIIFc è un fattore VIII ricombinante legato al dominio Fc dell’IgG1 umana, candidato al trattamento dell’emofilia A e già approvato con questa indicazione negli Stati Uniti d’America, in Canada, Australia, Nuova Zelanda e Giappone.

Lo studio A-LONG su efficacia, sicurezza e profilo farmacocinetico di rFVIIIFc

A-LONG è uno studio di fase III, in aperto, multicentrico,  condotto in 165 pazienti maschi, dai 12 anni in su, con emofilia A grave e già precedentemente trattati. Lo studio ha valutato:

  • la profilassi personalizzata e settimanale nel ridurre e prevenire i sanguinamenti,
  • il dosaggio al bisogno per il trattamento degli episodi emorragici.

Nel braccio di profilassi personalizzata, tutti i partecipanti allo studio hanno iniziato con un regime 2 volte a settimana.  I parametri farmacocinetici sono stati utilizzati per aggiustare l’intervallo di tempo tra un’infusione e l’altra (ogni 3-5 giorni) o la dose (da 25 a 65 IU/kg) richiesta per mantenere un livello minimo di fattore VIII pari a 1-3 UI/dl o superiore, al fine di prevenire e controllare i tassi di sanguinamento. Nel braccio di profilassi settimanale la dose è stata fissata a  65 IU/ kg/settimana.

Lo studio Kids A-LONG su efficacia e sicurezza di rFVIIIFc in bambini precedentemente trattati

Lo studio Kids A-LONG è volto a valutare la terapia sperimentale rFVIIIFc ad emivita prolungata in bambini al di sotto dei 12 anni di età. Lo studio in aperto di fase III condotto a livello internazionale, ha coinvolto 71 pazienti maschi con emofilia A grave, con almeno 50 precedenti esposizioni a terapie con il fattore VIII.

Le reazioni avverse al farmaco comunemente riportate negli studi clinici (≥ 1% dei soggetti) sono state artralgia, malessere, mialgia, cefalea e rash. Lo sviluppo di anticorpi neutralizzanti (inibitori) il fattore VIII, si possono verificare in seguito alla somministrazione di rFVIIFc.

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OTC Dompé in oltre 50 Paesi

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Dompé farmaceutici e Omega Pharma – una divisione di Perrigo Pharma plc, tra i 5 maggiori player globali nella distribuzione di medicinali over the counter (OTC) – hanno stipulato un accordo per la commercializzazione internazionale del listino di automedicazione del gruppo biofarmaceutico italiano.
Si prevede, infatti, la distribuzione in esclusiva da parte di Omega Pharma dei principali marchi della linea OTC Dompé, in oltre 50 Paesi. Le prime commercializzazioni sono attese nel 2017 e dovrebbero interessare Paesi chiave in Europa.

L’opinione dei protagonisti

«La partnership con Omega Pharma rappresenta una tappa importante nel percorso di sviluppo del Gruppo Dompé, che pur mantenendo la propria identità italiana prosegue nella propria strategia di internazionalizzazione del proprio portfolio: dai farmaci OTC a quelli per il trattamento di Malattie Rare – afferma Eugenio Aringhieri, CEO Dompé farmaceutici. – L’alleanza con Omega Pharma rappresenta un’ulteriore conferma della solidità del nostro listino OTC: avremo la possibilità di valorizzare anche in nuove realtà geografiche brand e proposte terapeutiche già consolidati nel contesto italiano, con l’auspicio che possano divenire anche in questi Paesi leader nelle diverse indicazioni».

Eugenio Aringhieri
Eugenio Aringhieri ritiene che l’alleanza con Omega Pharma rappresenti un’ulteriore conferma della solidità del listino OTC Dompé

Alla strategia di incremental innovation messa in atto dal Gruppo nel campo dell’automedicazione si coniuga l’expertise maturata da Omega Pharma, una realtà globale che si pone l’obiettivo di offrire un ampio ventaglio di soluzioni terapeutiche di qualità ai pazienti di Nord America, Europa e Australia.
«Si tratta dell’accordo strategico più importante che Omega Pharma ha concluso sotto la mia guida e che personalmente continuerò a sostenere – dichiara Christoph Staeuble, Chief Operating Officer di Omega Pharma. – Questa partnership ci garantisce l’accesso a una gamma estremamente interessante di prodotti e tecnologie che si adattano perfettamente alle strategie e alle attività del nostro Gruppo. La nostra collaborazione si fonda su un rapporto autentico, su valori condivisi e un’interazione che fa leva sui rispettivi punti di forza; non ho alcun dubbio che insieme potremo raggiungere successi senza precedenti nel mercato farmaceutico».

Pacritinib per mielofibrosi verso la NDA negli USA

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CTI BioPharma ha annunciato attraverso un comunicato stampa che i risultati degli studi condotti su pacritinib in pazienti con mielofibrosi consentono di presentare domanda di registrazione di una nuova sostanza (New Drug Application-NDA) alla Food and Drug Administration (FDA).

Pacritinib

Pacritinib

Pacritinib è un inibitore orale multi-chinasi, attivo contro la JAK2, la FLT3, la IRAK1 e la CSF1R.

Nell’agosto del 2014, pacritinib è stato designato quale “Fast Track” (procedura abbreviata) da parte della FDA per la cura dei pazienti con mielofibrosi di rischio medio o alto, tra i quali, senza limitazioni, quelli affetti da trombocitopenia connessa alla malattia, quelli sottoposti a trattamento emergente per la trombocitopenia curati con altre terapie inibitorie JAK2, pazienti intolleranti o con sintomi gestiti in maniera subottimale con un’altra terapia inibitrice JAK2.

