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Nuova formulazione di prulifloxacina per la cistite semplice

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Angelini annuncia che è disponibile una nuova formulazione di prulifloxacina per la cistite semplice: una sola compressa da 600 mg garantisce efficacia associata basso rischio di recidive.

cistite
Una nuova formulazione di prulifloxacina per la cistite semplice: una sola compressa da assumere una sola volta

Prulifloxacina per la cistite semplice

La prulifloxacina, profarmaco dell’ulifloxacina, è un fluorochinolone di ultima generazione, che presenta la capacità di raggiungere alte concentrazioni nelle urine e di penetrare diffusamente nei tessuti.

La nuova formulazione di prulifloxacina, che prevede un’unica somministrazione da 600 mg, offre un’ottima efficacia in termini di eradicazione dell’infezione, un abbattimento del rischio di recidive e una ridotta esposizione all’antibiotico, a fronte di una migliore aderenza alla cura da parte della paziente.

«L’impiego di un’unica compressa di prulifloxacina da 600 mg, rispetto ad altri farmaci a monoterapia, ha una maggiore capacità di uccidere i batteri e una più elevata diffusione nei tessuti, che le consente di combattere i germi, causa di possibili recidive – dichiara Carlo Tascini, specialista in malattie infettive, dirigente medico di I livello presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana di Pisa. – Inoltre, essendo un antibiotico concentrazione-dipendente, una singola somministrazione della dose massima consente di avere una maggiore efficacia dal punto di vista microbiologico e una minima incidenza di effetti collaterali. L’impiego di una terapia breve con un farmaco potente permette di ottenere un alto tasso di eradicazione ma con un danno minimo sulla flora intestinale, contrastando nello stesso tempo il preoccupante fenomeno dell’antibiotico-resistenza. Il problema maggiore che riscontriamo oggi nella pratica clinica, infatti, è che cure antibiotiche prolungate, non necessarie, tendono a favorire lo sviluppo di batteri resistenti all’attività degli antimicrobici. Inoltre, spesso le donne adottano un comportamento sbagliato: basandosi su una loro presunta conoscenza della patologia, ricorrono a un antibiotico inappropriato, senza la diagnosi e la prescrizione del medico. L’autoprescrizione e l’utilizzo non corretto degli antibiotici hanno sicuramente contribuito alla comparsa dell’antibiotico-resistenza».

Una cura a breve durata (short therapy) è, inoltre, garanzia di una maggiore aderenza alle prescrizioni mediche da parte delle pazienti, così come sottolinea Alessandro Rossi, medico di Medicina Generale, componente della Giunta esecutiva e Responsabile Area Malattie Infettive della SIMG: «La singola somministrazione di prulifloxacina ha un grande valore aggiunto. Oltre a essere un farmaco ad azione molto rapida, migliora la compliance ed evita errori di assunzione o di comunicazione tra medico e assistito, anche nei consulti telefonici, sempre più frequenti. Le donne non hanno modo di sbagliare: c’è una sola confezione, con una sola compressa, da assumere una volta sola».

La cistite

La cistite semplice è un’infezione non complicata della basse vie urinarie, che provoca un aumento nella frequenza delle minzioni, accompagnato da dolore e bruciore durante l’emissione di urina.

Colpisce prevalentemente il genere femminile, con un impatto sociale ed economico rilevante: si stima che oltre il 50% delle donne ne abbia sofferto almeno una volta nella vita e che il 20-30% abbia avuto un secondo episodio, entro 6 mesi dalla prima manifestazione.

«La cistite è una patologia abbastanza diffusa, tipica della giovane donna in età fertile: circa il 20% delle pazienti che si recano dal proprio medico di famiglia soffre di questo disturbo – spiega Alessandro Rossi. – I principali sintomi sono quattro: il bisogno di doversi recare spesso in bagno, uno stimolo continuo a urinare, difficoltà a emettere urina e dolore alla minzione. Si tratta, quindi, di una sintomatologia molto fastidiosa, che impatta sulla qualità di vita delle donne e che necessita dunque di un trattamento con un farmaco ad azione rapida, sicuro ed affidabile».

Oltre ad alcuni comportamenti a rischio che possono favorirne l’insorgenza, come la tendenza a trattenere troppo a lungo le urine, un’igiene intima con detergenti troppo aggressivi, che alterano la flora vaginale, oppure rapporti sessuali non protetti con più partner, la causa principale della cistite semplice è la presenza di alcuni batteri provenienti dal tratto gastrointestinale, in particolare l’Escherichia coli (in oltre l’85% dei casi). L’agente patogeno, per la sua capacità di superare la barriera dell’epitelio vescicale e insediarsi all’interno dei tessuti, è anche il responsabile del verificarsi di cistiti ricorrenti: è pertanto importante impiegare una terapia antibiotica che non sia soltanto efficace a livello delle urine, come disinfettante, ma che riesca a penetrare nei tessuti, per ridurre il tasso di recidive.

Nuovi dati su grazoprevir / elbasvir per l’epatite C

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MSD annuncia che nuovi dati su grazoprevir/elbasvir per l’epatite C sono stati presentati al 51° International Liver Congress annuale dell’European Association for the Study of the Liver (EASL) a Barcellona. Si tratta di un corpus di dieci studi clinici di fase II e III che confermano l’efficacia di grazoprevir/elbasvir con tassi di risposta virologica superiori al 95% a 12 settimane in tutte le categorie di pazienti con infezione HCV, inclusi quelli “fragili” con cirrosi compensata, insufficienza renale grave, malattie ematologiche o con precedente fallimento terapeutico.

grazoprevir elbasvir per l'epatite C
grazoprevir elbasvir per l’epatite C

Sebbene la ricerca si confronti ancora con bisogni clinici non soddisfatti come l’esigenza di semplificare i regimi terapeutici e la gestione di popolazioni di pazienti complessi, ormai popolazioni di pazienti sempre più ampie hanno la possibilità di guarire dall’infezione HCV in pochi mesi.

«Ad oggi la combinazione grazoprevir/elbasvir ha mostrato un buon profilo di efficacia e sicurezza su un’ampia popolazione di pazienti, compresi quelli con insufficienza renale terminale in dialisi e i cirrotici compensati in classe A di Child – afferma Savino Bruno, professore straordinario di Medicina Interna alla Humanitas University Medicine di Rozzano (Milano) – con una sola pillola al giorno, senza ribavirina, nei pazienti italiani infettati dal genotipo 1b che da noi è il più frequente».

La combinazione grazoprevir / elbasvir per l’epatite C (Zepatier)

Zepatier è una terapia orale in compresse, una sola pillola al giorno, a dose fissa, costituita dalla combinazione di grazoprevir (inibitore della proteasi NS53/4A) ed elbasvir (inibitore del complesso di replicazione NS5A), sviluppata da MSD, per il trattamento di pazienti con infezione da virus dell’epatite C genotipo 1 e 4, con o senza ribavirina.

La combinazione grazoprevir/elbasvir per l’epatite C, dopo essere stata approvata negli Stati Uniti e in Canada, è in attesa di ottenere l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte della Commissione Europea. La combinazione grazoprevir/elbasvir è un farmaco testato, negli anni, in un programma di studi clinici sul profilo di efficacia, sicurezza e tollerabilità con più di 2.000 pazienti arruolati, che evidenziano la sua idoneità a essere somministrato a un’ampia popolazione di pazienti.
La combinazione grazoprevir/elbasvir ha raggiunto tassi di risposta virologica sostenuta superiori al 90-95% in diversi studi clinici su differenti categorie di pazienti, come nello studio di fase III C-EDGE Head-to-Head, sull’efficacia e sicurezza di grazoprevir/elbasvir vs la combinazione sofosbuvir/peginterferone/ribavirina.

Lo studio C-EDGE Head-to-Head

C-EDGE Head-to-Head è uno studio controllato randomizzato di fase III che valuta efficacia e sicurezza di grazoprevir/elbasvir confrontata con sofosbuvir/PegIFN/ribavirina nell’epatite C.
Dei pazienti arruolati l’82% ha HCV di genotipo 1b, il 14% HCV di genotipo 1a, il 4% HCV di genotipo 4. Il 17% cirrosi compensata e il 25% aveva già assunto PegIFN/ribavirina in precedenza.
Il disegno dello studio ha previsto due gruppi di pazienti randomizzati:

  • un gruppo ha assunto grazoprevir/elbasvir per 12 settimane
  • l’altro gruppo ha assunto sofosbuvir/PegIFN/ribavirina (combinazione  sofosbuvir + interferone pegilato + ribavirina) per 12 settimane.

