Home Autori Articoli di

ARTICOLI

Comunicazione medico-paziente nella fibrosi polmonare idiopatica

0

Una nuova indagine sulla fibrosi polmonare idiopatica rivela che 9 pazienti su 10 sono soddisfatti di come il medico ha comunicato loro la diagnosi della malattia. Il paziente ha, però, necessità di ulteriori informazioni sulla patologia al momento della diagnosi. L’indagine rivela anche una quasi identità di vedute fra medici e pazienti, riguardo le priorità di questi ultimi dopo la diagnosi.

Una indagine sulla comunicazione medico-paziente nella fibrosi polmonare idiopatica rivela soddisfazione, ma necessità di maggiori informazioni
Una indagine sulla comunicazione medico-paziente nella fibrosi polmonare idiopatica rivela soddisfazione, ma necessità di maggiori informazioni

“Mi dispiace, ma devo comunicarle che dai test effettuati risulta che lei ha la fibrosi polmonare idiopatica” – nessuno vorrebbe sentir pronunciare queste parole da un medico. Purtroppo la realtà è che, nel mondo, circa 3 milioni di persone vivono con questa malattia, che è rara, gravissima e con un’aspettativa di vita dalla diagnosi di 2-3 anni.

Come per ogni altra patologia in cui il paziente rischia la vita, il momento in cui viene comunicata la diagnosi è molto difficile. Sia il paziente sia i suoi familiari rimangono molto turbati. La notizia lascia sconcertati e può succedere di non comprendere esattamente e non ricordare le informazioni che vengono date dal medico in questa circostanza.

Indagine sulla comunicazione medico-paziente nella fibrosi polmonare idiopatica

In una indagine condotta a livello internazionale da Boehringer Ingelheim su 150 pazienti con fibrosi polmonare idiopatica, 9 interpellati su 10 riferiscono di essere soddisfatti sul modo in cui il medico ha comunicato loro la diagnosi. Per quanto riguarda l’Italia la percentuale è del 95%.

«Da medico è certamente rassicurante vedere come un numero così alto di pazienti sono soddisfatti del modo in cui è stata comunicata loro una diagnosi così complessa e grave – ha commentato Luca Richeldi, pneumologo, Università di Southampton, Regno Unito – Dobbiamo comunque tenere presente che la buona comunicazione non finisce qui. È di cruciale importanza sapere quello che i nostri pazienti desiderano conoscere della loro malattia e tener conto del loro livello di comprensione delle informazioni, che è spesso molto variabile. Comunque, constatare che la visione dei medici sulle priorità dei pazienti riflette davvero quello che i pazienti stessi individuano come autentiche priorità, è un passo importante per una migliore  gestione complessiva».

I pazienti interpellati nell’indagine hanno, infatti, indicato che ci sarebbero state altre informazioni utili da comunicare loro in quel momento, tra queste, il supporto, le terapie, cosa significa veramente vivere con la fibrosi polmonare idiopatica (IPF):

  • Il 60% dei pazienti avrebbe voluto sapere quale altro supporto fosse disponibile per aiutarli con la malattia;
  • Il 60% se la IPF richiedesse una terapia di lungo termine e quanto efficaci fossero quelle terapie;
  • il 50% dei pazienti avrebbe voluto avere informazioni su cosa significasse davvero convivere con la malattia nel tempo;
  • il 50% dei pazienti avrebbe voluto avere informazioni sull’evoluzione della malattia dopo l’avvio della terapia e se avrebbe avuto bisogno di ossigeno.

I risultati di questa indagine rivelano anche una quasi identità di vedute fra i pazienti e i medici, relativamente alle priorità dei pazienti in seguito alla diagnosi.

  • Le prime tre priorità indicate dai pazienti sono state: rivolgersi a uno specialista di IPF (26%), ottenere informazioni sulla malattia (21%) e avvio di una terapia efficace (18%).
  • Le prime tre priorità indicate dai medici sono state: ottenere informazioni sulla malattia (35%), avvio di una terapia efficace (23%) e rivolgersi a uno specialista di IPF (21%).

Inoltre, quando è stato chiesto ai pazienti che cosa fosse più importante sapere sulla IPF, la risposta che ha avuto il maggior numero di scelte dai pazienti (77%) è stata: ‘Sapere quali opzioni terapeutiche erano disponibili per me’. Questa è stata la risposta più scelta anche dagli specialisti (77%), nell’indagine condotta nel 2015 sugli pneumologi, a cui era stato chiesto cosa pensassero fosse più importante in assoluto per i pazienti.

«È confortante leggere che la comunicazione della patologia da parte dei medici è trasmessa in maniera adeguata, ma spesso dopo la diagnosi di una malattia rara e sconosciuta ci si affida al web per raccogliere informazioni, spesso non aggiornate e scoraggianti – ha dichiarato Rosalba Mele, presidente di Ama Fuori dal Buio (Associazione Malati Autoimmuni Orfani Rari), tra i soci fondatori della neonata EU-IPF Federation – Grazie all’impegno dei ricercatori e alla grande spinta data dalle associazioni nell’accendere un riflettore su questi pazienti orfani di attenzioni, se la diagnosi avviene tempestivamente, vi sono cure che permettono una lunga e serena convivenza con la malattia».

In occasione dell’annuncio dei risultati dell’indagine, Boehringer Ingelheim comunica che è disponibile un e-book per i pazienti dal titolo Life with IPF, che accompagna il paziente nel suo viaggio, dalla diagnosi a quello che può aspettarsi, alle opzioni disponibili per la gestione della malattia, oltre a materiali di approfondimento e consigli preziosi.

Articoli correlati

Fibrosi polmonare idiopatica

Nintedanib per fibrosi polmonare idiopatica

Nuovi dati su nintedanib per fibrosi polmonare idiopatica

Carta Europea del Paziente con Fibrosi Polmonare Idiopatica

Gli pneumologi sulla fibrosi polmonare idiopatica

Nintedanib e pirfenidone in associazione per la fibrosi polmonare idiopatica

Nintedanib per fibrosi polmonare idiopatica approvato in Italia

Analisi di dati su nintedanib potrebbe ampliare i criteri diagnostici della IPF

Analisi sui dati relativi a nintedanib per la fibrosi polmonare idiopatica

Risultati a lungo termine su nintedanib per la fibrosi polmonare idiopatica

 

Tumore della prostata in Italia: mortalità in calo dal 2000

0

Tumore della prostata in Italia: mortalità in calo dal 2000 non solo grazie alla diagnosi precoce. Fondamentali i percorsi di cura personalizzati per ogni classe di rischio.

tumore della prostata
Il tumore della prostata in Italia fa registrare una mortalità in calo grazie al miglioramento terapeutico e alla diagnosi precoce, ma serve un approccio personalizzato

All’Istituto Nazionale dei Tumori è stato presentato il primo studio di popolazione che fotografa 4635 casi di tumore della prostata. Lo studio è stato condotto dal team di Riccardo Valdagni. Dai risultati emerge che gran parte delle diagnosi riguarda casi a bassa aggressività, che spesso non andrebbero trattati. Il consiglio ai pazienti: «Affidatevi a team multidisciplinari per ricevere trattamenti su misura a seconda della classe di rischio».

Le diagnosi sono sempre più numerose, ma al contempo i dati suggeriscono un eccessivo trattamento dei tumori meno aggressivi e il sotto-trattamento dei pazienti anziani.

