Il CHMP dell’EMA ha espresso parere positivo per la commercializzazione del biosimilare di insulina lispro 100 Units/mL (Insulin lispro Sanofi®).
Sanofi ha annunciato di avere ricevuto il parere positivo da parte del Comitato dei Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) per l’autorizzazione all’immissione in commercio del biosimilare Insulin lispro Sanofi (insulina lispro 100 Units/mL).
Il CHMP ha raccomandato l’uso di Insulin lispro Sanofi per il trattamento di adulti e bambini con diabete che necessitano di insulina per tenere controllato il proprio livello di glicemia, incluse quelle persone cui il diabete è appena stato diagnosticato.
Programma di sviluppo clinico del biosimilare di insulina lispro 100 Units/mL (Insulin lispro Sanofi)
La raccomandazione si basa su un programma di sviluppo clinico che ha coinvolto oltre 1000 adulti con diabete di tipo 1 o 2.
Il programma comprende:
uno studio di farmacocinetica/farmacodinamica (PK/PD) di fase I per valutare la biosimilarità del farmaco nell’esposizione e nell’azione paragonata all’insulina lispro 100 Units/mL, approvata attualmente negli Stati Uniti e in Europa,
due studi clinici multi-centrici di fase III (SORELLA 12 e SORELLA 2) che ne valutano la sicurezza e l’efficacia rispetto all’insulina lispro 100 Units/mL, attualmente approvata negli Stati Uniti e in Europa per adulti con diabete di tipo 1 e 2,
uno studio che valuta la sicurezza del farmaco nell’uso con il microinfusore negli adulti con diabete di tipo 1.
Insulin lispro Sanofi (biosimilare di insulina lispro 100 Units/mL)
Insulin lispro Sanofi è il biosimilare di insulina lispro, analogo dell’insulina ad azione rapida. È prodotta utilizzando la tecnologia del DNA ricombinante e ha un’identica sequenza di amminoacidi rispetto al prodotto di riferimento.
Il biosimilare Insulin lispro Sanofi non è attualmente approvato da nessuna autorità regolatoria.
Il dossier è stato sottoposto all’Agenzia Europea del Farmaco a settembre 2016.
La Commissione Europea si pronuncerà sulla decisione finale rispetto alla commercializzazione di Insulin lispro Sanofi.
«L’insulina lispro è un trattamento importante e ampiamente utilizzato per le persone con diabete che necessitano un controllo rapido della propria glicemia prandiale – afferma Peter Guenter, executive vice president e general manager Diabete & Cardiovascolare di Sanofi. – Ampliando il nostro portfolio con insuline di qualità, manteniamo il nostro impegno per migliorare l’accesso e la sostenibilità dei trattamenti insulinici».
Fidia Farmaceutici e Istituto Clinico Humanitas annunciano l’avvio di uno studio di fase I, con la somministrazione al primo paziente affetto da carcinoma in situ della vescica (CIS) non responsivo a BCG, di Oncofid-P-B, un bio-coniugato composto da paclitaxel e acido ialuronico.
Il bio-coniugato Oncofid-P-B, composto da paclitaxel e acido ialuronico per il tumore della vescica in situ vine valutato in uno studio di fase I
Questo studio è stato disegnato per valutare la sicurezza, la tollerabilità, il profilo farmacocinetico e l’attività anti-tumorale di un nuovo schema di trattamento intensivo. Il primo paziente è stato arruolato presso l’Ospedale Humanitas di Rozzano, il Centro Coordinatore dello studio. In futuro è previsto il coinvolgimento di altri centri ospedalieri nazionali ed europei.
Risultato della ricerca Fidia Farmaceutici, Oncofid-P-B è già stato sperimentato in pazienti con tumore vescicale, mostrando un profilo di efficacia e di sicurezza favorevole.
«Siamo entusiasti dell’avvio di questa sperimentazione clinica di fase I: si tratta del primo studio che utilizza uno schema di trattamento innovativo con Oncofid-P-B, la cui applicazione è resa possibile grazie alla facilità di utilizzo e profilo di sicurezza favorevole del prodotto – dichiara Rodolfo Hurle, Principal Investigator presso l’Ospedale Humanitas. – Grazie ad Oncofid-P-B, è possibile ridurre il rischio di cistectomia nei pazienti con tumore della vescica non responsivo a BCG, per i quali le opzioni terapeutiche sono poche o addirittura nulle. Questo studio di fase I, ci permetterà di acquisire ulteriori informazioni sulla sicurezza, tollerabilità ed efficacia di Oncofid-P-B per questa severa patologia tumorale».
«Oncofid-P-B è un’ulteriore conferma dell’impegno costante di Fidia nella ricerca e sviluppo di farmaci con acido ialuronico sempre più efficaci e sicuri – dichiara Carlo Pizzocaro, presidente e AD di Fidia Farmaceutici. – Questo, unito alla collaborazione con Centri ospedalieri all’avanguardia, potrebbe offrire ai pazienti affetti da carcinoma della vescica in situ che hanno fallito i trattamenti farmacologici attualmente disponibili, un’ulteriore opportunità terapeutica. Come azienda italiana, siamo molto orgogliosi di aver raggiunto questo risultato e continueremo ad impegnarci per trovare soluzioni terapeutiche a beneficio della salute del paziente».
In uno studio precedentemente pubblicato, condotto su 16 pazienti affetti dalla stessa patologia, Oncofid-P-B è stato somministrato una volta alla settimana per 6 settimane consecutive, a dosi variabili da 150 a 750 mg. In questo studio non è stata definita nessuna tossicità dose-limitante per nessuno dei dosaggi valutati. La concentrazione plasmatica del prodotto è risultata sempre al di sotto del limite minimo di rilevazione per tutti i dosaggi testati. Nove pazienti (56%) hanno pienamente risposto al trattamento. (The Journal of Urology® Vol. 185, 445-449, February 2011).
Paclitaxel e acido ialuronico (Oncofid-P-B)
Oncofid™ è un bio-coniugato composto da acido ialuronico (HA) e paclitaxel, molecola già nota per la sua attività anti-tumorale. Paclitaxel viene considerato un potenziale farmaco per il trattamento del tumore vescicale, ma la sua scarsa solubilità ne limita l’utilizzo. L’uso di un agente solubilizzante può indurre effetti collaterali, quali reazioni di ipersensibilità, e ridurre la frazione libera di farmaco. La coniugazione del paclitaxel con l’acido ialuronico rende il farmaco facilmente solubile migliorando la tollerabilità e permettendo schemi di trattamento più intensivi.
Il tumore della vescica in situ
Il cancro della vescica è uno delle più frequenti neoplasie a livello mondiale e la seconda a carico dell’apparato urinario. Nel 70-80% dei casi si presenta in forma non invasiva (in passato definita forma superficiale) che comprende anche la forma del carcinoma in situ. Questa forma, secondo le nuove linee guida internazionali, è inserita fra i tumori vescicali ad alto rischio.
Il CHMP dell’EMA ha espresso parere favorevole per ICS/LABA/LAMA in particelle extrafini in unico inalatore per la BPCO. La tripla associazione fissa formulata in particelle extrafini contenente tre principi attivi (ICS/LABA/LAMA) in un solo inalatore (Trimbow®) per la broncopneumopatia cronica ostruttiva è frutto della ricerca di Chiesi Farmaceutici.
Il parere favorevole del CHMP all’AIC di ICS/LABA/LAMA per la BPCO si basa su 12 studi che hanno dimostrato la capacità di prevenire le riacutizzazioni e migliorare i sintomi
Chiesi ha annunciato che il CHMP (Committee for Medicinal Products for Human Use) dell’EMA (European Medicines Agency) ha emesso parere positivo, raccomandando l’emissione dell’autorizzazione in commercio per la tripla associazione fissa extrafine ICS/LABA/LAMA con il nome commerciale Trimbow®, per la prima volta in un solo inalatore.
