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Dai farmaci per l’ipocolesterolemia nuove prospettive in oncologia

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Uno studio sull’oncoproteina p53 mutata ha individuato:

  • il legame tra le anomalie meccaniche (rigidità) dei tessuti malati e l’aberrazione genetica che porta alla produzione della proteina p53 mutata,
  • il legame tra alterazioni metaboliche nella via del colesterolo e rigidità dei tumori

Le statine potrebbero rivelarsi utili per destabilizzare la p53 mutata, disinnescare il meccanismo indotto sul metabolismo delle cellule tumorali e, quindi, fermare il tumore stesso.

Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricerca coordinato da Giannino Del Sal dell’Università di Trieste e del Laboratorio Nazionale CIB dell’Area Science Park di Trieste. Ha goduto del sostegno dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC).

Dai farmaci per l'ipocolesterolemia nuove prospettive in oncologia: individuati i legami tra p53 mutata, rigidità del tessuto tumorale e via del colesterolo
Uno studio sull’oncoproteina p53 mutata apre la strada alla ricerca sull’effetto anti-tumorale di farmaci che colpiscono la via metabolica del colesterolo

La proteina p53 è uno dei più potenti onco-soppressori. Questa proteina però, se mutata, può trasformarsi in uno dei principali protagonisti della trasformazione maligna.

Lo studio dimostra che particolari condizioni fisiche del tessuto tumorale, come la durezza, la rigidità e la forte tensione che spesso caratterizzano i tumori più aggressivi, stabilizzano e stimolano l’attività della p53 mutata all’interno delle cellule maligne. Queste, così, non riescono più a tenere sotto controllo la p53 mutata che, quindi, si accumula e attiva un programma genetico in grado di stimolare:

  • la proliferazione,
  • la resistenza alle terapie,
  • l’invasione di altri tessuti.

La proteina p53 mutata dà quindi origine a un circuito che si auto-rinforza attraverso la riprogrammazione del metabolismo cellulare del colesterolo. Questo induce la cellula tumorale a rispondere agli stessi segnali meccanici dell’ambiente tumorale che stimolano l’accumulo di p53 mutata.

La via di sintesi del colesterolo è la stessa via metabolica che la proteina p53 mutata è in grado di attivare. Proprio alcuni prodotti intermedi di questa via si sono rivelati fondamentali per la stabilità della proteina p53 mutata e per la risposta della cellula tumorale alle condizioni fisiche dell’ambiente che la circonda. I farmaci che inibiscono il metabolismo del colesterolo, agendo su questo aspetto del metabolismo della cellula tumorale, potrebbero colpire e destabilizzare la p53 mutata, ristabilire le proprietà meccaniche del tessuto e fermare il tumore.

I dettagli dello studio

I tumori nascono da cellule sane dell’organismo nelle quali, a un certo punto della vita, insorgono mutazioni nel DNA in grado di causare forti stravolgimenti nei normali processi cellulari. Milioni di persone con tumore nel mondo presentano lo stesso tipo di alterazione genetica nei tessuti malati: mutazioni nel gene responsabile di uno dei più potenti soppressori dei tumori, la proteina p53. In moltissimi casi questi difetti non distruggono o inattivano la proteina p53, ma la modificano in uno dei principali protagonisti della trasformazione maligna. Le mutazioni, però, a volte non bastano. La p53 mutante è instabile e per questo non è visibile in tutte le cellule del tumore.

Come può, allora, questa pericolosa oncoproteina condizionare il comportamento cellulare e causare gli sconvolgimenti per i quali, da oltre 40 anni, è ben nota a tutti gli studiosi di cancro?

Da questo apparente dilemma hanno preso il via le ricerche condotte dal gruppo di ricerca di Giannino Del Sal, professore di Biologia Applicata dell’Università di Trieste e capo dell’Unità di Oncologia Molecolare del Laboratorio Nazionale CIB all’Area Science Park di Trieste. Le ricerche sono state possibili grazie al sostegno dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC).

Lo studio, pubblicato online dalla rivista scientifica internazionale Nature Cell Biology, ha permesso di svelare un aspetto cruciale e inedito di p53 e dei tumori: particolari condizioni fisiche del tessuto tumorale, come la durezza, la rigidità e la forte tensione che spesso caratterizzano i tumori più aggressivi, stabilizzano e stimolano l’attività della p53 mutata all’interno delle cellule maligne. Le cellule tumorali, infatti, reagiscono a questo genere di anomalie meccaniche attivando una catena di segnali biochimici all’interno della cellula che potenziano la p53 mutata, bloccando il sistema responsabile della sua distruzione. La cellula tumorale, così, non riesce più a tenere sotto controllo questa pericolosa proteina che, quindi, si accumula e attiva un programma genetico in grado di stimolare la proliferazione, la resistenza alle terapie e l’invasione di altri tessuti.

Meccanica tumorale, aumentato metabolismo e progressione della malattia

Per vivere in armonia le cellule dovrebbero sempre trovarsi in un ambiente adeguato, saper rilevare i segnali ambientali e rispondere a essi in maniera opportuna.

Nel cancro questo funzionamento equilibrato è stravolto:

  • la comunicazione tra cellule, malate e sane, non segue le regole;
  • circolano segnali non programmati e non regolati;
  • le proprietà fisiche dell’ambiente circostante cambiano;
  • l‘organizzazione strutturale si fa più rigida.

La ricerca in questo ambito, finora, si è concentrata prevalentemente sulla comprensione dei segnali chimici che, dall’esterno e dall’interno della cellula tumorale, determinano i comportamenti maligni più aggressivi. Negli ultimi anni, però, è emerso sempre più chiaramente che, accanto agli aspetti chimici, anche le proprietà fisiche e meccaniche della massa tumorale giocano un ruolo fondamentale.

«I tumori sono organi malati in cui sono alterati non solo i geni, le proteine e una varietà di processi cellulari, ma dove è anche sconvolta l’organizzazione strutturale del tessuto» spiega Del Sal. «Anche solo attraverso la palpazione, in molti tumori, è possibile percepire cambiamenti nella consistenza del tessuto e indurimenti. A causa della crescita della massa tumorale, infatti, all’interno del tessuto malato si generano deformazioni, zone di compressione e tensioni. Tutto questo può favorire ancor di più lo sviluppo e la progressione della malattia. Il problema per chi studia il cancro, quindi, è anche capire perché e in che modo questo tipo di anomalie concorra alla crescita tumorale e alla disseminazione delle metastasi, e come i loro effetti cooperino con quelli di altre aberrazioni».

Il lavoro di Del Sal e collaboratori ha affrontato proprio queste domande fondamentali e ha trovato un legame tra le anomalie meccaniche dei tessuti malati e l’aberrazione genetica più frequentemente riscontrata nei tumori, quella che porta alla produzione della proteina p53 mutata.

«Inoltre, aspetto importante del meccanismo tumorale che abbiamo messo in luce – precisa Del Sal – è che la proteina p53 mutata dà origine a un circuito che si auto-rinforza. Infatti, se da un lato i segnali meccanici dell’ambiente tumorale stimolano l’accumulo di p53 mutata, questa a sua volta è in grado di rafforzare la risposta della cellula agli stessi segnali attraverso la riprogrammazione del metabolismo cellulare del colesterolo».

Un approccio multidimensionale al problema

«Lo scenario è complesso – spiega Del Sal – e siamo riusciti a metterlo a fuoco soltanto grazie all’integrazione di diverse analisi. Abbiamo effettuato indagini di diversa natura, dalle vie molecolari attive all’interno della cellula maligna, allo stato fisico dei tessuti tumorali; inoltre abbiamo misurato l’espressione dei geni, la rigidità e la composizione della cellula tumorale e dell’ambiente circostante. Abbiamo effettuato lo screening di centinaia di composti chimici per trovare nuove molecole capaci di far scomparire la proteina p53 mutata dalle cellule tumorali e abbiamo analizzato, da un punto di vista biochimico, l’effetto delle molecole più promettenti sui complessi di proteine coinvolti nella degradazione della p53 mutata».