Lo studio osservazionale retrospettivo sul tumore della prostata in Italia

Mettendo a confronto due distinti periodi di tempo (1996-1999 e 2005-2007), descrive l’evoluzione nella diagnosi e nel trattamento di questo tipo di tumore nel nostro Paese.

L’indagine (Prostate cancer changes in clinical  presentation and treatments in two decades: an Italian population – based study, primo autore Annalisa Trama), pubblicata sullo European Journal of Cancer, è stata realizzata dall’Istituto Nazionale dei Tumori in collaborazione con l’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), anche grazie al sostegno di AIRC e Amgen. Consiste in uno studio osservazionale retrospettivo di popolazione condotto dalla Struttura di Epidemiologia Valutativa coordinata da Gemma Gatta. Delinea una marcata evoluzione nel trattamento del cancro della prostata e suggerisce la necessità di un nuovo approccio critico a questo tipo di tumore, già a partire dalla diagnosi precoce.

In particolare, il confronto fra i due periodi di tempo presi in esame evidenzia:

  • aumento dei pazienti che arrivano alla diagnosi con classe di rischio bassa,
  • riduzione di quelli diagnosticati in fase tardiva (classe di rischio alta o metastatica)
  • miglioramento complessivo della sopravvivenza nei gruppi ad alto rischio.

A determinare questo trend hanno contribuito il miglioramento terapeutico e la diagnosi precoce.

La fotografia mostra inoltre un diverso approccio di cura a seconda della fascia di età dei pazienti: più interventi invasivi per gli uomini giovani – con incremento della prostatectomia radicale ma non della radioterapia per gli uomini sotto i 75 anni – e più rari gli interventi radicali nei pazienti sopra i 75 anni.

Lo studio mette quindi in luce un possibile overtreatment dei pazienti a basso rischio, e per converso un sottotrattamento dei pazienti più anziani.

«Grazie alla diagnosi precoce, negli anni si è verificato un calo della mortalità. Questo ci permette di avere meno casi di diagnosi in fase di tumore aggressivo – spiega Riccardo Valdagni, Direttore della Radioterapia Oncologica 1 e Direttore del Programma Prostata dell’Istituto Nazionale dei Tumori – I dati però ci mostrano anche un ‘rovescio della medaglia’, e cioè il sospetto che non manchino casi di trattamenti eccessivi e troppo radicali, spesso non necessari: effettuando diagnosi su molti pazienti, infatti, occorre utilizzare particolari cautele nei casi in cui il tumore sia poco aggressivo. In determinate situazioni cliniche non è necessario intervenire subito in modo radicale (chirurgia, radioterapia esterna, brachiterapia), ma è consigliabile sottoporre il paziente a sorveglianza attiva, cioè a un percorso di monitoraggio del tumore definito a rischio di progressione basso e molto basso. Ciò consentirebbe di limitare i casi di overtreatment dei tumori indolenti, e quindi gli effetti collaterali delle terapie, riuscendo a garantire al paziente una migliore qualità di vita».

«Per questo – aggiunge Nicola Nicolai, vice responsabile della Prostate Cancer Unit dell’INT – dalle contraddizioni emerse dal nostro studio nell’approccio al tumore della prostata, possiamo ricavare anzitutto la necessità di un approccio sistematico a questa neoplasia, e il conseguente consiglio di affidarsi a team multidisciplinari che operino in centri qualificati, e possano così seguire il paziente attraverso un percorso di medicina personalizzata».

Lo studio infatti mostra che nel periodo 2005-2007, quando l’idea di un modello di presa in carico multidisciplinare non era ancora diffuso mentre era già diffuso il test del Psa, si è assistito a un aumento delle diagnosi di tumori a basso rischio, cioè non letali, ma non a una corrispondente riduzione dei trattamenti invasivi o comunque radicali. L’opzione della sorveglianza attiva, vera alternativa al sovra-trattamento, non era ancora disponibile.

«Oggi, invece, è riconosciuto che la multidisciplinarietà del team che prende in carico il paziente e la sorveglianza attiva sono le strategie più efficaci, perché il monitoraggio e l’attesa richiedono professionalità specifiche, e sono la sola strada che può consentire di trattare al meglio le situazioni di rischio ridotto, con evidente vantaggio per i pazienti soprattutto dal punto di vista della qualità di vita» – conclude Valdagni.

Le implicazioni dello studio

«I risultati di questo studio sono di fondamentale importanza anche per fornire ai decisori politici una visione di insieme di tipo epidemiologico-sanitario, in termini di trattamento del tumore della prostata e per pianificare e implementare strategie di diagnosi, cura e monitoraggio sempre più efficaci. Si rende quindi necessario dare continuità ai flussi e ai dati in nostro possesso per programmare nuovi interventi con uno sguardo verso il futuro – commenta infine il direttore scientifico di INT, Giovanni Apolone -. Il nostro Istituto, un IRCCS di natura pubblica e non-profit,  continua ad investire in questo settore di ricerca che combina esperienze di natura clinica ed epidemiologica,  e condurce numerose ricerche di questa portata per diversi tipi di tumore: l’obiettivo è garantire azioni di tipo trasversale e traslazionale, che consentano il più rapido trasferimento delle nuove informazioni e delle evidenze, non solo alla terapia ed alla gestione clinica del paziente, ma anche al tavolo di lavoro dei decision maker sanitari».

Articoli correlati

Tumore della prostata

Enzalutamide per tumore della prostata

Associazione biraterone acetato/prednisone per il tumore alla prostata

Approvazione del radio-223 dicloruro per il trattamento del carcinoma prostatico

Preservare la fertilità dei pazienti oncologici

Rivaroxaban per FANV nella pratica clinica

0

Bayer AG ha annunciato che al Congresso ESC 2016 sono stati presentati nuovi dati real-life provenienti da molti Paesi, sull’impiego del proprio inibitore orale del Fattore Xa rivaroxaban in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare. Questi riconfermano il positivo profilo rischio-beneficio di rivaroxaban nella pratica clinica quotidiana.

Rivaroxaban per FANV nella pratica clinica, secondo i dati real-life provenienti da molti Paesi, riconferma il positivo profilo rischio-beneficio
Rivaroxaban in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare conferma il positivo profilo rischio-beneficio nella pratica clinica quotidiana

«Gli studi su dati reali sono fondamentali per capire come agisce un farmaco nei pazienti trattati nella pratica clinica quotidiana, ma dobbiamo essere cauti nell’interpretazione dei risultati, in quanto non tutti gli studi su dati real-life sono uguali – ha dichiarato Craig Coleman, professore di Pratica Farmaceutica presso l’Università del Connecticut – È, pertanto, incoraggiante vedere che i risultati di diversi studi real-life confermano in modo omogeneo il positivo profilo rischio-beneficio di rivaroxaban in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare nella pratica clinica quotidiana».

«Noi di Bayer siamo impegnati a investire in studi su dati real-life che possano fornire conoscenze ulteriori, oltre agli studi clinici randomizzati; infatti, il 50% del programma di studi clinici su rivaroxaban sono studi real-life – ha dichiarato Michael Devoy, responsabile Affari Medici & Farmacovigilanza della Divisione Farmaceutici di Bayer AG e Chief Medical Officer di Bayer – La quantità di evidenze real-life su rivaroxaban continua ad aumentare e questi ultimi risultati arricchiscono di ulteriore significato i risultati ottenuti negli studi clinici randomizzati e continuano a confermare la fiducia dei medici nell’utilizzo di rivaroxaban nella pratica clinica quotidiana».