Pacritinib non ha l’approvazione regolamentare e non è disponibile in commercio.

L’NDA per pacritinib si baserà principalmente sui risultati prodotti dallo studio Persist-1 oltre che sui dati prodotti dagli studi di fase I e II e su ulteriori informazioni richieste dalla FDA, inclusi il rapporto finale di uno studio indipendente e i dati relativi alla specifica popolazione di pazienti con un abbassamento delle piastrine inferiore a 50.000 per microlitro (< 50.000/µl) per i quali non siano stati approvati medicinali.

La presentazione di una NDA a seguito di un solo test clinico di fase III secondo l’approvazione accelerata potrebbe ridurre la tempistica di accesso al mercato sino a 14 mesi anziché attendere il completamento degli studi clinici.

CTI BioPharma e Baxalta sono parti di un accordo mondiale di licenza per lo sviluppo e la commercializzazione di pacritinib. CTI BioPharma e Baxalta commercializzeranno congiuntamente pacritinib negli Stati Uniti, mentre Baxalta avrà l’esclusiva sui diritti di commercializzazione al di fuori degli Stati Uniti.

Studi clinici del programma Persist su pacritinib

Pacritinib è attualmente oggetto di analisi in due sperimentazioni cliniche di fase III, conosciute come il programma Persist per pazienti affetti da mielofibrosi.

Persist-1 è uno studio clinico di fase III randomizzato, “in aperto” e multicentrico che mette a confronto l’efficacia e la sicurezza del pacritinib rispetto alla migliore terapia disponibile (ad eccezione dell’inibitore JAK) su 327 pazienti affetti da mielofibrosi (mielofibrosi primaria, mielofibrosi post policitemia vera o post trombocitemia essenziale), senza tenere conto del livello delle piastrine dei pazienti.

Persist-2 è uno studio di fase III randomizzato, “in aperto” e multicentrico che valuta il pacritinib rispetto alla migliore terapia disponibile (BAT), incluso l’inibitore approvato JAK1/JAK2, dosato secondo quanto indicato sull’etichetta per i pazienti affetti da mielofibrosi, le cui piastrine sono pari o inferiori a 100.000 per microlitro.
Persist-2 è strutturato per comprendere fino a 300 pazienti in Nord America, Europa, Australia, Nuova Zelanda e Russia. L’arruolamento è ancora in corso.

La programmazione di Persist-1 e Persist-2 permette ai pazienti sottoposti a BAT di fare un crossover ed essere trattati con il pacritinib se la malattia progredisce ovvero dopo che gli stessi abbiano superato le 24 settimane di rilevazioni. Sebbene il crossover degli studi clinici possa generare confusione nella valutazione del tasso di sopravvivenza, controlli di questo tipo sono utilizzati di frequente negli studi clinici sul cancro.
A seguito di un responso scritto al posto di una riunione “Type C” con la FDA, CTI BioPharma e Baxalta hanno stabilito che non fossero necessarie modifiche agli studi clinici in corso.

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Cladribina per sclerosi multipla

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Merck annuncia, attraverso un comunicato stampa, di aver presentato all’Agenzia europea per i medicinali (EMA) una lettera di intenti per sottoporre domanda di registrazione per cladribina compresse, farmaco sperimentale destinato ai pazienti con sclerosi multipla recidivante.

cladribina
Nuovi studi clinici completano la caratterizzazione del profilo rischio-beneficio della cladribina e avvalorano il nuovo intento di richiesta di registrazione

L’intenzione di richiesta di autorizzazione alla commercializzazione (Marketing Authorization Application – MAA) di cladribina compresse è avvalorata dai risultati di studi clinici e dalle analisi di nuovi dati che completano la caratterizzazione del profilo rischio-beneficio del farmaco in questa indicazione.

Seguirà un processo di presentazione di una serie di pre-requisiti.

«Mi complimento con Merck per la decisione di andare avanti con cladribina compresse come dimostrato dalla lettera di intenti presentata all’EMA», ha dichiarato Giancarlo Comi, direttore dell’Istituto di Neurologia Sperimentale (INSPE) e del Dipartimento di Neurologia presso l’Ospedale San Raffaele di Milano. «Questa decisione è molto positiva per i pazienti con sclerosi multipla, perché personalizzare il trattamento in base ai bisogni individuali è la strategia chiave per ottimizzare le cure, e questo lo si può ottenere solo con un accesso a maggiori opzioni terapeutiche. Sebbene i trattamenti disponibili per questa patologia neurologica siano aumentati nel corso degli anni, Cladribina compresse ha la potenzialità di offrire un plus realmente innovativo alla gamma di soluzioni terapeutiche che i medici hanno a disposizione per trattare i loro pazienti».

Merck aveva interrotto il programma di sviluppo clinico per cladribina compresse nel 2011, dopo che alcune autorità regolatorie avevano espresso dubbi per l’insufficiente caratterizzazione del profilo rischio-beneficio del prodotto. Tuttavia, numerosi studi clinici hanno consentito di completare tale caratterizzazione e sono state inoltre raccolte ulteriori informazioni sulla sicurezza in un registro a lungo termine.

Cladribina

La cladribina è un analogo purinico che mima l’adenosina e inibisce l’enzima adenosina deaminasi interferendo con la proliferazione di linfociti coinvolti nel processo patologico della SM.

Nella formulazione per infusione, è utilizzato in campo dell’oncologia ematica. Ha infatti sia azione chemioterapica sia immunosoppressiva.

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