«Tra queste molecole c’erano anche le statine, i farmaci utilizzati contro l’ipercolesterolemia. Da lì ci siamo concentrati sulla via di sintesi del colesterolo, la stessa via metabolica che la proteina p53 mutata è in grado di attivare. Proprio alcuni prodotti intermedi di questa via si sono rivelati fondamentali per la stabilità della proteina p53 mutata e per la risposta della cellula tumorale alle condizioni fisiche dell’ambiente che la circonda. Infine le analisi al microscopio a forza atomica ci hanno permesso di studiare la rigidità delle cellule e dei tessuti tumorali e di mettere in relazione questo parametro con la presenza della proteina p53 mutata e con l’effetto dei farmaci che inibiscono il metabolismo del colesterolo» – aggiunge Del Sal.

Nuove prospettive per la cura dei tumori

È noto da tempo che i tumori hanno ritmi metabolici aumentati rispetto ai tessuti normali e che questo rappresenta un vantaggio cruciale per la loro sopravvivenza. Il legame tra alterazioni metaboliche nella via del colesterolo e rigidità dei tumori, però, era un legame fino a oggi sconosciuto e la sua scoperta apre nuove prospettive terapeutiche. Gli scienziati coordinati da Del Sal hanno, infatti, dimostrato in cellule isolate e animali di laboratorio che, agendo su questo aspetto del metabolismo della cellula tumorale, si riesce a colpire e destabilizzare la p53 mutata, a ristabilire le proprietà meccaniche del tessuto e a fermare il tumore. Ed è possibile farlo con farmaci già noti e in uso per altre malattie, come le statine.

Con questo traguardo Del Sal chiude un importante programma di ricerca in Oncologia Molecolare Clinica sostenuto da AIRC con le donazioni del 5 per mille e dedicato a uno dei sottotipi più aggressivi di tumore al seno, i tumori triplo-negativi.

«Conoscere a fondo la malattia è fondamentale per combatterla. Grazie ad AIRC io e il gruppo di scienziati e oncologi italiani che ho coordinato nell’ambito del programma abbiamo fatto moltissimi progressi nella comprensione di questa patologia, che ogni anno nel mondo colpisce milioni di persone. Non solo. Siamo riusciti a far arrivare al paziente parte di ciò che abbiamo imparato. C’è ancora molto da comprendere e da trasferire alla clinica, ma la scoperta pubblicata oggi, insieme ad altre realizzate nell’ambito di questo programma, ha fornito le basi scientifiche per avviare sperimentazioni cliniche, ancora in corso, che hanno l’obiettivo di studiare nelle pazienti con tumore al seno triplo negativo l’effetto anti-tumorale di farmaci che colpiscono la via metabolica del colesterolo» – conclude Del Sal.

Macchine packaging: il fatturato supera i 7 miliardi

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L’industria italiana dei costruttori di macchine per il packaging si appresta a chiudere un ulteriore anno in crescita. Secondo i dati pre-consuntivi del Centro Studi di Ucima (Unione Costruttori Italiani Macchine Automatiche per il confezionamento e l’imballaggio), il fatturato di settore dovrebbe raggiungere a fine anno i 7,045 miliardi di Euro, in crescita del +6,7% rispetto al 2016.

Macchine packaging: il fatturato supera i 7 miliardi nel 2017. L’Italia dovrebbe crescere del 4% in media annua fino al 2019 (dati Centro Studi di Ucima)
Macchine packaging: il fatturato supera i 7 miliardi nel 2017 secondo i dati del Centro Studi di Ucima. L’Italia dovrebbe crescere del +4% in media annua fino al 2019

A contribuire al raggiungimento di questo traguardo sono sia il mercato italiano sia quelli internazionali.

L’export continua a rappresentare il motore trainante del settore. Nei dodici mesi del 2017, infatti, le vendite oltre confine hanno generato un fatturato di 5,6 miliardi di Euro, in crescita del 6,3% sull’anno precedente e pari all’80% del giro d’affari totale.

Costruttori di macchine per il packaging nel mondo

Secondo gli ultimi dati disaggregati disponibili e relativi ai primi otto mesi dell’anno, tutte le aree geografiche registrano performance positive. La sola eccezione è rappresentata dal continente africano che, nel complesso, registra un decremento del -6,2%.

Nel dettaglio, l’area dove si registrano le performance migliori è l’Europa extra-Ue: +14,6%, con la Federazione Russa che cresce del 25%, mentre la Turchia decresce di due punti percentuali.

Segue il Centro-Sud America (+17,7%), con il Messico in crescita del +33,6% e il Brasile che inverte la tendenza facendo registrare un + 17%.

Al terzo posto si posiziona il Nord America con un +12,1%. Gli Stati Uniti, con oltre 300 milioni di Euro e un +6,2%, si confermano il primo mercato di sbocco per le tecnologie italiane.

Ottimo anche l’andamento dell’Unione Europea (+9,5%), con Francia e Germania che crescono rispettivamente del +7,8 e del +5,8% e che si conferma prima area di export in valore.

Asia Medio Oriente, seconda destinazione delle tecnologie made in Italy, crescono infine del +3,9%, con Cina e India entrambe oltre il 25% di incremento.

Costruttori di macchine per il packaging in Italia

Anche l’Italia registra per il secondo anno consecutivo performance da primato. Dopo il +9,8% registrato a fine 2016, quest’anno dovrebbe chiudersi con un ulteriore +8,2%, a 1,4 miliardi di Euro.

«È certamente in parte merito del piano Industry. 4.0 che ha favorito l’adozione delle più innovative tecnologie proposte dalle nostre aziende da parte della clientela italiana – dichiara il presidente di Ucima, Enrico Aureli – ma anche della ripresa del mercato».

Secondo i dati previsionali del Centro Studi Ucima, infatti, l’Italia dovrebbe crescere del +4% in media annua fino al 2019.

«Per quanto riguarda il 2018, il nostro Centro Studi prevede un ulteriore rafforzamento della nostra penetrazione internazionale con una crescita media del +5%. Le performance migliori – conclude Aureli – dovrebbero essere registrate in Asia e Africa, con incrementi compresi tra il 6 e il 6,5%».

Adroterapia con ioni carbonio per il cordoma dell’osso sacro

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Il confronto di efficacia e sicurezza della chirurgia vs adroterapia con ioni carbonio per il cordoma dell’osso sacro è l’oggetto dello studio SAcral Chordoma. Lo studio è stato avviato in Italia da Fondazione CNAO e INT e promosso dall’Italian Sarcoma Group.

L’adroterapia è una cura anti-cancro di recente applicazione che sfrutta fasci di ioni carbonio, particelle pesanti capaci di spezzare il DNA delle cellule maligne.

Lo studio, portato avanti da Fondazione CNAO, Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, insieme all’Istituto Nazionale dei Tumori e promosso dall’Italian Sarcoma Group, vede coinvolti 25 centri di cura in tutto il mondo

Per curare alcuni tumori ossei particolarmente aggressivi, come il cordoma dell’osso sacro, quando è più efficace la chirurgia, oggi ampiamente utilizzata, e quando lo è invece l’adroterapia?

Per rispondere a questa domanda è stato promosso in Italia il primo studio clinico al mondo finalizzato a confrontare l’efficacia e gli effetti collaterali di chirurgia e adroterapia con ioni carbonio nel trattamento del cordoma dell’osso sacro.

Lo studio, avviato dalla Fondazione CNAO, Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, e dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, è promosso dall’Italian Sarcoma Group, associazione di medici impegnata nelle ricerca e nel miglioramento delle cure per il sarcoma. Vede coinvolti 25 centri di cura di tutto il mondo, tra le quali diverse nazioni europee, come Francia, Spagna, Austria, Germania, Norvegia, Inghilterra, Svizzera, e centri giapponesi e nordamericani.

