Cinfa, azienda farmaceutica spagnola, ha acquisito Sakura Italia, società bresciana specializzata nella produzione di dispositivi medici e integratori alimentari. L’accordo consente a entrambe le società di consolidare le rispettive posizioni competitive nel mercato italiano e spagnolo.
Cinfa ha acquisito Sakura Italia
Le due società possono così combinare knowhow e punti di forza. Infatti, Sakura sviluppa, commercializza e distribuisce in Italia integratori alimentari e dispositivi medici. Cinfa è il leader nel mercato spagnolo per numero di farmaci distribuiti in farmacie e si posiziona al quarto posto per fatturato.
Entrambe le società trarranno beneficio dall’operazione rafforzando il proprio posizionamento nei rispettivi mercati e aumentando le proprie strategie di internazionalizzazione.
«Le sinergie tra le due società sono evidenti. I prodotti all’avanguardia e di elevata qualità di Sakura Italia combinati al costante impegno della società all’innovazione, la rendono il partner ideale per Cinfa. Insieme, continueremo a investire nel benessere dei pazienti e nel progresso della medicina – ha commentato Enrique Ordieres, presidente di Cinfa. – Siamo orgogliosi di poter collaborare con i professionisti del team di Sakura Italia, altamente qualificati e con una visione chiara del business. Credo fortemente nella straordinaria compatibilità tra i valori e le filosofie aziendali delle due società».
Sakura Italia
Sakura Italia ha il proprio quartier generale presso Lonato del Garda (BS). Dal 2004 commercializza 19 tipologie di integratori alimentari e 21 differenti dispositivi medici. Gli ambiti terapeutici in cui Sakura si concentra maggiormente sono la ginecologia e le patologie:
respiratorie,
vascolari,
intestinali,
cutanee,
del sistema immunitario.
Negli ultimi anni la società ha sviluppato numerosi prodotti che le hanno consentito di fidelizzare i medici. Inoltre, grazie al brand Aluneb, Sakura vanta una posizione di leadership nella medicina pediatrica e nella otorinolaringoiatria.
«Il 2016 ha rappresentato un anno particolarmente proficuo per Sakura Italia, soprattutto per quanto riguarda i risultati ottenuti nella ricerca e sviluppo. Siamo felici di aver concluso questa operazione con Cinfa, una grande realtà con cui condividiamo la passione per la salute e la medicina. Siamo certi che le sinergie tra le due società si concretizzeranno in una maggiore competitività e in un rafforzamento del posizionamento nei mercati italiani e internazionali» – così ha commentato Celestino Ricciardi, fondatore di Sakura Italia.
Cinfa
Il gruppo Cinfa è stato fondato nel 1969 e offre prodotti sanitari di alta qualità e facilmente accessibili al consumatore. La gamma dei suoi oltre 1.370 prodotti comprende 5 categorie:
farmaci generici,
medicinali da banco e prodotti per la salute,
prodotti per la mobilità, commercializzati con il marchio Farmalastic,
una linea per la cura della pelle con il marchio Be+,
la divisione NS Nutritional System adibita alla ricerca in ambito nutrizionale.
Cinfa ha più di 1.000 dipendenti e commercializza i propri prodotti in oltre 55 paesi. Negli ultimi 3 anni ha investito 65 milioni di euro in ricerca e sviluppo e 30 milioni di euro in immobilizzazioni.
Dati di sicurezza ed efficacia su Bictegravir con FTC/TAF per l’HIV dimostrano la non-inferiorità statistica del regime contenente bictegravir rispetto a quelli contenenti dolutegravir.
Il regime sperimentale non ha dimostrato resistenze al trattamento per le 48 settimane di durata degli studi.
Gilead annuncia i risultati di fase III sull’associazione sperimentale a dose fissa di bictegravir, emtricitabina e tenofovir alafenamide per l’HIV
Gilead Sciences annuncia i risultati a 48 settimane di due studi che hanno valutato l’efficacia e la sicurezza di un’associazione a dose fissa di bictegravir (BIC) ed emtricitabina/tenofovir alafenamide (FTC/TAF), un backbone a duplice NRTI, per il trattamento dell’infezione da HIV-1 negli adulti naïve al trattamento.
Negli studi, tuttora in corso, BIC/FTC/TAF è risultato essere statisticamente non inferiore ai regimi contenenti dolutegravir (DTG) in combinazione con un backbone a duplice NRTI.
I dati sono stati presentati in due sessioni del 9o Congresso IAS a Parigi e saranno utilizzati per la registrazione in USA ed Europa.
Oltre agli studi 1489 e 1490, delle domande di registrazione presentate negli Stati Uniti e nella UE fanno parte anche i dati a 48 settimane provenienti da altri due studi in corso, che stanno valutando BIC/FTC/TAF in pazienti adulti virologicamente soppressi (Studi 1844 e 1878).
«I medici sono alla continua ricerca di regimi di trattamento caratterizzati da un dosaggio semplice e pratico, in grado di sostenere la soppressione virologica a fronte di un profilo di sicurezza adeguato per la maggior parte dei pazienti affetti da HIV – ha affermato Joel Gallant, MD, MPH, Direttore medico degli Specialty Services presso il Southwest CARE Center di Santa Fe (N.M.) e primo autore dello Studio 1489. – Le associazioni di un inibitore dell’integrasi con un backbone a dupliceNRTI sono diventate uno standard terapeutico per il trattamento iniziale dell’HIV. Nel corso degli studi clinici, il regime sperimentale con BIC/FTC/TAF è stato ben tollerato, con bassi tassi di interruzioni dovute a eventi avversi, un’elevata barriera alla resistenza e poche interazioni farmacologiche».
«Questi dati confermano il profilo di sicurezza ed efficacia che abbiamo costantemente osservato in altri studi di valutazione dei regimi basati sull’associazione FTC/TAF – ha dichiarato Paul Sax, MD, direttore clinico della Divisione malattie infettive del Brigham and Women’s Hospital di Boston, Professore di medicina presso la Harvard Medical School e primo autore dello Studio 1490. – Questi risultati indicano che la combinazione di bictegravir con FTC/TAF ha il potenziale per essere adatta a una vasta gamma di pazienti affetti da HIV, inclusi quelli con compromissione renale da lieve a moderata».