Questi dati su rivaroxaban forniscono conoscenze ulteriori, oltre a quelle dagli studi clinici di Fase III, che meglio rappresentano le diverse popolazioni di pazienti trattati nella pratica clinica quotidiana.

I risultati aggiornati dello studio REVISIT-US

All’ESC 2016 sono stati presentati i risultati aggiornati di REVISIT-US, analisi retrospettiva basata su dati statunitensi del database MarketScan. REVISIT-US ha valutato efficacia e sicurezza di rivaroxaban, apixaban o dabigatran, ciascuno rispetto a warfarin, in contesti reali, in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare.

I risultati di REVISIT-US erano stati inizialmente presentati all’edizione 2016 del Congresso della Società Europea di Aritmologia Cardiaca (ECAS), dimostrando che, in questi contesti, rivaroxaban era associato a una riduzione non-significativa del 29% di ictus ischemico, accompagnata a una riduzione significativa del 47% di emorragia intracranica rispetto a warfarin.

Considerando l’endpoint combinato di emorragia intracranica o ictus ischemico, rivaroxaban ha ottenuto una riduzione significativa del 39% rispetto a warfarin in REVISIT-US .

XaPASS

XaPASS è uno studio osservazionale prospettico post-marketing, su dati real-life sviluppato da Bayer su richiesta dell’ente di controllo giapponese come studio di sorveglianza per valutare sicurezza ed efficacia di rivaroxaban nella pratica clinica quotidiana.

Lo studio ha arruolato oltre 11.000 pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare che hanno iniziato la terapia con rivaroxaban in 1.415 centri in tutto il Giappone. Il medico che ha preso in carico il paziente ha stabilito il regime di dosaggio e tutti gli eventi avversi sono stati registrati come “eventi avversi o eventi avversi seri”.

In XaPASS, l’incidenza di evento emorragico di qualsiasi tipo è stata di 4,84 ogni 100 anni-paziente, di cui l’incidenza di emorragia maggiore è stata di 1,02 ogni 100 anni paziente e l’incidenza di emorragia intracranica è stata di 0,43 ogni 100 anni-paziente.

L’incidenza dell’endpoint composito di ictus, embolia sistemica o infarto del miocardio è stata di 1,35 ogni 100 anni-paziente mentre l’incidenza di ictus ischemico è stata di 0,90 ogni 100 anni-paziente.

Questi risultati sono stati generalmente in linea con quelli dello studio clinico randomizzato di Fase III J-ROCKET AF. Confermano basse percentuali sia di ictus sia di emorragia maggiore in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare, in terapia con rivaroxaban nella pratica clinica quotidiana.

In J-ROCKET AF è stata osservata una riduzione non significativa del 51% del rischio di ictus ed embolia sistemica non-SNC con rivaroxaban rispetto a warfarin. Nonostante non siano state osservate differenze significative nelle percentuali di emoraggia complessiva in J-ROCKET AF, l’uso di rivaroxaban è stato associato a una percentuale inferiore non significativa di emorragia maggiore e a una percentuale di emorragia non maggiore clinicamente rilevante, lievemente superiore rispetto a warfarin.

I pazienti nello studio J-ROCKET AF avevano un profilo di rischio da moderato a elevato con punteggio CHADS2 medio di 3,25, mentre i pazienti in XaPASS avevano in media un rischio inferiore di ictus con punteggio CHADS2 medio di 2,2.

Studio Post-Autorizzazione sulla sicurezza basato su Registri Nazionali Svedesi

Studio post-autorizzazione sulla sicurezza, tuttora ìn corso in Svezia, su un totale di 57.498 pazienti adulti (7.273 in terapia con rivaroxaban e 50.225 con warfarin) con fibrillazione atriale non-valvolare di confronto sull’incidenza di emorragia maggiore con rivaroxaban e warfarin in pazienti non trattati in precedenza con anticoagulante orale. Sono stati utilizzati Registri Nazionali Svedesi (Registro dei Farmaci Prescritti, Registro dei Pazienti, Registro delle Cause di Mortalità e Registro LISA [Longitudinal Integration Database for Health Insurance and Labor Market Studies]) per individuare le caratteristiche individuali di soggetti con diagnosi di fibrillazione atriale e altre co-morbilità, con prescrizione di rivaroxaban o warfarin nel periodo compreso fra il 3 ottobre 2012 e il 31 dicembre 2014.

I risultati indicano percentuali simili di emorragia maggiore con rivaroxaban e warfarin (rispettivamente 3,40 contro 3,32 sanguinamenti ogni 100 anni-paziente; HR 0,89; intervallo di confidenza al 95% di 0,73-1,10). Tuttavia, le percentuali di emorragia intracranica sono state significativamente inferiori con rivaroxaban rispetto a warfarin (rispettivamente 0,62 contro 0,88 sanguinamenti ogni 100 anni-paziente; HR 0,63; intervallo di confidenza al 95% di 0,40-0,99).

Evidenze Real-Life

‘Evidenze real-life’ sono quei dati sull’impiego di un farmaco nella vita reale ovvero al di fuori di studi clinici randomizzati controllati.

Le evidenze real-life integrano i risultati ottenuti in studi clinici randomizzati controllati, fornendo ulteriori conoscenze (oltre a quelle ottenute negli studi clinici randomizzati controllati) e rappresentando meglio le diverse popolazioni di pazienti che vengono trattati nella pratica clinica quotidiana.

Rivaroxaban

Rivaroxaban (Xarelto®) è un anticoagulante orale diverso dagli antagonisti della vitamina K con una vasta gamma di indicazioni. Rivaroxaban protegge i pazienti da eventi tromboembolici venosi e arteriosi più di ogni altro NOAC ed è approvato per sette indicazioni, ovvero:

  • prevenzione di ictus ed embolia sistemica in pazienti adulti con fibrillazione atriale non valvolare che presentano uno o più fattori di rischio
  • trattamento dell’embolia polmonare negli adulti
  • trattamento della trombosi venosa profonda negli adulti
  • prevenzione delle recidive di trombosi venosa profonda ed embolia polmonare negli adulti
  • prevenzione di tromboembolismo venoso in pazienti adulti sottoposti a chirurgia elettiva di sostituzione dell’anca
  • prevenzione di tromboembolismo venoso in pazienti adulti sottoposti a chirurgia elettiva di sostituzione del ginocchio
  • prevenzione di eventi aterotrombotici (morte cardiovascolare, infarto del miocardio o ictus) a seguito di Sindrome Coronarica Acuta in pazienti adulti con biomarcatori cardiaci elevati e senza precedente ictus o attacco ischemico transitorio in co-somministrazione con solo acido acetilsalicilico, o con acido acetilsalicilico più clopidogrel o ticlopidina

Ancorché con differenze da un Paese all’altro rivaroxaban è approvato per tutte le indicazioni in più di 130 Paesi.

Rivaroxaban è un farmaco scoperto da Bayer e sviluppato congiuntamente a Janssen Research & Development. Rivaroxaban viene commercializzato al di fuori degli Stati Uniti da Bayer e negli Stati Uniti da Janssen Pharmaceuticals.