Il coordinatore internazionale dello studio è Alessandro Gronchi, chirurgo specializzato nella cura dei Sarcomi dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

I cordomi sono tumori che crescono in aree dell’organismo molto sensibili e associate a funzioni vitali (osso sacro, colonna vertebrale, base del cranio ecc.). In particolare il cordoma del sacro, al centro dello studio, è attiguo alle formazioni nervose che regolano l’attività sfinteriale dell’intestino e della vescica nonché la potenza sessuale, particolarmente nei pazienti di sesso maschile. Per questa ragione gli interventi chirurgici, che rappresentano oggi la soluzione terapeutica più utilizzata, implicano in diversi casi effetti collaterali anche gravi che possono riguardare, oltre a vescica, intestino e retto, anche le attività motorie e le funzioni sessuali. In oltre il 50% dei casi, l’intervento chirurgico non può rimuovere completamente le cellule tumorali e sono necessari ad esempio cicli di radioterapia.

A partire dalla metà degli anni ’90 in Giappone è stata introdotta l’adroterapia con ioni carbonio per il trattamento di questi tumori.

Questa cura anti-cancro sfrutta fasci di ioni carbonio, particelle pesanti capaci di spezzare il DNA delle cellule maligne. Con i fasci di ioni carbonio è possibile colpire il tumore con una potenza tre volte superiore ai raggi X e con grande precisione, poiché queste particelle rilasciano la loro energia soltanto in prossimità delle cellule malate, riducendo molto l’impatto e gli effetti collaterali sui tessuti sani.

Dal 2011 l’adroterapia è disponibile anche in Italia al CNAO, Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica. Questo è l’unico centro italiano in grado di trattare tumori radioresistenti e non operabili con fasci di ioni carbonio.

Al CNAO sono già stati trattati oltre 360 pazienti con cordomi e condrosarcomi. La terapia si è rivelata efficace nel fermare la malattia nel circa 80% dei casi. I fasci di ioni carbonio sono generati da un acceleratore di particelle, simile a quelli del CERN.

L’adroterapia è stata recentemente inserita dal Ministero della Salute nei Nuovi Livelli Essenziali d’Assistenza (LEA), ovvero nelle cure rimborsabili dal Sistema Sanitario Nazionale.

Alessandro Gronchi, chirurgo oncologo specializzato nella chirurgia dei sarcomi della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, spiega:

«La chirurgia dei cordomi del sacro è potenzialmente curativa, ma spesso è gravata da sequele funzionali rilevanti. Queste limitano la vita di relazione dei pazienti in maniera importante, andando a compromettere le loro funzioni fisiologiche più delicate. La disponibilità di nuove tecnologie radioterapiche rappresenta una opportunità per cercare di limitare questi danni. Il trattamento radiante esclusivo con adroni infatti non è gravato dalle stesse sequele della chirurgia e potrebbe ottenere risultati di cura per lo meno confrontabili».

Maria Rosaria Fiore, medico radioterapista della Fondazione CNAO e principal investigator per lo CNAO della parte dello studio riguardante l’adroterapia, spiega:

«Vogliamo confrontare l’adroterapia con ioni carbonio e la chirurgia in base a

  • loro capacità di curare il cordoma del sacro,
  • sopravvivenza del paziente, tossicità delle cure
  • possibilità di preservare intestino, vescica e funzioni motorie che sono minacciate dalla malattia e dagli effetti collaterali delle terapie chirurgiche.

Ad oggi non esiste nella letteratura scientifica un confronto così preciso e dettagliato tra queste soluzioni terapeutiche».

Stefano Bandiera, chirurgo ortopedico della Struttura complessa chirurgia vertebrale oncologica e degenerativa all’Istituto Ortopedico Rizzoli, tra i principali centri che partecipano allo studio spiega:

«Ogni anno nella sola nostra divisione abbiamo circa 100 diagnosi di tumori ossei dello scheletro, come il cordoma del sacro, che devono essere trattati con chirurgia o con adroterapia con ioni carbonio. Questo studio ci darà informazioni preziose per poter scegliere quali tipi di tumori maligni dovranno essere trattati con chirurgia o con adroterapia con ioni carbonio. L’Italia è tra i pochi Paesi che possono offrire questo tipo di radioterapia nella cura di questi tumori insieme a Giappone e Germania».

Lo studio clinico SAcral Chordoma

“SAcral Chordoma: uno studio randomizzato e osservazionale sulla chirurgia in confronto alla radioterapia nella malattia primitiva localizzata (SACRO)”

Lo studio prevede un disegno a 2 coorti:

  • gruppo prospettico,
  • gruppo randomizzato.

Al primo gruppo sono assegnati i pazienti che, dopo essere stati informati sulle terapie e i potenziali effetti collaterali, scelgono se essere sottoposti alla chirurgia (eventualmente associata alla radioterapia nei casi in cui l’intervento chirurgico non possa rimuovere completamente il tumore) oppure all’adroterapia con ioni carbonio.

Al secondo gruppo sono assegnati i pazienti che, dopo aver firmato il consenso informato, accettano di essere sottoposti secondo randomizzazione ad adroterapia o chirurgia.

Per informazioni, i medici possono rivolgersi al numero 0382-078.321 o scrivere a direzionemedica@cnao.it. I pazienti possono contattare il numero 0382-078.963 attivo dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 16:00.

Il cordoma del sacro

Il cordoma è un tumore osseo maligno raro (ne è affetta in media 1 una persona ogni 100.000). Si sviluppa dai residui della notocorda, struttura presente nell’embrione che fa da stampo per lo sviluppo nella fase fetale della colonna vertebrale. Tale struttura, una volta completata la formazione delle vertebre, regredisce. Rimane soltanto in parte presente a livello dei dischi interverterbrali, particolarmente a livello del sacro e della base cranica. Quindi questo tumore colpisce nella maggiore parte dei casi l’osso sacro (circa il 50% dei casi) e la base del cranio. Più raramente, interessa la colonna vertebrale mobile.

Si stima che ne sia colpita circa 1 persona ogni 100.000, più frequentemente di sesso maschile. L’età media della diagnosi è intorno ai 60 anni.

Il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO)

CNAO, Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, è una fondazione senza scopo di lucro, istituita dal Ministero della Salute. È uno dei 6 centri al mondo, l’unico in Italia, a trattare con protoni e ioni carbonio i tumori radioresistenti e non operabili che non hanno altra possibilità di cura, come:

  • tumori ossei,
  • melanomi oculari,
  • tumori solidi pediatrici,
  • tumori del distretto testa-collo (meningiomi, carcinomi adenoideo-cistici ecc.).

Dal 2011 a oggi CNAO ha trattato oltre 1500 pazienti.

Rituximab per la neuromielite ottica

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L’AIFA ha autorizzato l’inserimento di rituximab, la terapia più frequentemente utilizzata per la neuromielite ottica, nella lista 648 dei farmaci a carico del Servizio Sanitario Nazionale, grazie all’iniziativa della Farmacia e della Clinica Neurologica dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova. Sarà così possibile curare equamente in Italia tutti i pazienti che sono affetti da questa patologia.

neuromielite ottica
L’AIFA ha autorizzato l’inserimento di rituximab per la neuromielite ottica nella lista 648 dei farmaci a carico del Servizio Sanitario Nazionale

Il presidente della Società Italiana di Neurologia (SIN) e direttore della Clinica Neurologica dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova Gianluigi Mancardi ha dichiarato:

«Siamo molto soddisfatti del traguardo raggiunto. Finora in Italia l’uso di rituximab era off label e non era disponibile in tutti gli ospedali. Questo ha provocato una disparità di trattamento tra i pazienti. Da oggi, finalmente, la situazione cambierà e il farmaco sarà totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale».