I pazienti affetti da BPCO hanno bisogni terapeutici non soddisfatti, come la riduzione del rischio di esacerbazioni. Queste, infatti, compromettono la qualità della vita, sono causa di ospedalizzazione e possono mettere il paziente in pericolo di vita. Inoltre la BPCO è una malattia progressivamente ingravescente e la terapia può richiedere continue intensificazioni. Ciò comporta il trattamento con più farmaci che, ad oggi, sono stati somministrati usando due o anche tre inalatori. La possibilità di assumere tre principi attivi che raggiungono sia le vie aeree centrali sia quelle periferiche (dove c’è l’infiammazione), usando un solo inalatore, rappresenta una sostanziale semplificazione nel trattamento dei pazienti con BPCO che può aumentare l’aderenza alla terapia.
Il parere del CHMP si basa su 12 studi di efficacia e sicurezza che hanno coinvolto oltre 7000 pazienti. Questi hanno dimostrato l’efficacia della tripla associazione fissa extrafine a:
prevenire le riacutizzazioni della Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva,
migliorare i sintomi della malattia quali dispnea e tosse,
migliorare la qualità della vita dei pazienti.
«L’opinione positiva del CHMP – sottolinea Paolo Chiesi vice presidente e direttore della Ricerca e Sviluppo del Gruppo Chiesi – è per noi un passo importante per mettere a disposizione la nostra Tripla ai pazienti affetti da Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO). La BPCO colpisce milioni di persone in tutta Europa e Chiesi è impegnata a sviluppare nuove opzioni terapeutiche che potrebbero aiutare a migliorare l’aderenza alla terapia per questi pazienti, e quindi ridurre il rischio di esacerbazioni, e allo stesso tempo migliorare la loro qualità di vita. È anche con questo obiettivo in mente che abbiamo sviluppato la tripla associazione fissa di ICS\LABA\LAMA».
Trimbow: ICS/LABA/LAMA in un solo inalatore per la BPCO
Trimbow è un’associazione fissa, per la prima volta in un solo inalatore, di:
beclometasone dipropionato (BDP), un corticosteroide per inalazione (Inhaled corticosteroids: ICS),
formoterolo fumarato (FF), un beta-2 agonista a lunga durata di azione (Long-acting β2-agonist: LABA),
glicopirronio bromuro (GB), un antimuscarinico a lunga durata di azione (Long-acting muscarinic antagonist: LAMA).
Trimbow sarà disponibile in pMDI (pressurized metered dose inhaler), uno spray da somministrare due volte al giorno e con l’indicazione approvata per il trattamento di mantenimento per i pazienti affetti da BPCO.
Studi clinici sulla combinazione ICS/LABA/LAMA
Il parere favorevole del CHMP all’AIC di ICS/LABA/LAMA per la BPCO si basa sui dai ottenuti da 12 studi di efficacia e sicurezza che hanno coinvolto oltre 7000 pazienti. Due di questi studi sono stati recentemente pubblicati su The Lancet:
TRILOGY è lo studio pubblicato su The Lancet [Singh D, Papi A, Corradi M, Montagna I, Francisco C, Cohuet G, Vezzoli S, Scuri M, and Vestbo J.. Single inhaler triple therapy versus inhaled corticosteroid plus long-acting β2 agonist for chronic obstructive pulmonary disease (TRILOGY): a double-blind, parallel group, randomised controlled trial. Accepted (2016) THELANCET-D-16-04974R1, S0140-6736(16)31354-X] e presentato al Congresso della European Respiratory Society (ERS) 2016 a Londra. Lo studio ha dimostrato per la prima volta che la tripla associazione fissa extrafine ICS/LABA/LAMA, sviluppata da Chiesi, è superiore alla terapia combinata a dose fissa ICS/LABA (uno dei trattamenti standard in questa patologia) su un ampio numero di parametri clinici, che includono le esacerbazioni e la funzione respiratoria mantenendo un alto profilo di sicurezza.
TRINITY, è lo studio pubblicato sul numero online del 3 Aprile, 2017, che dimostra per la prima volta la superiorità della tripla associazione fissa extrafine ICS/LABA/LAMA, sviluppata da Chiesi, sul LAMA tiotropio, uno dei trattamenti standard per la BPCO, basandosi su una serie di parametri clinici comprese le esacerbazioni e la funzione respiratoria.
Il parere positivo del CHMP è uno dei passaggi finali prima che la Commissione Europea conceda l’autorizzazione all’immissione in commercio.
La BPCO
La BPCO è una malattia respiratoria caratterizzata da una persistente ostruzione bronchiale, associata a un aumento della risposta infiammatoria cronica delle vie aeree a particelle o gas nocivi. I sintomi associati tipicamente alla BPCO sono: dispnea, tosse cronica ed espettorato cronico. In alcuni casi potrebbe verificarsi un peggioramento acuto di questi sintomi, con conseguente insorgenza di riacutizzazioni.
L’ostruzione bronchiale nei pazienti con BPCO è caratterizzata da un doppio meccanismo:
infiammazione delle piccole vie aeree, insieme all’ispessimento delle pareti delle vie aeree stesse e ad un aumento della resistenza al flusso d’aria,
progressiva distruzione del parenchima polmonare (enfisema), associata alla perdita di retrazione elastica del polmone.
I due meccanismi possono coesistere e provocare una riduzione del flusso d’aria globale attraverso i polmoni.
L’influenza è una virosi respiratoria che si manifesta con febbre, tosse, mal di testa, mal di gola, rinite e malessere. I virus responsabili di questo quadro appartengono alla famiglia delle orthomyxoviridae, genere orthomyxovirus di tipo A e di tipo B. È noto anche il tipo C che dà origine a un’infezione asintomatica o simile al raffreddore (di scarso rilievo epidemiologico). Per il tipo A esistono svariati ceppi che mutano rapidamente.
Invecchiamento della popolazione e rischio di complicanze da influenza
Gli orthomyxovirus hanno forma sferica di 80-120 nanometri di diametro con protuberanze sottili sulla superficie esterna chiamatespikes. Al loro interno si trovano gli antigeni di superficie: le emoagglutinine (H) e le neuraminidasi (N).
Il patrimonio genetico virale è acido ribonucleico (RNA). Questo comprende 8 frammenti distinti per i virus di tipo A e B, e 7 per il tipo C. Le lettere A, B e C individuano le caratteristiche degli antigeni interni del virus.
I virus dell’influenza possono essere classificati in base a:
tipo,
specie dalla quale il virus è stato isolato (questo dato è omesso per i ceppi isolati dall’uomo),
località dell’isolamento,
numero assegnato dal laboratorio,
anno di isolamento.
Per il virus A, si aggiunge il sottotipo indicato dagli antigeni di superficie H e N e dal loro numero. Poiché H e N possono associarsi causalmente fra loro, è possibile un grande numero di combinazioni. Neivirus di tipo Bnon sono conosciuti sottotipi distinti nell’ambito delle loro proteine di superficie H e N.
I virus di tipo B e C hanno come unico serbatoio l’uomo; quelli di tipo A possono infettare altri animali.
Variabilità del virus dell’influenza
I virus influenzali hanno una marcata tendenza a mutare, cambiando le proteine di superficie. Questo non consente a chi ha subito l’infezione influenzale di acquisire immunità. I meccanismi alla base della variabilità dei virus dell’influenza sono la deriva antigenica e lo spostamento antigenico:
la deriva antigenica (antigenic drift) è la variazione graduale della sequenza aminoacidica. Avviene nei virus di tipo A e di tipo B e rende irriconoscibili gli antigeni alla maggior parte degli anticorpi. La maggior parte degli individui diventa così suscettibile al nuovo ceppo che diventa responsabile delle epidemie stagionali;
lo spostamento antigenico (antigenic shift) è l’introduzione nell’uomo di un sottotipo virale con antigene di superficie (H e/o N) fino a quel momento assente nelle infezioni umane. Poiché riguarda gli antigeni di superficie, avviene soltanto nel tipo A. È causato dal riassortimento tra virus umani e non-umani oppure alla trasmissione diretta di virus animali all’uomo.