I risultati hanno evidenziato che il tasso di SVR24 con grazoprevir/elbasvir è stato del 99,2%, contro l’89,7% dei pazienti trattati con sofosbuvir/PegIFN/ribavirina.
Gli effetti collaterali sono stati riscontrati nel 51% dei pazienti cui è stato somministrato grazoprevir/elbasvir e nel 93% dei pazienti che hanno ricevuto sofosbuvir/PegIFN/ribavirina.
Gli effetti collaterali più comuni nel gruppo trattato con grazoprevir/elbasvir sono stati: cefalea (13%), spossatezza (7%) e nausea (6%).
Gli effetti collaterali riscontrati nel gruppo trattato con sofosbuvir/PegIFN/ribavirina sono stati principalmente: febbre (54%), cefalea (40%), affaticamento (25%) e astenia (24%).

Lo studio C-EDGE CO-STAR

Lo studio C-EDGE CO-STAR valuta l’efficacia e la sicurezza di grazoprevir/elbasvir vs placebo in pazienti naive al trattamento con HCV di genotipo 1, 4 e 6 in trattamento con agonisti degli oppioidi – OAT.
Il trattamento con grazoprevir/elbasvir ha dimostrato di avere un impatto favorevole sulla qualità della vita legata allo stato di salute (QoLHR) rispetto ai pazienti trattati con placebo (pazienti con HCV di genotipo 1, 4 e 6 in trattamento con agonisti degli oppioidi – PWID/OAT).
Lo studio valuta anche il rischio di reinfezione dopo un trattamento di successo con grazoprevir/elbasvir nelle persone che si iniettano droghe (PWID), in terapia con agonisti degli oppioidi (OAT).
La combinazione grazoprevir/elbasvir può rappresentare una chance terapeutica anche per i pazienti con un sistema immunitario particolarmente compromesso, per i pazienti difficili da trattare come quelli che assumono droghe per via iniettiva (PWID – People Who Inject Drugs) e i pazienti con co-morbilità come quelli affetti da insufficienza renale (CKD). «I pazienti che fanno uso di oppiacei sono una categoria abitualmente esclusa dai trial clinici per lo sviluppo di nuovi farmaci per la cura dell’epatite C. – dichiara Gloria Taliani, professore ordinario di Malattie infettive alla Sapienza Università di Roma – Nello studio C-EDGE CO-STAR sono stati trattati con grazoprevir/elbasvir circa 300 PWID, di cui il 20% aveva cirrosi; tutti hanno assunto oltre l’80% delle dosi di farmaco raccomandate e la risposta virologica sostenuta è stata del 96-100% nei soggetti con infezione da genotipo 1 e 4. Un’altra categoria di pazienti con un bisogno terapeutico per HCV non pienamente soddisfatto è rappresentata dai dializzati e dai pazienti con insufficienza renale grave; in questa tipologia di pazienti l’impiego della combinazione grazoprevir/elbasvir senza ribavirina ha consentito di raggiungere la guarigione nel 96-100% dei casi con un profilo di sicurezza che può rendere questa opzione terapeutica di grande utilità nella pratica clinica».

Lo studio C-EDGE IBLD

I pazienti con malattie ematologiche infetti da HCV rappresentano un’altra classe di pazienti particolarmente fragili per i quali sussistono ancora bisogni terapeutici non soddisfatti che la combinazione grazoprevir/elbasvir può colmare.
Lo studio C-EDGE IBLD è un studio di fase III a doppio cieco su efficacia e sicurezza di grazoprevir/elbasvir nei pazienti con HCV cronica di genotipo 1, 4 e 6 e disordini ereditari del sangue con e senza co-infezione da HIV.
«Lo studio C-EDGE IBLD ha arruolato pazienti con emoglobinopatie congenite oppure pazienti con deficit congeniti della coagulazione; sono persone di 35-40 anni con malattia di fegato avanzata che hanno iniziato a fare trasfusioni prima del 1990 e si sono infettate con il virus HCV spiega Antonio Craxì, professore ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo – in questi pazienti la risposta terapeutica è stata superiore al 98%. Si tratta di studi di perfezionamento che servono a dire che elbasvir/grazoprevir può rivelarsi utile anche in pazienti particolari, e confermano studi condotti in precedenza su popolazioni generali. Oggi abbiamo dati forti che ci consentono di affermare che questi farmaci possono essere utilizzati in tutte le categorie di pazienti».
I dati preliminari evidenziano l’ottimo profilo di efficacia e tollerabilità di grazoprevir/elbasvir nei pazienti con HCV di genotipo 1, 4 o 6, con disordini ereditari del sangue, in presenza o meno di cirrosi (SVR4 tra il 96% e il 100%).

Lo studio C-SWIFT Retreatment

C-SWIFT Retreatment valuta il successo del ritrattamento di pazienti con HCV di genotipo 1, con trattamento per 12 settimane con grazoprevir/elbasvir + sofosbuvir e ribavirina dopo il fallimento di una terapia orale di breve durata.
Il tasso di SVR è stato del 100% dopo un trattamento di 12 settimane.
Un aspetto spesso critico nelle terapie con antivirali, anche nel caso dell’HCV, è quello dell’insorgenza di resistenze, che spesso causa il fallimento terapeutico; un ostacolo che in futuro potrebbe essere meno problematico grazie al profilo di efficacia dei nuovi DAAs.
«Le terapie con farmaci moderni anti-HCV sono estremamente efficaci, in grado di ottenere la guarigione in oltre il 90% dei pazienti. Tale straordinario risultato è in parte attenuato, però, dal problema del fallimento alla terapia. Seppure riscontrate in percentuali molto contenute – sottolinea Carlo Federico Perno, professore di virologia all’Università di Roma Tor Vergata – le resistenze virali non solo rendono meno efficaci i farmaci già utilizzati, ma spesso rendono poco o nulla utilizzabili anche altri farmaci di seconda linea. Due le strategie per affrontare il problema, sinergiche tra loro: personalizzare il trattamento, scegliendo i farmaci realmente attivi sulla base dei test di resistenza, e utilizzare i nuovi inibitori del virus HCV, come l’associazione elbasvir/grazoprevir che ha mostrato, negli studi presentati nel recente passato e ad EASL 2016, una sostanziale efficacia anche nei confronti del virus divenuto resistente al primo trattamento».

Gli studi C-CREST 1 e 2

I dati di fase II sulla SVR24 forniti dagli studi C-CREST 1 e C-CREST 2 sull’efficacia di un regime da 8 settimane con la combinazione a tre farmaci Grazoprevir/MK-3682/MK-8408 hanno evidenziato che il regime terapeutico in oggetto (combinazione di grazoprevir/elbasvir con MK-3682) si è dimostrato promettente, con un tasso di SVR 12 > 90% nei pazienti naive, non cirrotici, con HCV di genotipo 1, 2 o 3.
Grazoprevir/elbasvir è un punto d’arrivo, ma la ricerca già guarda al futuro, verso un regime semplificato a tre farmaci con una sola pillola al giorno, senza ribavirina, ridotta tossicità, azione pangenotipica e minore durata di trattamento. «In prospettiva ci sarà la tripletta, che garantirà un uguale risultato su tutti i genotipi virali HCV esistenti in natura – conclude Savino Bruno – gli studi C-CREST 1 e 2, condotti su 240 pazienti con vari genotipi di HCV per valutare efficacia e sicurezza della combinazione elbasvir/grazoprevir con una terza molecola, MK-3682, che affronta il virus in tre differenti siti di replicazione, hanno dimostrato che l’efficacia terapeutica raggiunta può essere piuttosto elevata, superiore al 90%, e tutti i genotipi HCV sono stati coperti. La percentuale di risposta terapeutica ottenuta appare, dai dati preliminari, migliore di qualunque combinazione DAA disponibile al momento attuale. Inoltre, la tripletta funziona con cicli di 8 settimane di cura, una durata inferiore del 30% rispetto ai regimi di DAA attualmente impiegati, e senza ribavirina».