Analoga soddisfazione viene espressa da Francesco Patti, della Clinica Neurologica di Catania, coordinatore del Gruppo di studio della SIN sulla Sclerosi Multipla:

«La neuromielite ottica è una malattia molto vicina alla sclerosi multipla, con alcune somiglianze ma con un decorso più invalidante. Ora abbiamo finalmente un farmaco a disposizione che permette di affrontarla adeguatamente».

Neuromielite ottica

La neuromielite ottica è una patologia infiammatoria demielinizzante del sistema nervoso centrale che fa registrare una prevalenza di 1-8 casi ogni 100.000 abitanti. Colpisce ambedue i sessi e ha un decorso frequentemente aggressivo che può portare a grave disabilità a pochi anni dall’esordio.

Si tratta di una malattia più invalidante della sclerosi multipla che compromette la vista fino a portare alla cecità. Interessa, inoltre, il midollo spinale con conseguente perdita dell’uso degli arti inferiori.

È dovuta alla presenza di anticorpi diretti contro un antigene astrocitario, l’acquaporina 4, che scatenano una reazione autoimmunitaria. Questa distrugge la mielina, la sostanza  che costituisce il rivestimento delle fibre nervose, che ha una funzione non soltanto protettiva ma anche isolante nei riguardi della conduzione dello stimolo nervoso.

Rituximab per la neuromielite ottica

Fino a qualche anno fa non esistevano terapie per la cura della neuromielite ottica, ma oggi, in tutto il mondo, viene utilizzato rituximab, anticorpo monoclonale diretto contro i linfociti B. Si tratta di un farmaco molto efficace che, se somministrato tempestivamente, permette un buon recupero delle funzioni nei pazienti e un parziale controllo della malattia.

 

Industria italiana del processing e del packaging nel primo semestre 2017

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Il consuntivo del primo semestre 2017 per la filiera dell’industria italiana del processing e del packaging è stato caratterizzato da fatturati nazionali molto al di sopra delle attese, spinti dagli incentivi governativi sull’acquisto di beni strumentali. È prevedibile che il trend durerà anche nel semestre in corso e vedrà anche un’accelerazione dell’export.

Tra i principali rischi e minacce percepiti dalle aziende si segnalano:

  • l’inasprimento della concorrenza,
  • i prezzi delle commodities,
  • il regime tributario,
  • il costo del lavoro e dei servizi.
packaging nel primo semestre 2017
L’Industria italiana del processing e del packaging nel primo semestre 2017 ha fatto registrare fatturati nazionali al di sopra delle attese

L’export che cresce meno delle vendite in Italia è il dato più significativo emerso dalle ultime rilevazioni dell’Osservatorio Ipack-Ima, fiera europea per l’industria del processing & packaging, in programma a Fiera Milano dal 29 maggio al 1 giugno 2018.

Lo studio semestrale è stato realizzato su un campione di aziende operative lungo tutta la filiera del processing e packaging:

  • costruttori di macchine di processo e confezionamento,
  • fornitori di componentistica,
  • produttori di materiali

che servono vari settori industriali suddivisi nelle cosiddette business community:

  • Food, Fresh & Convenience;
  • Meat & Fish;
  • Pasta, Bakery, Milling;
  • Beverage;
  • Confectionery;
  • Chemicals, Home & Industrial;
  • Health & Pesonal Care.

I risultati della ricerca evidenziano infatti come nel primo semestre 2017 sia cambiata la composizione delle vendite. Infatti i fatturati esteri sono cresciuti in media meno del giro d’affari nazionale. Questo fenomeno è in gran parte determinato dall’utilizzo degli incentivi del Governo italiano sull’acquisto di beni strumentali.

Il trend positivo sul mercato domestico sta proseguendo anche nel secondo semestre dell’anno, dove peraltro è atteso un riallineamento della dinamica dell’export. La quota di imprese che registrerà fatturati in rialzo salirà di 10 punti percentuali raggiungendo l’85%. La metà di queste vedrà incrementi al disopra del 5%.

Segmento Food Fresh & Convenience

Nel dettaglio delle varie business community, nei primi sei mesi 2017 il segmento Food Fresh & Convenience ha registrato per la maggioranza delle aziende una crescita compresa tra 0 e +5%. Rispetto alle previsioni, il fatturato estero è salito di 2 punti percentuali, mentre quello complessivo (Italia + estero) è cresciuto dell’11% per effetto delle vendite nazionali. Le stime sul semestre in corso vertono per un ulteriore miglioramento di tutte e tre le variabili di indagine (vendite totali, estere e occupazione).

Segmento Meat & Fish

Il segmento Meat & Fish, pur con dinamiche di crescita contenuta, recupera terreno e chiude il primo semestre 2017 con 10 punti percentuali oltre la soglia delle attese. Il visibile miglioramento ha determinato una revisione delle aspettative sul secondo semestre facendo salire a quota 83% le imprese che prevedono incrementi di fatturato.

Segmento Pasta, Bakery & Milling

In crescita il settore Pasta, Bakery & Milling, anch’esso più in termini di fatturato complessivo (73% delle aziende) che estero (53%). Le previsioni per il semestre in corso vedono una maggiore diffusione sia delle aspettative di crescita delle vendite totali (per l’86% delle aziende), sia delle vendite estere (per quasi 3/4 degli operatori).

Segmento Beverage

Il Beverage ha confermato le previsioni di crescita all’estero (pur con tassi mediamente inferiori), rivelando però performance migliori alle attese per quanto riguarda il fatturato globale, cresciuto per il 79% delle aziende contro il 71% stimato, e con tassi peraltro più sostenuti. Per il secondo semestre 2017 si prevede uno sviluppo più o meno in linea con i consuntivi, specialmente nell’ambito di previsioni di crescita superiore al 5%.

Segmento Confectionery

Penalizzato da aspettative largamente sovrastimate per il 2017, il segmento Confectionery ha presentato crescite nell’export solo per il 60% delle aziende (la totalità degli operatori prevedeva incrementi). La percentuale sale all’80% nelle vendite complessive. Le imprese hanno pertanto ridimensionato le aspettative per il semestre corrente ponendole all’incirca in linea con i consuntivi dei primi sei mesi.

Segmento Chemicals Home & Industrial

Stesso quadro anche per il Chemicals Home & Industrial dove la quota di imprese con fatturati esteri in crescita è stata di 20 punti percentuali inferiore rispetto a quanto previsto (-10% in riferimento al giro d’affari complessivo). Per il semestre corrente si stima una ripresa più marcata dell’export.

Segmento Health & Personal Care

Rispetto ai risultati della prima parte dell’anno, che non hanno ricalcato le attese, il segmento Health & Personal Care è previsto in crescita nel semestre in corso, soprattutto sul fronte dei fatturati esteri (+17%), ma le opinioni sono più che positive anche riguardo alla crescita complessiva del settore.

Andamento per tipologie di macchinari o materiali prodotti dalle aziende

Scomponendo l’andamento per tipologie di macchinari o materiali prodotti dalle aziende, le macchine di processo hanno registrato un disallineamento tra previsioni e dati effettivi (il 52% delle aziende è cresciuta all’estero e il 48,6% sul fatturato complessivo) che ha determinato una revisione delle aspettative di crescita per il semestre corrente: prevedono di ottenere fatturati complessivi in crescita il 69,7% delle aziende, mentre il giro d’affari realizzato con le esportazioni dovrebbe essere in aumento per il 71,4% delle imprese. Un’elevata aderenza dei dati previsionali con i risultati effettivi si è invece registrato nell’altro segmento dei beni strumentali costituito dai costruttori di macchine per il packaging.

Crescono le aspettative sulla seconda parte dell’anno con il 78% (63% nel primo semestre) degli operatori che prevede un incremento delle vendite estere e l’83% (72% nei primi sei mesi) dei ricavi complessivi. Aumenta significativamente anche la quota (tra il 25% e il 35%) di imprese che prevede un’elevata crescita (> del 10%) dei fatturati. Coerentemente con quanto osservato per il settore dei macchinari per il packaging, anche i produttori di materiali da imballaggio hanno evidenziato previsioni molto vicine ai consuntivi. Le aspettative per il semestre corrente sono di una crescita sostanzialmente stabile, in linea con l’andamento dei primi sei mesi.

