La terapia mucolitica inalatoria in polvere a base di mannitolo per la fibrosi cistica Bronchitol® è disponibile in Italia.
Bronchitol di Chiesi si contraddistingue per maggiore comodità e rapidità di somministrazione rispetto alla terapia aerosolica. Contribuisce così ad aumentare l’aderenza alla terapia e migliorare la qualità di vita dei pazienti.
È disponibile in Italia una nuova terapia mucolitica inalatoria a base di mannitolo in polvere
Una nuova possibilità di cura è offerta alle persone affette da Fibrosi Cistica: si tratta di una terapia mucolitica inalatoria a base di mannitolo in polvere (Bronchitol), commercializzata da Chiesi per rispondere all’esigenza dei pazienti di avere a disposizione una terapia non soltanto efficace e ben tollerata nel lungo periodo, ma anche maneggevole nell’utilizzo quotidiano e con una maggiore velocità di somministrazione rispetto alla terapia aerosolica.
«La terapia inalatoria è stata una delle rivoluzioni più importanti per il miglioramento della cura della fibrosi cistica, in quanto consente una migliore nebulizzazione del farmaco per raggiungere le vie aeree più profonde dove si concentra il muco più denso –spiega Valeria Raia, presidente della Società Italiana per lo Studio della Fibrosi Cistica (SIFC). – Grazie a terapie efficaci, ben tollerate ed eseguite in maniera corretta e costante nel tempo, i bambini che nascono con questa malattia hanno oggi la possibilità di diventare adulti in buona salute e di avere una qualità di vita al pari dei loro coetanei. La velocità di somministrazione e la rapidità d’azione del farmaco rappresentano elementi fondamentali per far sì che il paziente percepisca il beneficio della cura che sta facendo e aumenti il grado di aderenza alla terapia».
La SIFC è la Società Italiana Fibrosi Cistica il cui Congresso nazionale si svolgerà a Napoli a partire dal 23 novembre 2017.
Obiettivi del mucolitico in polvere a base di mannitolo per la fibrosi cistica
«Lavorare nel campo delle malattie rare rappresenta una sfida e una grande responsabilità nei confronti dei pazienti e dei medici che li hanno in cura – dichiara Raffaello Innocenti, direttore generale di Chiesi Italia. – Con specifico riferimento alla fibrosi cistica, l’impegno di Chiesi si concentra sull’obiettivo di mettere a disposizione soluzioni terapeutiche nuove e sempre più a misura di paziente, consapevoli che in gioco non c’è soltanto la sopravvivenza, ma anche una migliore qualità della vita delle persone che nascono con questa grave malattia genetica».
Un’immagine con lo skyline della città e la scritta “Milano: a bright new home for the European Medicines Agency” ha “vestito” Palazzo Gio Ponti, Palazzo dei Giureconsulti, Palazzo Turati e Palazzo Castiglioni.
Assolombarda, Camera di Commercio Metropolitana di Milano, Monza-Brianza e Lodi e Confcommercio Milano insieme per sostenere EMA a Milano
All’inaugurazione della campagna, tenutasi in Assolombarda davanti alla vetrofania di 250 metri quadrati realizzata per l’occasione sul Palazzo dell’Associazione, sono intervenuti Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda e Marco Barbieri, Segretario Generale di Confcommercio Milano.
In Camera di Commercio sono esposti due manifesti, il primo a Palazzo Turati e il secondo fuori da palazzo dei Giureconsulti. Confcommercio Milano, invece, illumina di blu (colore della grafica di candidatura per l’Ema) la sede di Palazzo Castiglioni; uno striscione è posto, inoltre, all’ingresso del palazzo.
La grafica sarà esposta sui quattro edifici fino al 20 novembre quando verrà resa nota la decisione sulla futura sede di EMA.
«Vogliamo fare squadra e sostenere a un’unica voce la candidatura di Milano per EMA – ha commentato Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda. – Milano ha tutti i numeri per vincere questa sfida e, negli ultimi anni, ha dato prova di saper fare grandi cose. Caratterizzata da una forte connettività con il circuito internazionale, oggi è considerata una ‘città globale’. Inoltre il suo crescente grado di attrattività è testimoniato dai numeri. Basti pensare che a Milano hanno sede 3.600 multinazionali estere e che qui si concentra il 40% dei nuovi investimenti greenfield diretti in Italia».
«La sua posizione strategica la rende unica tra le capitali internazionali e la qualità della vita, l’ambiente cosmopolita e più in generale l’italian lifestyle rappresentano fattori importanti per lo staff dell’Agenzia. Senza contare che proprio sulle scienze della vita Milano sta costruendo uno degli assi del proprio sviluppo, grazie al sistema di università e centri di ricerca. EMA sarebbe uno straordinario moltiplicatore di opportunità».
Il Pirellone, la casa di EMA
«Speriamo di dare il via a una serie di altre iniziative volte a far percepire in Europa quanto Milano sia pronta a ospitare l’Agenzia Europea del Farmaco. E sarebbe bello che sul Pirellone ci fosse una vetrofania: EMA, questa è la tua casa» – conclude Bonomi.
«La capacità del mondo delle imprese milanesi di allearsi e fare squadra è un punto di forza per vincere la sfida di Ema e un segnale positivo per la città e il Paese – ha dichiarato Carlo Sangalli, presidente di Camera di commercio Metropolitana e Confcommercio Milano. – Indipendentemente da quello che verrà deciso il 20 novembre è già un buon risultato ed è un metodo di lavoro che ci permette di guardare con fiducia anche ai grandi progetti che attendono Milano».
Le carte da giocare
«La nostra città ha 3 importanti carte da giocare: ‘il Pirellone‘, possibile sede di Ema, la posizione strategica e una capacità di accoglienza straordinaria grazie alle imprese della ricettività, del turismo e dei servizi, diffuse sul territorio. Vincere significa moltiplicare le opportunità e consolidare il prestigio internazionale di Milano. Ci piacerebbe che, come accaduto con Expo, fosse di nuovo installato in piazza San Babila un orologio per segnare il countdown, il tempo che manca al verdetto del 20 novembre. È un modo per motivare la città a tifare per un risultato che porterebbe vantaggi per tutti».
La ricerca Chiesi rinnova la terapia intensiva neonatale: da settembre 2017 è possibile somministrare il surfattante ai bambini nati con sindrome da distress respiratorio (nRDS) tramite il nuovo metodo LISA (Less Invasive Surfactant Administration). Questo nuovo approccio è meno invasivo rispetto alla tradizionale intubazione endotracheale e prevede l’eventuale utilizzo di un catetere dedicato: il LISAcath®.
Chiesi ha messo a punto un nuovo metodo per somministrare il surfattante in caso di nRDS: il Less Invasive Surfactant Administration (LISA)
Grazie all’impiego di questo sottile catetere endotracheale appositamente messo a punto da Chiesi con i suggerimenti di neonatologi esperti, si evita il ricorso alla ventilazione meccanica invasiva, mantenendo il respiro spontaneo del bambino prematuro con l’ausilio di una ventilazione più “gentile”.