Lo studio C-EDGE TN

Lo studio C-EDGE TN in cieco sul trattamento con grazoprevir/elbasvir (in combinazione fissa di elbasvir (50 mg)/grazoprevir(100 mg), una volta al giorno per 12 settimane) controllato con placebo dei pazienti naive a pregresso trattamento con infezione da HCV di genotipo 1, 4 o 6 ha fornito i dati finali di Fase III sulla SVR24.
Il 22% (92/421) dei pazienti reclutati presentava cirrosi.
I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi paralleli:

  • gruppo attivo: pazienti che avevano iniziato immediatamente il trattamento con il regime grazoprevir/elbasvir
  • gruppo differito: pazienti che erano stati trattati prima con placebo e poi avevano effettuato terapia con grazoprevir/elbasvir

La SVR24 è stata raggiunta dal 93,6% dei pazienti in entrambi i gruppi.
Gli effetti collaterali seri sono stati rilevati nel 3% dei pazienti del gruppo attivo e nel 4% dei pazienti del gruppo placebo.

Altri studi

Altri studi presentati al 51° International Liver Congress annuale dell’European Association for the Study of the Liver hanno riguardato:

  • Analisi costo/efficacia (Stati Uniti) della combinazione grazoprevir/elbasvir nei pazienti naïve e già trattati con HCV di genotipo 1 e complicanze renali
  • Risposta Virologica sostenuta tra I pazienti con HCV di genotipo 1, trattati con regimi a base di DAAs senza interferone
  • Caratteristiche e prevalenza di complicanze renali (CKD) nei pazienti con HCV trattati con DAAs senza interferone

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P&R acquisisce i Gruppi INFA e Glynn Brothers Chemical

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P&R acquisisce il Gruppo INFA e, attraverso la controllata Fidia Farmaceutici, rileva il Gruppo Glynn Brothers Chemical, operante nei Paesi dell’Est Europa. Il Gruppo P&R rafforza così la propria presenza nazionale e internazionale nel settore chimico-farmaceutico e si fa anche largo nel mercato Russo con un prodotto di nuova generazione per le iniezioni intra-articolari.

P&R acquisisce INFA e Glynn Brothers Chemical
Il Gruppo P&R acquisisce INFA e Glynn Brothers Chemical

«L’unione del Gruppo P&R e INFA consente di dare vita ad una realtà di rilievo a livello globale con un fatturato pari a 700 milioni di Euro – spiega Carlo Pizzocaro, CEO del Gruppo P&R. – Inoltre, la crescita di P&R non si arresta: entro l’anno saremo in grado di annunciare due ulteriori acquisizioni a livello internazionale, una delle quali nel mercato Americano. Le attività di acquisizione del Gruppo P&R contribuiscono, in maniera importante, al processo in atto che vede la Farmaceutica Italiana investire all’estero dopo anni di silenzio. P&R ed INFA sono due realtà sinergiche che negli anni hanno perseguito la medesima strategia di business, attraverso aggregazioni con aziende medie e piccole, con l’obiettivo di consolidare la propria presenza all’interno del mercato farmaceutico».

Esprime grande soddisfazione anche Roberto Saviane, presidente di IDeA Capital Funds SGR, gestore del Fondo di Private Equity azionista di maggioranza di INFA: «Siamo lieti degli ottimi risultati di INFA e di questa operazione con P&R, che apre una nuova fase di sviluppo per la società».

Il Gruppo P&R si è avvalso per questa operazione, del supporto di Banca Intesa come Advisor Finanziario e dell’assistenza legale dello Studio Rödl & Partner di Milano, nella persona dell’Avvocato Daniele Bonvicini.

L’acquisizione di Glynn Brothers Chemical è un tassello importante per lo sviluppo della divisione farmaceutica del Gruppo P&R e si inserisce all’interno del processo di consolidamento in atto a livello globale attraverso investimenti diretti e segue l’apertura a Gennaio 2016 delle nuove filiali a Dubai e in Russia.

Un’ulteriore fase all’interno del processo di internazionalizzazione del Gruppo P&R, è l’approvazione da parte del Ministero della Sanità Russo (MOH – Ministry of Healthcare of the Russian Federation), della domanda di commercializzazione, in aggiunta a Hyalgan e Hyalubrix, di Hymovis, prodotto per la terapia intra-articolare dell’artrosi a base di acido ialuronico, ingegnerizzato in funzione della maggiore permanenza in articolazione. Questo traguardo segue al lancio di Hymovis in USA dopo l’approvazione dell’FDA americano.

Il Gruppo P&R

P&R è un gruppo industriale italiano nel settore chimico-farmaceutico controllato dalle famiglie Pizzocaro e Rossi. Il Gruppo, cresciuto negli ultimi 30 anni attraverso una sapiente politica di acquisizioni industriali che ha compreso l’acquisizione del controllo di Fidia Farmaceutici (settore farmaceutico), Olon (Principi attivi per l’industria farmaceutica – A.P.I.) e Sir Industriale (Chimica fine), vanta una consolidata presenza diretta nei mercati esteri attraverso società e filiali. Il gruppo conta un fatturato di circa 550 milioni di Euro nel 2015, di cui più del 70% generato all’estero  e impiega globalmente circa 2.000 dipendenti.

Fidia Farmaceutici

Fidia Farmaceutici S.p.A. è un’azienda italiana fondata nel 1946 e impegnata nella ricerca, nello sviluppo e nella commercializzazione di prodotti a base di acido ialuronico che trovano diverse applicazioni in campo biomedico, in aree quali reumatologia, ortopedia, chirurgia, riparazione tissutale e dermo-estetica. Fidia Farmaceutici, in Italia, conta due stabilimenti produttivi, uno ad Abano Terme, dove ha sede la società, e l’altro a Noto, in Sicilia. Occupa oltre 600 dipendenti e alimenta un giro di affari superiore a 250 milioni di euro, con oltre 600 brevetti al suo attivo.

Il Gruppo Glynn Brothers Chemical

Glynn Brothers Chemical è un’azienda di distribuzione farmaceutica nata nel 1990 nell’allora Cecoslovacchia, con consolidati rapporti con multinazionali del farmaco e dei dispositivi medici e operante in settori sinergici e complementari con il business di Fidia.
Ortopedia e Reumatologia sono infatti le aree terapeutiche sulle quali si concentra la maggior parte del business aziendale, rappresentato soprattutto dai prodotti a base di Acido Ialuronico, grazie anche alla pre-esistente collaborazione con Fidia, iniziata nel 1995.
Il Gruppo Glynn Brothers Chemical ha sedi a Praga (Repubblica Ceca) e Bratislava (Slovacchia).

Il Gruppo INFA

INFA, gruppo Italiano con forte know-how nell’ambito della produzione di principi attivi farmaceutici, comprende tre impianti di produzione, importanti centri di ricerca dislocati in Italia e in Spagna e impiega circa 400 dipendenti, registrando un fatturato pari a 110 milioni di Euro, dei quali più del 90% generato all’estero.

Rivaroxaban riduce il rischio di emorragie intracraniche nella fibrillazione atriale

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Bayer AG e Janssen Pharmaceuticals, suo partner nelle attività di sviluppo di rivaroxaban, hanno annunciato i risultati di un nuovo studio su dati di vita reale, REVISIT US sulla prevenzione dell’ictus e sull’incidenza di emorragie intracraniche con rivaroxaban rispetto a warfarin. I dati real life riconfermano il profilo rischio/beneficio positivo di rivaroxaban in pazienti con Fibrillazione Atriale non-valvolare e confermano il profilo di efficacia e di sicurezza di rivaroxaban, in linea con quelli dello studio cardine di Fase III ROCKET AF e di altri studi real life.

L'anticoagulante orale rivaroxaban riduce il rischio di emorragie intracraniche nei pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare rispetto a warfarin, assicurando pari efficacia nella prevenzione dell'ictus
L’anticoagulante orale rivaroxaban riduce il rischio di emorragie intracraniche nei pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare rispetto a warfarin, assicurando pari efficacia nella prevenzione dell’ictus

Nello studio REVISIT US sono state evidenziate ridotte percentuali di ictus ischemico accompagnate a una percentuale di emorragie intracraniche (ICH) significativamente ridotta con rivaroxaban rispetto a warfarin in pazienti con Fibrillazione Atriale (FA) non-valvolare. Questi risultati integrano e riconfermano quelli dello studio clinico di Fase III ROCKET AF e quelli dello studio non-interventistico XANTUS.