«I risultati di Fase III presentati alla Conferenza IAS 2017 dimostrano che la combinazione a singola compressa di bictegravir con il backbone FTC/TAF può rappresentare un’importante novità come triplice terapia per il trattamento dell’HIV – ha dichiarato Norbert W. Bischofberger, PhD, vice presidente esecutivo della divisione R&D e Chief Scientific Officer di Gilead. – Questi dati provenienti dai pazienti naïve al trattamento, insieme a quelli di due ulteriori studi clinici di Fase III condotti in pazienti con esperienza di trattamento, hanno costituito la base delle domande di registrazione che abbiamo inoltrato negli Stati Uniti e nell’Unione Europea».
Studi su bictegravir con FTC/TAF per l’HIV
I due studi di Fase III 1489 e 1490 hanno valutato l’efficacia e la sicurezza di un’associazione a dose fissa di bictegravir (50 mg) (BIC) ed emtricitabina/tenofovir alafenamide (200/25 mg) (FTC/TAF), un backbone a duplice NRTI, per il trattamento dell’infezione da HIV-1 negli adulti naïve al trattamento.
A 48 settimane BIC/FTC/TAF è risultato essere statisticamente non inferiore ai regimi contenenti dolutegravir (50 mg) (DTG) in combinazione con un backbone a duplice NRTI.
Studio 1489 su bictegravir con FTC/TAF per l’HIV-1 vs abacavir/dolutegravir/lamivudina
Nello studio 1489, 629 adulti con HIV naïve al trattamento sono stati randomizzati 1:1 a ricevere BIC/FTC/TAF o abacavir/dolutegravir/lamivudina (600/50/300 mg) (ABC/DTG/3TC). Alla settimana 48, il 92,4% (n = 290/314) dei pazienti che assumevano BIC/FTC/TAF e il 93,0% (n = 293/315) di quelli che assumevano ABC/DTG/3TC ha raggiunto l’endpoint primario, costituito da livelli di RNA HIV-1 <50 copie/ml (differenza: -0,6%; IC95%: da -4,8% a 3,6%; p = 0,78).
Un’analisi separata ha studiato l’effetto dei due regimi sulle variazioni della densità minerale ossea (BMD, bone mineral density) e dei parametri di funzionalità renale. Le variazioni medie percentuali di BMD rispetto al basale alla settimana 48 sono state:
-0,83% per BIC/FTC/TAF contro -0,60% per ABC/DTG/3TC (p = 0,39) nella colonna lombare,
-0,78% per BIC/FTC/TAF contro -1,02% per ABC/DTG/3TC (p = 0,23) nell’anca.
Non sono state rilevate differenze tra i trattamenti per quanto riguarda le variazioni dal basale alla settimana 48 della velocità stimata di filtrazione glomerulare (eGFR, estimated glomerular filtration rate) o della proteinuria.
Le variazioni lipidiche non sono state significativamente diverse tra i due bracci.
Nessun paziente randomizzato in alcuno dei due bracci ha sviluppato resistenza emergente dal trattamento.
Le interruzioni dovute a eventi avversi sono state poche in entrambi i gruppi: 0,0% (n=0) per BIC/FTC/TAF contro 1,3% (n=4) per ABC/DTG/3TC.
Gli eventi avversi (di qualsiasi grado) più comuni sono stati:
nausea (10% per BIC/FTC/TAF contro 23% per ABC/DTG/3TC),
diarrea (13% contro 13%),
mal di testa (11% contro 14%).
Lo studio 1490 su bictegravir con FTC/TAF per l’HIV-1 vs DTG+FTC/TAF
Nello studio 1490, 645 adulti con HIV naïve al trattamento sono stati randomizzati 1:1 a ricevere BIC/FTC/TAF o DTG+FTC/TAF.
Alla settimana 48, l’89,4% (n = 286/320) dei pazienti che assumevano BIC/FTC/TAF e il 92,9% (n = 302/325) di quelli che assumevano DTG+FTC/TAF ha raggiunto l’endpoint primario, costituito da livelli di RNA HIV-1 <50 copie/mL (differenza: -3,5%; IC95%: da -7,9% a 1,0%; p = 0,12).
Nessun paziente in alcun braccio di trattamento ha sviluppato resistenza ad alcuno dei farmaci di studio.
Le variazioni lipidiche non sono state significativamente diverse tra i due bracci. Non si sono verificate interruzioni per cause renali né casi di tubulopatia renale prossimale.
Le interruzioni dovute a eventi avversi sono state poche in entrambi i bracci di trattamento: 1,6% (n=5) per BIC/FTC/TAF contro <1,0% (n=1) per DTG+FTC/TAF.
Gli eventi avversi (di qualsiasi grado) più comuni sono stati:
mal di testa (13% per BIC/FTC/TAF contro 12% per DTG+FTC/TAF),
diarrea (12% contro 12%).
Bictegravir
Bictegravir è un nuovo inibitore sperimentale dell’attività di strand transfer dell’integrasi (INSTI). In combinazione con FTC/TAF come regime a singola compressa è un trattamento sperimentale, la cui sicurezza o efficacia non è stata stabilita. Infatti, non è ancora approvato in alcun Paese.
Brera Design District (BDD) sarà tra i supporter della manifestazione Best Packaging, che entra così a pieno titolo nel design.
Best Packaging è organizzata con il partner storico Ipack-Ima2018, fiera per le tecnologie e i materiali per le industrie del processing&packaging alimentare e non alimentare.
Un packaging innovativo e funzionale è frutto di un corretto design, che tenga conto di svariati aspetti come:
prestazioni dei materiali,
interazione con il prodotto,
esigenze di protezione o conservazione,
macchinabilità,
funzionalità per l’utente,
esigenze dell’ambiente.
Con questi presupposti, ormai da 4 edizioni, i finalisti del contest Best Packaging sono in mostra, durante la Milano Design Week, nel distretto di Brera. E con questi stessi presupporti, gli ideatori del Brera Design District hanno deciso di appoggiare la manifestazione, riconoscendo al packaging, in modo ufficiale e con la giusta auctoritas, la dignità di oggetto e prodotto di design.
Dalla prossima edizione, quindi, Brera Design District patrocinerà il contest, ormai ultrasessantenne, che premia i migliori packaging con l’Oscar dell’imballaggio.
L’edizione 2018 di Best Packaging
L’edizione 2018 sarà incentrata sull’innovazione tecnica e delle tecnologie.
Le iscrizioni apriranno a fine agosto e chiuderanno il 30 novembre 2017.