Il surfattante Curosurf
Il surfattante naturale di origine porcina a base di fosfolipidi e proteine (Curosurf®) è un farmaco salvavita che ha dimostrato di aumentare la sopravvivenza diventando il trattamento d’elezione per la RDS neonatale.
Impiegato come trattamento d’elezione per la RDS neonatale e per la profilassi dei bambini a rischio, il surfattante frutto della ricerca Chiesi dal suo ingresso sul mercato nel 1992ha permesso la cura di circa 4 milioni di bambini nati prematuri in 94 Paesi, dimostrando di aumentarne la sopravvivenza.
«Dall’introduzione sul mercato del surfattante negli anni novanta la ricerca Chiesi in neonatologia non si è mai fermata – dichiara Raffaello Innocenti, direttore generale di Chiesi Italia. – Ci siamo posti il raggiungimento di un ulteriore obiettivo: fornire agli specialisti un’arma in più per garantire una somministrazione ottimale di un prodotto riconosciuto come essenziale alla vita di questi neonati. Oggi, grazie a questo nuovo metodo si evita l’intubazione endotracheale e la somministrazione invasiva di pressione positiva potenzialmente dannosa per i polmoni del neonato in via di sviluppo, migliorando in seguito la qualità di vita di questi piccoli pazienti».
Sindrome da distress respiratorio neonatale (nRDS)
La sindrome da distress respiratorio neonatale è una grave insufficienza respiratoria causata dalla carenza di surfattante polmonare, una sostanza tensioattiva che riveste la superficie interna degli alveoli polmonari e consente ai polmoni di espandersi con facilità, evitandone il collasso durante le fasi espiratorie.
La sopravvivenza dei bambini nati pretermine con RDS dipende dall’immediata applicazione di surfattante nei polmoni immaturi che non riescono a produrla fisiologicamente.
La carenza di surfattante polmonare colpisce l’1% dei nati vivi e l’incidenza è tanto più elevata quanto più bassa è l’età gestazionale: dei nati intorno alla trentesima settimana di gestazione 1 neonato su 4, circa il 25%, è a rischio. La percentuale raddoppia, avvicinandosi al 50%, nei nati tra le 26 e le 28 settimane.
Si stima che in Italia nascano ogni anno circa 40 mila neonati pretermine, quindi prima della trentasettesima settimana di gestazione.
3M annuncia che anche la U.S. Food and Drug Administration (FDA) ha riconosciuto l’efficacia nella riduzione delle infezioni catetere correlate (CRBSI) della 3M™ Tegaderm™ CHG Medicazione di fissaggio I.V. con clorexidina gluconata.
Le infezioni catetere correlate (CRBSI) rappresentano un pericolo mortale per i pazienti, ma anche un costo significativo per le strutture e i professionisti sanitari.
La FDA ha riconosciuto l’efficacia della Medicazione di fissaggio contro le infezioni catetere correlate (CRBSI) della 3M Tegaderm CHG con clorexidina
L’ampliamento dell’indicazione d’uso è supportato da uno studio clinico randomizzato a bracci multipli comprendente 1.879 soggetti. La ricerca ha mostrato che 3M™ Tegaderm™ CHG Medicazione di fissaggio I.V. con clorexidina gluconata può ridurre del 60% le CRBSI in pazienti con cateteri centrali e arteriosi (p=0,020).
«Nonostante si stiano facendo grandi progressi nella riduzioni delle CRBSI, queste infezioni prevenibili sono ancora una rilevante causa di morbilità, mortalità e costi eccessivi. – Afferma Pat Parks, MD, PhD e direttore medico per la divisione Critical e Chronic Care Solutions. – L’efficacia delle pratiche di prevenzione delle CRBSI si basa sull’attenzione del personale clinico e sull’utilizzo di una tecnologia certificata, come 3M™ Tegaderm™ CHG Medicazione di fissaggio I.V. con clorexidina gluconata, in conformità agli attuali standard di buona pratica clinica».
3M Tegaderm CHG Medicazione di fissaggio I.V. con clorexidina gluconata è l’unica medicazione trasparente certificata per la riduzione delle CRBSI e della colonizzazione del catetere venoso, in conformità alle pricipali linee guida internazionali.
Gli obiettivi della medicazione di fissaggio contro le infezioni catetere correlate con clorexidina gluconata 3M Tegaderm CHG
La medicazione “tutto in uno” fornisce comfort e protezione in ottica di:
Riduzione delle infezioni. È clinicamente provato che 3M Tegaderm CHG Medicazione di fissaggio I.V. con clorexidina gluconata riduce le CRBSI del 60% nei pazienti con cateteri venosi centrali e arteriosi. La medicazione è dotata di un tampone in gel integrato con clorexidina gluconata al 2%, un noto agente antisettico con un attività antimicrobica e antifungina ad ambio spettro che agisce fino a 10 giorni in maniera costante.
Visibilità del sito. Il film trasparente Tegaderm e il tampone in gel consentono una costante osservazione del sito di inserzione, permettendo di identificare eventuali complicanze.
Applicazione costante. Il tampone in gel con clorexidina e il design unico della medicazione assicurano una corretta applicazione in linea con gli standard clinici.
Fissaggio del catetere. Progettato per minimizzare i movimenti e il dislocazione del catetere.
«Fornire tecnologie efficaci e certificate come 3M Tegaderm CHG Medicazione di fissaggio I.V. con clorexidina gluconata è solo uno dei modi in cui 3M collabora con i clinici per aiutarli a raggiungere i loro obiettivi nella prevenzione dell’infezioni – afferma Parks. – Forniamo anche competenze cliniche e strumenti per supportare la formazione e la compliance, e coinvolgenti contenuti formativi per aiutare l’implementazione delle ultime pratiche certificate e degli standard clinici».
Venclyxto™ (venetoclax) ha ottenuto la rimborsabilità da AIFA come monoterapia per il trattamento della leucemia linfatica cronica. Si tratta del primo inibitore selettivo della proteina BCL-2 in grado di attivare la morte programmata delle cellule tumorali (apoptosi).
È rimborsabile in Italia venetoclax per la leucemia linfatica cronica in presenza della delezione del cromosoma 17p o della mutazione del gene TP53
AbbVie ha annunciato che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità in Italia di Venclyxto™ (venetoclax) in monoterapia orale per il trattamento della leucemia linfatica cronica (LLC) in presenza della delezione del cromosoma 17p o della mutazione del gene TP53 in pazienti adulti che non sono idonei a ricevere, oppure per cui era fallita, una pregressa terapia con un inibitore della via del recettore delle cellule B, oltre che per il trattamento di LLC in pazienti adulti senza delezione 17p o mutazione TP53 per cui era fallita sia la chemioimmunoterapia sia la terapia con un inibitore della via del recettore delle cellule B.