I risultati di REVISIT US, che ha analizzato i dati di circa 23.000 pazienti negli Stati Uniti trattati nella vita reale, sono stati presentati in occasione della 12^ edizione del Congresso Annuale della Società Europea di Aritmologia Cardiaca (ECAS).

«Benché gli studi cardine di Fase III come ROCKET AF restino il gold standard per valutare l’efficacia e la sicurezza di un farmaco, le evidenze tratte dall’impiego di una terapia nella vita reale hanno un ruolo importante nell’integrare le conoscenze sull’uso e l’impatto dei nostri farmaci nella pratica clinica quotidiana – ha dichiarato Michael Devoy, responsabile Affari Medici & Farmacovigilanza della Divisione Farmaceutici di Bayer AG e Chief Medical Officer di Bayer – Siamo soddisfatti che studio dopo studio di valutazione di rivaroxaban in contesti real life per tutte le indicazioni per cui il farmaco è approvato, il positivo profilo rischio/beneficio di rivaroxaban continui a essere confermato».

«Nella gestione del paziente con Fibrillazione Atriale, l’ictus ischemico e l’emorragia intracranica sono due eventi molto temuti sia dai medici sia dai pazienti – ha affermato Craig Coleman, professore di Pratica Farmaceutica presso l’Università del Connecticut, che ha presentato i risultati di REVISIT US all’ECAS – Trovare il giusto equilibrio fra rischi e benefici è l’obiettivo sempre perseguito. È, pertanto, estremamente rassicurante vedere che i risultati relativi all’impiego nella vita reale continuano a confermare che rivaroxaban ottiene il giusto equilibrio fra la riduzione dell’ictus e nello stesso tempo la riduzione di emorragia intracranica in pazienti con FA non-valvolare».

Lo studio REVISIT US

Lo studio REVISIT US è un’analisi retrospettiva di dati sanitari che ha valutato efficacia e sicurezza dell’impiego nella vita reale della terapia di rivaroxaban rispetto a warfarin in pazienti naïve adulti con FA non-valvolare al fine di monitorare il verificarsi, in contesti real life, di ictus ischemico ed emorragia intracranica in pazienti con FA non-valvolare in terapia con rivaroxaban o con warfarin.

11.411 pazienti in terapia con warfarin sono stati confrontati con 11.411 pazienti in terapia con rivaroxaban, utilizzando i dati del database statunitense MarketScan relativi al periodo compreso fra il 1° gennaio 2012 e il 31 ottobre 2014.

I pazienti analizzati nello studio REVISIT US avevano punteggio CHA2DS2-VASc pari o superiore a 2, copertura medica continua per 180 giorni o più e almeno due codici diagnostici secondo la Classificazione Internazionale delle Malattie – Nona Edizione (ICD-9) di FA non-valvolare.

I criteri di esclusione hanno compreso precedente storia di ictus, embolia sistemica o emorragia intracranica. Con le coorti accoppiate è stata condotta analisi di regressione di Cox per gli endpoint di ictus ischemico ed emorragia maggiore (identificati utilizzando solo i codici ICD-9 primari) con risultati riferiti in termini di hazard ratio (HR) e intervalli di confidenza (IC) al 95%.

REVISIT US ha scelto endpoint con maggiori probabilità di codifica corretta e minor variabilità dei dati e di pari importanza ai fini della valutazione rischi/benefici.

La percentuale di ictus ischemico osservata con rivaroxaban è stata dello 0,54% annuo contro lo 0,83% annuo per warfarin (HR=0,71; IC al 95% 0,47-1,07).

La percentuale di emorragia intracranica osservata con rivaroxaban è stata dello 0,49% annuo contro lo 0,96% annuo per warfarin (HR=0,53; IC al 95% 0,35-0,79).

Nel contesto real life, quindi, rivaroxaban è stato associato a una riduzione non significativa del 29% dell’ictus ischemico (n=11.411) accompagnata a una significativa riduzione del 47% di emorragia intracranica rispetto a warfarin (n=11.411).

Nello studio di Fase III ROCKET AF rivaroxaban è stato associato a un’analoga percentuale di ictus ischemico rispetto a warfarin (1,6% annuo con rivaroxaban contro 1,6% annuo con warfarin) e percentuali significativamente inferiori di emorragia maggiore con rivaroxaban rispetto a warfarin (rispettivamente, 0,5% annuo contro 0,7% annuo) (HR=0,67; IC al 95% 0,47-0,93).

Per quanto riguarda l’endpoint composito di emorragia maggiore o ictus ischemico, rivaroxaban in REVIT US ha evidenziato una riduzione significativa del 39% rispetto a warfarin.

Questi risultati confermano il profilo rischio/beneficio positivo di rivaroxaban, in linea con lo studio clinico di Fase III ROCKET AF e quelli dello studio non-interventistico XANTUS.

REVISIT US è un altro studio che va ad aggiungersi a quelli dell’ampio programma di valutazione del farmaco che, una volta completato, si prevede comprenderà oltre 275.000 pazienti tra studi clinici e situazioni di impiego nella vita reale.

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Farmaci antivirali ad ampio spettro da inibitori della RNA elicasi DDX3

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Gli inibitori della RNA elicasi DDX3 possono dare il via alla formulazione di agenti antivirali ad ampio spettro di nuova generazione, efficaci contro diversi virus contemporaneamente.
La RNA elicasi DDX3, infatti, è una proteina umana utilizzata da vari virus per replicarsi. Inibire questo enzima, significa impedire ai virus di moltiplicarsi.

RNA
Uno studio dell’Università di Siena e del CNR ha individuato molecole capaci di inibire la proteina umana RNA elicasi DDX3, che i virus utilizzano per infettare la cellula e replicarsi. Questo studio può aprire la strada alla formulazione di farmaci efficaci contro diversi virus contemporaneamente

Lo dimostra uno studio dell’Università di Siena e del CNR pubblicato dalla rivista americana PNAS – Proceedings of the National Academy of Sciences, diretto da Maurizio Botta, professore del dipartimento di Biotecnologie, chimica e farmacia dell’Università di Siena e da Giovanni Maga, professore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia.

Realizzare un unico farmaco contro tutte le infezioni virali, capace di colpire la proteina che i virus utilizzano per moltiplicarsi, anziché componenti virali, è l’obiettivo al quale si rivolge lo studio che ha individuato nuove molecole capaci di inibire la proteina umana RNA elicasi DDX3, che i virus utilizzano per infettare la cellula e replicarsi.

I vantaggi rispetto all’approccio terapeutico tradizionale sono evidenti: gli inibitori sviluppati sono in grado di essere efficaci contro tutti i virus, anche quelli mutanti, che risultano resistenti ai farmaci ora utilizzati.

Gli studiosi sono riusciti a progettare e sintetizzare la nuova famiglia di composti in grado di colpire non soltanto il virus HIV, ma anche virus caratterizzati da morfologia e meccanismi di replicazione differenti, come quello dell’Epatite C (HCV), della febbre Dengue (DENV), e quello del Nilo Occidentale (WNV), della stessa famiglia del virus Zika.

Dal momento che il target è una proteina umana e non virale, il composto ha pienamente mantenuto il suo profilo di attività contro tutti i ceppi di HIV resistenti alla terapia utilizzata attualmente, come dimostrato da Maurizio Zazzi, professore del dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Siena.

Uno studio preliminare in vivo, effettuato in collaborazione con Maurizio Sanguinetti, professore dell’Università Cattolica di Roma, ha dimostrato che il composto non è tossico nei ratti e che è in grado di biodistribuirsi nei tessuti.