Articoli correlati

Nuovi studi su rivaroxaban in contesti real life

Studi su rivaroxaban in contesti real life

Programma Callisto su rivaroxaban per trombosi associata al cancro

Aggiornamento della scheda tecnica per rivaroxaban

Rivaroxaban per fibrillazione atriale non-valvolare

Nuovo anticoagulante orale per pazienti con fibrillazione atriale sottoposti a cardioversione

Nuovo anticoagulante orale disponibile in Italia

Confronto tra rivaroxaban e antagonisti della vitamina K

Rivaroxaban riduce il rischio di emorragie intracraniche nella fibrillazione atriale

Sistema CardioMEMS HF per lo scompenso cardiaco

0

St. Jude Medical, multinazionale attiva nello sviluppo e produzione di dispositivi medici, annuncia che il suo Sistema CardioMEMS® HF per monitoraggio della pressione arteriosa polmonare e per la gestione della terapia nei pazienti affetti da scompenso cardiaco, è stato inserito nelle linee guida della Società Europea di Cardiologia (ESC).

Il sistema CardioMEMS HF per il monitoraggio della pressione arteriosa polmonare e per la gestione della terapia nei pazienti con scompenso cardiaco, è stato inserito nelle linee guida della ESC
Il sistema CardioMEMS HF per il monitoraggio della pressione arteriosa polmonare e per la gestione della terapia nei pazienti con scompenso cardiaco, è stato inserito nelle linee guida della ESC

I dati utilizzati a supporto di questa decisione includono i risultati dello studio CHAMPION e si applicano a tutti i pazienti affetti da scompenso cardiaco di Classe III, indipendentemente dalla loro frazione di eiezione (misura della quantità di sangue che viene pompata dal cuore).

«Il criterio ESC per il Sistema CardioMEMS HF – dichiara Giovanni Battista Perego, responsabile dell’Unità di Terapia Intensiva Coronarica dell’Istituto Auxologico Italiano di Milano – fornisce le indicazioni per gli specialisti che si impegnano nel trattamento più appropriato dei pazienti affetti da scompenso cardiaco riducendo il rischio di ospedalizzazioni ripetute».

Secondo la classificazione della New York Heart Association (NYHA) il Sistema CardioMEMS HF è il primo ed unico sistema di monitoraggio per lo scompenso cardiaco dotato di Marchio CE che ha dimostrato una significativa riduzione di ospedalizzazioni e una migliore qualità di vita nei pazienti di Classe III.

«Lo scompenso cardiaco – afferma Gianfranco Gensini, già direttore del Dipartimento Cardio-Toracico Vascolare della A.O.U. Careggi, Firenze, e presidente della ITAlian Heart Failure Association (ITAHFA) – è una patologia importante, per cui non abbiamo una terapia risolutiva, e che compromette seriamente la qualità di vita di chi ne è affetto. Ritengo assai saggia e appropriata la decisione della Società Europea di Cardiologia che ha inserito nel percorso di cura per il paziente scompensato un utile strumento di personalizzazione. È auspicabile che Cardiologi, Internisti, altri Specialisti, Medici di Medicina Generale, Società Scientifiche e Associazioni Pazienti collaborino in modo sinergico e fattivo, utilizzando al meglio tutti gli strumenti a loro disposizione per garantire il benessere del paziente e dei loro familiari».

Lo studio CHAMPION sul sistema CardioMEMS HF

In origine, lo studio CHAMPION ha dimostrato una significativa riduzione statistica e clinica del 28% nel tasso di ospedalizzazione a sei mesi e una riduzione del 37% delle ospedalizzazioni in un follow-up medio di 15 mesi.

Inoltre, dati pubblicati su Circulation: Heart Failure hanno dimostrato che la gestione con il Sistema CardioMEMS HF ha ridotto significativamente le ri-ospedalizzazioni a 30 giorni nei pazienti eligibili a Medicare (programma federale degli Stati uniti d’America che garantisce la copertura sanitaria agli over-65 e a chi è affetto da disabilità, indipendentemente dal reddito).

L’efficacia di CardioMEMS HF nella gestione proattiva della patologia e i dati relativi alla riduzione delle ospedalizzazioni nei pazienti affetti da scompenso cardiaco sono stati pubblicati su The Lancet.

Le pubblicazioni dello studio CHAMPION includono:

  • Wireless pulmonary artery hemodynamic monitoring chronic heart failure: a randomized control trial (The Lancet),
  • Sustained efficacy of pulmonary artery pressure to guide adjustment of chronic heart failure therapy: complete follow-up results from the CHAMPION randomized trial (Journal of the American College of Cardiology)

«Siamo molto soddisfatti dell’inserimento del Sistema CardioMEMS HF nelle linee guida della European Society of Cardiology e siamo lieti che questa tecnologia sia disponibile per il beneficio dei pazienti affetti da scompenso cardiaco» dichiara il Dr. Philip B. Adamson, direttore medico e vice presidente Medical Affairs di St. Jude Medical.

 

Ixekizumab per la psoriasi

0

Ixekizumab, anticorpo monoclonale frutto della ricerca Lilly, si dimostra efficace sulla psoriasi già dopo le prime settimane di trattamento. Inoltre, si rivela significativamente superiore rispetto a ustekinumab su tutti gli obiettivi clinici di efficacia e pulizia della pelle. Assicura una pelle libera da placche a 8 pazienti su 10.

Ixekizumab psoriasi
Ixekizumab si dimostra efficace sulla psoriasi già dopo le prime settimane di trattamento e si rivela superiore a ustekinumab

I nuovi lavori scientifici, ben 17 presentati al Congresso EADV di Vienna, hanno coinvolto 7.800 pazienti. Essi rafforzano il profilo di sicurezza a lungo termine dell’anticorpo monoclonale. Inoltre, evidenziano elementi critici di svolta nel perseguimento di nuovi obiettivi clinici sempre più ambiziosi.

Nello studio “testa a testa” di confronto RHBS con ustekinumab, presentato a Vienna con un late breaker, ixekizumab ha mostrato superiorità nel raggiungimento di obiettivi primari e secondari.

«La psoriasi è una patologia cutanea la cui insorgenza è legata al mal funzionamento del sistema immunitario e, a causa del processo infiammatorio sistemico che la sostiene, coinvolge diversi organi – sottolinea Ketty Peris, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Dermatologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore Policlinico Gemelli di Roma – Chi ne è affetto, purtroppo, presenta inoltre gravi ripercussioni psicologiche e sociali. La terapia ideale dovrebbe, quindi, far raggiungere al paziente la migliore qualità di vita possibile attraverso un netto miglioramento del quadro clinico. L’anticorpo monoclonale ixekizumab, oltre a elevati profili di sicurezza e tollerabilità, sta dimostrando una notevole capacità nella progressiva remissione delle placche psoriasiche fin dalle prime settimane. Siamo quindi sulla buona strada verso una terapia ottimale».

Nel 2014 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la psoriasi una malattia non trasmissibile grave, che deve essere oggetto di una maggiore attività di sensibilizzazione presso la popolazione generale.