Storia dell’influenza
Il termine influenza, usato anche nei paesi anglosassoni, deriva dal latino influentia e può essere correlato all’astrologia. Infatti, nell’antica Roma si pensava che la comparsa delle epidemie influenzali fosse legata a una congiunzione sfavorevole delle stelle. Tuttavia la storia dell’influenza comincia già qualche secolo prima di Cristo. Il primo “reperto” storico della malattia viene fatto risalire alla peste di Atene del 430 a.C. L’elevata mortalità riscontrata durante la pestilenza sarebbe legata, secondo le teorie più recenti, a un’epidemia influenzale gravissima complicata da sovrainfezioni batteriche risultate poi mortali.
La prima pandemia in Europa si è registrata ufficialmente nel 1580. Da allora sono state descritte altre 31 pandemie. Le più gravi si sono verificate nel 1743, nel 1889-90, nel 1918-19 (la cosiddetta spagnola, provocata dal virus A sottotipo H1N1), nel 1957 (l’asiatica causata dal virus AH2N2) e nel 1968 (la Hong-Kong, provocata dal virus AH3N2).
Secondo i dati epidemiologici, alla spagnola va il triste record della mortalità, con oltre 20 milioni di decessi. Meno pesanti, sotto il profilo della mortalità, sono state invece l’asiatica e l’Hong-Kong, che pure hanno interessato decine di milioni di persone in tutto il mondo.
Nonostante queste osservazioni storiche, la maggior parte degli studi sull’influenza ha preso il via con l’isolamento del primo virus umano. Questo è avvenuto nel 1933 e ha reso possibili i successivi studi che hanno consentito di ottenere un profilo preciso e circostanziato dei flussi influenzali.
Cenni epidemiologici dell’influenza stagionale
A livello globale, l’influenza (o influenza stagionale) colpisce ogni anno tra il 10% e il 20% della popolazione.
Il rischio di contrarre l’infezione non è omogeneo tra diverse classi di età: l’incidenza cumulativa decresce con l’età. Ad esempio, ogni anno, il 20-30% dei bambini è colpito da un virus influenzale, mentre negli adulti tale proporzione scende al 5-10%.
Gli anziani e i soggetti fragili con fattori di rischio patologici (malattie croniche) o fisiologici (gravidanza) sono maggiormente interessati da complicanze gravi, ospedalizzazioni e decessi. Infatti, rispetto agli adulti di età <65 anni, gli ultra-sessantacinquenni colpiti dall’influenza hanno un rischio 4,7 volte maggiore di essere ospedalizzati e 3 volte maggiore di morire per qualsiasi causa.
Il decadimento del sistema immunitario negli anziani (immunosenescenza) e il sistema immunitario ancora immaturo nei bambini piccoli, espongono queste due classi di età a un maggior rischio di contrarre l’influenza.
L’OMS stima che ogni anno 250.000-500.000 persone muoiono a causa dell’influenza e la maggior parte di queste morti evitabili si registra tra gli ultrasessantacinquenni (fonte WHO).
In Europa, sono circa 40.000 all’anno le morti premature per influenza secondo le stime del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC).
In Italia, l’influenza è ancora oggi la terza causa di morte per patologia infettiva, preceduta solo da AIDS e tubercolosi. Secondo i dati InfluNet, nel nostro Paese ogni anno si registrano da 5 a 8 milioni di casi di sindrome influenzale (8 milioni negli anni di picco). L’incidenza è di 3,5 casi per 1.000 a settimana (da 5 a 14 nei periodi di picco). Mediamente circa 8.000 decessi si verificano durante la stagione influenzale. Una gran parte di essi è attribuibile all’influenza; di questi il 90% riguarda soggetti di età superiore ai 65 anni.
Invecchiamento della popolazione e rischio di complicanze da influenza
L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) prevede che, tra il 2000-2040, nei Paesi industrializzati la quota delle persone con più di 65 anni passerà dal 13,8% al 25,6% e gli ultra-ottantenni dal 3,1% al 7,7%.
In Italia, la percentuale della popolazione anziana dovrebbe aumentare dal 18,1% al 33,7% (nel 2040 sarà inferiore solamente al 35,3% del Giappone). Gli ultra-ottantenni passeranno dal 4% al 10% della popolazione totale, percentuale inferiore soltanto a quelle di Giappone (4,1%) e Svizzera (11,1%).
Oggi in Italia, la popolazione anziana (≥ 65 anni di età) rappresenta il 22,04%. La domanda di servizi sanitari proviene soprattutto da questa fascia di popolazione. La speranza di vita alla nascita risulta tra le più alte nel mondo (84,7 anni per le donne e 80,1 anni per gli uomini).
Tasso di ospedalizzazione e morti causate da influenza sono in assoluto più frequenti nella popolazione anziana (circa il 90% delle morti collegate all’influenza si verifica negli anziani). È stato stimato, in media, che negli anziani più dell’83% delle morti correlate all’influenza sia causata dal virus A (A/H3N2 e A/H1N1).
La probabilità cresce se sono presenti malattie concomitanti come diabete, patologie del sistema immunitario, cardiovascolari e respiratorie. Queste rappresentano fattori di rischio che possono facilitare lo sviluppo delle infezioni virali. In Italia (dati Istat 2015) il 74,8% delle persone di età compresa tra i 65 e i 74 anni soffre di almeno una patologia cronica.
Le complicanze dovute all’influenza e riscontrate maggiormente in età geriatrica sono:
polmonite batterica secondaria, principale causa di morbilità e mortalità correlate all’influenza nell’anziano. Si caratterizza per la comparsa, dopo un transitorio miglioramento dei sintomi influenzali, di recidiva della febbre e tosse con escreato purulento. Anche in questo caso, nell’anziano la presentazione clinica è spesso atipica (confusione mentale, dolore toracico e febbre);
bronchite e altre complicanze a carico del tratto respiratorio;
complicanze cardiovascolari,
danni renali,
complicanze a carico del sistema nervoso centrale,
il peggioramento di patologie croniche concomitanti (come la broncopneumopatia cronica ostruttiva o BPCO, le cardiopatie croniche e il diabete),
Daiichi Sankyo annuncia l’arruolamento dei primi pazienti nel trial ELIMINATE AF per studiare edoxaban per il trattamento della fibrillazione atriale nei pazienti sottoposti ad ablazione transcatetere.
Edoxaban per la fibrillazione atriale in pazienti sottoposti ad ablazione transcatetere viene valutato nello studio ELIMINATE-AF
«L’ablazione transcatetere come trattamento per la fibrillazione atriale è eseguita frequentemente nella pratica clinica grazie ai suoi effetti positivi sui sintomi della patologia e sulla qualità della vita dei pazienti che ne sono affetti; tuttavia, essa è anche associata a un significativo rischio tromboembolico durante e dopo la procedura – ha spiegato il principale autore dello studio, Stefan Hohnloser, professore di Medicina e Capo dipartimento di Elettrofisiologia alla Johann Wolfgang Goethe University di Francoforte – ELIMINATE-AF analizzerà quindi l’uso di edoxaban per una terapia di anticoagulazione ininterrotta richiesta da questa procedura, applicando il trattamento allo stato dell’arte, in accordo con le più recenti linee guida».
Lo studio ELIMINATE-AF su edoxaban per la fibrillazione atriale in pazienti sottoposti ad ablazione
ELIMINATE-AF (EvaLuatIon of Edoxaban coMpared with VKA IN subjects undergoing cAThEter ablation of non-valvular Atrial Fibrillation) è uno studio prospettico di fase IIIb, randomizzato a gruppi paralleli, in aperto con endpoint cieco, che valuterà l’efficacia e la sicurezza di edoxaban in monosomministrazione giornaliera, rispetto agli antagonisti della vitamina K, in pazienti affetti da fibrillazione atriale e sottoposti a procedura di ablazione transcatetere.