Le imprese della componentistica hanno visto confermarsi le previsioni ottimistiche formulate nel 2016. Il 70,5% delle imprese ha generato fatturati export in crescita con vendite sul mercato domestico molto al disopra delle aspettative. Secondo una larga maggioranza di operatori del settore il secondo semestre rispecchierà lo stesso positivo trend della prima metà del 2017.

Rischi percepiti dagli operatori

L’indagine ha rilevato anche i rischi percepiti dagli operatori del campione riguardo la profittabilità del proprio business. Pur con intensità variabile a seconda dei diversi segmenti produttivi, le principali minacce riguardano:

  • l’inasprimento del clima concorrenziale causato da una maggiore aggressività dei competitor (25,6% dei rispondenti contro il 20% del semestre precedente),
  • i fattori macroeconomici incidenti a vario titolo sulle vendite (8,9% contro il 12%),
  • l’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia (20% contro il 25%),
  • i costi dei servizi (12%) e del lavoro (13% – percezione stabile),
  • i cambiamenti avversi del regime tributario (12% in linea con il sentiment precedente).

Minor peso hanno le minacce che vanno a influire direttamente sulla gestione finanziaria delle imprese, come l’accesso al credito e il relativo costo, percepite solo dal 6% dei rispondenti.

L’Osservatorio IPACK-IMA evidenzia, dunque, un clima generalizzato di fiducia che si riflette anche nelle adesioni alla fiera. A sei mesi dall’apertura della manifestazione sono, infatti, oltre 800 le aziende che hanno già confermato la loro partecipazione e stanno lavorando per presentare in fiera le loro ultime innovazioni.

IPACK-IMA aderisce a “The Innovation Alliance”, Fiera Milano 29 maggio – 1 giugno 2018

Per la prima volta insieme, IPACK-IMA, MEAT-TECH, PLAST, PRINT4ALL e INTRALOGISTICA ITALIA metteranno a disposizione degli operatori di tutti i settori industriali una vetrina delle eccellenze tecnologiche italiane e internazionali di differenti mondi produttivi, unite da una forte logica di filiera. In un solo contesto un’offerta completa, che va dal processing al packaging, dalla lavorazione della plastica alla stampa industriale, commerciale e della personalizzazione grafica di imballaggi ed etichette, fino alla movimentazione e allo stoccaggio delle merci.

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Insulina glargine 300 ml vs insulina degludec per il diabete di tipo 2

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Lo studio BRIGHT ha valutato l’efficacia e la sicurezza di Toujeo® insulina glargine 300 ml vs insulina degludec per il diabete di tipo 2. BRIGHT ha raggiunto l’endpoint primario.

Inoltre, due analisi nella pratica clinica quotidiana hanno confrontato Toujeo con insulina degludec in adulti con diabete di tipo 2. Anche queste dimostrano che il passaggio a Toujeo mostra un simile numero di eventi di ipoglicemia grave rispetto a insulina degludec.

Lo studio BRIGHT e due analisi nella pratica clinica quotidiana hanno valutato Toujeo insulina glargine 300 ml vs insulina degludec per il diabete di tipo 2
Lo studio BRIGHT e due analisi nella pratica clinica quotidiana hanno valutato Toujeo insulina glargine 300 ml vs insulina degludec per il diabete di tipo 2

Sanofi ha annunciato che Toujeo ha raggiunto l’obiettivo principale nel primo ampio studio clinico testa a testa, lo studio BRIGHT, che confronta Toujeo versus insulina degludec. 

«Le insuline di ultima generazione a lunga durata d’azione hanno già dimostrato una significativa riduzione della glicemia in soggetti adulti con diabete. Per medici e pazienti, gli eventi ipoglicemici rimangono ancora un aspetto importante che limita fortemente un’efficace gestione della glicemia nelle persone con diabete. Questi primi dati clinici comparativi che valutano somiglianze e differenze tra queste due insuline, non solo in termini di efficacia, ma anche in merito a importanti aspetti di sicurezza, come gli eventi ipoglicemici, possono aiutare i medici nelle loro decisioni terapeutiche – ha dichiarato Riccardo Perfetti, Head of Global Diabetes Medical Team di Sanofi. – Attendiamo con grande interesse i risultati completi di questo studio».

Lo studio BRIGHT

Lo studio randomizzato testa a testa BRIGHT ha arruolato pazienti 929 adulti con diabete di tipo 2 precedentemente non controllato con farmaci anti-iperglicemici orali (OAD), con o senza un agonista del recettore del GLP-1.

L’obiettivo principale dello studio era determinare se l’effetto di Toujeo sui livelli di emoglobina glicata (HbA1c) fosse simile a quello di insulina degludec.

Gli obiettivi secondari includevano:

  • la percentuale di pazienti che hanno avuto eventi avversi,
  • il numero totale di eventi ipoglicemici durante lo studio,
  • la frequenza degli eventi ipoglicemici durante lo studio.

Ulteriori endpoint secondari, inoltre, includevano:

  • la percentuale di soggetti partecipanti che necessitavano di terapia di ”rescue”,
  • la sicurezza,
  • i risultati riferiti dal paziente misurati usando il Diabetes Treatment Satisfaction Questionnaire (DTSQ, versione “stato” e versione “cambiamento”) e l’Hypoglycemic Attitudes and Behaviour Scale.

Analisi nella pratica clinica quotidiana su Toujeo insulina glargine 300 ml vs insulina degludec

Negli adulti con diabete di tipo 2 passati a una terapia insulinica basale con Toujeo da una terapia con insulina degludec si osserva un simile numero di eventi ipoglicemici. È quanto dimostrano i risultati di due studi comparativi condotti nella pratica clinica quotidiana. I pazienti hanno anche riportato una simile riduzione del valore di emoglobina glicata (HbA1c) con i diversi trattamenti insulinici.

I risultati sono stati presentati il 30 novembre 2017 al World Congress on Insulin Resistance, Diabetes & Cardiovascular Disease tenutosi a Los Angeles.

I due studi, noti come LIGHTNING e DELIVER D, fanno parte del programma di studi che confrontano Toujeo versus insulina degludec. Entrambi gli studi erano analisi osservazionali retrospettive basate su due diversi database statunitensi di cartelle cliniche elettroniche che utilizzavano una tecnica statistica (Propensity Score Matching) per rendere comparabili i gruppi di trattamento. Questo ha permesso di minimizzare le fonti di bias che tipicamente si generano negli studi osservazionali.

«Grazie all’approccio di appaiamento utilizzato nei due studi, medici e decisori sanitari avranno a disposizione ulteriori risultati per valutare Toujeo in un contesto di real life – ha affermato Riccardo Perfetti, Head of Global Diabetes Medical Team di Sanofi. – I dati che valutano il rischio di eventi ipoglicemici possono anche aiutare a educare gli operatori sanitari sulle opzioni di trattamento».

Gli studi di LIGHTNING e DELIVER D su insulina glargine 300 ml vs insulina degludec

Gli studi di LIGHTNING e DELIVER D estendono il programma di Sanofi di analisi osservazionali retrospettive che confrontano Toujeo con altre insuline basali in un contesto di real life ed evidenziano anche la coerenza delle prove raccolte in diverse popolazioni di pazienti.

Lo studio LIGHTNING

Lo studio osservazionale retrospettivo LIGHTNING1 è il più grande studio comparativo sul diabete condotto nella pratica clinica quotidiana. Ha utilizzato tecniche statistiche, come il Propensity Score Matching e i modelli predittivi, per valutare le cartelle cliniche elettroniche di 130.155 pazienti adulti che sono stati trattati con un trattamento a base di insulina a lunga durata d’azione nel database U.S. Optum-Humedica.