«Chi soffre di psoriasi combatte per due obiettivi: la rimozione dello stigma che da sempre accompagna questa patologia e la disponibilità di una terapia efficace e, al tempo stesso, sicura e ben tollerata – aggiunge Mara Maccarone, presidente ADIPSO (Associazione per la Difesa degli Psoriasici) – Insieme ad un’attività di sensibilizzazione sociale, è importante informare i pazienti sulle possibilità di cura più efficaci. La ricerca deve mettere a punto soluzioni in grado di assicurare la più alta percentuale possibile di remissione delle placche psoriasiche. Se il traguardo di una remissione delle placche del 75%, fino a poco tempo fa, poteva essere considerato l’optimum terapeutico, oggi possiamo pensare che arrivare alla remissione totale sia un traguardo sempre più possibile. In questo senso i pazienti devono essere informati e messi in condizione di poter raggiungere questi nuovi standard terapeutici».

Ixekizumab

Ixekizumab (Talz®) è un anticorpo monoclonale umanizzato IgG4 che si lega selettivamente all’interleuchina 17A (IL-17A).

L’IL-17A è una citochina coinvolta nella risposta fisiologica infiammatoria e immunitaria, che, in caso di psoriasi e di altre malattie infiammatorie croniche, è disregolata e prodotta in eccesso.

Ixekizumab inibisce quindi la sua attività proinfiammatoria.

Tre studi di fase III avevano fatto osservare una risposta clinicamente significativa al trattamento con ixekizumab già dalle prime settimane. In particolare, hanno dimostrato che i livelli di remissione e mantenimento, ottenuti nella fase di induzione della terapia con ixekizumab, cioè alla dodicesima settimana, si mantenevano elevati fino a 8 pazienti su 10, anche dopo 60 settimane di trattamento.

Per valutare l’efficacia di ixekizumab, i ricercatori avevano utilizzato sia gli indicatori PASI (Psoriasis Area Severity Index), sia la scalas PGA (Physician’s Global Assessment).

L’indicatore PASI misura la portata e la gravità della psoriasi valutando arrossamento, spessore e desquamazione delle lesioni cutanee (classificate su una scala da zero a quattro) ponderata per la superficie di pelle coinvolta.

Il sPGA è l’indicatore della valutazione clinica del medico sulla gravità delle lesioni psoriasiche complessive. È una misura consigliata dall’FDA statunitense e normalmente utilizzata per valutare l’efficacia di un trattamento.

Lo studio RHBS su ixekizumab vs ustekinumab

Si tratta di uno studio di confronto tra ixekizumab e un altro anticorpo monoclonale, ustekinumab, che rappresenta attualmente uno dei trattamenti maggiormente utilizzati per la cura della psoriasi.

Obiettivo principale di questo studio è quello di verificare, a 12 settimane, la percentuale di pazienti che raggiungono il valore 90 nella scala di valutazione PASI (90 corrisponde a un miglioramento del 90% delle placche psoriasiche sul corpo del paziente). Attualmente i dati attestano una percentuale di remissione del 75% dei pazienti trattati con Ixekizumab e del 42,4% del campione in trattamento con ustekinumab.

Per quanto riguarda gli obiettivi secondari, ixekizumab ha fatto registrare una percentuale del 90,9% di pazienti che superano un miglioramento del PASI superiore al 75% (ustekinumab si attesta al 69,1%). Inoltre, il 37,1% dei pazienti trattati con ixekizumab raggiunge il valore 100 del parametro PASI, a fronte del 14,5% dei pazienti in cura con ustekinumab. Infine, la percentuale di pazienti che ottiene un PGA statico pari a 0 (remissione) si attesta al 43,2% con ixekizumab al 18,2 % fra quelli trattati con ustekinumab.

Articoli correlati

Psoriasi. Definizione

Psoriasi. Varianti cliniche e sintomatologia

Psoriasi. Eziologia

Sondaggio sulla percezione della psoriasi

ClearSkin Lovers per sensibilizzare sulla psoriasi

Apremilast per psoriasi e artrite psoriasica

Apremilast approvato dalla CE per psoriasi e artrite psoriasica

Secukinumab per la psoriasi

Psoriasi: gel di aloe verso tazarotene

Adalimumab per psoriasi a placche cronica pediatrica

Secukinumab si conferma efficace per tre anni sulla psoriasi

Secukinumab vs ustekinumab per la psoriasi

Inquinamento acustico e salute cardiovascolare

0

Uno studio su inquinamento acustico e salute cardiovascolare ha dimostrato che l’esposizione a lungo termine al rumore del traffico aereo è associata a valori pressori elevati, a prevalenza di ipertensione arteriosa e a un’incidenza maggiore di danni all’organo cardiaco rispetto a persone residenti in zone con livelli di rumore inferiore a 55 dB.

Inquinamento acustico e salute cardiovascolare: vivere vicino agli aeroporti causa ipertensione e alterazioni degli indicatori di danno cardiaco asintomatici
Inquinamento acustico e salute cardiovascolare: vivere vicino agli aeroporti causa ipertensione e alterazioni degli indicatori di danno d’organo asintomatici

Rumore e inquinamento da rumore sono considerati “indagati speciali” e messi sul banco degli imputati per avere effetti negativi sulla salute.

Sono stati raccolti diversi dati che suggeriscono l’influenza del rumore determinato dal traffico aereo sui ritmi biologici e i sistemi regolatori umani.

Studio sugli effetti del rumore aereo sul sistema cardiovascolare

Lo studio è stato condotto dall’Università di Cracovia (Polonia) e presentato all’ESC Congress 2016. Ha indagato gli effetti del rumore aereo su alcuni indicatori dello stato del sistema cardiovascolare di persone che vivono nei pressi di aeroporti:

  • livelli di pressione sanguigna
  • prevalenza di ipertensione arteriosa
  • danni d’organo asintomatici come rigidità delle arterie, ipertrofia ventricolare sinistra e funzione diastolica.

Per svolgere lo studio sono stati arruolati 101 residenti nei pressi di aeroporti esposti a oltre 60 dB di rumore. Il gruppo di controllo di 100 persone è stato reclutato in aree a basso livello di rumore o comunque inferiore al limite di 55 dB. I criteri di inclusione erano una età compresa tra 40 e 65 anni.

La durata dello studio è stata di 3 anni.

Un questionario ha profilato le caratteristiche antropo-demografiche dei partecipanti tra cui la valutazione della pressione arteriosa dal braccio non dominante dopo un riposo di 10 minuti, la misurazione della rigidità arteriosa e la velocità di propagazione dell’onda sfigmica (pulse wave velocity, PWV) dall’arteria carotide alla femorale, oltre all’ecocardiogramma e alla determinazione dell’indice di massa corporea.

I risultati dello studio

L’analisi dei risultati ha rivelato che la pressione sanguigna misurata in ambulatorio era più alta nei soggetti esposti a rumore rispetto al gruppo di controllo con una prevalenza del 40% contro il 24%.

Inoltre, gli indicatori di danno d’organo asintomatici risultavano significativamente alterati tra un gruppo e l’altro permettendo di definire come l’esposizione a lungo termine al rumore del traffico aereo è associata a valori pressori elevati e prevalenza di ipertensione arteriosa insieme ad una incidenza maggiore di danni all’organo cardiaco.

Altri studi sugli effetti del rumore

Che il rumore degli aerei o traffico stradale specialmente nelle ore notturne, potesse aumentare il rischio di ipertensione arteriosa, era stato confermato da uno studio svolto nei dintorni dell’aeroporto inglese di Heatrow che aveva correlato gli alti livelli di rumore prodotto dagli aeromobili a un maggior numero di ricoveri ospedalieri e di morte per ictus, malattie coronariche e cardiovascolari degli abitanti (BMJ, 2013;347).