L’obiettivo primario del trial è quello di confrontare descrittivamente l’incidenza del composito di tutte le cause di morte, ictus (ischemico, emorragico o indeterminato) e, anche come endpoint primario di sicurezza, i sanguinamenti maggiori (secondo la definizione ISTH) nel gruppo trattato con edoxaban e in quello trattato con antagonisti della vitamina K, dalla fine della procedura fino al novantesimo giorno/fine del trattamento.
Per questo studio saranno arruolati circa 560 pazienti da 75 centri distribuiti tra Europa, Canada e Asia. I soggetti saranno randomizzati per ricevere edoxaban o AVK nei 21 giorni pre- e nei 90 giorni post- procedura di ablazione transcatetere.
Prima dell’ablazione transcatetere, tutti i pazienti saranno sottoposti a ecocardiografia transesofagea per escludere trombi atriali e minimizzare così il rischio di ictus.
Edoxaban sarà utilizzato nel dosaggio approvato per la prevenzione dell’ictus nella fibrillazione atriale in accordo con le indicazioni di ciascun Paese. Inoltre, nei centri coinvolti, saranno adoperati apparecchi di risonanza magnetica con diffusione RM pesata, per individuare eventuali lesioni cerebrali latenti, successive alla procedura. Per maggiori info:.
In Italia, si stima che siano oltre un milione le persone con infezione da HCV, delle quali appena 300.000 diagnosticate. L’epatite C è pertanto considerata una questione prioritaria di salute pubblica e, come tale, richiede un approccio sinergico che associ trattamento dei pazienti e attività per promuovere la prevenzione e la diagnosi del sommerso.
Diffusione dell’HCV nel mondo (fonte EpaC)
«L’epatite C colpisce circa l’1-2% della popolazione mondiale: circa 150 milioni di individui infetti – dichiara Stefano Fagiuoli, direttore Unità Complessa di Gastroenterologia, Epatologia e Trapiantologia – ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo. – Alcune stime indicano come possano essere circa un milione i soggetti infetti dal virus HCV in Italia; tuttavia il dato reale risulta difficile da quantificare per mancanza di dati epidemiologici validi. L’unico dato verificato riporta che i pazienti formalmente seguiti e registrati dai Centri specializzati di cura siano circa 300.000, dei quali 75.000 già trattati; mentre non è possibile quantificare il sommerso. Ogni anno si verificano nel nostro Paese quasi 1.000 nuovi casi di infezione HCV».
Ridefinizione dei criteri di rimborsabilità dei farmaci innovativi per l’epatite C cronica fissati dall’AIFA
L’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha ridefinito i criteri di rimborsabilità dei farmaci innovativi per l’epatite C cronica, ampliando così le possibilità di accesso alle terapie di ultima generazione e attivando i Registri per il monitoraggio.
I nuovi criteri di trattamento sono stati definiti in collaborazione con le Società Scientifiche e le associazioni dei pazienti, e sono condivisi con la Commissione Tecnico Scientifica. Grazie a questi, tutti gli infetti da Epatite C saranno presi in carico e trattati gratuitamente secondo le liste d’attesa definite e gestite dai Centri regionali abilitati. Il Servizio Sanitario Nazionale si fa interamente carico del costo dei nuovi farmaci. L’AIFA ha negoziato con le aziende farmaceutiche prezzi inferiori alla media dei Paesi Europei, anche in virtù dell’elevata prevalenza della patologia in Italia.
«Con l’ampliamento dei criteri di accesso ai farmaci innovativi cambia tutto – dichiara Ivan Gardini, presidente EpaC Onlus – se prima avevamo barriere di accesso e i farmaci venivano offerti e rimborsati dal SSN solo a metà dei pazienti con epatite C che ne avevano diritto, da aprile 2017 tutti i pazienti possono aver accesso alla loro terapia e ottenere dal proprio medico curante l’indicazione su quando verranno messi in trattamento, grazie alle liste d’attesa nelle quali saranno inseriti, liste d’attesa più o meno lunghe a seconda del centro di cura. Questo è il primo passo verso la normalità».
Benefici dei nuovi criteri di rimborsabilità dei farmaci innovativi per l’epatite C cronica
Negli ultimi anni, diverse aziende farmaceutiche sono riuscite a offrire farmaci che consentono un successo terapeutico in oltre il 95% dei casi. Sono farmaci caratterizzati da:
elevata efficacia,
elevata sicurezza (pochi effetti collaterali)
cicli di cura molto brevi, di sole 8-12 settimane (fino a 48, a seconda del quadro clinico del paziente),
somministrazione orale
elevata tollerabilità, a differenza dei regimi precedenti che includevano il temuto interferone.
Rendere gratuiti questi farmaci per tutti i pazienti significa evitare le fughe all’estero (soprattutto in India) per ottenere cure a un prezzo più basso rispetto ai circa 45mila euro a ciclo richiesti in Italia.
Prospettive verso l’eradicazione dell’epatite C
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha posto come obiettivo da raggiungere entro il 2030 il controllo delle epatiti virali. Un traguardo ambizioso che potrà essere centrato attraverso la riduzione del 90% dei nuovi casi di epatite B e C, trattando l’80% dei pazienti eleggibili per il trattamento e riducendo del 65% i decessi legati alle epatiti. In questo contesto si colloca il Piano Nazionale per l’eradicazione dell’HCV voluto dall’Agenzia Italiana del Farmaco e dal Ministero della Salute che prevede di trattare 80.000 persone all’anno nei prossimi tre anni.
«Gli sforzi d’ora in avanti dovranno concentrarsi sull’eliminazione dell’epatite C, secondo le indicazioni OMS. Tale obiettivo potrà essere raggiunto soltanto associando l’azione di trattamento di tutti i casi conosciuti con l’azione di case finding per individuare quanto possibile i casi di infezione sommersa. Inoltre, dovrà essere organizzata e strutturata un’attenta e decisa politica per trattare la maggior parte della popolazione ad elevato rischio di trasmissione HCV. Si tratta di una grande sfida organizzativa, che dovrà essere caratterizzata non solo da un elevato livello di sostenibilità ed efficienza sociale, ma anche da un elevato profilo etico e credo che il ‘sistema Italia’ in questo caso abbia dato ampia prova di capacità, efficienza e credibilità.» – spiega Stefano Fagiuoli.
«Quanto tale cambiamento influirà sullo scenario futuro lo vedremo, così come vedremo se l’eliminazione dell’epatite C è un obiettivo primario per le Regioni nei loro Piani sanitari. Noi non possiamo che auspicare che le Regioni ripensino alle strutture ricettive che possono prendere in cura i pazienti. I modi per farlo sono di diverso tipo: rinforzare i Centri esistenti, nominare nuovi Centri o ripensare a tutta la rete di cura secondo il modello hub&spoke. Per adesso siamo all’anno zero di un vero piano di eliminazione dell’epatite C» aggiunge Ivan Gardini.
L’introduzione dei farmaci antivirali diretti (DAA) di seconda generazione e la personalizzazione del trattamento
La personalizzazione del trattamento rappresenta un ulteriore aspetto cruciale del percorso verso l’eliminazione dell’epatite C. Questo è reso possibile anche grazie all’introduzione di antivirali diretti (DAA) ancora più potenti ed efficaci.
Le persone con Epatite C, infatti, non sono tutte uguali e, proprio nell’ottica di una gestione ottimale del paziente, queste differenze devono emergere e diventare centrali nella scelta terapeutica. I bisogni terapeutici specifici per ogni individuo dipendono non solamente dal genotipo, ma anche da comorbidità, co-infezione HCV-HIV, cirrosi, precedenti fallimenti del trattamento.
Diffusione dell’epatite C nel mondo
Ivan Gardini illustra la situazione:
«Nel mondo si stima che siano circa 170 milioni le persone che soffrono di epatite C cronica (Ghany, M. et al. AASLD Practice Guidelines: Diagnosis, Management and Treatment of Hepatitis C: An Update. Hepatology 2009, 49, 4: 1335-1374), di cui intorno ai 15 milioni in Europa (WHO – Hepatitis C Guide) e altrettanti negli Stati Uniti: più del 3% della popolazione globale. I decessi causati nel mondo da complicanze epatiche correlate all’HCV sono più di 350.000 ogni anno (WHA – Hepatitis B and C: Risk, Prevention and Treatment)».