Dopo l’analisi mediante Propensity Score Matching (PSM), 8456 soggetti adulti con diabete di tipo 2 passati dall’uso di insulina glargine 100 ml a Toujeo o insulina degludec sono stati confrontati in un contesto assistenziale di routine. La maggior parte delle caratteristiche basali dei pazienti erano simili nei gruppi di trattamento con insulina basale. L’analisi ha mostrato che il rischio di una grave ipoglicemia correlata a una visita al pronto soccorso o al ricovero era comparabile in entrambi i gruppi di pazienti (p = 0,37) senza differenze nell’HbA1c.

DELIVER D: ulteriori risultati del programma di confronto DELIVER

Lo studio osservazionale retrospettivo DELIVER D, ha utilizzato le cartelle cliniche elettroniche (EMR) per 22.492 pazienti adulti che sono stati trattati con un trattamento a base di insulina a lunga durata d’azione nel database del PHIE (Predictive Health Intelligence Environment) negli Stati Uniti. Dopo l’analisi tramite PSM, sono stati confrontati 1620 pazienti adulti con diabete di tipo 2 passati dall’uso di insulina glargine 100U a Toujeo o insulina degludec in un contesto di cura di routine. La maggior parte delle caratteristiche basali dei pazienti erano simili nei gruppi di trattamento con insulina basale.

Durante il periodo di follow-up di 6 mesi, i pazienti di entrambi i gruppi hanno mostrato un numero paragonabile di pazienti con eventi di ipoglicemia (p = 0,45). Anche il numero di pazienti che hanno avuto episodi ipoglicemici associati alla visita in ospedale o al pronto soccorso è risultato simile in entrambi i gruppi (p = 0,80).

Anche in questo caso, la riduzione dei livelli medi di zucchero nel sangue (HbA1c) era comparabile tra i due gruppi (p = 0,97).

I pazienti con Toujeo e quelli con insulina degludec avevano la stessa probabilità di raggiungere HbA1c <7,0% (12,9% vs 15,9%, rispettivamente, P = 0,24) e HbA1c <8,0% (44,2% vs 44,6%, rispettivamente, P = 0,92) durante 3-6 mesi di follow-up.

Mentre i risultati di entrambi gli studi rappresentano modelli di trattamento ed esiti reali ottenuti al di fuori dei confini delle sperimentazioni cliniche, le cartelle cliniche elettroniche non sono completate per scopi di ricerca e possono variare in termini di completezza dei dati raccolti. Di conseguenza, i limiti di queste analisi possono includere:

  • informazioni incomplete sulla dose,
  • sotto-segnalazione delle ipoglicemie,
  • mancanza di informazioni sui motivi del cambiamento di trattamento.

Inoltre, il processo PSM genera un set di dati complessivamente più piccolo rispetto al pool dei dati sui pazienti disponibili.

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Al congresso ASH 2017, tredici abstract su rivaroxaban

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Al 59° Congresso Annuale della Società Americana di Ematologia (ASH 2017) sono stati presentati tredici abstract su rivaroxaban, dei quali:

  • undici relativi a risultati da Studi clinici e anche real life nell’ambito della prevenzione dell’ictus e del tromboembolismo venoso e arterioso,
  • inoltre, due relativi alla trombosi associata a malattia oncologica.
Al congresso ASH 2017, sono stati presentati 13 abstract su rivaroxaban nella prevenzione dell’ictus e del tromboembolismo e nella trombosi associata a malattia oncologica
Al congresso ASH 2017, sono stati presentati 13 abstract su rivaroxaban per prevenzione dell’ictus e del tromboembolismo e per la trombosi associata a malattia oncologica

Bayer e il suo partner di sviluppo Janssen Research & Development annunciano che sono stati accettati tredici abstract relativi a rivaroxaban al 59° Congresso ASH 2017 ad Atlanta dal 9 al 12 dicembre.

Rivaroxaban è un inibitore orale del Fattore Xa.

Abstract su rivaroxaban nello studio Select-D

Una presentazione orale ha riguardato i risultati dello Studio pilota di Fase III Select-D. Si tratta infatti di uno studio di confronto fra lo standard terapeutico costituito da eparina a basso peso molecolare rispetto a rivaroxaban, in pazienti con malattia oncologica attiva e tromboembolismo venoso (TEV).

I risultati dimostrano un minor tasso di recidiva di TEV dopo 6 mesi di terapia con rivaroxaban (15 mg due volte/die per tre settimane seguito da 20 mg una volta/die per 6 mesi in totale) rispetto all’attuale standard terapeutico (eparina a basso peso molecolare). Le percentuali di emorragia maggiore, inoltre, sono state basse in entrambi i gruppi, ancorché in numero superiore nel gruppo con rivaroxaban.

Lo studio Select-D fa parte del Programma di Ricerca Clinica CALLISTO di Bayer, che comprende nove studi di valutazione dei benefici potenziali di rivaroxaban nella prevenzione e nel trattamento di embolia polmonare (EP) e trombosi venosa profonda (TVP) in pazienti con vari tipi di neoplasia, per ottenere nuove evidenze e quindi una miglior gestione della trombosi associata a malattia oncologica.

Abstract su rivaroxaban in pazienti oncologici con TEV dal database Truven MarketScan

Inoltre, è stato presentato un poster con risultati che dimostrano l’efficacia e la sicurezza di rivaroxaban in una coorte di pazienti oncologici con TEV dal database statunitense Truven MarketScan.

Lo sviluppo di TEV nei pazienti oncologici è associato in particolare ad alta morbilità e mortalità.

Terapia Anticoagulante in Pazienti Oncologici Selezionati a Rischio di Recidiva di TEV: Risultati dello Studio Pilota Select-D

Efficacia e Sicurezza di Rivaroxaban in Pazienti con TEV associato a Malattia Oncologica

Abstract su rivaroxaban nell’ambito della prevenzione dell’ictus e del tromboembolismo venoso

Sono stati accettati per la presentazione anche 11 abstract su rivaroxaban relativi a risultati da Studi sia clinici, sia real life nell’ambito della prevenzione dell’ictus e del tromboembolismo venoso. Tra questi:

Analisi Combinata degli Studi Non-Interventisti XALIA e XALIA-LEA su Rivaroxaban rispetto ad Anticoagulazione Standard nel Tromboembolismo Venoso

Efficacia e Sicurezza di Rivaroxaban rispetto a Warfarin in Pazienti con Fibrillazione Atriale Non-Valvolare e Nefropatia Cronica da Moderata a Grave.

Richieste di autorizzazione di rivaroxaban

È stata inoltrata all’EMA richiesta AIC di rivaroxaban per coronaropatia o arteriopatia periferica al dosaggio vascolare di 2,5 mg 2 volte/die più aspirina 100 mg 1 volta/die.

Anche negli Usa è stata avanzata all’FDA la domanda supplementare per l’autorizzazione all’impiego di rivaroxaban in pazienti con coronaropatia e/o arteriopatia periferica.

La domanda di autorizzazione all’immissione in commercio è basata sui risultati dello studio COMPASS e riguarda due nuove indicazioni:

  • riduzione del rischio di eventi cardiovascolari maggiori come ictus, infarto del miocardio e mortalità per cause cardiovascolari in pazienti con coronaropatia (CAD) e/o arteriopatia periferica (PAD) cronica,
  • riduzione del rischio di ischemia acuta agli arti in pazienti con arteriopatia periferica.

Il dosaggio vascolare di rivaroxaban 2,5 mg due volte/die più aspirina 100 mg una volta/die, infatti, ha dimostrato di ridurre del 24% il rischio combinato di:

  • ictus,
  • infarto del miocardio,
  • mortalità per cause cardiovascolari.