È stato poi stimato che una riduzione del rumore anche di soli cinque dB potrebbe ridurre la prevalenza di ipertensione dell’1,4% e di disturbi coronarici dell’1,8%, con un beneficio economico quantificato in 3,9 miliardi di dollari l’anno solo negli Stati Uniti.

Un’altra ricerca durata 15 anni ha calcolato che ogni 10 dB in più di esposizione al rumore infarti e ictus aumentano del 7-17% e effetti negativi si verificano anche sull’umore con un incremento di irritabilità, fastidio e nervosismo.

Circa 20 ricerche inoltre sono concordi nel rilevare effetti sulle capacità cognitive dei più piccoli con disturbi di memoria e attenzione e rallentamenti nell’apprendimento scolastico.  

Negli Stati Uniti circa 100 milioni di persone sono esposte a livelli di rumore “malsani”.

In Europa l’esposizione continuata al rumore atmosferico, cittadino, dal traffico automobilistico o aereo è responsabile del 3% delle morti per cause cardiache, per un totale di 210.000 decessi evitabili.

Il rumore del traffico secondo l’OMS interessa 1 persona su 3. Un europeo su cinque è regolarmente esposto a livelli notturni che potrebbe danneggiare in modo significativo la salute.

Tiotropio/olodaterolo migliora la capacità di esercizio fisico BPCO

0

Tiotropio/olodaterolo Respimat® associato all’allenamento fisico e a modifiche nei comportamenti ha aumentato significativamente la capacità di esercizio rispetto a placebo di pazienti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

I risultati dello studio PHYSACTO® indicano anche miglioramenti della dispnea associata ad attività fisica nei soggetti in terapia con tiotropio/olodaterolo rispetto a placebo.

Tiotropio/olodaterolo migliora la capacità di esercizio fisico BPCO e migliora la dispnea associata ad attività fisica
Tiotropio/olodaterolo migliora la capacità di esercizio fisico BPCO e migliora la dispnea associata ad attività fisica

Boehringer Ingelheim ha reso noti i primi risultati dello studio PHYSACTO che mostrano come tiotropio/olodaterolo Respimat, associato all’allenamento e all’esercizio fisico, aiuti chi soffre di BPCO a camminare più a lungo rispetto ai pazienti in trattamento con placebo.

La diminuzione dell’attività fisica è un forte predittore di peggioramento della BPCO anche in una fase precoce della  malattia e aumenta il rischio di invalidità e mortalità.

«È di vitale importanza che chi è affetto da BPCO rimanga attivo perché questo può concorrere ad alleggerire il peso della malattia, rallentandone la progressione e riducendone l’impatto sulla salute – ha commentato lo sperimentatore dello studio Professor Thierry Troosters, Responsabile Gruppo di Ricerca sulla Riabilitazione Respiratoria e Cardiovascolare dell’Università di Leuven, Belgio – Questo nuovo studio è il primo a dimostrare che un approccio “integrato” nella gestione della BPCO, con modifiche dei comportamenti e allenamento all’esercizio, uniti a un’efficace terapia broncodilatatoria a lunga durata d’azione, può migliorare la capacità di sostenere attività fisiche, ridurre la dispnea e le difficoltà associate nello svolgimento delle attività quotidiane».

Tutti i partecipanti allo studio sono stati arruolati in un programma, gestito da loro stessi, di modifica dei comportamenti, in cui sono state date informazioni sulle abitudini corrette per la salute per aiutarli a gestire meglio la loro malattia. Questi risultati sono stati presentati durante l’edizione 2016 del Congresso Internazionale della European Respiratory Society (ERS) a Londra.

Lo studio PHYSACTO

Lo studio di Fase III PHYSACTO è stato disegnato per valutare l’effetto della terapia di mantenimento della BPCO – da sola o in associazione all’allenamento fisico, gestito autonomamente – sulla capacità di esercizio fisico e sulla quantità di attività e le difficoltà percepite.

I partecipanti sono stati randomizzati in quattro gruppi che hanno ricevuto:

  • tiotropio/olodaterolo Respimat, con allenamento all’esercizio,
  • tiotropio/olodaterolo Respimat senza allenamento all’esercizio,
  • tiotropio da solo,
  • placebo.

Tutti e quattro i gruppi hanno seguito un programma di 12 settimane di modifica dei comportamenti, per creare condizioni ottimali finalizzate a tradurre i miglioramenti della capacità di esercizio in aumenti di attività quotidiana.

Il programma di modifica dei comportamenti  includeva strategie  che aiutassero i partecipanti a fare esercizio fisico, come la dotazione di pedometro (contapassi) e l’educazione dei pazienti a sostegno del loro piano di gestione della BPCO.

Lo studio PHYSACTO fa parte del programma di studi clinici di vasta scala di Fase III TOviTO®, il cui scopo è valutare efficacia e sicurezza di tiotropio/olodaterolo Respimat nella BPCO.

I risultati dello studio PHYSACTO

Dopo 8 settimane, la capacità di esercizio fisico da parte di soggetti con BPCO da moderata a grave è aumentata in modo significativo del 45,8% (p<0,001) nei soggetti nel braccio tiotropio/olodaterolo associato ad allenamento all’esercizio, rispetto ai soggetti che hanno ricevuto  placebo e nessun allenamento all’esercizio fisico (rispettivamente 356 contro 244 secondi).

Ulteriori risultati di PHYSACTO hanno dimostrato un miglioramento significativo (29,2 %; p<0,05) nella capacità di sostenere attività fisica, anche senza allenamento all’esercizio, nel braccio  tiotropio/olodaterolo rispetto a placebo (rispettivamente 315 contro 244 secondi).

La capacità di esercizio è stata misurata come intervallo di tempo in cui i soggetti affetti da BPCO sono riusciti a camminare a velocità normale, senza fermarsi per riposare, nel test di tolleranza allo sforzo “Endurance Shuttle Walking Test”.

Inoltre, tiotropio/olodaterolo Respimat ha dimostrato di ridurre la dispnea associata all’attività fisica, rispetto a placebo.

Questi nuovi risultati si aggiungono a quelli degli studi MORACTO® e TORRACTO® 1&2 che hanno dimostrato come tiotropio/olodaterolo Respimat migliori in modo significativo il tempo di resistenza all’esercizio fisico, rispetto a placebo.

Tiotropio/olodaterolo Respimat disponibile in Italia

È disponibile anche in Italia tiotropio/olodaterolo Respimat, terapia broncodilatatoria di mantenimento nel sollievo dei sintomi in pazienti adulti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) di Boehringer Ingelheim, che ha ottenuto la rimborsabilità da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) il 17 agosto 2016.

L’approvazione nei primi Paesi europei era avvenuta a luglio 2015, sulla base dei dati ottenuti da oltre 5.000 pazienti negli studi clinici TONADO® 1&2, che fanno parte del programma di studi clinici TOviTO, condotto su oltre 15.000 pazienti.