«Il potenziale di questi composti è enorme – ha evidenziato Maurizio Botta – e potrebbe trovare applicazione nel trattamento dei pazienti immunodepressi che spesso sono soggetti ad altre infezioni virali, come nel caso dei pazienti HIV/HCV coinfetti. Inoltre, l’ampio spettro antivirale che caratterizza i composti potrebbe rappresentare una valida soluzione anche per il trattamento dei nuovi virus emergenti che si stanno diffondendo in maniera sempre più frequente ed estesa col fenomeno della globalizzazione, e per i quali non è spesso nota una cura efficace. Il nostro team sta continuando a lavorare strenuamente per conseguire questo obiettivo, per il quale ci aspettiamo risultati significativi, cioè la messa a punto di una nuova terapia antivirale completamente efficace nel giro di pochi anni».
«Qualche anno fa – ha spiegato Giovanni Maga – con il collega Botta avevamo sviluppato un inibitore dell’enzima cellulare DDX3, in grado di bloccare la replicazione del virus HIV. Dato che quella molecola colpiva un bersaglio cellulare, avevamo ipotizzato che potesse essere efficace anche contro i virus mutanti, resistenti ai farmaci anti-HIV utilizzati in terapia. Gli inibitori più potenti che siamo riusciti a creare proseguendo negli studi sono la dimostrazione della validità di quell’ipotesi. Sarà necessario continuare le ricerche per trasformare queste molecole in farmaci, ma possiamo considerare gli inibitori della proteina DDX3 i prototipi di antivirali ad ampio spettro, una classe di farmaci ad oggi non ancora disponibile».

Lo studio pubblicato è frutto di un lavoro multidisciplinare, che insieme alla componente chimica, ha visto il coinvolgimento anche di una forte componente biologica.
Oltre ai gruppi prima citati sono coinvolti il team dei professori Miguel Martinez e Jose Estè (IrsiCaixa, Hospital Universitari Germans Trias i Pujol Universitat Autònoma de Barcelona) e di Andreas Meyerhans (Department of Experimental and Health Sciences, Universitat Pompeu Fabra, Barcelona).
Il progetto è stato sviluppato grazie al prezioso supporto della Regione Toscana, che per prima ha creduto in questo lavoro, e della First Health Pharmaceutical B.V. che ne ha sostenuto il successivo sviluppo. Inoltre, questa ricerca è stata supportata da una generosa donazione della Fondazione Dario Fo e Franca Rame e da finanziamenti PRIN del MIUR.

Regime vaccinale prime-boost contro l’Ebola

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I primi risultati di un studio di fase I indicano che il regime vaccinale prime-boost contro l’Ebola, oltre a essere stato ben tollerato dai volontari sani sui quali è stato sperimentato, è immunogenico (cioè ha indotto una risposta immunitaria) e ha prodotto una risposta degli anticorpi nel 100% dei volontari sani, mantenuta a 8 mesi dalla vaccinazione.

Ebola virus
Il regime vaccinale prime-boost contro l’Ebola ha prodotto una risposta degli anticorpi nel 100% dei volontari sani, mantenuta a 8 mesi dalla vaccinazione

La partnership internazionale pubblico-privato che si occupa del programma di sviluppo clinico del regime vaccinale contro l’Ebola, annuncia la pubblicazione dei risultati dello studio su The Journal of the American Medical Association (JAMA), la rivista scientifica dell’American Medical Association.

La partnership pibblico-privata comprende Janssen, aziende farmaceutiche di Johnson & Johnson, la London School of Hygiene & Tropical Medicine, l’Università di Oxford, Inserm (Istituto Nazionale Francese di Sanità e Ricerca Medica), Bavarian Nordic e l’Iniziativa europea in materia di Medicinali Innovativi (IMI, programma IMI2 Ebola+).

Lo studio è stato condotto dall’Oxford Vaccine Group, un gruppo multidisciplinare indipendente istituito presso il Centro di Vaccinologia Clinica e Medicina Tropicale dell’Università di Oxford che si occupa di studi clinici e indagini epidemiologiche, e si è svolto nel Regno Unito.

Il regime vaccinale contro l’Ebola è sviluppato da Janssen in collaborazione con Bavarian Nordic. Il regime è stato originariamente scoperto nell’ambito di un programma di ricerca in collaborazione con gli Istituti Nazionali di Sanità statunitensi, i National Institutes of Health (NIH).

Gli studi clinici sono sostenuti grazie ai contributi concessi dall’Iniziativa europea in materia di Medicinali Innovativi (IMI) a un consorzio di istituti di ricerca, a livello internazionale, che collaborano con Janssen e che comprendono la London School of Hygiene & Tropical Medicine, l’Università di Oxford e Inserm, l’Istituto Nazionale francese di Sanità e Ricerca Medica.

«L’emergenza Ebola in Africa Occidentale ha avuto un pesante costo umano; continuiamo ad assistere al riaffiorare della malattia e, in tal senso, il mondo ha bisogno di essere preparato al meglio per affrontare la prossima epidemia – ha affermato Paul Stoffels, M.D., Chief Scientific Officer e presidente, a livello mondiale, di Johnson & Johnson Farmaceutici. – Questo studio indica che il regime vaccinale sperimentale di tipo prime-boost di Janssen, se approvato dalle autorità regolatorie, potrebbe rappresentare uno strumento importante per aiutare a prevenire una nuova epidemia di Ebola nell’ambito delle strategie mondiali sulla malattia».

«Quarant’anni dopo la scoperta dell’Ebola, il mondo attende ancora un vaccino approvato per questa malattia – ha dichiarato Peter Piot, direttore della London School of Hygiene & Tropical Medicine. – Un vaccino prime-boost, dagli effetti duraturi, potrebbe essere vitale nell’azione di protezione attiva della popolazione generale in quei paesi a rischio di epidemia di Ebola. Inoltre, alla luce delle sfide che abbiamo di fronte per la persistenza del virus, la durata della protezione è diventata un obiettivo particolarmente importante per quelle popolazioni di soggetti esposti al rischio, quali gli operatori sanitari e i familiari dei sopravvissuti all’Ebola».

«Recenti evidenze di persistenza del virus dell’Ebola nei fluidi corporei e la possibilità di trasmissione sessuale da parte di chi è sopravvissuto, rafforzano l’importanza di trovare un vaccino altamente efficace, con effetti duraturi sulla malattia – ha sottolineato Matthew Snape dell’Oxford Vaccine Group, principale autore dello studio. – Questi risultati dimostrano che la risposta immunitaria iniziale attivata dal vaccino AdVac viene potenziata dal booster MVA-BN producendo, così, un’immunizzazione che si mantiene nel tempo e che potrebbe offrire una protezione duratura nei confronti dell’Ebola nelle popolazioni a rischio».

Lo studio di fase I sul regime vaccinale prime-boost contro l’Ebola

Lo studio di Fase I “A Safety and Immunogenicity Study of Heterologous Prime-Boost Ebola Vaccine Regimens in Healthy Participants ha valutato un regime vaccinale a due componenti sviluppate rispettivamente con tecnologia AdVac® di Crucell Holland B.V., una della Aziende Farmaceutiche Janssen, e con tecnologia MVA-BN® di Bavarian Nordic A/S.

I volontari sani arruolati nello studio hanno ricevuto una dose del vaccino prime per attivare la risposta del sistema immunitario e, successivamente, una dose del secondo vaccino come booster per potenziare la risposta immunitaria allo scopo di valutare la durata dell’immunizzazione. Quello prime-boost  è un approccio vaccinale consolidato nella prevenzione di diverse malattie infettive.

Nello studio, la maggior parte dei partecipanti è stata randomizzata in cieco per ricevere il vaccino o il placebo, mentre ad alcuni di loro è stato somministrato il vaccino in aperto. Dei partecipanti randomizzati, il 97% ha prodotto anticorpi specifici contro l’Ebola quattro settimane dopo la vaccinazione prime con AdVac. Inoltre, più della metà dei soggetti che hanno ricevuto AdVac ha sviluppato linfociti T, marcatori d’immunizzazione cellulare, specifici contro l’Ebola.

La validità del concept del prime-boost viene così confermata da queste risposte immunitarie, potenziate dalla somministrazione del booster MVA-BN con la produzione di anticorpi specifici contro l’Ebola nel 100% dei partecipanti, 21 giorni dopo la somministrazione del booster, e dalla risposta dei linfociti T nel 79-100% dei partecipanti, a seconda dell’intervallo di somministrazione.

Aspetto assai rilevante è che 8 mesi dopo la somministrazione del vaccino prime, il 100% dei partecipanti allo studio ha mantenuto anticorpi specifici contro l’Ebola e il 77-80% di coloro che hanno ricevuto il regime vaccinale AdVac/MVA-BN ha mantenuto la risposta dei linfociti T indotta dal vaccino.