Venetoclax è un inibitore selettivo della proteina BCL-2in grado di attivare la morte programmata delle cellule tumorali(apoptosi), incluse le cellule cancerose nei pazienti affetti da LLC.
«L’approvazione di venetoclax rappresenta un importante passo in avanti per i pazienti affetti da leucemia linfatica cronica in Italia – dichiara Robin Foà, direttore del Centro di Ematologia, Policlinico Umberto 1, Università “Sapienza” di Roma. – I risultati generati dal suo programma di sperimentazione clinica hanno dimostrato che questa nuova terapia orale è in grado di offrire tassi importanti di risposta globale. Con questa approvazione, siamo in grado di proporre una innovativa opzione terapeutica a pazienti con quadri clinici di leucemia linfatica cronica difficili da trattare».
La leucemia linfatica cronica è una malattia tumorale che colpisce il midollo osseo ed il sangue, ed è tipicamente a progressione lenta. Venetoclax, primo di una nuova classe di farmaci, è indicato per il trattamento della leucemia linfatica cronica in presenza della delezione del cromosoma 17p o della mutazione del gene TP53 in pazienti adulti che non sono idonei a ricevere il trattamento con un inibitore della via del recettore delle cellule B o per cui sia fallita tale terapia, oltre che per il trattamento di LLC in pazienti adulti senza la delezione del cromosoma 17p oppure mutazione del gene TP53 per cui sia fallita sia la chemioimmunoterapia sia la terapia con un inibitore della via del recettore delle cellule B. In questi pazienti la prognosi è spesso particolarmente sfavorevole e l’aspettativa di vita con gli attuali regimi standard di cura è inferiore ai 2-3 anni.
«Nonostante l’importanza dei progressi terapeutici raggiunti negli ultimi anni, per i pazienti che convivono con le leucemie permane ancora l’esigenza di nuovi medicinali antitumorali in grado di dare una risposta a esigenze tuttora irrisolte – afferma Felice Bombaci, AIL, Associazione Italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma ONLUS – Per queste ragioni i pazienti guardano con grande speranza e fiducia ai progressi scientifici e all’arrivo di farmaci innovativi, che consentono di convivere serenamente con la malattia e di riappropriarsi del proprio futuro. Finalmente anche in Italia, l’approvazione di venetoclax apre nuove prospettive per le persone con leucemia linfatica cronica».
Venetoclax (Venclyxto)
Venclyxto è stato disegnato per inibire in maniera selettiva, con una sola somministrazione al giorno per via orale, la funzione della proteina BCL-2 (B-cell lymphoma-2). La proteina BCL-2 impedisce l’apoptosi (morte cellulare programmata) di alcune cellule, fra cui i linfociti, e può essere sovraespressa in alcune malattie tumorali. Venetoclax, quindi, attiva la morte programmata delle cellule tumorali(apoptosi), incluse le cellule cancerose nei pazienti affetti da leucemia linfatica cronica.
Venclyxto è stato sviluppato da AbbVie e Genentech (del gruppo Roche) ed è commercializzato congiuntamente dalle due aziende farmaceutiche negli Stati Uniti e da AbbVie nel resto del mondo.
«Venetoclax è una piccola molecola che inibisce selettivamente la funzione della proteina BCL-2, che svolge un ruolo cruciale nel processo di apoptosi, ovvero la morte cellulare programmata – prosegue Foà – L’apoptosi è un meccanismo di difesa che si attiva quando la cellula subisce alterazioni a carico del proprio DNA. In queste condizioni, la cellula attiva i geni della via del suicidio cellulare in modo da non costituire un pericolo per l’organismo. Una aumentata espressione di BCL-2 (tipica della leucemia linfatica cronica) agisce quindi come un freno alla morte cellulare. Un farmaco in grado di bloccare BCL-2 può quindi normalizzare il meccanismo che spinge le cellule, anche quelle tumorali, alla morte cellulare programmata. Con l’approvazione di venetoclax disponiamo di un nuovo farmaco intelligente per la cura di pazienti con leucemia linfatica cronica».
Approvazioni di Venclyxto (venetoclax)
Venclyxto è attualmente oggetto di valutazione per il trattamento di diverse tipologie di malattie oncoematologiche.
Ad aprile 2016, l’agenzia statunitense FDA (Food and Drug Administration) ha approvato venetoclax compresse, mediante revisione prioritaria per il trattamento di pazienti con LLC e delezione del cromosoma 17p, rilevata da un test approvato dalla stessa FDA, che abbiano ricevuto almeno una terapia pregressa. Poiché l’agenzia FDA ha approvato questa indicazione mediante un iter accelerato e in base al tasso globale di risposta, il mantenimento dell’approvazione potrebbe dipendere dalla verifica e descrizione dei benefici clinici ottenuti mediante una sperimentazione confermativa.
Nell’ottobre 2016, AbbVie ha annunciato il rilascio da parte del comitato europeo CHMP (European Committee for Medicinal Products for Human Use) del parere favorevole rispetto all’autorizzazione condizionata all’immissione in commercio per Venclyxto. Inoltre, l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha riconosciuto a Venclyxto la designazione di farmaco orfano per il trattamento del mieloma multiplo, oltre che del linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL), una forma aggressiva di linfoma ed il tipo più comune di linfoma non-Hodgkin (NHL).
L’Agenzia (EMA) aveva in precedenza concesso la designazione di farmaco orfano a Venclyxto per il trattamento di LLC e per il trattamento della leucemia mieloide acuta (AML). La designazione di farmaco orfano viene concessa alle terapie che intendono trattare, prevenire o diagnosticare malattie potenzialmente fatali o cronicamente debilitanti che colpiscono non più di 5 persone su 10.000 nell’Unione Europea e per le quali non esiste alcuna terapia soddisfacente. Tali terapie devono inoltre offrire benefici significativi ai pazienti colpiti dalla malattia.
A dicembre 2016, la Commissione Europea (CE) ha concesso l’autorizzazione condizionata all’immissione in commercio di venetoclax. L’autorizzazione condizionata all’immissione in commercio può essere concessa per medicinali che soddisfano bisogni medici insoddisfatti, ossia per medicinali intesi a trattare malattie per le quali non esiste un trattamento disponibile, e ai quali è quindi importante che i pazienti abbiano un rapido accesso, in quanto il beneficio della loro immediata disponibilità per i pazienti supera il rischio inerente la mancanza di dati completi.
L’ictus è una lesione cerebro-vascolare causata dall’interruzione del flusso di sangue al cervello. Questa può accadere per una embolia o per la rottura di un’arteria.
Una delle principali cause dell’ctus cerebrale è la fibrillazione atriale
Con l’interruzione dell’afflusso di sangue anche per pochi minuti, i neuroni, privati dell’ossigeno, iniziano a morire. Le conseguenze sono spesso letali o permanenti e, in questo caso, possono produrre gravi forme di invalidità, come paralisi, perdita della parola o della vista, problemi cognitivi (quali perdita di memoria e cambiamenti di personalità). L’impatto nella vita quotidiana dei sopravvissuti e delle loro famiglie è quindi spesso molto grave.