«Sebbene l’infezione da HCV sia endemica, la sua distribuzione geografica varia considerevolmente: l’Africa e l’Asia sono le aree di maggiore prevalenza, mentre in America, Europa occidentale e settentrionale e Australia la malattia è meno presente. Negli ultimi 20 anni l’incidenza è notevolmente diminuita nei Paesi occidentali, per una maggior sicurezza nelle trasfusioni di sangue e per il miglioramento delle condizioni sanitarie; tuttavia, in Europa l’uso di droghe per via endovenosa è diventato il principale fattore di rischio per la trasmissione di HCV» – continua Ivan Gardini.
Diffusione dell’epatite C in Italia
In Italia stime recenti collocano il numero di malati di epatite C tra un minimo di 250.000 a un massimo di 600.000.
“Di questi, si ritiene che il 20% non sappia di esserlo.» – afferma Salvatore Petta, Sezione di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Palermo.
L’infezione, infatti, rimane silente per molti anni. In questo tempo il virus, però, danneggia l’organismo e spesso, quando si arriva alla diagnosi, la malattia è già in fase avanzata.
«L’obiettivo dell’eliminazione del virus dal nostro Paese – prosegue Petta – non potrà essere raggiunto fino a quando anche queste “sacche” di malati (pazienti presso i SERT, detenuti, coinfetti) non verranno curate. Allo stato attuale non serve uno screening di massa ma un’azione in sinergia con i medici di medicina generale per individuare i soggetti suscettibili, capire le ragioni di un eventuale rifiuto delle terapie in passato e spiegare i progressi medici compiuti».
«L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di persone positive al virus dell’epatite C. Circa il 2% della popolazione italiana è entrata in contatto con l’HCV e il 55% dei soggetti con HCV è infettata dal genotipo 1 (Dati EpaC). Nel nostro Paese i portatori cronici del virus sono circa 1,6 milioni, di cui oltre 300.000 cirrotici. Più di 20.000 persone muoiono ogni anno per malattie croniche del fegato (due persone ogni ora). Nel 65% dei casi, l’epatite C risulta causa unica o concausa dei danni epatici. Il Sud è il più colpito: in Campania, Puglia e Calabria, per esempio, nella popolazione ultra settantenne la prevalenza dell’HCV supera il 20% (Dati EpaC)» – precisa Ivan Gardini.
Diffusione dei vari genotipi di HCV in Italia
«In Italia – aggiunge Stefano Fagiuoli – il genotipo 1b (GT 1b) è quello più diffuso con percentuali anche del 55%. Il genotipo 1a (GT 1a) non supera il 14-16%. I nuovi antivirali diretti garantiscono un successo terapeutico stabilmente oltre il 95%. Inoltre, si è osservata una inversione di quelli che erano considerati i genotipi difficili. Oramai, infatti, il genotipo 1 è diventato il più semplice da eradicare. Il genotipo 3 è stato per questa prima fase il più complesso, con tassi iniziali di risposte dell’80-85%, inferiori anche del 10-15% a quelle osservate nel genotipo 1».
La piattaforma Italiana per lo studio della Terapia delle Epatiti ViRali
In Italia è attivo lo studio PITER (Piattaforma Italiana per lo studio della Terapia delle Epatiti ViRali). Aderisce allo studio la stragrande maggioranza dei Centri epatologici ed infettivologici italiani. Grazie ad esso, è stato possibile stratificare la diffusione dei vari genotipi per:
La personalizzazione della terapia per l’epatite C, che deve tenere conto delle differenze individuali tra i pazienti oltre che del genotipo del virus, è facilitata dall’uso dei farmaci antivirali diretti. Tra questi, la combinazione elbasvir/grazoprevir ha confermato, anche negli studi real life, un buon profilo di efficacia e tollerabilità in diverse popolazioni di pazienti nell’ambito dei genotipi 1 e 4.
La disponibilità di terapie sempre più potenti ed efficaci consente oggi la personalizzazione della terapia per l’epatite C per rispondere ai diversi bisogni terapeutici di ciascun paziente
Le condizioni che possono complicare il quadro clinico dei pazienti con HCV sono moltissime e richiedono cautela nella definizione della terapia. Comprendono, ad esempio, cirrosi, co-infezione HCV-HIV, comorbidità di differenti entità, precedenti fallimenti del trattamento.
«L’epatite C cronica presenta una progressione diversa nelle persone colpite, ben descritta dal grado di fibrosi raggiunto dal fegato – dichiara Massimo Galli, professore ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano. – Vi è quindi una sensibile differenza tra le persone in cui la malattia ha causato un modesto grado di fibrosi e quelle che hanno già una franca cirrosi epatica. Il virus responsabile presenta una marcata variabilità e diversi genotipi, ciascuno dei quali può essere combattuto più o meno efficacemente dai farmaci o dalle combinazioni di farmaci oggi disponibili».
«L’infezione da virus dell’HCV è di per sé causa o fattore favorente di danno a numerosi organi e apparati, è ad esempio associata a maggior rischio di sviluppare diabete o malattie cardiovascolari. Il danno renale è frequente e può condizionare la scelta dei farmaci antivirali da usare, perché alcuni di essi non sono utilizzabili in caso di sofferenza renale – continua Massimo Galli. – Esistono poi situazioni di incompatibilità con alcuni antivirali dati dalla assunzione di farmaci per malattie concomitanti. Ad esempio, le persone con infezione cronica da HCV assumono frequentemente, per problemi gastrici, farmaci antiacidi o inibitori dei recettori H2 che possono interferire con l’azione di alcuni DAAs».
«Altro caso tipico di possibile interferenza con altri farmaci è rappresentato da alcuni antiretrovirali assunti dalle persone con HIV infettate anche da HCV, che possono entrare in conflitto con alcuni DAAs. Lo stesso può accadere nelle persone che assumono antagonisti degli oppiacei. Uno dei contesti potenzialmente più “difficili” in cui trattare con successo è rappresentato anche dalle persone in cui precedenti tentativi di trattamento antivirale sono falliti» – spiega Massimo Galli.
Le differenze tra le persone con epatite C devono emergere e diventare centrali nella scelta terapeutica, secondo un approccio personalizzato.
La personalizzazione del trattamento rappresenta, infatti, il fulcro del percorso verso l’eliminazione dell’epatite C.Questo obiettivo è sempre più vicino anche grazie all’introduzione di antivirali diretti (DAAs) ancora più potenti ed efficaci.
«I risultati ottenuti con i DAAs contro il virus HCV sono in generale molto buoni. Il risultato può tuttavia essere sempre meglio garantito da una terapia “personalizzata”, più adatta al singolo caso, il che rende utile poter disporre del maggior numero possibile di opzioni terapeutiche» – afferma Massimo Galli.
Inoltre, l’ampliamento dei criteri di accesso da parte di AIFA ha fatto emergere nuove prospettive di cura per diverse popolazioni di pazienti.
Elbasvir/grazoprevir
Elbasvir/grazoprevir (Zapatier®), sviluppata da MSD,combina in un’unica compressa due DAAs che inibiscono due proteine essenziali per la replicazione virale:
elbasvir (50 mg), inibitore della proteasi NS5A del virus HCV,
grazoprevir (100 mg), inibitore della proteasi NS3/4A.
La combinazione è attiva specificamente contro i genotipi 1 e 4 del virus HCV.
Lo schema terapeutico del farmaco è una compressa a dose fissa, una volta al giorno, senza restrizioni di cibo, per 12 settimane di trattamento nella maggior parte dei pazienti, senza ribavirina. In alcune categorie di pazienti deve essere considerato un regime di terapia con elbasvir/grazoprevir più ribavirina di 16 settimane.
Non si evidenzia alcuna interazione farmacologica clinicamente significativa con i più comuni farmaci utilizzati (es. inibitori di pompa protonica). Inoltre, il regime di trattamento non richiede aggiustamento del dosaggio nei casi di insufficienza renale.