Per quanto riguarda la sicurezza, l’evento avverso più comune è stato il dolore nel punto di iniezione, di natura transitoria e di grado da lieve a moderato. Fra i partecipanti randomizzati, è stata comunicata la presenza di febbre nel 5% di coloro che hanno ricevuto AdVac contro il 4,2% di coloro che hanno ricevuto il placebo. Nel gruppo in aperto, è stata riferita febbre nel 27% dei partecipanti. Tutti gli episodi febbrili si sono risolti entro 24-48 ore. Non è stato osservato alcun evento avverso serio correlato al vaccino.

Questo studio di Fase I, il primo sugli esseri umani, è stato uno studio randomizzato con controllo a placebo e valutazione in cieco, condotto presso un unico centro per valutare la sicurezza e l’immunogenicità di un regime vaccinale prime-boost contro l’Ebola negli adulti sani. 87 volontari di età compresa fra i 18 e i 50 anni sono stati arruolati nel Regno Unito a partire da dicembre 2014. Di questi, 72 sono stati assegnati in randomizzazione a quattro gruppi di 18 partecipanti che hanno ricevuto Ad26.ZEBOV (AdVac) o MVA-BN-Filo (MVA-BN) come vaccino prime. I partecipanti hanno ricevuto una dose dell’altro vaccino come booster, 28 o 56 giorni dopo. All’interno di ciascun gruppo, i soggetti sono stati randomizzati con rapporto 5:1 per ricevere i vaccini allo studio contro il placebo. Un gruppo in aperto di 15 partecipanti ha ricevuto AdVac seguito da MVA-BN come booster 14 giorni dopo.

Il follow-up di 8 mesi dei partecipanti allo studio si è concluso a ottobre 2015 ed è in corso un’ulteriore analisi di follow-up di 12 mesi.

Lo studio di Oxford fornisce il primo gruppo di dati, su un totale di 10 studi clinici condotti in parallelo negli Stati Uniti, in Europa e in Africa, a sostegno di un’eventuale futura registrazione del regime vaccinale contro l’Ebola. Il primo studio sul regime vaccinale in un paese dell’Africa Occidentale colpito dalla recente epidemia di Ebola è partito in Sierra Leone a ottobre 2015.

«Innanzitutto, questo studio offre un’importante conferma del concept della strategia vaccinale  prime-boost contro questa malattia – ha dichiarato Yves Levy, CEO di Inserm. – Inoltre, questi risultati indicano che il regime vaccinale può indurre due tipi di risposta immunitaria – anticorpale e cellulare – che, assieme, possono conferire protezione di lungo termine contro l’Ebola. Questi risultati rappresentano una scoperta altamente significativa nella lotta contro l’Ebola a cui Inserm ha partecipato sin dal principio».

«Siamo felici di vedere dei risultati così positivi realizzati da un consorzio sostenuto con contributi del programma Ebola+ – ha dichiarato Ruxandra Draghia-Akli, direttore Sanità della Commissione Europea e membro del Consiglio di Direzione dell’IMI. – Questi e i molti altri studi in corso sull’Ebola, con il sostegno della Commissione Europea e di IMI, dimostrano che si possono istituire, in maniera celere, partnership pubblico-privato e collaborazioni di ricerca per sviluppare soluzioni innovative alle più urgenti minacce alla salute mondiale dei nostri giorni. Solo unendo le nostre forze come comunità internazionale possiamo prevenire, controllare e metter fine a questo tipo di epidemie».  

L’epidemia di Ebola

L’epidemia di Ebola in Africa Occidentale è scoppiata a marzo 2014 e ha messo altamente sotto pressione i sistemi sanitari della Sierra Leone, della Liberia e della Guinea. In questi tre paesi, oltre 28.600 individui sono stati colpiti dal virus che ha causato la morte di 11.300 persone tra i quali oltre 500 operatori sanitari.

Purtroppo, persistono focolai della malattia nella regione, con casi che si sono manifestati in Guinea e in Liberia, a causa della permanenza del virus Ebola tra i sopravvissuti.

Gli operatori sanitari e chi è in prima linea sono più esposti al rischio in caso di epidemia di Ebola e trarrebbero un enorme beneficio da un vaccino dagli effetti duraturi nel tempo.

Il programma di sviluppo del regime vaccinale contro l’Ebola

Il regime vaccinale sperimentale contro l’Ebola di Janssen è stato sviluppato nell’ambito di un programma di ricerca condotto in collaborazione con il National Institute of Health (NIH). Questo programma ha ricevuto finanziamenti diretti e servizi di sviluppo preclinico dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) che fa parte dei NIH (rispettivamente Contratti n. HHSN272200800056C, n. HHSN272201000006I e n. HHSN272201200003I).  Il materiale MVA-BN-Filo impiegato negli studi di fase 1 è stato prodotto ai sensi del contratto NIAID/Fisher BioServicest N.FBS-004-009 e del contratto  NIH numero HHSN272200800044C. 

A gennaio 2015, l’Iniziativa europea in materia di Medicinali Innovativi (IMI) ha assegnato a un consorzio di istituti di ricerca leader a livello internazionale, organizzazioni non-governative e a Janssen, contributi per un valore complessivo superiore a 100 milioni di euro nell’ambito del programma Ebola+ a sostegno dello sviluppo e della produzione del regime vaccinale e della sua diffusione. 

I risultati di Fase I pubblicati su JAMA sono stati ottenuti con il sostegno del contributo a EBOVAC1 (contributo 115854). L’impresa comune per l’iniziativa in materia di medicinali innovativi (IMI2) riceve sostegno dal programma di finanziamento per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020 dell’Unione Europea e dall’EFPIA, la Federazione Europea delle Industrie e Associazioni Farmaceutiche. Inoltre, NIHR Oxford Biomedical Research Center sostiene Oxford Vaccines Group, che ha condotto lo studio di Fase I. 

A settembre 2015, Crucell Holland B.V., una delle Aziende Farmaceutiche Janssen, si è aggiudicata 28,5 milioni di dollari come contribuito da parte della Biomedical Advanced Research and Development Authority (BARDA), che fa parte del Ministero della Sanità e dei Servizi alla Persona statunitense, per l’accelerazione dello sviluppo del regime vaccinale prime-boost.

Janssen, in collaborazione con Bavarian Nordic, ha rapidamente aumentato la produzione del regime vaccinale portandola a circa 1.500.000 dosi attualmente disponibili, con la capacità di produrne, se necessario, diversi milioni.

La Commissione  Europea per la ricerca su Ebola

215 milioni di euro di finanziamenti alla ricerca sull’Ebola e virus correlati sono stati mobilitati dall’Iniziativa in materia di medicinali innovativi (IMI), una partnership tra la Commissione Europea e l’industria farmaceutica in Europa. 114 milioni di euro da Horizon 2020 e i restanti 101 milioni di euro dalle aziende farmaceutiche coinvolte nei progetti. Le attività su questi progetti sono cominciate a gennaio 2015 e hanno riguardato lo sviluppo clinico di nuovi vaccini contro l’Ebola, oltre che la produzione dei vaccini e lo sviluppo di test diagnostici rapidi. Il programma IMI2 Ebola+ continua a incrementare la ricerca su Ebola. La Commissione Europea ha, inoltre, lanciato molte altre importanti iniziative di ricerca rivolte a questa malattia.

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L’antidiabetico empagliflozin sarà valutato per lo scompenso cardiaco

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Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company hanno annunciato che condurranno due studi clinici al fine di valutare il farmaco antidiabetico empagliflozin per il trattamento di pazienti con scompenso cardiaco cronico. I due studi clinici includeranno pazienti con scompenso cardiaco cronico sia con diabete di tipo 2 (T2D) sia non affetti da diabete.