L’onere economico complessivo legato a questa patologia, compresi i costi sanitari e quelli non sanitari, è stato di 45 miliardi di Euro nel 2012 ed è destinato ad aumentare drasticamente nei prossimi 20 anni.
Fattori di rischio dell’ictus
Si stima che fino al 90% dei casi di ictus sia causata dai fattori di rischio modificabili e reversibili.
I principali fattori di rischio dell’ictus sono:
ipertensione,
obesità,
ipercolesterolemia, responsabile di oltre il 22% delle morti per malattia cardiovascolare [European Cardiovascular Disease Statistics 2017. European Heart Network],
diabete,
fumo,
età,
sesso maschile,
familiarità,
malattie cardiache tra cui la fibrillazione atriale (FA), anomalia del ritmo cardiaco, che può creare la formazione di coaguli all’interno del cuore. La FA è responsabile di circa il 15% di tutti gli ictus trombo-embolici.
Dei circa 200.000 casi di ictus mediamente stimati ogni anno in Italia, fino a 36.000 sarebbero imputabili alla fibrillazione atriale.
In Italia la fibrillazione atriale si associa a un rischio globale di incorrere in un ictus cerebrale 5 volte maggiore rispetto alla popolazione che non soffre di questa patologia. Questo rischio aumenta in modo esponenziale con il progredire dell’età.
La fibrillazione atriale richiede, tra l’altro, frequenti accessi presso le strutture ospedaliere e solleva temi legati alla sostenibilità per il Servizio Sanitario Nazionale.
L’impatto economico della FA e dell’ictus
Si stima che il costo medio annuo per paziente colpito da ictus a carico del SSN sia di circa 20.000 euro, mentre i costi medi annui per paziente a carico della famiglia, (assistenza, riabilitazione, farmaci, analisi, visite ecc.) e della collettività (mancato reddito da lavoro del paziente e del caregiver) corrispondano a circa 30.000 euro [QIJPH. Year 2013, Volume 2, Number 7: “Rivaroxaban per la prevenzione dell’ictus in pazienti con Fibrillazione Atriale: i risultati di una valutazione HTA”].
I dati dello Studio Europeo Euro Heart Survey hanno permesso di stimare l’impatto economico della fibrillazione atriale in 5 Paesi europei, tra cui l’Italia. Risulta che il costo medio annuo perogni paziente, nel nostro Paese, è pari a oltre 3.000 euro. Le ospedalizzazioni e le procedure interventistiche influiscono per il 70%. Il costo complessivo della patologia, tuttavia, è influenzato anche dalla gestione cronica dei pazienti, in particolare dall’impiego e dal monitoraggio della terapia anticoagulante orale e dalla profilassi farmacologica delle recidive.
Sono inoltre disponibili i primi dati del registro GARFIELD-AF che evidenziano il dispendio di risorse causato dalla FA, la differenza dell’utilizzo delle risorse sanitarie nel mondo e il peggioramento dei risultati nella FA dovuti alle comorbidità.
Prevenzione della FA e degli eventi trombo-embolici
Le misure preventive adeguate nei pazienti affetti da fibrillazione atriale, infatti, esistono e sono rappresentate dall’applicazione di un efficace regime terapeutico, attraverso una terapia anticoagulante orale. Tuttavia, in Italia si registra un sottotrattamento dei pazienti affetti da fibrillazione atriale, dovuto principalmente ai limiti della profilassi farmacologica finora utilizzata (antagonisti della vitamina K).
Gli antagonisti della vitamina K (AVK)
Gli anticoagulanti antagonisti della vitamina K (es. warfarin e acenocumarolo) agiscono a livello epatico sulla sintesi di diversi fattori della coagulazione (II, VII,IX, X).
Si tratta una terapia complessa che presenta alcune difficoltà di gestione, come la necessità di frequenti controlli ematici per l’aggiustamento del dosaggio a causa dell’alta variabilità di risposta inter-individuale e temporale.
I Nuovi Anticoagulanti Orali (NAO)
Un’opzione terapeutica alternativaè costituita daiNuovi Anticoagulanti Orali (NAO) o inibitori diretti della trombina (IDT) o Non-vitamin K oral anticoagulants. I NAO sono molecole di sintesi che inibiscono selettivamente un singolo fattore della coagulazione.
Sono NAO, ad esempio:
Rivaroxaban (Bayer AG),
Apixaban (Bristol-Myers Squibb),
Dabigatran (Boehringer Ingelheim), per il quale è disponibile anche l’inattivatore idarucizumab da somministrare in caso di emergenza per inibire l’azione anticoagulante,
Edoxaban (Daiichi Sankyo).
I NAO sono entrati nella pratica clinica già da alcuni anni epresentano diversi vantaggi:
non richiedono controlli ematici costanti,
mostrano poche le probabilità di interazione con alimenti e altri farmaci (Mark J Alberts Lancet Neurol 2012; 11: 1066–81),
sono somministrati a dosaggio fisso,
presentano un ridotto rischio di emorragie cerebrali rispetto alla terapia tradizionale (Ruff CT. et al. Lancet 2014; 383:955-962).
Queste caratteristiche hanno permesso ai NAO di assumere un ruolo strategico nella prevenzione di eventi tromboembolici, dimostrando, inoltre, un buon rapporto costo/efficacia. I risultati di diversi studi dimostrano, infatti, che l’introduzione dei NAO comporterebbe una riduzione dei costi totali del Sistema Sanitario sia nazionale che regionale.
Impatto economico dell’introduzione dei NAO per la prevenzione dei casi di ictus causato da FA
Per valutare il reale impatto dell’introduzione di questa nuova categoria di farmaci nella pratica clinica è stata realizzata nel 2013 dal Centro di Ricerca in Valutazione delle Tecnologie Sanitarie, Istituto di Sanità Pubblica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, una valutazione Health Technology Assessment nei confronti di uno dei Nuovi Anticoagulanti Orali, il rivaroxaban.
All’interno del Report sono presenti analisi farmacoeconomiche condotte allo scopo di valutare quanto e come l’ingresso della molecola all’interno del contesto nazionale e regionale influisca sul numero di eventi, complicanze e costi. I risultati delle analisi dimostrano, nell’arco temporale di tre anni, che l’introduzione di rivaroxaban, con quote di mercato incrementali (dall’8% nel primo anno, fino al 30% nel terzo anno) consentirebbe di ridurre gli eventi di ictus, embolia sistemica e infarto del miocardio con un risparmio complessivo di risorse sanitarie, nonostante un incremento della spesa farmaceutica.