Elbasvir/grazoprevir ha ottenuto l’A.I.C. dalle autorità regolatorie di Canada e USA a gennaio 2016 e luglio dall’EMA a luglio 2017.
In Italia, il regime è stato ammesso alla rimborsabilità dal Sistema Sanitario Nazionale, con decreto di autorizzazione dell’AIFA a partire dal 3 febbraio 2017 (data di pubblicazione in G.U.). Il regime posologico approvato a base di elbasvir/grazoprevir prevede “Una compressa una volta al giorno nella maggior parte dei pazienti per 12 settimane senza ribavirina”, con o senza cirrosi compensata per il trattamento dell’epatite C cronica sostenuta da HCV genotipo 1 oppure 4.
Il farmaco ha ottenuto anche il riconoscimento del profilo di innovatività.
Gli studi su elbasvir/grazoprevir
La sicurezza e l’efficacia di elbasvir/grazoprevir sono state valutate in un programma di studi clinici su più di 2.300 soggetti con epatite C cronica.
L’endpoint primario di efficacia in tutti gli studi era la SVR12 (risposta virologica sostenuta a 12 settimane dopo il completamento della terapia, considerata “cura virologica” basata sui livelli non rilevabili di HCV RNA).
Negli studi clinici ha permesso di ottenere SVR12 nelle seguenti percentuali:
95,8% dei pazienti mai trattati prima cirrotici o meno,
96% delle persone coinfettate con HIV,
94% dei pazienti trattati con antagonisti degli oppiacei,
99% dei casi con danno renale,
99% dei pazienti con infezione HCV GT1b trattati con elbasvir/grazoprevir per 12 settimane senza ribavirina. (Reference studio C-EDGE TN SVR12 99% nel G1b e studio C-EDGE TE SVR12 100% nel G1b sempre con 12 settimane di trattamento),
95% dei pazienti con infezione cronica da HCV GT1 naive al trattamento (299 pazienti su 316 nello studio C-EDGE TN overall),
92% dei pazienti experienced al trattamento in 12 settimane senza ribavirina (97 pazienti su 105 nello studio C-EDGE TE overall),
100% dei pazienti con G1b experienced (studio C-EDGE TE overall),
94% dei pazienti con infezione cronica da HCV GT4 con elbasvir/grazoprevir per 12 settimane senza ribavirina,
100% dei pazienti con infezione cronica da HCV GT4 con elbasvir/grazoprevir più ribavirina per 16 settimane.
«In uno studio retrospettivo condotto dal US Department of Veterans Affairs (VA) comprendente 2.436 pazienti ambulatoriali con HCV trattati con elbasvir/grazoprevir al di fuori degli studi clinici, il risultato terapeutico è stato raggiunto nel 95,6% dei casi e, se si escludono i pazienti che non hanno completato il trattamento o che non hanno risposto per motivi indipendenti dal farmaco, nel 97%» – aggiunge Massimo Galli.
«Il trattamento ha avuto successo nel 96% dei cirrotici, nel 93% di coloro in cui terapie precedenti avevano fallito, in oltre il 96% dei nefropatici, anche nei più gravi, in quasi il 99% degli HIV positivi e in oltre il 94% dei pazienti con elevata viremia basale da HCV. Anche il sottotipo 1a, il più “difficile”, è stato debellato in oltre il 93% dei casi».
L’obiettivo eliminazione è dunque sempre più vicino, ma potrà essere raggiunto solo attraverso la partnership tra tutti i portatori di interesse coinvolti nella lotta all’HCV. Tra questi, le aziende.
L’impegno di MSD nell’eradicazione dell’epatite C
MSD da quasi un trentennio è impegnata contro l’epatite C, e da oltre 125 anni contro le malattie infettive. Ha collaborato con Istituzioni, pazienti, medici e scienziati che per anni hanno lavorato all’implementazione di elbasvir/grazoprevir. Tutto questo lavoro è stato premiato. L’ultimo riconoscimento in ordine temporale è stato insignito dall’American Chemical Society (la Società scientifica più vasta al mondo) proprio agli scienziati che hanno sviluppato la combinazione elbasvir/grazoprevir, premiati come Heroes of Chemistry, in virtù del fatto che, con la loro invenzione, avrebbero “determinato significativi miglioramenti nella vita delle persone”.
«Nel settore farmaceutico, il valore di un’azienda si misura anche con l’impatto che i suoi prodotti e servizi hanno nella vita delle persone – dichiara Nicoletta Luppi, presidente e amministratore delegato MSD Italia. – Da anni lavoriamo per questo, supportando la ricerca e condividendo gli sforzi con istituzioni, pazienti e comunità scientifica, con l’obiettivo di mettere a disposizione soluzioni terapeutiche efficaci, semplici e sostenibili. È il nostro compito ed è quello per cui continueremo a lavorare».
Interferone alfa 2-b e il processo di pegilazione dell’interferone
Per quanto riguarda l’HCV, nei laboratori MSD sono stati messi a punto l’interferone alfa 2-b, la prima vera arma a disposizione contro l’infezione da Epatite C cronica, autorizzata nel 1991, a soli due anni dall’identificazione dell’HCV, e il primo processo di pegilazione dell’interferone.
Inibitore della proteasi e la struttura tridimensionale della proteasi
Altra pietra miliare contro l’HCV firmata MSD è stato boceprevir, primo inibitore della proteasi, utilizzato per il trattamento dell’epatite C. Come già era avvenuto per la messa a punto degli inibitori della proteasi destinati al trattamento dell’HIV, anche nel caso di boceprevir la scoperta è stata molto facilitata dalla possibilità di visualizzare la struttura tridimensionale della proteasi. Questa conoscenza ha permesso di progettare in modo razionale farmaci in grado di inibire tale enzima. Inoltre conoscere queste strutture ha facilitato la comprensione dei fenomeni di resistenza alla terapia e la progettazione di molecole di nuova generazione.
Farmaci antivirali ad azione diretta
Tra i DAAs (farmaci antivirali ad azione diretta) abbiamo grazoprevir (MK-5172), un inibitore della proteasi di seconda generazione, in grado di agire anche contro le mutazioni del virus HCV ed elbasvir (MK-8742), un inibitore della polimerasi virale NS5A. Entrambe queste molecole hanno dimostrato di essere molto potenti e con un grande potenziale anche senza interferone e senza ribavirina.
Sono attualmente in corso studi di fase II-III sulla combinazione di grazoprevir e MK-3682 (inibitore della polimerasi NS5B) con un inibitore del complesso di replicazione NS5A, elbasvir o ruzasvir (MK-8408) nei pazienti con HCV GT1, GT2 e GT3.
I dati dello studio LEADER dimostrano che liraglutide riduce la mortalità nel diabete di tipo 2. Liraglutide è un agonista a lunga azione del recettore del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) sviluppato da Novo Nordisk.
Liraglutide oltre a controllare la glicemia riduce il rischio di danni al cuore e ai reni
Le percentuali della diminuzione sono state del 22% per cause cardiovascolari e del 15% per tutte le cause. Inoltre, liraglutide sembra ridurre il rischio di peggioramento della malattia renale del 22% nelle persone a elevato rischio cardiovascolare.
Questi risultati sono stati presentati al congresso nazionale di diabetologia, organizzato da AMD-Associazione Medici Diabetologi (Napoli 17-20 maggio 2017).
«Si tratta di risultati particolarmente importanti per la pratica clinica quotidiana – ha commentato Giuseppina Russo, ricercatore universitario e responsabile dell’Ambulatorio di Medicina delle Malattie Metaboliche, D.A.I. di Medicina Interna, AOU Policlinico Universitario di Messina, nella sua presentazione. – I dati, infatti, mettono in evidenza come liraglutide, oltre all’effetto atteso da parte di un farmaco antidiabete di riduzione della glicemia, contribuisca a prevenire, nel diabete di tipo 2, le complicanze cardiovascolari, la mortalità e a ridurre le malattie renali. Senza dimenticare che ha anche un significativo impatto sulla perdita di peso, un dato non indifferente in quanto molto spesso diabete, sovrappeso e obesità convivono, sostenendosi a vicenda».