Articoli correlati

Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva. Definizione, cause e diagnosi

I farmaci usati nella terapia della BPCO

Tiotropio/olodaterolo per le riacutizzazioni della broncopneumopatia cronica ostruttiva

Tiotropio/olodaterolo efficace fin dall’inizio della terapia di mantenimento della BPCO

Nuovi risultati su tiotropio/olodaterolo per la BPCO

Tiotropio/olodaterolo approvata negli USA come terapia di mantenimento della BPCO

Tiotropio per l’asma

Tiotropio Respimat per il controllo dell’asma in età pediatrica

Studio comparativo tra broncodilatatori per la BPCO

Co-formulazione indacaterolo/glicopirronio per la broncopneumopatia cronico ostruttiva

Combinazione bromuro di aclidinio/formoterolo fumarato per BPCO

Tripla associazione fissa per la BPCO in un unico inalatore

 

Richiesta di AIC per la tripla associazione ICS/LABA/LAMA per la BPCO

Roflumilast per la BPCO

Indacaterolo/glicopirronio bromuro vs salmeterolo/fluticasone per la BPCO

BAF312 per la sclerosi multipla secondariamente progressiva

0

BAF312 per la sclerosi multipla secondariamente progressiva riduce il rischio di progressione della disabilità in uno studio di Fase III.

BAF312 sclerosi multipla secondariamente progressiva
BAF312 per la sclerosi multipla secondariamente progressiva riduce il rischio di progressione della disabilità e il tasso annualizzato di recidive

Novartis ha annunciato i risultati positivi provenienti dallo studio di Fase III EXPAND. Questi dimostrano che il trattamento con BAF312 (siponimod) una volta al giorno per via orale ha ridotto del 21% il rischio di progressione della disabilità confermata a tre mesi rispetto al placebo in pazienti con sclerosi multipla secondariamente progressiva (SMSP).

I risultati più significativi dello studio EXPAND sono stati presentati al 32° Congresso dell’European Committee for Treatment and Research in Multiple Sclerosis (ECTRIMS), tenutosi a Londra.

I dati iniziali dello studio EXPAND dimostrano quanto segue:

  • Il trattamento con BAF312 ha ridotto del 21% il rischio di progressione della disabilità confermata a tre mesi rispetto al placebo (p = 0,013). La riduzione del rischio per la progressione della disabilità confermata a sei mesi è stata maggiore, a ulteriore supporto della robustezza dei dati.
  • Una consistente riduzione del rischio di progressione della disabilità confermata in tutti i sottogruppi predefiniti, inclusi i pazienti senza recidive.
  • Una differenza significativa in favore di siponimod rispetto al placebo per quanto riguarda il tasso annualizzato di recidive, la variazione percentuale del volume cerebrale e la variazione dal basale del volume delle lesioni T2 (lesioni cerebrali identificate da una risonanza magnetica con immagini T2 pesate). La differenza di cambiamento rispetto al basale nel test Timed 25-Foot Walk (T25FW) non è risultata significativa.
  • BAF312 si è dimostrato generalmente sicuro e ben tollerato, con un profilo comparabile a quello di altri farmaci della stessa classe.

La SMSP è una forma di SM caratterizzata da un continuo peggioramento della funzionalità neurologica nel tempo, a prescindere dalle recidive.

Lo studio EXPAND

EXPAND è uno studio di Fase III randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, che confronta l’efficacia e la sicurezza di siponimod rispetto al placebo in pazienti con sclerosi multipla secondariamente progressiva (SMSP).

Lo studio ha incluso 1651 persone con sclerosi multipla secondariamente progressiva provenienti da 31 Paesi. Al momento dell’arruolamento nello studio EXPAND, i soggetti avevano un’età media di 48 anni e avevano convissuto con la SM per circa 17 anni. I pazienti avevano ricevuto una diagnosi di SMSP e avevano anche dimostrato una progressione della disabilità nei due anni precedenti lo studio. Avevano inoltre un punteggio della Expanded Disability Status Scale (EDSS) tra 3,0 e 6,5 (compresi), con un punteggio medio di 6,0, corrispondente all’utilizzo di un sussidio per camminare. I pazienti sono stati randomizzati a ricevere rispettivamente siponimod 2 mg o placebo, secondo un rapporto 2:1.

L’endpoint primario dello studio era il tempo alla progressione della disabilità confermata a tre mesi, misurato tramite la scala EDSS, rispetto al placebo.

Gli endpoint secondari comprendevano:

  • la misurazione del tempo intercorso dal basale fino alla progressione della disabilità confermata a sei mesi rispetto al placebo,
  • il tempo al peggioramento confermato di almeno il 20% rispetto al basale nel test Timed 25-Foot Walk (T25FW),
  • il volume delle lesioni T2,
  • il tasso annualizzato di recidive (ARR, Annualized Relapse Rate),
  • la sicurezza e la tollerabilità di siponimod nelle persone con SMSP.

BAF312 (Siponimod)

BAF312 è un modulatore selettivo di specifici sottotipi dei recettori della sfingosina-1-fosfato (S1P). Siponimod si lega al sub-recettore S1P1 sui linfociti, impedendo loro di penetrare nel sistema nervoso centrale (SNC) dei pazienti con sclerosi multipla (SM). Questo determina gli effetti anti-infiammatori di siponimod.

I sottotipi dei recettori della S1P presi come target da BAF312 si trovano anche sulla superficie delle cellule del sistema nervoso centrale che svolgono un ruolo nella genesi della SMSP. Siponimod entra nel sistema nervoso centrale e, legandosi a questi recettori specifici, ha il potenziale di modulare l’attività delle cellule dannose e di contribuire a ridurre la perdita di funzionalità neurologica associata alla SMSP. La specificità dei recettori e le proprietà farmacocinetiche di BAF312 (per esempio l’eliminazione più rapida rispetto ai modulatori di S1P di prima generazione) facilitano la sua capacità di impattare su malattie come la sclerosi multipla secondariamente progressiva, migliorando al contempo il suo profilo di sicurezza e la sua comodità di utilizzo.

«Le opzioni terapeutiche disponibili per ritardare la progressione della malattia nella SMSP sono pochissime e le persone che soffrono di questa patologia hanno un elevato bisogno insoddisfatto di terapie efficaci, con un profilo di sicurezza accettabile – ha dichiarato Vasant Narasimhan, Global Head of Drug Development e Chief Medical Officer di Novartis – Questi dati costituiscono un definitivo progresso in un’area terapeutica quasi priva di opzioni terapeutiche, e siamo impazienti di valutare i prossimi passi con le autorità sanitarie».

Articoli correlati

Siponimod per la sclerosi multipla secondariamente progressiva (SMSP)

Dati di efficacia di siponimod sulle capacità cognitive dei pazienti con SMSP

Sclerosi multipla. Definizione

Sclerosi Multipla. Eziologia

Sclerosi multipla. Varianti cliniche

Sclerosi multipla. Sintomatologia

Dati sull’efficacia di cladribina per la sclerosi multipla a lungo termine

Cladribina per sclerosi multipla

Cladribina per la sclerosi multipla, EMA accetta la domanda di MAA

Autorizzato in EU farmaco orale per sclerosi multipla

Dimetilfumarato per sclerosi multipla recidivante

Alemtuzumab per sclerosi multipla

Alemtuzumab disponibile in Italia per il trattamento della sclerosi multipla

Richiesta di AIC per la tripla associazione ICS/LABA/LAMA per la BPCO

0

Chiesi sottomette a EMA la richiesta di AIC per la tripla associazione ICS/LABA/LAMA per la BPCO (bronco pneumopatia cronica ostruttiva).