Risultati del Report
La ricerca “Rivaroxaban per la prevenzione dell’ictus in pazienti con Fibrillazione Atriale: i risultati di una valutazione HTA” (QIJPH. Year 2013, Volume 2, Number 7) ha evidenziato che il trattamento con un NAO consentirebbe una più efficace prevenzione degli ictus, quantificabile in circa 11.000 casi evitabili all’anno. Questo corrisponderebbe quindi a un risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale di circa 230 milioni di euro per anno.
Nello specifico, in questo scenario, per quanto riguarda la riduzione degli ictus è stata stimata nel primo anno una diminuzione di 642 eventi, nel secondo di 636 e nel terzo di 2.504.
Per quanto riguarda il risparmio complessivo a carico del SSN, dovuto all’introduzione di questa molecola, è possibile parlare di 7 milioni di euro nel primo anno, 19 milioni di euro nel secondo anno e 32 milioni di euro nel terzo anno.
In conclusione, l’introduzione dei NAO nella pratica clinica quotidiana, pur determinando un aumento della spesa farmaceutica, grazie ai vantaggi introdotti rispetto alle terapie tradizionali, dovrebbe consentire una riduzione dei costi sanitari, rendendo, pertanto, sostenibile l’utilizzo clinico di questa categoria farmacologica, soprattutto alla luce dell’efficacia in termini di prevenzione.
Iniziative di sensibilizzazione per la prevenzione dell’ictus
Numerose sono le iniziative dedicate alla prevenzione dell’ictus. Ricordiamo:
National Stroke Awareness Month statunitense,
Campagna di Prevenzione Ictus celebrata ogni anno in Italia,
Giornata Mondiale del Cervello, promossa annualmente dalla World Federation of Neurology (WFN), ONG affiliata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che il 22 luglio 2017 è stata dedicata proprio all’ictus cerebrale, con lo slogan “l’ictus è un attacco cerebrale! Preveniamolo e curiamolo!”
#FacciamociSentire campagna permanente di sensibilizzazione sulle malattie cerebro- cardiovascolari di Daiichi Sankyo Italia. Questa, tra l’altro, supporta iniziative locali di prevenzione, educazione e controllo dei fattori di rischio attraverso screening gratuiti, con l’obiettivo di raggiungere le piazze di tutta Italia. Il 23 ottobre 2017, inoltre, si è tenuto a Frosinone l’evento “Giornata Mondiale Contro l’Ictus cerebrale, conoscerlo per prevenirlo”. L’iniziativa è stata realizzata in vista dell’apertura della Stroke Unit di Frosinone con il patrocinio della Provincia di Frosinone, il supporto di A.L.I.Ce. Italia Onlus, il contributo non condizionato di Daiichi Sankyo Italia e il sostegno di medici specializzati.
È disponibile in Europa il nuovo test diagnostico VITROS NephroCheck, il primo strumento di risk assessment completamente automatizzato per la prevenzione del danno renale acuto.
È disponibile in Europa il test per la prevenzione del danno renale acuto diagnostico VITROS NephroCheck di Ortho Clinical Diagnostics
Ortho Clinical Diagnostics ha annunciato che il test VITROS® NephroCheck® ha ricevuto l’approvazione del marchio CE, ovvero la conformità alle normative UE ed è disponibile in Europa per l’utilizzo sui sistemi VITROS® di Ortho.
Il danno renale acuto (AKI)
L’AKI, che consiste nell’improvvisa perdita della funzionalità renale, può svilupparsi senza preavviso e determinare una potenziale insufficienza renale. Noto come killer silenzioso, l’AKI è diffuso quanto l’arresto cardiaco e doppiamente mortale, causando due milioni di morti ogni anno nel mondo. L’AKI è causato da stress renale determinato da interventi chirurgici maggiori, farmaci, tossine, gravi infezioni o malattie croniche e traumi. Fino al 50 percento di pazienti in terapia intensiva sviluppa qualche forma di AKI.
«La prevenzione dell’AKI è una delle sfide cliniche ed economiche più grandi non ancora risolte nella sanità a livello globale – ha dichiarato Claudio Ronco, MD, direttore Reparto di Nefrologia, Dialisi e Trapianti presso l’International Renal Research Institute dell’ospedale San Bortolodi Vicenza. – Una diagnosi tardiva e imprecisa può portare a danni renali irreversibili e ad una maggiore morbilità, mortalità e costi ospedalieri. Prima del test NephroCheck, i medici potevano contare solamente su alcuni indicatori, come la creatinina sierica e la diuresi, in grado, però, di identificare il danno al rene quando questo era ormai avvenuto».
Il test per la prevenzione del danno renale acuto NephroCheck eseguibile su sistemi VITROS
Precedentemente disponibile soltanto su Astute 140 meter, il test NephroCheck può essere eseguito anche sui sistemi completamente automatizzati per immunodiagnostica VITROS 3600/5600 di Ortho. Si tratta di un semplice esame delle urine che fornisce risultati di laboratorio in 16 minuti, consentendo ai medici un risk assessment per AKI e, quindi, il trattamento preventivo dei pazienti a rischio. Le tecnologie brevettate e i vantaggi dei sistemi VITROS di Ortho ottimizzano il test NephroCheck.
«Primo nel suo genere, il test VITROS NephroCheck fornisce un metodo rapido ed efficace per i clinici di valutare i pazienti che sono a rischio di AKI prima che il danno renale si verifichi – ha dichiarato Robert Yates, direttore operativo di Ortho Clinical Diagnostics. – Un obiettivo significativo per l’espansione del menù di prodotti Ortho. Questo test è integrato nei sistemi VITROS esistenti e massimizza gli investimenti di laboratorio, l’efficienza e la produzione. Garantisce un valore sia clinico che economico».
Il test VITROS NephroCheck è stato sviluppato su licenza di Astute Medical. Il test NephroCheck è stato scoperto e validato come strumento di valutazione del rischio per lo sviluppo del danno renale acuto (AKI) da moderato a grave in due sperimentazioni cliniche internazionali eseguite in 29 siti con oltre 1200 pazienti coinvolti. Si tratta dell’unico test in grado di misurare in modo preciso due biomarcatori di danno renale, TIMP-2 e IGFB-7. Quando queste proteine sono elevate, il che può avvenire senza segni o sintomi, è in atto uno stress renale prima che si verifichi il danno. Il test è altamente predittivo di quali pazienti hanno una maggiore probabilità di sviluppare AKI, se non vengono avviate misure tempestive.
VITROS ottimizza il test NephroCheck
Le tecnologie brevettate e i vantaggi disponibili solo per i sistemi VITROS includono:
Intellicheck®, che monitorizza, verifica e documenta i controlli diagnostici attraverso un processo di campionamento. Questo impedisce di riportare risultati che potrebbero essere influenzati da eccezioni;
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Uno studio condotto dai ricercatori del Gruppo Annali dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD) individua i fattori predittivi di iperalbuminuria nei pazienti con diabete di tipo 1. Pubblicata su Scientific Reports, la ricerca ha coinvolto 2.656 pazienti seguiti da 137 Centri di Diabetologia distribuiti su tutto il territorio nazionale.