Per i finalisti sono già in calendario numerose iniziative, atte a valorizzare le caratteristiche innovative dei packaging a concorso. Si parte da una nuova mostra per la Milano Design Week, attraverso un’importante campagna media, e social, per culminare nell’esposizione e premiazione durante Ipack-Ima, dal 29 maggio al 1 giugno 2018, nel contesto tecnico per eccellenza di Fiera Milano.
Si confermano infine i supperter già presenti nelle passate edizioni, a partire da Altroconsumo, per arrivare a Conai, patrocinatore della sezione speciale Ambiente, fino al Politecnico di Milano, patrocinatore della Sezione speciale Quality Design.
È disponibile in Italia pegasparaginasi per la leucemia linfoblastica acuta nei bambini.
Studi clinici ne hanno dimostrato l’efficacia nei pazienti pediatrici dalla nascita a 18 anni e negli adulti come componente di una terapia di associazione antineoplastica. Il tasso di sopravvivenza libera da eventi a 3 anni è dell’83% nei bambini affetti da questo tumore del sangue, raro ma in crescita.
Commercializzato in Europa da Shire, pegasparaginasi è ora anche in Italia in regime di rimborsabilità in fascia H.
È disponibile in Italia pegasparaginasi per la leucemia linfoblastica acuta nei bambini. Ha garantito un tasso di sopravvivenza libera da eventi a 3 anni dell’83%
Pegasparaginasi è una forma pegilata della L-asparaginasi, trattamento noto della leucemia linfoblastica acuta (LLA). La pegilazione prolunga l’emivita della L-asparaginasi permettendo al principio attivo di rimanere più a lungo nel sangue riducendone l’immunogenicità.Ad oggi, pegasparaginasi è riconosciuto come un trattamento di prima linea in associazione al trattamento antineoplastico per i pazienti pediatrici e adulti con LLA.
Robin Foà, professore ordinario di Ematologia presso l’Università Sapienza di Roma, e Past-President della Società Europea di Ematologia (EHA) descrive la leucemia linfoblastica acuta:
«La leucemia linfoblastica acuta (LLA) è un tumore ematologico che colpisce i progenitori dei globuli bianchi, della linea linfoide, nel midollo osseo in forma “acuta”, ovvero con una progressione rapida della malattia. Possono essere affetti pazienti di tutte le età. Nei bambini è la neoplasia più frequente mentre è rara negli adulti. I sintomi sono legati alla proliferazione superiore alla norma e conseguente accumulo di cellule ematopoietiche immature (blasti) nel midollo osseo con riduzione delle cellule ematologiche normali. Ciò porta ad una diminuzione dei globuli rossi, dell’emoglobina, dei granulociti neutrofili e delle piastrine. Ne conseguono stanchezza, infezioni e manifestazioni emorragiche, talvolta ingrossamento di milza, fegato e linfonodi. Negli adulti, la LLA ha un andamento clinico più aggressivo e quindi i pazienti sono maggiormente sintomatici».
Il trattamento della LLA negli adutli
«La terapia – continua Foà – deve mirare ad eradicare la malattia, eliminando tutti i blasti a livello del midollo osseo (dove nasce la malattia)».
I capisaldi della terapia sono:
polichemioterapia,
inibitori delle tirosin-chinasi per le LLA Ph+ (Philadelphia positiva, il sottogruppo genetico più frequente negli adulti),
trapianto di cellule staminali ematopoietiche,
anticorpi monoclonali per le LLA della linea B.
«La formulazione pegilata della L-asparaginasi nativa permette di ridurre la frequenza di somministrazione, senza diminuire l’efficacia terapeutica. Inoltre – aggiunge Foà – risulta meno immunogenica rispetto alla formulazione convenzionale e, quindi, potenzialmente associata a meno effetti collaterali. Nei protocolli nazionali GIMEMA (Gruppo Italiano Malattie EMatologico dell’Adulto) per il trattamento delle LLA dell’adulto viene utilizzata da tempo pegasparaginasi. Come per tutti i farmaci, anche pegasparaginasi, come asparaginasi da cui deriva, non è priva di effetti collaterali, soprattutto a livello epatico e pancreatico. La tossicità aumenta con l’aumentare dell’età».
Il trattamento della LLA nei bambini
La LLA è il tumore più frequente nei bambini mentre negli adulti ha un’incidenza molto inferiore.
«I progressi compiuti per contrastare questo tumore nell’età pediatrica sono notevoli – dichiara Andrea Biondi professore di Pediatria presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e presidente di AIEOP (Associazione Italiana di Emato-Oncologia Pediatrica. – Negli ultimi 30 anni, infatti, siamo riusciti ad arrivare a una percentuale di guarigioni di circa l’80-85%. L’asparaginasi assume un ruolo essenziale nel trattamento della LLA nei bambini: infatti, rappresenta una delle prime forme di farmaco intelligente. Il suo meccanismo d’azione si basa su un deficit dei linfoblasti: queste cellule leucemiche necessitano infatti di un enzima, l’asparagina, per funzionare e riprodursi. In presenza di questo farmaco le cellule leucemiche non hanno più fonti di approvvigionamento di asparagina e quindi, con la deplezione dell’enzima, le cellule leucemiche muoiono mentre le cellule normali sopravvivono prendendo una via alternativa».
«Shire, azienda leader nelle malattie rare, è orgogliosa di annunciare l’arrivo di pegasparaginasi in Italia: un ulteriore risultato del forte e continuativo impegno dell’azienda nei confronti dei pazienti rari.- conclude Francesco Scopesi, General Manager di Shire Italia – Peraltro l’Italia, con i suoi centri di eccellenza, gioca un ruolo fondamentale per i pazienti con leucemia linfoblastica acuta, fornendo a livello globale un contributo fondamentale agli studi dedicati al piano di sviluppo clinico del farmaco».
Meccanismo d’azione di pegasparaginasi
Il meccanismo d’azione della L-asparaginasi è la scissione enzimatica dell’amminoacido L-asparagina in acido aspartico e ammoniaca. La deplezione dell’aminoacido L-asparagina nel siero determina l’inibizione della sintesi proteica e della sintesi del DNA e dell’RNA, soprattutto nei blasti leucemici che non sono in grado di sintetizzarlo e dunque subiscono l’apoptosi. Le cellule normali sono, invece, in grado di sintetizzare la L-asparagina e quindi risentono in misura minore della sua rapida diminuzione durante il trattamento con l’enzima L-asparaginasi. La pegilazione non modifica le proprietà enzimatiche della L-asparaginasi, ma incide sulla farmacocinetica e sull’immunogenicità dell’enzima.