La tripla associazione ICS/LABA/LAMA è stata testata su oltre 8000 pazienti coinvolti in un programma articolato di 12 studi clinici.

inalatore BPCO
Chiesi a inoltrato la richiesta di AIC per la tripla associazione ICS/LABA/LAMA per la bronco pneumopatia cronica ostruttiva da somministrare con un solo inalatore

Chiesi Farmaceutici ha annunciato la sottomissione alla European Medicines Agency (EMA) della richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) per la prima tripla combinazione ICS/LABA/LAMA. Il prodotto è indicato per il trattamento della bronco pneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) ed è somministrato utilizzando un solo inalatore, formulato specificatamente da Chiesi nel suo centro ricerche di Parma, che assicura alle particelle extra fini di raggiungere le vie aeree centrali e periferiche del polmone.

«Siamo orgogliosi di avere raggiunto questo importante traguardo del nostro programma di Ricerca e Sviluppo. Una volta approvata, questa opzione terapeutica sarà un autentico progresso per la gestione dei pazienti affetti da BPCO perchè ridurrà l’impatto della patologia sia sulla salute sia sulla qualità della vita delle persone. Allo stesso tempo l’impatto clinico della terapia potrà contribuire a ridurre i costi diretti e indiretti associati all’ospedalizzazione dei pazienti» – ha commentato Paolo Chiesi, vice presidente e R&D Director di Chiesi Farmaceutici.

Gli studi di sviluppo della tripla associazione ICS/LABA/LAMA

La sottomissione del dossier si basa sui risultati di un programma di sviluppo Chiesi completo e iniziato nel 2009 che comprende 12 studi clinici con oltre 8000 pazienti. In particolare:

  • Lo studio TRILOGY, pubblicato da The Lancet, ha fornito per la prima volta l’evidenza che la tripla combinazione fissa extra-fine ICS/LABA/LAMA è superiore alla terapia combinata con dose fissa ICS/LABA (uno dei trattamenti standard per questa condizione) grazie a una serie di parametri clinici di efficacia , dimostrando un buon profilo di sicurezza.
  • Lo studio TRINITY, uno studio clinico pivotale che ha dimostrato la superiorità della combinazione fissa extrafine ICS/LABA/LAMA se paragonata al LAMA tiotropio, un’altra terapia standard per la BPCO.

I pazienti affetti da BPCO hanno bisogni terapeutici non soddisfatti, come la riduzione del rischio di esacerbazioni che compromettono la qualità della vita, sono causa di ospedalizzazione e possono mettere il paziente in pericolo di vita.

Ad oggi, il paziente è  curato con trattamenti multipli assunti con più inalatori, rendendo complicata l’aderenza alla terapia. Di conseguenza, la possibilità di assumere più farmaci che raggiungano sia le vie aeree centrali sia quelle periferiche del polmone con un solo inalatore semplifica notevolmente il trattamento di pazienti affetti da BPCO, migliorandone lo stato complessivo.

 

Articoli correlati

Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva. Definizione, cause e diagnosi

I farmaci usati nella terapia della BPCO

Tripla associazione fissa per la BPCO in un unico inalatore

Co-formulazione indacaterolo/glicopirronio per la broncopneumopatia cronico ostruttiva

Combinazione bromuro di aclidinio/formoterolo fumarato per BPCO

Tiotropio/olodaterolo efficace fin dall’inizio della terapia di mantenimento della BPCO

Tiotropio/olodaterolo per le riacutizzazioni della broncopneumopatia cronica ostruttiva

Tiotropio/olodaterolo approvata negli USA come terapia di mantenimento della BPCO

Nuovi risultati su tiotropio/olodaterolo per la BPCO

Roflumilast per la BPCO

Efficacia dei corticosteroidi per via inalatoria per la BPCO

Premio Export2Succeed – L’arte di competere sui mercati globali

0

UPS segnala che è stata estesa al 20 ottobre la possibilità di candidarsi al Premio Export2Succeed – L’arte di competere sui mercati globali.

PREMIO EXPORT2SUCCEED

Si tratta di un progetto dedicato alle Piccole e Medie Imprese che esportano o che vogliono iniziare a farlo.

I settori interessati sono:

  • healthcare,
  • fashion e design,
  • industrial manufacturing e automotive.

Export2Succeed ha l’obiettivo di promuovere l’internazionalizzazione delle PMI e l’esportazione del prodotto italiano all’estero.

Il progetto comprende un Premio, che mira a individuare e valorizzare i campioni italiani dell’export, e un Roadshow, che toccherà alcuni dei principali distretti industriali italiani per aiutare le PMI a migliorare o iniziare l’attività di esportazione.

Per permettere ad ancora più aziende di partecipare, UPS e L’Imprenditore hanno prolungato al 20 ottobre il termine per presentare la candidatura.

In palio, per le PMI vincitrici, consulenze logistiche finalizzate all’export, missioni commerciali all’estero e pacchetti di spedizioni gratuite.

Il progetto è realizzato in collaborazione con L’Imprenditore, il mensile di Piccola Industria di Confindustria.

Le modalità del premio Export2Succeed

Il Premio comprende due categorie: Migliore PMI Esportatrice e Miglior Promessa Export.

Le case history e i progetti candidati saranno valutati da una giuria presieduta da Diego Mingarelli, vice presidente Piccola Industria Confindustria con delega per l’internazionalizzazione, e composta da Iulia Nartea, country manager di UPS Italia; Carlo Robiglio, Direttore de L’Imprenditore; un giornalista economico-finanziario e un imprenditore.

Le candidature al Premio Export2Succeed saranno raccolte attraverso il sito UPSToday.com/it/export2succeed dove è inoltre disponibile il Bando di Concorso completo e dove saranno aggiornate le tappe relative al Roadshow.

«L’idea di Export2Succeed è nata analizzando i risultati di European SMEs Exporting Insights, una ricerca commissionata da UPS dalla quale emerge come le esportazioni siano percepite dalle PMI europee e italiane sempre più come un fattore strategico per crescere – spiega Iulia Nartea, country manager di UPS Italia – Andare all’estero è una scelta coraggiosa, che comporta molte sfide, come adeguare la propria offerta e i propri processi, sviluppare nuove strategie di marketing e vendite, districarsi in complesse normative doganali. Quale leader della logistica mondiale, vogliamo mettere le nostre competenze al servizio delle PMI italiane. Il Roadshow mira ad offrire loro gli strumenti pratici, mentre con il Premio abbiamo voluto celebrare il senso di iniziativa e creatività delle imprese italiane e siamo lieti di essere affiancati in questa iniziativa da un partner prestigioso come L’Imprenditore, la rivista di Piccola Industria Confindustria».

«Cogliere la sfida dell’internazionalizzazione significa investire in un futuro di crescita – afferma Diego Mingarelli, Vice Presidente Piccola Industria Confindustria – Molte piccole e medie imprese hanno già scelto questa strada, moltissime altre hanno le carte in regola per farlo. Il nostro impegno è aiutarle in un percorso che a livello aziendale rappresenta anche una svolta culturale. Per affrontare i mercati esteri occorre impostare strategie e partnership adeguate alle proprie esigenze di business e porre attenzione a tutte le variabili che determinano il successo di questo percorso. La gestione logistica è sicuramente un fattore fondamentale in quanto è divenuta parte integrante del valore del prodotto. Anche in quest’ottica Piccola Industria, attraverso la rivista l’Imprenditore, ha voluto essere a fianco di UPS in questo importante progetto».