«La presentazione di questa domanda rappresenta un importante passo avanti per affrontare gli effetti spesso devastanti delle coronaropatie e arteriopatie periferiche – ha dichiarato Joerg Moeller, responsabile Sviluppo e Membro del Consiglio Direttivo della Divisione Pharmaceuticals di Bayer AG. – Se verrà approvata, l’associazione di rivaroxaban al dosaggio vascolare e aspirina offrirà a milioni di pazienti che vivono con coronaropatia e/o arteriopatia periferica un’opzione terapeutica efficace».

Lo Studio COMPASS

Oltre ad aver dimostrato una riduzione significativa per l’endpoint composito d’efficacia, costituito da eventi avversi cardiovascolari maggiori (MACE), nello studio COMPASS rivaroxaban al dosaggio vascolare di 2,5 mg due volte/die più aspirina 100 mg una volta/die ha dimostrato una significativa riduzione di ictus (42%) e di mortalità per cause cardiovascolari (22%) rispetto ad aspirina 100 mg una volta/die da sola. Inoltre, la terapia combinata è stata associata a un miglioramento del 20% del beneficio clinico netto, definito come riduzione di ictus, infarto e mortalità per cause cardiovascolari, rispetto al rischio di danno irreversibile, definito come insieme di tutti gli eventi di sicurezza fatali o irreversibili.

Le percentuali d’incidenza di eventi emorragici sono state basse e, nonostante un aumento di emorragia maggiore non si è avuto un aumento significativo di emorragia fatale né di emorragia intracranica. Aspetto importante da segnalare è che, nella popolazione di pazienti con arteriopatie periferiche, si è avuta una significativa riduzione dell’insieme di eventi avversi maggiori, che hanno interessato gli arti (MALE), e di tutte le amputazioni maggiori di causa vascolare. I risultati dello studio COMPASS sono stati presentati al Congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC 2017) e contemporaneamente pubblicati sul New England Journal of Medicine lo scorso agosto.  Ulteriori risultati e analisi dello studio COMPASS sono stati, inoltre, pubblicati in due diverse occasioni su Lancet a novembre 2017.

COMPASS fa anche parte dell’ampio programma di valutazione di rivaroxaban che, al suo completamento, avrà compreso oltre 275.000 pazienti tra studi clinici e studi real life. Oltre a COMPASS, Bayer sta valutando rivaroxaban in altri studi nell’ambito delle malattie cardiovascolari e della protezione vascolare, tra i quali gli studi:

  • VOYAGER PAD (pazienti con PAD sottoposti a interventi alle arterie periferiche),
  • COMMANDER-HF (pazienti con scompenso cardiaco cronico e coronaropatia significativa).

Diffusione delle malattie cardiovascolari

Si stima che ogni anno la mortalità per malattie cardiovascolari, comprese coronaropatie e arteriopatie periferiche, interessi circa 17,7 milioni di persone ovvero il 31% della mortalità mondiale. Inoltre, chi soffre di malattie cardiovascolari ha un’aspettativa di vita ridotta di oltre 7 anni. Le coronaropatie e le arteriopatie periferiche sono causate da aterosclerosi, una malattia cronica progressiva caratterizzata da accumulo di placca nelle arterie. Chi soffre di queste patologie è a rischio di sviluppare eventi trombotici che possono comportare disabilità, perdita degli arti e decesso. Le attuali Linee Guida terapeutiche raccomandano una terapia antiaggregante piastrinica, come aspirina assunta da sola.

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Collaborazione tra Bayer e PeptiDream

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Bayer e PeptiDream, società biofarmaceutica pubblica giapponese, hanno avviato una collaborazione per lo sviluppo di nuovi farmaci in svariate aree terapeutiche e categorie di target. Nell’ambito dell’accordo, Bayer e PeptiDream uniranno le forze per individuare nuove molecole per target difficili da raggiungere, sfruttando la tecnologia Peptide Discovery Platform System (PDPS) di PeptiDream.

Collaborazione tra Bayer e PeptiDream per cercare nuove sostanze attive attraverso lo screening peptidico grazie al Peptide-Discovery Platform System

L’obiettivo della collaborazione consiste nello scoprire nuove molecole apripista capaci di risolvere bisogni medici importanti e ancora insoddisfatti in ambiti di ricerca strategici per Bayer, come ad esempio l’oncologia o la cardiologia, rappresentando un’estensione strategica del portafoglio tecnologico dell’azienda.

PeptiDream ha sviluppato una tecnologia di hit-finding basata sui peptidi che, grazie a librerie di enorme portata, offre un punto di partenza per progetti di scoperta farmacologica relativi a target difficili da raggiungere.

«Completare la nostra esperienza interna con tecnologie e know-how di partner d’eccellenza è fondamentale per la strategia innovativa di Bayer – ha dichiarato  ha dichiarato Joerg Moeller, responsabile Sviluppo e membro del Consiglio Direttivo della Divisione Pharmaceuticals di Bayer AG. – Siamo convinti che il Peptide-Discovery Platform System di PeptiDream sia una tecnologia molto promettente per i nostri sforzi di scoperta farmacologica».

«La nostra tecnologia PDPS consente di creare librerie di peptidi macrociclici con diversità chimica pressoché illimitata, da selezionare successivamente in base ai propri target d’interesse per identificare rapidamente sostanze attive e selettive contro target difficili da raggiungere. Tutte le nostre partnership hanno avuto successo e siamo sicuri di poter contribuire anche in questo caso all’impegno di Bayer nella scoperta di nuovi farmaci» – ha dichiarato Patrick C. Reid, CEO e Presidente di PeptiDream.

Bayer sarà titolare dei diritti sulle nuove molecole apripista generate durante la collaborazione e otterrà una licenza di impiego della tecnologia PDPS di PeptiDream entro i limiti necessari per l’uso terapeutico sull’uomo (esclusi coniugati peptide-farmaco). Da parte sua, PeptiDream riceverà le royalty sui farmaci effettivamente commercializzati, derivanti dal programma di collaborazione.

La tecnologia Peptide-Discovery Platform System (PDPS)

La tecnologia proprietaria di PeptiDream, PDPS, è una piattaforma che consente di creare librerie di peptidi macrociclici con diversità chimica molto elevata (trilioni in filamento singolo e trilioni di combinazioni possibili nella libreria). La natura diversificata della libreria facilita una rapida identificazione delle molecole. Queste inoltre vengono arricchite se legate al target e possono essere trasformate in terapie

  • peptidiche,
  • con piccole molecole,
  • con coniugati peptide-farmaco.

Lumacaftor/ivacaftor per la fibrosi cistica nei bambini

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Vertex Pharmaceuticals Incorporated ha annunciato che il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP, Committee for Medicinal Products for Human Use) dell’EMA ha rilasciato un parere positivo che raccomanda l’estensione dell’Autorizzazione all’Immissione in Commercio per Orkambi® (lumacaftor/ivacaftor) ai bambini con fibrosi cistica (FC) dai 6 agli 11 anni con due copie della mutazione F508del.

Lumacaftor/ivacaftor per la fibrosi cistica nei bambini dai 6 agli 11 anni con due copie della mutazione F508del riceve il parere positivo del CHMP dell'EMA
Lumacaftor/ivacaftor per la fibrosi cistica nei bambini dai 6 agli 11 anni con due copie della mutazione F508del riceve il parere positivo del CHMP dell’EMA per l’estensione di indicazione anche in questa fascia d’età

In Europa vivono circa 3400 piccoli pazienti di questa fascia di età che sarebbero idonei all’uso di questo medicinale.

«La fibrosi cistica è una malattia sistemica congenita, multiorgano e progressiva spiega David Gillen, M.D., Head of International Medical Affairs di Vertex. Questa raccomandazione ci avvicina ulteriormente al momento in cui saremo in grado di aiutare un maggior numero di persone con FC che attualmente non hanno a disposizione alcun farmaco per trattare la causa alla base della loro malattia».

In alcuni Paesi Vertex ha stabilito accordi in base ai quali ORKAMBI sarà disponibile in questa popolazione di pazienti subito dopo il rilascio dell’AIC, mentre altrove Vertex avvierà un processo di rimborso separato in ogni singolo Paese, dopo aver ricevuto l’AIC.