Lo studio LEADER su liraglutide
Lo studio internazionale LEADER, condotto in 32 paesi, Italia inclusa, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, con impiego di placebo come controllo, è il primo studio di sicurezza cardiovascolare (CVOT) che ha dimostrato la riduzione del rischio cardiovascolare e del danno renale da parte di un agonista del recettore del GLP-1. Nello studio sono stati valutati gli effetti a lungo termine di liraglutide (al dosaggio di 1,8 mg) rispetto a placebo in 9.340 persone con diabete tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari per un periodo da 3,5 a 5 anni.
Sia il placebo sia il farmaco venivano somministrati in aggiunta alla terapia standard che consiste in modifiche dello stile di vita (dieta ed attività fisica), trattamenti ipoglicemizzanti e terapie cardiovascolari.
L’endpoint composito primario era costituito del verificarsi di decesso per cause cardiovascolari, infarto miocardico non fatale e ictus non fatale.
L’insorgenza o il peggioramento della malattia renale era parte degli endpoint secondari dello studio.
Nello studio, liraglutide nelle persone con diabete tipo 2 ha dimostrato la riduzione di:
rischio di morte per cause cardiovascolari (22%),
mortalità per tutte le cause (15%).
Nelle persone con diabete di tipo 2 a elevato rischio cardiovascolare, ha dimostrato la riduzione del rischio di peggioramento della malattia renale (22%).
Malattie cardiovascolari, insufficienza renale e diabete
Le malattie cardiovascolari, come infarto del miocardio e ictus, e l’insufficienza renale sono tra le più frequenti complicanze del diabete.
«La malattia cardiovascolare è la prima causa di morte nelle persone con diabete mellito: il 65% dei diabetici tipo 2 muore per cardiopatia ischemica o ictus. Un paziente diabetico adulto ha una probabilità doppia di soffrire di malattie cardiovascolari rispetto a un non diabetico. La nefropatia diabetica come causa di insufficienza renale terminale sta aumentando rapidamente: circa il 30-35% delle persone con diabete presenta complicanze renali nel corso della malattia» ha spiegato Giuseppina Russo.
È stata inoltrata domanda di registrazione integrativa all’FDA per rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera per il TEV.
Una volta approvato, rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera costituirà un’ulteriore opzione di dosaggio oltre a quella già approvata di rivaroxaban 20 mg in monosomministrazione giornaliera per ridurre il rischio di recidive di tromboembolismo venoso (TEV).
Avanzata la domanda di registrazione integrativa a FDA per rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera per il rischio di recidive di TEV
Bayer AG e Janssen Research & Development, suo partner nelle attività di sviluppo, hanno annunciato la presentazione alla Food and Drug Administration (FDA) della domanda di registrazione integrativa per comprendere nelle indicazioni di rivaroxaban il dosaggio di 10 mg in monosomministrazione giornaliera per la riduzione del rischio di recidiva di tromboembolismo venoso (TEV), dopo almeno sei mesi di terapia anticoagulante standard come ulteriore opzione terapeutica oltre a quella già approvata di rivaroxaban 20 mg in somministrazione unica giornaliera.
Rivaroxaban è un inibitore orale del Fattore Xa.
Lo studio EINSTEIN CHOICE
La domanda all’FDA è sostenuta dai risultati dello studio di Fase III EINSTEIN CHOICE. Questo studio ha dimostrato che sia il dosaggio di rivaroxaban da 10 mg sia quello da 20 mg, entrambi in monosomministrazione giornaliera, hanno ridotto in maniera significativa il rischio di recidiva di TEV rispetto ad acido acetilsalicilico (ASA) 100 mg in monosomministrazione giornaliera. Lo studio è stato condotto in pazienti che avevano precedentemente completato un periodo da 6 a 12 mesi di terapia anticoagulante per embolia polmonare (EP) o trombosi venosa profonda (TVP) sintomatica e che presentavano una incertezza terapeutica riguardo la necessità di prolungare il trattamento. Infatti, i pazienti con accertata necessità di continuare la terapia anticoagulante oltre i primi 6-12 mesi non sono stati compresi nello studio.
Entrambi i dosaggi di rivaroxaban hanno dimostrato percentuali basse di emorragia maggiore (principale esito di sicurezza) e comparabili a quelle di ASA.
I risultati dello studio EINSTEIN CHOICE sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine e inoltrati all’Agenzia Europea del Farmaco (EMA).
Ulteriori studi su rivaroxaban in real life
I risultati di EINSTEIN CHOICE vanno ad aggiungersi a quelli già raccolti nell’ambito del vasto programma di valutazione di rivaroxaban. Gli studi sul suo impiego in real life continuano a confermare che il suo profilo rischio-beneficio resta in linea con quello riscontrato negli studi clinici in pazienti che sono ad alto rischio di sviluppare trombi, causa di ictus e altre complicanze, mettendone a repentaglio la vita.
Specificatamente, i risultati di XALIA, studio osservazionale d’uso in contesti di vita reale che ha arruolato 5.142 pazienti con trombosi venosa profonda in 21 paesi, ha confermato il profilo di sicurezza ed efficacia riscontrato con rivaroxaban al dosaggio già approvato di 20 mg in monosomministrazione giornaliera in EINSTEIN DVT.
Lo studio di impiego nella vita reale XAMOS ha riaffermato il beneficio di rivaroxaban nel prevenire TEV a seguito di interventi di sostituzione dell’anca o del ginocchio dimostrato negli studi RECORD.
Inoltre, lo studio con evidenze d’uso nella vita reale REVISIT-US, che ha esaminato i dati di quasi 23.000 pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare, conferma la validità dell’uso di rivaroxaban per la prevenzione dell’ictus in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare. Questi dati completano i risultati dello studio di Fase III ROCKET AF e dello studio non-interventistico di Fase IV XANTUS.
L’impatto del tromboembolismo venoso
Il tromboembolismo venoso, che comprende trombosi venosa profonda ed embolia polmonare, ha un considerevole impatto a livello mondiale in quanto è la terza causa di mortalità per patologie cardiovascolari nel mondo, dopo infarto e ictus. Le attuali linee guida terapeutiche raccomandano la terapia anticoagulante per 3 mesi o più, in base al rapporto fra il rischio di recidiva di TEV e il rischio di emorragia.
«Un decesso su quattro, a livello mondiale, è causato da trombi. Visto il rischio di andare incontro a eventi gravi come ictus, embolia polmonare e trombosi venosa profonda per i soggetti a rischio di sviluppare trombi, gli anticoagulanti orali non-antagonisti della vitamina K sono un’opzione terapeutica di importanza vitale. Per i pazienti che hanno avuto un evento di TEV, il rischio di un altro evento aumenta sino al 10% nel primo anno se la terapia anticoagulante viene interrotta e al 20% a tre anni» – ha dichiarato Joerg Moeller, membro del Consiglio Direttivo della Divisione Pharmaceutical di Bayer AG e responsabile sviluppo.
Mylife™ YpsoPump® è un microinfusore di insulina caratterizzato dalla semplicità d’uso. Facilita al diabetico la gestione della malattia e favorisce un impiego più razionale delle risorse. L’introduzione del nuovo microinfusore di insulina in Italia potrà permettere di estendere la terapia di base con microinfusore fino al triplo di pazienti rispetto ai dispositivi più sofisticati e cost-consuming.
Il nuovo microinfusore di insulina in arrivo in Italia unisce semplicità d’uso a sostenibilità economica e potrà ampliare l’accesso alla microinfusione
Il primo microinfusore di insulina “economicamente sostenibile” è stato presentato al XXI Congresso AMD (Napoli 17-20 maggio 2017).