Pegasparaginasi viene impiegato nell’ambito di protocolli chemioterapici di associazione con altri agenti antineoplastici.
Efficacia e tollerabilità clinica
L’efficacia e la sicurezza di pegasparaginasi sono state valutate sulla base di numerosi studi clinici che hanno utilizzato pegasparaginasi nel trattamento di prima linea della ALL in pazienti a rischio standard ed alto rischio (CCG-1962; CCG-1991, DFCI -87-001, DFCI-91-01, AIEOP-BFM 2009, UKALL14, HOVON 100ALL, GMALL 07-2003, GMALL 08-2012, AALL07P4 ed atri).
Per le malattie ematologiche recidivati o refrattarie, l’efficacia di pegasparaginasi si è basata su un aggregato di 94 pazienti con diagnosi di ALL, con anamnesi positiva per una precedente reazione allergica clinica alla L-asparaginasi nativa da E. coli, tratti da sei studi in aperto [ASP-001, ASP-201A, ASP-302, ASP-304, ASP-400 e ASP-001C/003C].
Riassunto del profilo di sicurezza
Complessivamente, le reazioni avverse più comuni di grado 2 secondo il criterio comune di terminologia (common terminology criteria, CTC) e riportate in più del 20% dei casi sono:
Arriva una proposta per il Piano Nazionale AIDS dal congresso ICAR indirizzata al governo italiano.
I presidenti della nona edizione di ICAR nella quale è stata presentata la proposta per il Piano Nazionale AIDS
La nona edizione di ICAR (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research 12-14 giugno 2017, Siena) è stata l’occasione per presentare una proposta per il Piano Nazionale AIDS. Il congresso è stato presieduto da Andrea Antinori (Osp. Spallanzani Roma) Maurizio Zazzi (Virologo Università di Siena), e Andrea De Luca (Infettivologfo Università di Siena). Si è tenuto presso l’Università degli Studi di Siena – Centro Didattico del Policlinico S. Maria alle Scotte. Hanno partecipato 1100 specialisti, tra medici e ricercatori coinvolti nell’assistenza e cura dell’infezione da HIV e volontari delle associazioni impegnate nella lotta contro l’AIDS.
ICAR (Italian Conference on Antiviral Research) è organizzata sotto l’egida della SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) con il patrocinio delle maggiori società scientifiche di area infettivologica e virologica.
La proposta è partita dal presupposto che, in un tempo difficile per il nostro Paese due buone notizie ci fanno sperare in un futuro migliore:
il probabile varo del Piano Nazionale AIDS (PNAIDS),
l’auspicabile significativo finanziamento alla “ricerca d’interesse nazionale per lo sviluppo del sistema economico del Paese, nonché azioni destinate all’ingresso dei giovani nel mondo della ricerca” derivante da fondi inizialmente allocati all’IIT.
«Nel merito riteniamo che sia possibile, oltre che fortemente auspicabile, un collegamento tra queste due buone notizie» – dichiarano i presidenti di ICAR.
Il Piano Nazionale AIDS (PNAIDS)
Il Piano è stato approntato dal Comitato Tecnico Scientifico Nazionale del Ministero della Salute con il coordinamento di Massimo Galli, vicepresidente della SIMIT. Il documento ha visto la partecipazione di numerosi specialisti e diverse personalità scientifiche e delle associazioni di volontariato impegnate su HIV – AIDS.
«L’attuale proposta di attivare un PNAIDS è focalizzata su nobilissimi obiettivi di prevenzione, informazione e cura delle persone infettate dal virus HIV, causa dell’AIDS in assenza di terapia antiretrovirale. Tuttavia, a differenza di passati Programmi su scala nazionale, essa non prevede investimenti nella Ricerca collegata ad HIV/AIDS, ovvero nel “motore” dell’innovazione, della scoperta di nuovi bersagli terapeutici nonché dell’ ottimizzazione dei farmaci disponibili (in assenza di un vaccino preventivo ancora lontano dall’essere scoperto).» – osservano i presidenti.
L’appello rivolto al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al Consiglio dei Ministri
«Il nostro Paese è stato lungamente all’avanguardia nella lotta all’infezione da HIV/AIDS e possiamo con orgoglio sostenere – lo dimostrano dati oggettivi – che le persone infettate trovano in Italia i migliori centri di ricovero e cura al mondo. Tuttavia, sarebbe miope pensare che ciò sia frutto esclusivamente dell’alta professionalità dei nostri esperti di Malattie Infettive e, più in generale, del Sistema Sanitario Nazionale. Per contro, quest’alta qualità è stata raggiunta perché negli stessi Centri di Malattie Infettive e nei laboratori di virologia e di immunologia ad essi collegati abbiamo contemporaneamente svolto Ricerca parimenti di alta qualità a livello internazionale, qualità da alcuni anni messa fortemente in crisi dalla mancanza di un finanziamento dedicato».
«Riteniamo che questo momento forse unico dovrebbe essere colto per riportare il nostro Paese al ruolo che gli compete nello scenario internazionale nella lotta all’infezione da HIV/AIDS ed alle patologie ad esso collegate, quali la coinfezione da virus dell’epatite C, tumori e malattie cardiovascolari significativamente più frequenti nei pazienti che ricevono la terapia antiretrovirale».
Dati sulla diffusione dell’HIV in Italia
Ogni anno in Italia vengono diagnosticate circa 3500 nuove infezioni da HIV. Le infezioni oggi sono trasmesse quasi esclusivamente per via sessuale, sia eterosessuale che omosessuale. L’età media si aggira intorno ai 35-36 anni, quindi si è alzata rispetto a chi contraeva l’infezione qualche anno fa. Si registra un incremento di nuove diagnosi
di infezione da HIV in soggetti con più di 50 anni di età di entrambi i sessi, che rappresentano circa il 20% delle nuove diagnosi nei centri clinici. In un caso su due la malattia è stata riscontrata in una fase molto avanzata. Per quanto riguarda gli uomini che fanno sesso con uomini, si è passati da 120 casi a 190 nell’ultimo quinquennio.
«Sono quattro le categorie principalmente interessate – spiega De Luca. – La categoria più ampiamente coinvolta è quella dei giovani omosessuali, i quali purtroppo spesso hanno abbassato la guardia causando un nuovo aumento di queste infezioni. C’è poi tutta la popolazione eterosessuale, di età più o meno giovane. Dati recenti mostrano che 1 su 5 delle nuove infezioni coinvolge soggetti che hanno superato i 50 anni. Si tratta di persone che non percepiscono il rischio di contagio da HIV e anche per questo giungono a una diagnosi tardiva con tutte le conseguenze del caso».
La SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali si fa promotrice della campagna di eradicazione della coinfezione HIV/HCV.
L’epatite C è la causa principale dei decessi in pazienti con coinfezione HIV/HCV. Entrambi i virus usano RNA per veicolare il loro codice genetico, ma appartengono a due famiglie differenti e hanno strategie di replicazione e sopravvivenza diverse.
È stata presentata la campagna di eradicazione dell’epatite C (HCV) nei pazienti coinfetti con HIV promossa da SIMT
Si calcola che in Italia tra le persone HIV positive ci siano almeno 15-20mila pazienti con infezione da HCV attiva. Ogni anno, dei 4mila nuovi casi di infezione da HIV, 250 risultano anche essere portatori dell’infezione da HCV. Ancora circa una persona con HIV su 4 presenta anche l’Epatite C. Questo avviene soprattutto nelle persone tossicodipendenti.
L’HIV influisce negativamente sull’evoluzione dell’infezione da HCV. In questi casi risultano aumentate:
la carica virale di HCV,
il tasso di progressione verso fibrosi e cirrosi,
la mortalità HCV‐correlata.
I pazienti con la coinfezione presentano una più alta prevalenza di infezione da genotipo 1a e 3 di HCV. Hanno anche una più alta prevalenza del cofattore di danno da alcol.
Le nuove terapie sono in grado di eradicare l’epatite C in oltre il 95% dei casi anche nei pazienti affetti da HIV.
«La confezione HIV/HCV – spiega Massimo Galli, vicepresidente SIMIT, professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Milano – determina interazioni patogenetiche che causano nelle persone colpite una maggior incidenza di malattie cardiovascolari, danno renale, malattie metaboliche e un’accelerazione della progressione dell’infezione da HCV. Per tutti questi motivi l’eradicazione tempestiva dell’infezione da HCV nelle persone con infezione da HIV è da considerarsi una priorità, indipendentemente dal grado di compromissione epatica raggiunto. I risultati della terapia con DAA (direct acting antiviral) nelle persone con HIV dimostrano percentuali di successo del tutto analoghe a quelle registrate negli HIV-negativi, anche nei casi definibili come ‘difficili’, nei pregressi fallimenti a terapie antivirali basate sull’interferone e nei cirrotici».
La SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali si fa promotrice della campagna di eradicazione dell’epatite C (HCV) nei pazienti coinfetti con HIV. A tale scopo, è stato costituito un gruppo di lavoro con il compito di articolare un progetto che porti al conseguimento dell’obiettivo, tenendo conto delle peculiarità e delle caratteristiche degli interventi da proporre.
Il progetto è stato presentato durante la nona edizione di ICAR (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research – Siena, 12-14 giugno 2017). Il congresso è stato presieduto da Maurizio Zazzi (Siena), Andrea Antinori (Roma) e Andrea De Luca (Siena). Vi hanno partecipato circa 1100 specialisti, tra medici e ricercatori, coinvolti nell’assistenza e cura dell’infezione da HIV e volontari delle associazioni impegnate nella lotta contro l’AIDS. ICAR è stata organizzata sotto l’egida della SIMIT e patrocinata da tutte le maggiori società scientifiche di area infettivologica e virologica.
«In Italia – spiega Andrea De Luca, direttore Malattie Infettive Università di Siena – il fenomeno della coinfezione, cioè di pazienti che hanno infezione sia da HCV che da HIV, costituisce una percentuale abbastanza alta: il 25% delle persone con HIV ha anche l’epatite C. Oggi però ci sono nuovi trattamenti per l’epatite C: i dati presentati ad ICAR presentano come, soprattutto in Italia, queste nuove terapie sono in grado di eradicare l’epatite C anche in chi è affetto da HIV in oltre il 95% dei casi. Sono risultati addirittura superiori agli studi clinici, a dimostrazione che nei centri infettivologici italiani si fa una terapia molto attenta, fatta da personale molto esperto e mirata sul paziente».
«La maggior parte dei pazienti coinfetti – aggiunge De Luca – è nota ai centri ed è già seguita, rendendo più rapidamente praticabile questo processo rispetto all’eradicazione generale. Ciò è molto importante perché una parte di trasmissione dell’epatite C in Italia avviene proprio nell’ambito della popolazione coinfetta e nei pazienti affetti da HIV l’epatite C fa molti più danni a tutti gli organi. È dunque una priorità. SIMIT si sta impegnando molto e, con ICAR, raccoglie tutti gli attori coinvolti in questo processo. L’obiettivo ambizioso è quello di verificare se nell’ambito del prossimo anno sia possibile intraprendere il trattamento nel 90% di questi pazienti».
«Quello della coinfezione HIV/HCV è un problema rilevante in termini di sanità pubblica. – afferma Massimo Andreoni, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma e past president Simit. – Si tratta di pazienti con numerose malattie che comportano alte spese per la sanità. La SIMIT ha deciso quindi di lanciare una campagna per l’eradicazione dell’infezione da virus dell’epatite nel soggetto HIV positivo. È una campagna ambiziosa, ma che sicuramente potrà essere condotta in porto. La rete dei reparti di malattie infettive, infatti, in Italia è ben organizzata, è abituata a trattare questi pazienti e ha già dimostrato di essere in grado nei pazienti trattati di avere tassi di successo terapeutico che rasentano il 100%».
La campagna di eradicazione della coinfezione HIV/HCV
L’obiettivo della campagna di eradicazione dell’infezione da HCV nelle persone con HIV è conseguire l’eliminazione di HCV in questa popolazione nell’arco di un triennio. Per ottenere questo risultato, si intende coinvolgere in un lavoro comune le Associazioni dei pazienti. È in corso un’importante collaborazione con la Fondazione ICONA, che sta sviluppando una ricerca per l validazione dei risultati del piano di eradicazione. Occorre inoltre implementare il supporto assistenziale al paziente, attraverso programmi che facilitino l’assunzione dei farmaci. Serve poi sostenere i Centri di minori dimensioni, favorendo l’accesso ai DAA dei pazienti ad essi afferenti. Bisogna, infine, favorire il coordinamento dei centri erogatori.