Individuati i fattori predittivi di malattia renale nei pazienti con diabete di tipo 1
I fattori predisponenti a valori elevati di albumina nelle urine, e quindi alla malattia renale nei pazienti con diabete tipo 1 sono risultati essere:
la lunga durata della malattia (tra i 12 e 17 anni),
i valori di glicemia più elevati, in particolare alti valori di emoglobina glicosilata,
elevati livelli di trigliceridi,
l’ipertensione arteriosa.
Salvatore De Cosmo, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Endocrinologia Casa Sollievo della Sofferenza di S. Giovanni Rotondo, nonché coordinatore dello studio, spiega le ragioni che hanno spinto AMD ad effettuare quest’indagine:
«Le persone affette da diabete di tipo 1 hanno un rischio elevato di sviluppare un danno ai reni: la nefropatia. Questa grave complicanza del diabete espone chi ne è affetto ad un rischio elevato di progressione del danno renale fino all’insufficienza renale terminale, con necessità di dialisi o di trapianto, ma anche di mortalità e comorbilità, soprattutto per cause cardiovascolari. Conoscere quindi i fattori ambientali predisponenti a tale complicanza consentirebbe di attuare appieno le strategie preventive e terapeutiche, orientate a far sì che il danno renale non si manifesti o non progredisca verso forme più gravi».
Nelle persone con diabete, le complicanze a lungo termine sono una delle principali cause di disabilità, inficiano la qualità di vita e causano morti premature. Nel 2015 circa 5 milioni di persone nel mondo, di età compresa tra i 20 e i 79 anni, sono decedute per complicanze correlate al diabete. Tali complicanze, nella maggioranza dei casi, sono dipese dall’insufficienza renale cronica grave (5° stadio).
Lo studio sui fattori predittivi di iperalbuminuria nei pazienti con diabete di tipo 1
Lo studio, osservazionale e longitudinale, ha permesso di indagare un numero molto elevato di pazienti con diabete di tipo 1 e identificare i valori predittivi dell’insufficienza renale cronica.
«I risultati – spiega De Cosmo – hanno individuato nella lunga durata di malattia (tra i 12 e 17 anni), nei valori di glicemia più elevati (alti valori di emoglobina glicosilata), negli elevati livelli di trigliceridi e nella presenza di trattamento antipertensivo (quale indicatore di ipertensione arteriosa) i fattori predisponenti di insorgenza di albuminuria elevata (un tasso elevato di albumina nelle urine è un marcatore della malattia renale). Mentre l’età più avanzata e un valore di filtrato glomerulare lievemente ridotto predisponevano alla riduzione più marcata di filtrato glomerulare».
«Si stima – conclude De Cosmo – che il 20-40% di pazienti con diabete di tipo 1 sviluppi, nel corso della vita, la complicanza renale. Più in dettaglio, nel nostro studio, che ha avuto un periodo di osservazione relativamente breve di 5 anni, il 4,3% della popolazione ha sviluppato una riduzione del filtrato glomerulare e il 18% un’aumentata escrezione urinaria di albumina».
L’iperparatiroidismo secondario (SHPT) è una complicanza comune della malattia renale cronica (CKD). Il progressivo declino della funzionalità renale, infatti, porta all’alterazione del metabolismo di calcio (Ca), fosforo (P) e vitamina D.
Il conseguente sviluppo di ipocalcemia determina un incremento della sintesi di ormone paratiroideo (PTH), ormone prodotto dalle ghiandole paratiroidi, che è il principale regolatore dei livelli circolanti di calcio.
La secrezione persistentemente elevata del paratormone, determina l’aumento della calcemia a discapito della densità minerale ossea e con una conseguente deposizione di calcio a livello vascolare.
Una complicanza frequente della malattia renale cronica è l’iperparatiroidismo secondario
L’iperparatiroidismo secondario da insufficienza renale è una malattia tendenzialmente asintomatica. Presenta, infatti, soltanto i segni tipici dell’alterazione del metabolismo minerale, con particolare evidenza delle fratture da fragilità ossea.
Le conseguenze cliniche dell’SHPT sono particolarmente significative e includono:
un rischio di fratture di 3-4 volte più alto rispetto alla popolazione generale,
un maggior rischio di ospedalizzazione,
calcificazioni vascolari per effetto del disordine sistemico del metabolismo minerale. Esse aumentano il rischio di eventi cardiovascolari e, quindi, il tasso di mortalità.
Francesco Locatelli, direttore emerito del dipartimento Nefrologia, Dialisi e Trapianto Renale all’Ospedale A. Manzoni di Lecco spiega:
«In Italia, i pazienti in dialisi sono circa 50.000 e almeno la metà di chi inizia un percorso di dialisi soffre di iperparatiroidismo secondario, condizione che progredisce con il passare del tempo in dialisi e spesso anche dopo il trapianto. L’eccessiva produzione di paratormone è responsabile delle cosiddette calcificazioni metastatiche, il depositarsi di sali di calcio nelle arterie e nei tessuti molli, anche nei parenchimi nobili, come cuore e polmoni, con la conseguente compromissione della funzione di questi organi vitali. Inoltre, le calcificazioni vascolari aumentano la rigidità delle pareti dei vasi e, associate alle calcificazioni delle valvole cardiache, sono la principale causa dell’aumentata mortalità cardiovascolare di questi pazienti».
«La diagnosi si esegue dosando calcemia, fosforemia, fosfatasi alcalina e soprattutto il paratormone nel sangue. In caso di livelli elevati di paratormone possono aggiungersi esami strumentali, come un’ecografia per valutare sede e volume delle paratiroidi. Bisogna prestare grande attenzione non soltanto al valore assoluto dei livelli di paratormone, ma soprattutto alla loro variazione nel tempo. Una certa elevazione dei livelli di paratormone è da considerarsi fisiologica per il paziente con insufficienza renale. Valori di paratormone inferiori a 300 pg/mL non devono destare preoccupazione. Un progressivo aumento dei valori rende necessario un tempestivo intervento farmacologico perché in caso di mancata risposta alla terapia, si deve ricorre al trattamento chirurgico di rimozione delle ghiandole paratiroidee».
«Bisogna quindi monitorare attentamente le situazioni in evoluzione e cercare di impedire che si raggiungano livelli molto elevati, oltre i quali la condizione potrebbe diventare “autonoma”, non più controllabile e risolvibile unicamente con il ricorso all’intervento chirurgico di paratiroidectomia» – aggiunge Francesco Locatelli.
Le linee guida KDIGO (Kidney Disease Improving Global Outcomes) raccomandano:
il mantenimento dei livelli di PTH nei pazienti in dialisi in un range compreso dalle 2 alle 9 volte il limite superiore normale di PTH,
un attento monitoraggio dell’andamento dei valori sia del PTH sia di Ca e P.
Questo per permettere di valutare un intervento farmacologico e, in caso di mancata risposta alle terapie, un trattamento chirurgico di rimozione delle ghiandole paratiroidi.