Scompenso cardiaco e diabete
L’antidiabetico empagliflozin sarà valutato per lo scompenso cardiaco cronico in due studi clinici che comprendono sia pazienti con diabete sia pazienti senza diabete

Empagliflozin è stato il primo farmaco indicato nel trattamento del diabete ad aver dimostrato una riduzione del rischio di mortalità per eventi cardiovascolari in uno studio dedicato (studio EMPA-REG OUTCOME®). Questo è stato dimostrato in pazienti con diabete di tipo 2 (T2D) ad alto rischio di eventi cardiovascolari, in aggiunta alle terapie standard (inclusi agenti ipoglicemizzanti e farmaci per patologie cardiovascolari). Lo studio EMPA-REG OUTCOME ha anche dimostrato che empagliflozin, oltre a ridurre la mortalità per eventi cardiovascolari del 38%, ha ridotto il rischio di ricoveri per scompenso cardiaco del 35% nei pazienti con diabete di tipo 2 (T2D) ad alto rischio di eventi cardiovascolari. Questi risultati hanno condotto alla pianificazione di questi studi clinici.

«Lo studio EMPA-REG OUTCOME ha dimostrato che empagliflozin reduce il rischio di morte per eventi cardiovascolari in pazienti diabetici ad alto rischio di eventi cardiovascolari; adesso desideriamo valutare se empagliflozin può anche apportare dei benefici nello scompenso cardiaco» ha dichiarato Hans-Juergen Woerle, Global Vice President Medicine di Boehringer Ingelheim.

Empagliflozin

Empagliflozin è un inibitore del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2) orale, altamente selettivo, in monosomministrazione giornaliera, approvato in Europa, Stati Uniti e altri Paesi del mondo come terapia per adulti con diabete di tipo 2. Empagliflozin riduce la glicemia in soggetti con diabete di tipo 2, inibendo il riassorbimento renale del glucosio, con conseguente eliminazione del glucosio nelle urine. L’inibizione del co-trasportatore sodioglucosio di tipo 2 agisce indipendentemente dalla funzionalità delle cellule beta pancreatiche e dalle vie dell’insulina.

Empagliflozin non va assunto da pazienti con diabete di tipo 1 né come trattamento della chetoacidosi diabetica (aumento dei chetoni nel sangue o nelle urine).

Lo studio EMPA-REG OUTCOME

Lo studio a lungo termine, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, con gruppo di controllo a placeboEMPA-REG OUTCOME è stato condotto su oltre 7.000 pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari di 42 Paesi. Lo studio ha valutato l’effetto di empagliflozin (10 mg o 25 mg una volta/die) aggiuntoa terapia standard, rispetto a placebo aggiunto a terapia standard.

L’endpoint primario predefinito è stato il tempo intercorso sino al verificarsi del primo fra i seguenti eventi: decesso per causa cardiovascolare o infarto del miocardio non-fatale o ictus non-fatale.

In un periodo mediano di osservazione di 3,1 anni, empagliflozin ha significativamente ridotto del 14% verso placebo il rischio di decesso per causa cardiovascolare o infarto non- fatale o ictus non-fatale.

La riduzione della mortalità cardiovascolare è stata del 38%, senza alcuna differenza significativa nel rischio di infarto non-fatale o ictus non-fatale.

Inoltre, la terapia con empagliflozin ha dimostrato una riduzione del rischio di mortalità per tutte le cause del 32% e di ricovero per scompenso cardiaco del 35%.

Il profilo di sicurezza complessivo di empagliflozin è stato sovrapponibile a quello riscontrato in studi precedenti.

L’incidenza di chetoacidosi diabetica è stata pari o inferiore allo 0,1% e simile in tutti i gruppi in trattamento.

Lo scompenso cardiaco

Si ha scompenso cardiaco quando il cuore non riesce a pompare abbastanza sangue in circolo. È una condizione invalidante alla quale sono associate morbilità e mortalità significative. Lo scompenso cardiaco è una malattia diffusa: 26 milioni di persone nel mondo.

Lo scompenso cardiaco è prevalente in pazienti con diabete, tuttavia, circa 2/3 dei pazienti con questa patologia non hanno diabete.

«Una persona su due con scompenso cardiaco muore entro 5 anni dalla diagnosi, quindi c’è attualmente un bisogno urgente di una terapia efficace per i pazienti in questa condizione» ha detto il cardiologo Javed Butler, del Stony Brook University Hospital.

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Microinfusori di insulina per diabete di tipo 2

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Uno Studio dimostra miglioramenti del controllo glicemico significativi, sostenibili e riproducibili, ottenuti in sicurezza con i microinfusori di insulina di Medtronic per diabetici di tipo 2, rispetto alla terapia multi iniettiva.

diabete di tipo 2 microinfusori di insulina
In uno studio su pazienti con diabete di tipo 2 e cattivo controllo glicemico, i microinfusori di insulina MiniMed hanno garantito miglioramenti del controllo glicemico significativi, sostenibili e riproducibili, ottenuti in sicurezza, rispetto alle iniezioni multiple giornaliere di insulina

Medtronic ha annunciato la pubblicazione su Diabetes, Obesity and Metabolism di nuovi risultati della fase di continuazione dello studio OpT2mise, che offrono ulteriori evidenze cliniche a sostegno dei microinfusori di insulina MiniMed® per pazienti diabetici di tipo 2 insulino-trattati.

«Medtronic sta studiando come offrire maggiore libertà, migliorando la salute di tutti i diabetici, compresi quelli di tipo 2 – ha dichiarato Francine R. Kaufman, Chief Medical Officer e Vice President Global, Clinical and Medical Affairs di Medtronic. – I risultati del trial OpT2mise, il principale studio in questo ambito, ci aiuteranno ad ampliare l’accesso alla terapia con microinfusore di insulina come standard terapeutico per il numero crescente di pazienti con diabete di tipo 2 insulino-trattato, affinché possano godere dei migliori esiti clinici».

Lo studio OpT2mise sui microinfusori di insulina vs iniezioni multiple giornaliere per diabete di tipo 2

OpT2mise è uno studio randomizzato, controllato, che valuta efficacia e sicurezza della terapia con microinfusore MiniMed rispetto a iniezioni multiple giornaliere, promosso da Medtronic e condotto su 331 pazienti d’età compresa fra 30 e 75 anni con diabete tipo 2 in cattivo controllo glicemico.

I risultati dei primi sei mesi dello studio sono stati pubblicati su Lancet a luglio 2014.

Nei sei mesi di prosecuzione dello studio, il gruppo precedentemente in terapia multi iniettiva è stato passato alla terapia con microinfusore MiniMed.

Il follow-up di entrambi gruppi è continuato per una durata totale dello studio di 12 mesi.

A 12 mesi, il gruppo che, dopo un periodo iniziale di sei mesi con terapia multi iniettiva, è passato alla somministrazione di insulina con microinsusore MiniMed, ha raddoppiato la riduzione di  emoglobina glicata A1C (valore utilizzato per valutare il controllo glicemico) dallo 0,4% allo 0,8%, utilizzando il 19% in meno di insulina.

«La prosecuzione dello studio OpT2mise sviluppa i risultati dello studio iniziale che hanno dimostrato come la terapia insulinica realizzata mediante il microinfusore abbia aiutato i pazienti diabetici di tipo 2, insulino-trattati, a ottenere in sicurezza un miglior controllo glicemico a dosaggio di insulina inferiore rispetto alle iniezioni multiple giornaliere – ha dichiarato Francesco Giorgino, direttore U.O. complessa di Endocrinologia A.O.U. Policlinico Corsorziale di Bari. – Abbiamo riscontrato che i partecipanti che sono passati dalla terapia multi-iniettiva al microinfusore di insulina sono riusciti a ottenere gli stessi risultati a 12 mesi. Poiché molti pazienti con diabete di tipo 2 hanno difficoltà a raggiungere il controllo glicemico, questi dati dimostrano che la terapia insulinica mediante microinfusore può offrire un vantaggio significativo rispetto alle iniezioni multiple giornaliere di insulina anche in questi pazienti».