Massimo Puoti, direttore del reparto di malattie infettive all’ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano spiega:
«L’eradicazione dell’infezione da virus C è uno degli obiettivi dell’OMS del 2030. Nella popolazione dei pazienti con HIV è un compito molto facile. Infatti, almeno il 95% dei pazienti sono stati sottoposti a screening regolarmente, quindi possono essere facilmente identificati. Abbiamo terapie efficaci in tutti i tipi di paziente e tutti possono essere trattati, per cui in questa sottopopolazione l’obiettivo è raggiungibile ed estremamente redditizio perché la co-infezione da HCV ha una progressione più rapida e influenza tutte le altre variabili di salute del paziente con HIV. Entro la fine del 2018 probabilmente riusciremo a trattare quasi tutti i pazienti. La capacità e la volontà dei centri è in questo senso».
La terapia della coinfezione HIV/HCV
Alcuni farmaci antiretrovirali assunti da persone con HIV possono entrare in conflitto con alcuni DAA utilizzati per curare l’infezione da HCV. Esistono comunque combinazioni di farmaci che non presentano problemi di interazioni. Si tratta di personalizzare la terapia nel modo più opportuno.
«Nel paziente con infezione da HIV – afferma Gioacchino Angarano, Unità Operativa di Malattie Infettive Azienda Ospedaliera “Ospedale Policlinico Consorziale” di Bari – la co-infezione da HCV provoca un peggioramento di tutti i parametri clinici evolutivi dell’infezione da HIV, quindi toglierla è un grande vantaggio. Finora questo si è scontrato con limiti di tipo economico, ma oggi siamo nella condizione di poterla eradicare, dobbiamo soltanto farlo. Il Servizio Sanitario Nazionale riuscirà a ridurre le morbilità dei pazienti con doppia infezione da HIV e HCV. I pazienti avranno meno complicanze renali, meno complicanze epatiche, meno tumori. Togliere l’infezione da HCV riduce lo sviluppo di tumore anche in altra sede diversa dal fegato».
AIFA mette online i dati sulle segnalazioni di sospette reazioni avverse dei medicinali.
L’Agenzia Italiana del Farmaco rende disponibile sul portale istituzionale un sistema di accesso online ai dati delle segnalazioni di sospette reazioni avverse a medicinali (ADR) registrate nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza (RNF), il database per la raccolta, la gestione e l’analisi delle segnalazioni di sospette ADR.
Il sistema RAM (report Reazioni Avverse dei Medicinali) consente di accedere ai dati relativi alle segnalazioni registrate a partire dal 2002, organizzati per anno di inserimento nella RNF e aggiornati con cadenza trimestrale.
«Con la pubblicazione e l’aggiornamento sul sito istituzionale dei dati delle segnalazioni di sospette reazioni avverse da farmaci e vaccini inserite nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza, AIFA, compie una scelta ispirata alla trasparenza, spingendosi oltre gli obblighi imposti nello specifico dalla legge, proprio perché l’obiettivo quotidiano del nostro lavoro è garantire e agire sempre nell’interesse esclusivo dei cittadini» – afferma il direttore generale, Mario Melazzini.
L’AIFA ricorda che le segnalazioni spontanee di sospette reazioni avverse costituiscono un’importante fonte di informazioni in quanto consentono di rilevare potenziali segnali di allarme relativi all’uso dei medicinali.
Per questo l’AIFA incoraggia gli operatori sanitari e i pazienti a comunicare qualsiasi sospetta reazione avversa. Oltre alle segnalazioni spontanee, le informazioni sui rischi associati ai medicinali si possono acquisire da ulteriori fonti, come studi clinici ed epidemiologici, dalla letteratura scientifica pubblicata, dai rapporti inviati dalle aziende farmaceutiche.
Come funziona il sistema RAM (report Reazioni Avverse dei Medicinali)
La ricerca può essere effettuata:
per nome commerciale del medicinale indicato come sospetto nella segnalazione,
per nome del principio attivo o delle associazioni di principi attivi indicati come sospetti nella segnalazione.
In quest’ultimo modo il sistema sommerà tutte le segnalazioni relative a medicinali contenenti quel o quei principi attivi).
I risultati della ricerca sono visualizzati in cinque schermate:
la prima fornisce il numero totale di segnalazioni registrate nella RNF suddivise per anno,
la seconda schermata fornisce il numero e la percentuale di segnalazioni per livello di gravità,
la terza il numero e la percentuale di segnalazioni per sesso e fascia di età dei soggetti che hanno manifestato la/e reazione/i avversa/e;
la quarta il numero e la percentuale di reazioni avverse aggregate per apparato o organo interessato (SOC – System Organ Classification);
la quinta il numero e la percentuale di reazioni avverse aggregate in maniera più dettagliata (PT – Preferred Term).
Nelle schermate successive alla prima, deve essere selezionato l’anno dal menu a tendina in alto a destra.
Il totale delle reazioni avverse può essere uguale o maggior al totale delle segnalazioni. All’interno di ciascuna segnalazione, infatti, è possibile descrivere una o più reazioni avverse.
Attualmente il sistema risulta accessibile tramite PC, Mac o Laptop.
Canakinumab per le recidive di attacco cardiaco riduce il rischio cardiovascolare nei pazienti con un precedente attacco cardiaco e aterosclerosi con componente infiammatoria.
Canakinumab hadimostrato di ridurre il rischio cardiovascolare nelle persone con precedente attacco cardiaco e aterosclerosi con componente infiammatoria
Novartis ha annunciato i risultati topline dello studio internazionale di fase III CANTOS, che ha valutato l’efficacia, la sicurezza e la tollerabilità di canakinumab (ACZ885) in aggiunta alle terapie standard nelle persone con un precedente attacco cardiaco e aterosclerosi con componente infiammatoria.
«Nonostante i trattamenti attuali, il 25% circa dei pazienti che hanno avuto un attacco cardiaco andrà incontro ad un nuovo evento cardiovascolare entro i successivi cinque anni: questo rende i risultati dello studio CANTOS una nuova prospettiva di cura per i pazienti – ha dichiarato Vas Narasimhan, Global Head,Drug Development e Chief Medical Officer di Novartis. – Canakinumab è la prima e unica molecola sperimentale a dimostrare che, agendo in modo selettivo sull’infiammazione come target terapeutico, riduce il rischio cardiovascolare. La nostra priorità è ora quella di analizzare accuratamente questi importanti dati e discuterli con le agenzie regolatorie».
Nel 2015 si stima che si siano verificati circa 7,29 milioni di attacchi cardiaci nel mondo. Nonostante il trattamento standard, le persone con un precedente episodio di attacco cardiaco convivono con un rischio più elevato di subire un altro evento o di morire. È stato dimostrato che, in circa 4 persone su 10, questo rischio è direttamente correlato a un aumento dell’infiammazione associata ad aterosclerosi.