L’aumento dei diabetici tipo 1 e la disponibilità di device sempre più evoluti pongono i sistemi sanitari di fronte a una grande sfida: soddisfare la crescente richiesta di sistemi di microinfusione come opzione di scelta, con conseguente impatto sui costi, a fronte di budget limitati. Ma non sempre l’impiego delle moderne tecnologie nella gestione di malattie croniche ad alto impatto sociale comporta costi maggiori per la sanità pubblica e device più complessi per i pazienti. Lo dimostra il microinfusore di insulina mylife YpsoPump, con l’obiettivo di coniugare qualità di vita, appropriatezza e sostenibilità nella terapia del diabete tipo 1, fornendo una risposta concreta alle esigenze dei medici, delle persone diabetiche e dei sistemi sanitari.
«L’incremento della prevalenza e incidenza del diabete tipo 1 e le recenti innovazioni in campo tecnologico costringono ad affrontare il tema della sostenibilità futura nella gestione della patologia – afferma Giorgio Lorenzo Colombo, docente di Organizzazione Aziendale, Università degli Studi di Pavia, e direttore scientifico del Centro di ricerca S.A.V.E. Studi di Milano. – Le ultime analisi indicano una spesa media annua a paziente fino a oltre 5.000 euro considerando anche le complicanze della malattia, che hanno un notevole impatto clinico ed economico: solo un quarto circa dei pazienti, infatti, raggiunge gli obiettivi terapeutici. Nonostante l’infusione continua di insulina sia lo strumento d’elezione per ottenere un compenso metabolico ottimale, la sua diffusione nel nostro Paese è ancora ostacolata da evidenti problemi di budget».
«Per assicurare a tutti la migliore assistenza possibile, diventa fondamentale ragionare in termini di appropriatezza delle cure. L’offerta attuale di soluzioni sempre più complesse, come i sistemi dotati di sensore integrato (SAP), si associa a un aumento significativo dei costi, che impedisce l’accesso alla tecnologia a tanti pazienti desiderosi di passare dalle iniezioni multiple alla terapia con microinfusore. Molti diabetici, però, non necessiterebbero di sistemi di microinfusione tanto sofisticati – continua Giorgio Lorenzo Colombo. – Se i prescrittori avessero a disposizione dispositivi di qualità ma più essenziali, innovativi rispetto alla terapia multi-iniettiva, ma meno complessi e quindi meno costosi dei SAP, si potrebbe determinare un utilizzo più efficiente delle risorse e un ampliamento dell’accesso a cure costo-efficaci, riducendo così le complicanze e le relative ricadute economiche, a breve e lungo termine».
«Per una gestione più serena della sua patologia, la persona diabetica ha fondamentalmente tre desideri – rivela Albino Bottazzo, Presidente FAND-Associazione Italiana Diabetici. – In primo luogo, vorrebbe che i trattamenti fossero più equi e uniformi in tutta Italia, con centri di riferimento cui potersi affidare e modalità di rimborso uguali, a prescindere dalla Regione di residenza. Le tecnologie per la microinfusione di insulina, inoltre, dovrebbero essere più facilmente accessibili per i pazienti ancora in terapia multi-iniettiva, in funzione delle loro caratteristiche e delle necessità cliniche, determinate dal team diabetologico. Infine, il diabetico vuole condurre una vita normale, senza doversi occupare in modo intensivo della propria condizione, sentendosi malato: è quindi fondamentale che i device abbiano tra le loro caratteristiche la semplicità d’uso, oltre a costi compatibili con la situazione economica generale. La FAND si batterà sempre a tutela dei pazienti italiani, affinché queste aspirazioni possano concretizzarsi nella realtà quotidiana».
Il microinfusore di insulina mylife YpsoPump
Mylife YpsoPump garantisce il mantenimento di un elevato standard nella terapia insulinica, migliorando il controllo glicemico rispetto alla multi-iniettiva. È stato sviluppato dall’azienda Ypsomed ed è interamente realizzato in Svizzera.
Oltre all’affidabilità, i suoi punti di forza sono:
piccole dimensioni e peso di 83 grammi, batterie incluse,
touchscreen intuitivo con sole 7 icone,
praticità di ricarica, grazie alle cartucce di insulina pre-riempite,
di facile training,
compatibilità con numerosi glucometri,
set di infusione ruotabile a 360° che assicura una ampia libertà di movimento,
possibilità di ottimizzare le risorse economiche del 30-70%: potrebbe consentire di trattare con la microinfusione fino al triplo dei pazienti rispetto ai sistemi “full-optionals”, sicuramente utili per gruppi selezionati di utenti.
Dopo il lancio in Germania, Olanda, UK e Repubblica Ceca, Mylife YpsoPump sarà reso disponibile anche in Italia.
«Da sempre, Ypsomed è impegnata a trovare soluzioni innovative e sostenibili, in grado di supportare concretamente le persone diabetiche nel quotidiano – dichiara Peter Georg Haag, amministratore delegato e direttore generale di Ypsomed Italia. – Dopo il lancio, tre anni fa, della prima pompa-cerotto senza cateteri, oggi presentiamo un nuovo microinfusore che intende essere il nostro contributo per soddisfare le esigenze attuali dei Servizi Sanitari. Ci auguriamo che YpsoPump® possa rappresentare un’ulteriore opzione nell’ottica di individuare il device più adatto a quei pazienti che, pur non necessitando di tutte le funzioni dei sistemi complessi, attendono di poter passare dalle iniezioni multiple giornaliere al sistema di infusione continua di insulina, per migliorare la propria qualità di vita».
La terapia del diabete con microinfusore di insulina
Numerosi studi confermano che la terapia insulinica con microinfusore ha rivoluzionato negli ultimi decenni le cure, permettendo:
maggiore flessibilità,
migliore controllo del profilo glicemico,
riduzione del rischio di complicanze, quali seri episodi di ipoglicemia, problemi cardiovascolari, neuropatie, retinopatie e amputazioni.
Nonostante i vantaggi clinici finora documentati, il ricorso a questa tipologia di trattamento è ancora poco diffuso in Italia e disomogeneo tra le diverse Regioni. Il costo più elevato, il tempo necessario per la formazione del paziente e la mancanza di personale sono spesso fattori di ostacolo alla sua adozione.
«Rispetto alla modalità classica di somministrazione sottocutanea multi-iniettiva, la terapia intensiva con microinfusori continui di insulina (CSII) ha mostrato un miglior controllo glicometabolico in pazienti con diabete tipo 1 di lunga durata e una netta riduzione delle ipoglicemie – spiega Paolo Pozzilli, ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, direttore UOC Endocrinologia e Diabetologia, Università Campus Bio-Medico di Roma. – In Italia sono circa 12-14.000 le persone diabetiche trattate con microinfusore. Benché destinato ad aumentare, il dato è ancora molto basso se confrontato con gli altri Paesi europei, dove la terapia con CSII è seguita dal 5 al 15% dei pazienti, mentre negli USA la percentuale è vicina al 40%. Le tecnologie sviluppate negli ultimi anni hanno reso i dispositivi sempre più sofisticati, offrendo la possibilità di personalizzare la terapia in base alle caratteristiche della persona».
«Oggi abbiamo tre sistemi di microinfusione: quelli tradizionali, che consentono di regolare l’infusione basale con diverse velocità, secondo il momento della giornata; le pompe-cerotto senza cateteri, compatte e impermeabili, che si applicano sulla pelle e non devono essere scollegate in caso di sport o se si fa una doccia; i sistemi di monitoraggio glicemico continuo, con sensore sottocutaneo che rileva la concentrazione di glucosio nel liquido interstiziale del derma, impiegati in combinazione col microinfusore o integrati in esso. Più diventano complessi i sistemi di microinfusione, maggiore sarà l’impegno che richiederanno a livello economico e di addestramento. Disporre di varie opzioni, dalle più sofisticate a quelle più essenziali, a costi sostenibili, – conclude Paolo Pozzilli – consente al diabetologo di scegliere la soluzione più appropriata, in funzione delle reali esigenze del paziente, e rappresenta un’ulteriore opportunità per ampliare l’accesso alla microinfusione».