Gli interventi mirano alla prevenzione delle conseguenze cliniche dell’iperparatiroidismo secondario sull’osso e sul sistema cardiovascolare.
«Nei pazienti con insufficienza renale cronica in dialisi, la prevenzione della patologia da eccesso di produzione di paratormone deve iniziare già dai primi stadi della malattia renale per impedirne la progressione e prevenirne le complicanze – continua Francesco Locatelli. –Particolarmente importanti sono le raccomandazioni dietetiche volte a garantire un’alimentazione dal contenuto proteico limitato e il controllo dell’iperfosforemia».
«Quindi, il paziente sin dalle fasi iniziali della riduzione della funzione renale non dovrebbe eccedere con l’apporto di proteine e non superare la quantità raccomandata di 0,8 – 1 g/kg di peso corporeo ideale, come consigliato anche dall’organizzazione mondiale della sanità anche per la popolazione sana; dovrebbe, oltre alla nota necessità di controllare l’apporto di sale, prestare soprattutto attenzione all’introduzione di fosforo, di cui sono particolarmente ricche non solo carni, pesci e latticini, ma anche molte bevande “soft drinks” e i cibi conservati. Abolendo questi ultimi ed evitando l’apporto proteico non necessario si possono ottenere grandi risultati senza rilevanti sacrifici. Successivamente si valuterà la necessità di interventi farmacologici» – conclude Francesco Locatelli.
Gli interventi farmacologici per l’iperparatiroidismo secondario mirano principalmente alla prevenzione delle sue conseguenze sull’apparato scheletrico e cardiovascolare. I trattamenti in uso più prescritti sono di tre tipi, spesso usati in associazione:
chelanti del fosforo: attenuano l’assorbimento intestinale del fosforo,
vitamina D: gli attivatori del recettore della vitamina D (VDRAs) incrementano l’assorbimento del calcio e del fosforo e riducono quindi la sintesi di PTH,
calciomimetici: riducono i livelli di paratormone e anche i livelli di calcio e fosforo. Agiscono infatti sul recettore sensibile al calcio che ne regola la secrezione da parte delle paratiroidi.
Uno dei limiti di queste terapie è sicuramente la scarsa aderenza. Rispetto a tutti gli altri pazienti cronici, quelli con malattia renale assumono un numero superiore di terapie orali. Il numero di pillole per queste persone può raggiungere le due decine al giorno. A causa della scarsa aderenza alle terapie, soltanto il 15-20% dei pazienti riesce a raggiungere contemporaneamente i livelli raccomandati di PTH, Ca e P.
Etelcalcetide per l’iperparatiroidismo secondario a malattia renale cronica è stato approvato da AIFA. Potrà essere somministrato per via endovenosa ai pazienti adulti con malattia renale cronica direttamente al termine della seduta di emodialisi, tre volte a settimana.
Etelcalcetide riduce significativamente il paratormone sierico e migliora l’aderenza terapeutica.
L’immissione in commercio di etelcalcetide è stata autorizzata dall’EMA il novembre 2016 e, sette mesi dopo, da AIFA. Il farmaco è prescrivibile nel nostro Paese con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della determina dell’Agenzia Italiana del Farmaco che lo ha inserito nella Classe A, quella dedicata ai farmaci rimborsati dal Sistema Sanitario Nazionale e soggetto a prescrizione medica limitativa vendibile al pubblico su prescrizione di specialisti in nefrologia e centri dialisi individuati dalle Regioni.
Etelcalcetide
Etelcalcetide è un nuovo agente calciomimetico endovenoso di seconda generazione che si lega ed attiva il recettore sensibile al calcio (CaSR), espresso sulle cellule delle ghiandole paratiroidee, riducendo la secrezione di ormone paratiroideo (PTH). È indicato per il trattamento dell’iperparatiroidismo secondario (SHPT) in pazienti adulti con malattia renale cronica in emodialisi.
I calciomimetici sono una famiglia di farmaci che “mimano” le azioni del calcio nell’organismo, attivando i recettori calcio-sensibili presenti sulle ghiandole paratiroidi. In questo modo consentono di ridurre la secrezione di ormone paratiroideo (PTH).
La somministrazione endovenosa, effettuata al termine di ogni seduta dialitica, permette un maggior controllo di una terapia che può richiedere degli aggiustamenti, in funzione dell’andamento di vari valori di laboratorio. La certezza che il farmaco venga assunto dai pazienti nei modi e nei tempi stabiliti implica la massima aderenza al trattamento, contribuendo ad un’efficacia costante nel tempo: Il 56% dei pazienti in trattamento con etelcalcetide ha mantenuto i livelli di PTH entro il target ≤ 300 pg/mL nella fase di valutazione dell’efficacia dello studio a lungo termine di 12 mesi.
La dose iniziale raccomandata di etelcalcetide è di 5 mg somministrata in bolo 3 volte a settimana, indipendentemente dall’esposizione precedente ad agenti calciomimetici. Può essere necessario un aggiustamento della dose in qualunque momento durante il trattamento, sulla base dei livelli sierici tanto del paratormone, tanto del calcio, anche nella fase di mantenimento.
I livelli di PTH devono essere misurati 4 settimane dopo l’inizio del trattamento con etelcalcetide o l’aggiustamento della dose, e approssimativamente ogni 1-3 mesi durante il mantenimento.
Il medicinale è soggetto a prescrizione medica limitativa ed è vendibile al pubblico su prescrizione di centri ospedalieri o degli specialisti in nefrologia e dei centri dialisi individuati dalle regioni.
Studi clinici su etelcalcetide
Gli studi dimostrano che etelcalcetide riduce l’ormone paratiroideo e migliora gli altri importanti parametri di laboratorio.
Il profilo di efficacia e sicurezza di etelcalcetide è stato analizzato nell’ambito di tre studi randomizzati controllati di Fase III. Due di questi sono stati condotti verso placebo e un terzo studio ha confrontato direttamente etelcalcetide e cinacalcet, un altro calciomimetico approvato per il trattamento dell’iperparatiroidismo secondario (sHPT) in pazienti con insufficienza renale cronica sottoposti a dialisi.
Gli studi controllati verso placebo
Nei primi due studi etelcalcetide in aggiunta a chelanti del fosforo e calcitriolo o analoghi della vitamina D attiva è stato confrontato con i soli chelanti del fosforo e vitamina D attiva. La principale misura dell’efficacia era la percentuale di pazienti con riduzione di ormone paratiroideo (PTH) >30% rispetto al basale tra la settimana 20 e 27 (fase di valutazione dell’efficacia) compresa (endpoint primario). Gli endpoint secondari comprendevanola proporzione di pazienti con PTH medio inferiore o uguale a 300 pg/mL nella fase di valutazione dell’efficacia.