I risultati iniziali di OpT2mise hanno dimostrato che dopo sei mesi, i diabetici di tipo 2 insulino-trattati che hanno utilizzato i microinfusori MiniMed hanno ottenuto un miglior controllo glicemico rispetto a quelli con iniezioni multiple giornaliere. I risultati a un anno comprendono:

  • significativo miglioramento del controllo glicemico per tutti i pazienti. I pazienti che nei primi sei mesi dello studio avevano ricevuto una terapia multi iniettiva sono riusciti a ottenere un’ulteriore riduzione di A1C dello 0,8% (p < 0,0001) dopo essere passati al microinfusore insulinico; entrambi i gruppi hanno ottenuto una riduzione identica di 1,2% di A1C a 12 mesi rispetto al basale.
  • beneficio clinico riproducibile della terapia con microinfusore. Il gruppo in terapia con iniezioni multiple giornaliere che, dopo sei mesi, è passato a microinfusore, ha ottenuto una riduzione di A1C simile rispetto ai risultati osservati nel gruppo che ha iniziato da subito la terapia con microinfusore d’insulina. Inoltre, alla fine della fase di prosecuzione dello studio, i partecipanti passati da terapia multi iniettiva a microinfusore,  hanno avuto una riduzione della dose complessiva giornaliera di insulina del 19,0%, che l’ha resa equivalente in entrambi i bracci di trattamento.
  • controllo glicemico mantenuto sui 12 mesi con microinfusore. Il gruppo in terapia con microinfusore sin dall’inizio ha avuto un’ulteriore riduzione dello 0,1% di A1C per raggiungere un valore medio finale a 12 mesi del 7,8%. Non c’è stata alcuna differenza fra i gruppi in termini di aumento ponderale.

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IMA amplia l’offerta di macchine per assembling nel medicale

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Il Gruppo IMA completa l’acquisizione del Business Medtech di Komax Group e rafforza l’offerta nel settore dei macchinari per assembling nel settore medicale.

siringhe da insulina
IMA amplia l’offerta di macchine per assembling nel medicale completando l’acquisizione del Business Medtech di Komax Group

A seguito dell’annuncio del 14 marzo 2016, IMA, tramite la sua controllata GIMA, ha completato l’acquisizione da Komax Holding AG della totalità del capitale delle società Komax Systems LCF SA e Komax Systems Rockford Inc. e del 76% del capitale di Komax Systems Malaysia. Le tre società (Business Medtech di Komax Group) sono specializzate nella progettazione, produzione e commercializzazione di macchine per l’assemblaggio di prodotti medicali per l’automedicazione, come inalatori, siringhe per insulina e sistemi per iniezioni.

Queste acquisizioni rappresentano un significativo rafforzamento del Gruppo IMA nel settore dell’automation inteso come piattaforme di assemblaggio automatico. A questo si aggiungeranno le sinergie commerciali e produttive attese dall’integrazione delle società acquisite nella rete commerciale e nel sistema di subfornitura del Gruppo IMA.

Nell’operazione sopra descritta IMA si è avvalsa della consulenza di Poggi&Associati, E&Y, White&Case, Homburger e Kelley Drye & Warren.

Fondata nel 1961, IMA si occupa di progettazione e produzione di macchine automatiche per il processo e il confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici, alimentari, tè e caffè.

Il Gruppo conta circa 4.800 dipendenti, di cui circa 2.400 all’estero, e si avvale di 34 stabilimenti di produzione tra Italia, Germania, Francia, Svizzera, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, India e Cina.

IMA ha un’ampia rete commerciale, che consiste di 29 filiali con servizi di vendita e assistenza in Italia, Francia, Svizzera, Regno Unito, Germania, Austria, Spagna, Polonia, Israele, Russia, Stati Uniti, India, Cina, Malesia, Thailandia e Brasile, uffici di rappresentanza nei paesi dell’Europa centro-orientale e più di 50 agenzie che coprono in totale circa 80 paesi.

IMA S.p.A. è quotata alla Borsa di Milano dal 1995 ed è nel segmento STAR dal 2001.

Monica de Virgiliis nuovo membro del CdA di Stevanato Group

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Stevanato Group, il gruppo di Piombino Dese (Padova) specializzato nella produzione di packaging farmaceutico in vetro oltre che nella tecnologia per lo sviluppo di macchinari per la trasformazione del tubo vetro, di sistemi d’ispezione per l’industria farmaceutica e apparecchiature per assemblaggio, packaging e soluzioni per la serializzazione, annuncia la nomina di Monica de Virgiliis come membro del proprio Consiglio di Amministrazione.

Monica de Virgiliis membro cda Stevanato Group
Monica de Virgiliis è stata nominata consigliere indipendente del Consiglio di Amministrazione di Stevanato Group

Laureata in Ingegneria Elettronica al Politecnico di Torino, Monica de Virgiliis è un alto dirigente internazionale nel settore delle tecnologie avanzate. Ha occupato varie posizioni di direzione generale sia operative che strategiche in gruppi multinazionali. Dal 2015 è vice presidente in Infineon Technologies responsabile di una linea di business; dal 2001 al 2015 ha occupato diversi ruoli nel gruppo Italo-Francese STMicroelectronics, tra cui VP Corporate Strategy & M&A e General Manager Wireless Multimedia, dove ha operato con successo una trasformazione di portafoglio prodotto e modello di business. Dal 1996 al 2001 ha servito il Commissariato per le Energie Alternative e Energia Atomica francese (CEA), con la missione di sviluppare collaborazioni con le imprese italiane. Ha iniziato la sua carriera nel 1993 in Magneti Marelli Divisione Elettronica come ingegnere di produzione. Dall’Aprile 2015 serve come Consigliere Indipendente nel Consiglio di Amministrazione di Prysmian Group.

«Siamo molto onorati che l’Ingegner de Virgiliis abbia accettato di entrare a far parte del nostro Consiglio d’Amministrazione come consigliere indipendente – commenta Sergio Stevanato, presidente di Stevanato Group. – Sono certo che la sua grande esperienza nel campo delle operations, nelle acquisizioni di rami d’azienda e nelle integrazioni di business, saranno di grande supporto alla realizzazione dei nostri progetti di crescita. La sua presenza nel Consiglio contribuirà a creare valore aggiunto per il Gruppo».

«È una grande soddisfazione entrare a far parte del Consiglio di Amministrazione di Stevanato Group al momento in cui si sta affermando come player mondiale – aggiunge il neo consigliere Monica de Virgiliis. – Partecipare e contribuire allo sviluppo della vision della Società, che prevede di muoversi dal componente in vetro al sistema integrato a servizio dei clienti farmaceutici, sarà molto stimolante. Ringrazio la famiglia Stevanato della loro fiducia.  Sono lieta di entrare a far parte di un Gruppo che, anche sul fronte della governance, adotta in modo deciso condotte di best practice, in particolare tramite la presenza di amministratori indipendenti con competenze differenziate».

Dopo l’ingresso di Monica de Virgiliis, il Consiglio di Amministrazione di Stevanato Group, risulta così composto: Sergio Stevanato, Presidente; Franco Stevanato, Consigliere; Marco Stevanato, Consigliere; Monica de Virgiliis, Consigliere Indipendente; Fabio Buttignon, Consigliere Indipendente; Alvise Spinazzi, Consigliere Indipendente; Fabiano Nicoletti, Consigliere Indipendente; Fabrizio Bonanni, Consigliere Indipendente.

Stevanato Group

Stevanato Group è specializzato nella produzione di contenitori in vetro per uso farmaceutico, in particolare tubofiale per insulina, oltre che nella tecnologia per lo sviluppo di macchinari per la trasformazione del tubo vetro, di sistemi d’ispezione per l’industria farmaceutica e apparecchiature per assemblaggio, packaging e soluzioni per la serializzazione.  Dopo le recenti acquisizioni, il Gruppo – che nel 2015 ha realizzato un fatturato di 337,1 milioni di euro – si sta muovendo dalla produzione del componente in vetro al sistema integrato per la casa farmaceutica.

Il Gruppo è attivo in due aree di business, Pharmaceutical Systems e Engineering Systems, che operano in stretta sinergia, e commercializza i suoi prodotti in 150 Paesi del mondo.

Negli ultimi anni, Stevanato Group ha avviato un processo di internazionalizzazione molto spinto, sia per quanto riguarda la copertura del mercato che l’espansione della capacità produttiva, per servire i mercati farmaceutici localmente con lo stesso livello qualitativo e la stessa strategia di supporto al cliente. Frutto di questa filosofia, sono gli stabilimenti che il Gruppo ha acquisito e ha costruito in 9 Paesi. Oltre agli impianti di Piombino Dese e di Latina in Italia, il Gruppo è presente con propri siti produttivi in Danimarca, in Slovacchia, in Germania, in Romania, in Messico, in Cina, negli Stati Uniti e ha uno stabilimento in costruzione in Brasile.