Gli eventi cardiovascolari maggiori (MACE, major adverse cardiovascular events) ricorrenti nei pazienti con aterosclerosi con componente infiammatoria sono associati a un aumento di morbilità e mortalità, e a una diminuzione della qualità della vita. Inoltre, rappresentano un importante onere economico per i pazienti e i sistemi sanitari di tutto il mondo.
Canakinumab
Canakinumab è un anticorpo monoclonale, interamente umanizzato selettivo e ad alta affinità, che inibisce l’interleuchina-1 beta (IL-1 β), una citochina chiave nel pathway infiammatorio noto per stimolare la continua progressione dell’aterosclerosi infiammatoria. Agisce bloccando l’azione dell’IL-1β per un periodo prolungato di tempo, riducendo l’infiammazione causata dalla sua eccessiva produzione.
Canakinumab è la prima e unica molecola a dimostrare che adottare in modo selettivo l’infiammazione come target riduce in modo significativo il rischio cardiovascolare nei pazienti con un precedente episodio di attacco cardiaco e aterosclerosi con componente infiammatoria.
Lo studio CANTOS su canakinumab per le recidive di attacco cardiaco
CANTOS ha arruolato oltre 10.000 pazienti, seguiti per circa sei anni.
Lo studio CANTOS ha raggiunto l’endpoint primario, dimostrando che, in aggiunta alle terapie standard, canakinumab riduce il rischio di MACE, quali morte cardiovascolare, infarto miocardico non fatale e ictus non fatale, nei pazienti con un precedente episodio di attacco cardiaco e aterosclerosi con componente infiammatoria.
CANTOS (Canakinumab Anti-inflammatory Thrombosis Outcomes Study) è uno studio di fase III randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, evento-guidato, disegnato per valutare l’efficacia, la sicurezza e la tollerabilità della somministrazione trimestrale per iniezione sottocutanea di canakinumab in aggiunta alla terapia standard nella prevenzione degli eventi cardiovascolari ricorrenti in 10.061 pazienti con infarto miocardico (IM) pregresso e con un livello di proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP) ≥2mg/l.
Lo studio ha valutato tre diversi dosaggi di canakinumab rispetto a placebo.
L’endpoint primario dello studio era il tempo alla prima insorgenza di un evento cardiovascolare maggiore composto da:
morte cardiovascolare,
IM non fatale,
ictus non fatale.
Gli endpoint secondari includevano:
tempo alla prima insorgenza dell’endpoint cardiovascolare composito, consistente in morte cardiovascolare,
IM non fatale,
ictus non fatale,
ospedalizzazione per angina instabile, con necessità di rivascolarizzazione non pianificata,
tempo alla nuova insorgenza di diabete di tipo 2 nelle persone con pre-diabete al momento della randomizzazione,
tempo alla comparsa di IM non fatale,
ictus non fatale,
mortalità per tutte le cause,
tempo al decesso per tutte le cause.
Il tempo di follow-up mediano è stato di 3,8 anni.
L’infarto e l’aterosclerosi con componente infiammatoria
Ogni anno circa 580.000 persone in Europa e 750.000 negli Stati Uniti hanno un infarto. Nel 2015 si stima che si siano verificati circa 7,29 milioni di attacchi cardiaci nel mondo. Nonostante il trattamento standard, le persone con un precedente episodio di attacco cardiaco convivono con un rischio più elevato di subire un evento avverso cardiovascolare maggiore (MACE) secondario composto da:
morte cardiovascolare,
IM non fatale,
ictus non fatale. È stato dimostrato che, in circa quattro persone su 10, questo rischio è direttamente correlato a un aumento dell’infiammazione associata ad aterosclerosi, come misurato da un livello del biomarcatore proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP) ≥2mg/l.
I MACE ricorrenti nei pazienti con aterosclerosi con componente infiammatoria sono associati a
aumento di morbilità,
aumento di mortalità,
diminuzione della qualità della vita,
e rappresentano un importante onere economico per i pazienti e i sistemi sanitari di tutto il mondo.
Lilly annuncia che ixekizumab per la psoriasi è disponibile in Italia in seguito alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 29/06/2017. Questa ne determina anche la rimborsabilità.
È disponibile e rimborsabile in Italia ixekizumab, anticorpo monoclonale che si lega selettivamente con l’IL-17A, nato dalla ricerca di Lilly
La molecola, è stata approvata dalla European Medicines Agency (EMA) nell’aprile 2016 per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a grave in pazienti adulti candidati alla terapia sistemica o fototerapia.
Si tratta di una molecola molto attesa grazie al suo elevato profilo di efficacia, così come sottolineato dai numerosi studi clinici condotti sul oltre 7800 pazienti.
Antonio Costanzo, responsabile della Dermatologia e docente di Humanitas Universityha così commentato l’autorizzazione:
«È importante avere a disposizione trattamenti che consentano di raggiungere obiettivi clinici molto elevati di pulizia della pelle. Oggi raggiungere la quasi o la totale remissione della malattia con le nuove classi di farmaco è finalmente possibile. L’anticorpo monoclonale ixekizumab, oltre a profili di sicurezza e tollerabilità accettabili, ha dimostrato una notevole capacità di risoluzione delle placche psoriasiche con un’azione fin dalle prime settimane di trattamento e una risposta mantenuta nel tempo. Questo perché è in grado di bloccare un punto chiave nello sviluppo della malattia».
Ixekizumab
Ixekizumab è un anticorpo monoclonale che inibisce il rilascio di citochine pro-infiammatorie e chemochine.
Sin dalla prima settimana ixekizumab si è dimostrato efficace su tutti gli endpoint primari rispetto ai comparatori raggiungendo un miglioramento significativo del 75, 90 e 100% dell’indice di gravità della psoriasi PASI.
Nello studio UNCOVER-3, ixekizumab ha confermato le proprie peculiarità in termini di efficacia e sicurezza anche nel lungo periodo mantenendo i risultati fino a 108 settimane.
Ixekizumab è un farmaco etico con prescrizione medica. Deve essere utilizzato sotto la supervisione di un medico con esperienza nella diagnosi e nel trattamento della psoriasi. La molecola è disponibile in siringhe pre-riempite per iniezione o in iniettori a penna. Viene somministrato mediante iniezione sotto la pelle.