Complessivamente i due trial hanno arruolato 1023 pazienti con iperparatiroidismo secondario da moderato a grave dovuto a malattia renale cronica avanzata. Etelcalcetide (o il placebo) è stato somministrato per 26 settimane per tre volte a settimana, alla fine della seduta di dialisi in aggiunta agli standard di cura (vitamina D e/o chelanti del fosfato).
Il farmaco ha raggiunto l’endpoint primario e gli endpoint secondari:
etelcalcetide ha raggiunto l’endpoint primario in circa il 75% dei pazienti (380 su 509) rispetto a circa il 9% (46 su 514) del gruppo placebo;
la percercentuale di pazienti con PTH medio ≤300 pg/ml tra la settimana 20 e 27 compresa era pari al 49,6% nel gruppo etelcalcetide e al 5,1% nel gruppo placebo nel trial A; era pari al 53,3% nel gruppo etecalcetide e 4,6% nel gruppo placebo nel trial B.
Lo studio di confronto testa-testa
Nello studio testa-testa, l’endpoint primario è rappresentato dalla non inferiorità di etelcalcetide rispetto a cinalcalcet nella percentuale di pazienti con riduzione di PTH >30% rispetto al basale tra la settimana 20 e 27 (fase di valutazione dell’efficacia).
Gli endpoint secondari erano relativi alla superiorità di etelcalcetidevs cinacalcet per la percentuale di pazienti con una riduzione >30% e >50% del PTH medio rispetto al basalee alla differenza nei giorni medi settimanali con nausea e vomito durante le prime 8 settimane.
Lo studio ha arruolato 683 pazienti in emodialisi con iperparatiroidismo secondario da malattia renale cronica. I pazienti sono stati divisi in due gruppi:
uno che assumeva la nuova molecola per via endovenosa (e il placebo per via orale)
e l’altro che assumeva il placebo endovenoso e il cinacalcet orale
La somministrazione è durata 26 settimane, la nuova molecola (e rispettivo placebo) per tre volte a settimana, alla fine della seduta di dialisi e oltre agli standard di cura mentre il calciomimetico orale di confronto (e rispettivo) è stato somministrato quotidianamente.
Lo studio ha raggiunto l’endpoint primario e quelli secondari relativi alla riduzione del livello di paratormone.
il 68,2% di pazienti trattati con etelcalcetide ha raggiunto una riduzione di PTH > 30% rispetto al 57,7% nel gruppo cinacalcet, endpoint primario di non inferiorità. Tale obiettivo è stato raggiunto sia come endpoint primario di non inferiorità sia come endpoint secondario di superiorità, permettendo di definire etelcalcetide superiore a cinacalcet in termini di riduzione del PTH così calcolata.
una maggior percentuale di pazienti trattati con etelcalcetide (52,4%) ha raggiunto una riduzione di PTH >50% rispetto ai pazienti nel gruppo cinacalcet (40,2%), endpoint secondario di superiorità. Quindi, etelcalcetide si è dimostrato superiore rispetto al concorrente negli endpoint secondari, relativi alla percentuale dei pazienti che ha raggiunto più del 30% e più del 50% di riduzione rispetto al valore basale di PTH;
l’incidenza di eventi avversi associati a etelcalcetide è risultata simile a quella osservata con cinacalcet; gli eventi avversi più comuni sono stati spasmi muscolari, diarrea, nausea, vomito, cefalea e reazioni correlate all’infusione.
Infine, la modalità di somministrazione endovenosa garantisce agli operatori sanitari il pieno controllo della terapia e potrebbe migliorare l’aderenza al trattamento da parte del paziente e aumentarne la probabilità di raggiungere gli obiettivi terapeutici.
Aderenza alla terapia con etelcalcetide
Da uno studio del 2011, che si è concentrato sul calciomimetico più usato, il cinacalcet, è emerso che dopo 12 mesi di terapia il 46% dei soggetti non era aderente. Con etelcalcetide, la nuova molecola somministrata per via endovenosa dopo la seduta di dialisi, il 56% dei pazienti in trattamento a 12 mesi ha raggiunto i livelli di PTH entro il target ≤ 300 pg/mL.
«La missione di Amgen è quella di essere al servizio dei pazienti e, in questo caso siamo intervenuti su uno degli aspetti critici che riguardano questa patologia: l’aderenza alle terapie. Con etelcalcetide andiamo ad affrontare un bisogno clinico non soddisfatto che riguarda proprio quest’area. Si tratta, infatti di un trattamento endovenoso che darà agli operatori sanitari un maggiore controllo sulla somministrazione e fornirà ai pazienti un’opzione aggiuntiva – dichiara André Tony Dahinden, AD Amgen Italia. – L’Italia è stata coinvolta negli studi clinici di Fase III che sono alla base dell’approvazione EMA del farmaco con ben 18 centri grazie ai quali siamo riusciti a trattare 63 pazienti in differenti studi. Dall’altra parte è da sottolineare una estrema rapidità nei tempi di accesso. La nostra Agenzia ha riconosciuto il valore del farmaco garantendo tempi di rimborsabilità molto brevi. Basti pensare che dalla sottomissione del dossier alla Gazzetta Ufficiale sono passati soltanto 7 mesi, che significa che l’approvazione ha subito un anticipo di 8 mesi rispetto alle tempistiche medie di approvazione. Amgen è ovviamente orgogliosa di questo perché il risultato è a beneficio dei pazienti».
«La nuova molecola è un peptide che agisce in modo diretto sul recettore del calcio, inibendo la secrezione e la produzione del paratormone da parte delle ghiandole paratiroidee – illustra Mario Cozzolino, direttore della U.O.C. Nefrologia e Dialisi, ASST Santi Paolo e Carlo, Presidio San Paolo e Professore di Nefrologia, Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Milano – Come atteso, gli studi pubblicati sulla rivista JAMA hanno dimostrato che, come il precedente calciomimetico, etecalcetide è più efficace della sola terapia standard con chelanti del fosforo e vitamina D. Tuttavia, rispetto ai pazienti trattati con cinacalcet, il calciomimento attualmente in uso, nel gruppo trattato con il nuovo farmaco si è evidenziata una percentuale significativamente maggiore di pazienti il cui valore medio del paratormone si è ridotto del 30% o del 50% rispetto al valore basale, due endpoint che nello studio sono stati classificati come secondari ma che influenzano positivamente il metabolismo calcio-fosforo».
Uno dei limiti principali delle attuali terapie orali per l’SHPT è la scarsa aderenza. «La lunga emivita del nuovo farmaco – prosegue Mario Cozzolino – consente una frequenza di assunzione che può essere ridotta a 3 volte alla settimana, in coincidenza con le sedute dialitiche durante le quali la somministrazione per via endovenosa è particolarmente agevole e assume un particolare valore clinico perché viene gestita direttamente dal personale medico-infermieristico».
La certezza che il farmaco venga assunto dai pazienti nei modi e nei tempi stabiliti assicura la massima aderenza al trattamento, determinando anche un’efficacia costante nel tempo.