La fibrosi cistica (FC)

La FC è dovuta a un difetto o all’assenza di una proteina regolatrice della conduttanza transmembrana della fibrosi cistica (CFTR – cystic fibrosis transmembrane regulator), a causa di una mutazione nel gene CFTR. Per avere la FC, i bambini devono ereditare due alleli del gene CFTR difettosi, uno da ciascun genitore.

Esistono circa 2000 mutazioni note del gene CFTR. Alcune di queste mutazioni determinano l’insorgenza di FC creando a livello della superficie cellulare proteine CFTR non funzionanti o troppo scarse di numero. Una proteina CFTR difettosa o assente determina uno scarso flusso di sali e acqua dentro e fuori da alcune specifiche cellule in un certo numero di organi. Nei polmoni questo fenomeno determina l’accumulo anomalo di secrezioni mucose eccessivamente dense e viscose, che a sua volta provoca in molti pazienti infezioni croniche e danni polmonari progressivi, che alla fine possono portare alla morte. Il decesso poi si verifica mediamente all’età di 25-30 anni.

Le mutazioni che determinano l’insorgenza della fibrosi cistica possono essere comunque determinate facilmente tramite un test genetico o test di genotipizzazione.

La FC è una malattia genetica rara che in Nord America, Europa e Australia, colpisce circa 75.000 persone.

Lumacaftor/ivacaftor (Orkambi) e la mutazione F508del

Nelle persone con due copie della mutazione F508del, la proteina CFTR non attraversa una normale fase di elaborazione e trasporto all’interno della cellula. Di conseguenza, questa proteina sulla superficie cellulare è assente o scarsa.

Orkambi è una combinazione di:

  • lumacaftor, progettato per aumentare la quantità di proteina matura alla superficie delle cellule. Infatti mira al difetto di elaborazione e trasporto della proteina CFTR con mutazione F508del,
  • ivacaftor, concepito per migliorare la funzione della proteina CFTR una volta che questa ha raggiunto la superficie della cellula.

Orkambi è disponibile in forma di compressa e va tipicamente assunto due volte al giorno.

La collaborazione con Cystic Fibrosis Foundation Therapeutics (CFFT)

Vertex ha avviato il suo programma di ricerca sulla FC nel 2000, nell’ambito di una collaborazione con CFFT, affiliata no-profit della Cystic Fibrosis Foundation dedicata alla scoperta e allo sviluppo di farmaci. Nell’ambito di questa collaborazione, Vertex ha quindi scoperto:

  • Kalydeco (ivacaftor),
  • Orkambi (lumacaftor/ivacaftor),
  • tezacaftor,
  • VX-440,
  • VX-152,
  • VX-659.

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Piano per le malattie croniche intestinali di IG-IBD e Istituto Superiore di Sanità

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La società scientifica IG-IBD collabora con l’ISS per mettere a punto il nuovo piano per le malattie croniche intestinali e il registro. «In Italia, infatti, mancano i registri e i dati epidemiologici su Colite Ulcerosa e Malattia di Crohn. La nostra società scientifica è pronta a collaborare» – dichiara Fernando Rizzello, Segretario Nazionale della società scientifica IG-IBD.

piano per le malattie croniche intestinali
Fernando Rizzello, Marco Daperno, Alessandro Armuzzi. IG-IBD e Istituto Superiore di Sanità collaborano al nuovo piano per le malattie croniche intestinali

Ad oggi, in Italia, mancano studi epidemiologici nazionali sulla reale incidenza e sulla prevalenza delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali.

«Conoscere la reale incidenza di una patologia permette di identificarne possibili fattori di maggiore esposizione al rischio di svilupparla, così come la prevalenza ne permette di stabilire anche il peso sociale» – spiega Fernando Rizzello, Segretario Nazionale IG-IBD (Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease) e Azienda Ospedaliera S. Orsola- Malpighi di Bologna.

Già il documento programmatico stilato dal Ministero della Salute con il coordinamento di IG-IBD nel piano delle cronicità 2014-2016 vedeva nell’assenza di un dato epidemiologico una criticità che andava risolta quanto prima.

«È per questo motivo che, quando l’Istituto Superiore di Sanità ha lanciato il progetto di un registro nazionale delle IBD, IG-IBD non solo ha aderito all’iniziativa con entusiasmo, ma ha anche offerto una partnership concreta per far decollare il progetto» – aggiunge Fernando Rizzello.

La società scientifica IG-IBD è così convinta della necessità di un registro sulle IBD che ha accettato di mettere a disposizione dell’Istituto Superiore di Sanità la propria esperienza di settore e tutti i centri affiliati e, per far partire quanto prima il progetto, ha messo a disposizione dell’Istituto Superiore di Sanità 150.000€ quale donazione liberale.

Il registro permetterà uno studio epidemiologico di questa patologie, ne valuterà l’andamento clinico, le necessità di organizzazione sanitaria e, non ultimi, i costi sociali diretti ed indiretti.

Diffusione delle malattie infiammatorie croniche intestinali

Le malattie infiammatorie croniche dell’intestino (MICI o IBD, inflammatory bowel disease), ossia la Colite Ulcerosa e la Malattia di Crohn, in Italia hanno un’incidenza medio-alta, in aumento negli ultimi decenni.

«Attualmente in Italia si stima che siano affette da colite ulcerosa o malattia di Crohn tra le 200 e le 250mila persone. I dati ufficiali ci dicono che ne soffrono in oltre due milioni  in Europa – spiega Marco Daperno dell’Ospedale Mauriziano di Torino. – In passato queste malattie portavano al decesso, con picchi, negli anni ’70, del 30-35%. Oggi il rischio di mortalità legato alla patologia non è del tutto scomparso, ma i progressi scientifici hanno ridotto il dato all’1-2% circa. Tuttavia le malattie infiammatorie croniche intestinali hanno un notevole impatto sulla quotidianità del soggetto affetto: scuola e università, attività lavorativa, vita sociale e familiare possono essere colpite a causa di assenteismo, depressione, mancato guadagno, assenza dal lavoro per malattia, difficoltà nelle relazioni personali, discriminazione».

Esordio delle MICI

Queste patologie possono presentarsi a qualsiasi età, ma più frequentemente compaiono tra i 20 e i 30 anni. Esse, inoltre, impattano in maniera significativa sulla qualità di vita dei soggetti affetti.

Il 20% di tali patologie esordisce addirittura in età pediatrica, con notevoli ripercussioni non solo a carico del bambino affetto, ma anche a livello familiare. In questa fase giovanile, il soggetto impara che:

  • ha una patologia cronica, destinata a perdurare per tutto il corso della sua vita;
  • sarà obbligato a prendere costantemente medicine,
  • dovrà sottoporsi regolarmente a controlli e talvolta a interventi chirurgici.

Circa il 50% dei pazienti con malattia di Crohn e il 20% dei pazienti con colite ulcerosa, inoltre, necessita di intervento chirurgico entro 10 anni dalla diagnosi.

Esiste una qualche predisposizione familiare nello sviluppo della malattia. Infatti, un paziente su cinque ha uno o più parenti stretti affetti da malattia di Crohn o colite ulcerosa.

La società scientifica IG-IBD

La IG-IBD (Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease) è una società scientifica nata con lo scopo di promuovere la ricerca (clinica e di base) della malattia di Crohn, della Colite Ulcerosa e delle altre patologie infiammatorie idiopatiche del tratto gastrointestinale e di migliorare e diffondere le conoscenze per la cura di queste malattie. L’obiettivo della società è favorire collaborazioni a livello nazionale e internazionale per fornire risposte a quesiti clinico-epidemiologici altrimenti difficilmente ottenibili.

La diagnosi e il decorso clinico delle MICI sono quindi al centro dell’azione degli specialisti della IG-IBD con l’identificazione di nuove strategie terapeutiche.

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