L’importanza dell’aderenza alla terapia nella psoriasi
Le terapie a lungo termine sono gravate da un alto rischio di abbandono e di non aderenza. Secondo le stime dell’OMS, questo avviene in circa il 50% dei casi nei Paesi sviluppati.
«Un farmaco può essere efficace ma se è complesso da assumere o non permette al paziente di apprezzarne gli effetti in breve termine diventa un ostacolo alla terapia – spiega Fabio Ayala Direttore della U.O.C. di Dermatologia clinica del Dipartimento di Medicina clinica e Chirurgia-Università di Napoli Federico II. – La non compliance al trattamento compromette l’efficacia delle cure e determina un aumento dei costi legati a una gestione inefficace della patologia. In questo senso complessità, durata, fallimenti precedenti, comparsa di effetti collaterali prima che il paziente possa apprezzare i miglioramenti, sono tra i fattori che inficiano maggiormente l’aderenza».
«La rapidità e l’efficacia in breve termine non soltanto giocano un ruolo fondamentale nel raggiungimento del risultato terapeutico, ma garantiscono l’aderenza del paziente alla terapia – sottolinea il docente. – Ixekizumab presenta diversi vantaggi grazie alla sua alta affinità di legame con l’interleuchina 17A, citochina chiave nel processo patogenetico della psoriasi. È proprio dall’interazione con questa citochina che il meccanismo patogenetico viene bloccato con una azione quasi chirurgica. Inoltre, sin dalle prime settimane di trattamento ixekizumab si è dimostrato più efficace su tutti gli obiettivi raggiungendo un miglioramento significativo del 75, 90 e 100% dell’indice PASI. E i risultati si mantengono anche nel lungo periodo: l’alto indice di risposta al trattamento viene mantenuto fino a 108 settimane di terapia, quando la maggior parte dei pazienti vede confermata la risoluzione quasi completa (PASI 90) o completa (PASI 100) delle placche psoriasiche, quest’ultima raggiunta da oltre il 50% dei pazienti».
Aderenza alle terapie e sicurezza del trattamento
Sull’aderenza alle cure influiscono in negativo l’insorgenza di effetti collaterali. Perciò il bilancio tra effetti collaterali e benefici ottenuti deve essere favorevole.
Un’analisi integrata ha preso in esame oltre 7800 pazienti affetti da psoriasi moderata-severa trattati con ixekizumab in sette studi clinici per un totale di 264 settimane. Dai risultati emerge un ottimo profilo di sicurezza del farmaco sia nel breve che nel lungo termine. Questo, unito alla rapidità d’azione e all’efficacia, candida ixekizumab tra i migliori farmaci di prima scelta per la psoriasi moderata-grave.
Medici e ricercatori vicini alla comprensione delle diverse origini di ischemia e infarto: le alterazioni del microcircolo sono tra le indagate
Nonostante i progressi degli ultimi decenni le malattie coronariche rimangono il killer numero uno. Abbiamo farmaci efficaci per ridurre i danni da infarto, ma sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere i diversi responsabili delle malattie coronariche, primi tra tutti ipertensione, colesterolo ma anche infiammazione. È però sorprendente che a fronte di questa forte evidenza epidemiologica i finanziamenti pubblici e privati a sostegno della ricerca sulle cause e sul trattamento delle malattie coronariche siano stati, negli ultimi anni, progressivamente ridotti.
Con questi presupposti si è svolto a Roma il Simposio internazionale daltitolo “Ischemic heart disease: the main cause of morbidity and mortality worldwide. What can we improve?” organizzato da Filippo Crea, direttore del Polo di Scienze Cardiovascolari e Toraciche della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
«L’obiettivo del Simposio è stato definire le linee di ricerca più promettenti per ridurre la mortalità causata dalle malattie coronariche – spiega Crea. – In particolare, sono state discusse le cause dell’infarto alla luce del fatto che quella che sembrava una malattia unica è invece causata da diversi meccanicismi che necessitano di terapie diverse. Questo importante innovazione concettuale è stata resa possibile da nuove tecnologie di imaging, in particolare l’OCT. Una tecnologia che consente di “curiosare” dentro le coronarie dei nostri pazienti con una risoluzione simile a quella di un microscopio».
Optical Coherence Tomography
OCT è l’acronimo di Optical Coherence Tomography, ossia tomografia a coerenza ottica.
Questa tecnica sfrutta le caratteristiche fisiche delle onde luminose trasformando in immagini l’interazione tra le onde elettromagnetiche e le diverse strutture che compongono l’arteria o la placca aterosclerotica. La sua caratteristica principale è di permettere una visualizzazione dall’interno dell’arteria.
L’analisi OCT viene condotta mediante l’introduzione nella coronaria di una sonda che scansiona l’intera arteria in un tempo molto rapido, attraverso un normale catetere da angioplastica.
Grazie al potere di risoluzione di 10 micron, l’OCT permette di visualizzare le strutture che compongono la parete dell’arteria o la placca aterosclerotica con una precisione unica tra le attuali tecniche cosiddette di “imaging”. Queste raggiungono appena i 200 micron (coronarografia) o i 600 micron (TAC coronarica).
L’OCT permette di vedere in tempo reale all’interno di un cuore battente cose altrimenti visibili solo al microscopio.
Le alterazioni del microcircolo coronarico
Nel corso del Simposio è stato discusso il ruolo delle alterazioni del microcircolo coronarico. Negli ultimi anni, un grande interesse scientifico si è rivolto allo studio della fisiopatologia dei piccoli vasi coronarici.
Alterazioni strutturali e funzionali del microcircolo possono spiegare l’insorgenza di ischemia miocardica in diverse situazioni cliniche, che vanno dalla cardiopatia ischemica a cardiopatie strutturali.
«Questa importante innovazione concettuale è stata resa possibile da nuove tecnologie che hanno permesso un’esplorazione funzionale delle coronarie. Hanno così documentato che in circa metà dei pazienti gli episodi di angina, infarto e scompenso cardiaco non sono causati da ostruzioni coronariche “visibili” alla coronarografia ma piuttosto da alterazioni del microcircolo coronarico – prosegue Crea. – Pertanto, moltissimi pazienti che presentavano una malattia coronarica “invisibile” sfuggivano alla diagnosi. Sempre più spesso, nei pazienti in cui risultano ostruite le vie più piccole, si scopre che le disfunzioni del microcircolo coronarico erano in realtà già presenti prima dell’infarto. Queste, perciò, sono una causa della prognosi non positiva»