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SLIT per l’asma allergico da acaro

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L’immunoterapia specifica sublinguale SLIT per l’asma allergico da acaro è stata inserita nelle linee guida Global Strategy for Asthma Management and Prevention 2017.

La SLIT per l'asma allergico da acaro è stata inserita nelle linee guida Global Strategy for Asthma Management and Prevention 2017
La SLIT per l’asma allergico da acaro è stata inserita nelle linee guida Global Strategy for Asthma Management and Prevention 2017

 

 

La Global Strategy for Asthma Management and Prevention, realizzato dalla Global Initiative for Asthma (GINA), rappresenta una delle più importanti risorse pratiche dedicate ai medici specialisti per la gestione del paziente asmatico e, dall’edizione 2017, include anche la raccomandazione dell’utilizzo dell’immunoterapia sublinguale (SLIT, Sublingual Allergen Immunotherapy).

L’indicazione, dedicata ai livelli di cura 3 e 4, precisa di considerare l’aggiunta dell’immunoterapia allergene-specifica sublinguale (SLIT) nei pazienti adulti sensibilizzati all’acaro della polvere, con rinite allergica, che manifestano esacerbazioni asmatiche nonostante l’assunzione di corticosteroidi inalatori (ICS), e in cui il Volume Espiratorio Massimo nel 1° secondo (FEV1) sia >70% del valore predetto.

L’inserimento della SLIT nelle linee guida GINA è basato sulle evidenze emerse da uno studio pubblicato sulla rivista internazionale The Journal of the American Medical Association (JAMA) che ha dimostrato l’efficacia della SLIT-tablet nel trattamento dell’asma allergico da acaro della polvere. [Virchow JC, Backer V, Kuna P, et al. JAMA 2016;315(16):1715-25. doi: 10.1001/jama.2016.3964].

«Le linee guida GINA vanno oltre alla semplice raccomandazione di appropriatezza nella gestione della malattia asmatica e sono un documento costantemente aggiornato, basato sull’evidenza, per l’approccio alla gestione dell’asma nella pratica clinica – dichiara Pierluigi Paggiaro, delegato italiano per le Linee Guida GINA e membro del Comitato Scientifico del Progetto HOME – La SLIT (Immunoterapia Sublinguale) ha dimostrato di apportare benefici rilevanti nel trattamento dell’asma allergico non ben controllato e rappresenta una nuova arma a disposizione di medici e, soprattutto, pazienti, per poter gestire la patologia, quando altre soluzioni terapeutiche non determinano l’effetto desiderato».

Fino ad oggi, i pazienti affetti da allergia all’acaro della polvere, avevano a disposizione opzioni terapeutiche che consentivano di ottenere soltanto una riduzione dei sintomi, attraverso l’uso di corticosteroidi inalatori (ICS) e β2-agonisti a breve e lunga durata d’azione (rispettivamente SABA e LABA). I dati confermano, però, che, nonostante l’assunzione di tali trattamenti, fino al 30% dei pazienti continua a soffrirne. [Bateman ED, Boushey HA, Bousquet J, et al., GOAL Investigators Group. Can guideline-defined asthma control be achieved? the Gaining Optimal Asthma Control study, Am J Respir Crit Care Med. 2004;170(8):836-844].

«L’allergia da acaro della polvere è perenne – afferma Giorgio Walter Canonica, presidente della Società Italiana di Allergologia, Asma ed Immunologia Clinica (SIAAIC) e membro del Comitato Scientifico del Progetto HOME – Questo significa che chi ne è affetto è sempre esposto all’allergene e, quindi, se la malattia non è ben controllata, è anche sempre affetto dai sintomi che essa provoca. Avere un’ulteriore opzione terapeutica a disposizione, validata da un’istituzione autorevole come GINA, potrà avere un effetto positivo sulla qualità di vita del paziente».

«La SLIT ha dimostrato, oltre ai benefici terapeutici sul paziente affetto da asma allergico non ben controllato, anche vantaggi pratici nella gestione della terapia – afferma Francesco Blasi, presidente della Società Italiana di Pneumologia (SIP) e membro del Comitato Scientifico del Progetto HOME – Inoltre, è una terapia orale, che può essere assunta senza recarsi dal medico, con un conseguente risparmio in termini di tempo da parte sia del paziente, sia del medico, ed è gravata da meno effetti collaterali rispetto all’iniezione sottocute, soprattutto considerando gli shock anafilattici».

Altro aspetto da non sottovalutare, è la presenza concomitante di rinite allergica e asma bronchiale. Adriano Vaghi, responsabile del gruppo di studio BPCO, asma e malattie allergiche dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO) e membro del Comitato Scientifico del Progetto HOME spiega:

«Fino all’80% dei pazienti asmatici presenta anche rinite allergica, mentre circa il 30% dei pazienti con rinite allergica sviluppa nel tempo anche asma bronchiale. Le evidenze cliniche dimostrano che trattando correttamente le basse vie respiratorie per l’asma, si ottiene un miglioramento anche dei sintomi rinitici, e quindi un netto miglioramento della qualità della vita del paziente».

Il Progetto HOME

HOME (House-dust mite Observatory for the Management of the first Evidence-based immunotherapy) è un osservatorio, composto di un Board Scientifico che include alcuni tra i maggiori esperti di rinite e asma a livello nazionale, nato con l’obiettivo di indagare sui bisogni delle persone con allergia da acaro e di promuovere un’informazione scientificamente corretta e bilanciata.

Il progetto è patrocinato da 5 Società Scientifiche nazionali nell’ambito delle patologie respiratorie e allergiche:

  • Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC),
  • Società Italiana di Pneumologia (SIP),
  • Associazione Allergologi Immunologi Territoriali Ospedalieri (AAITO),
  • Accademia Italiana di Citologia Nasale – Accademia Italiana di Rinologia (AICNA – IAR),
  • Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO)

ed è realizzato con il sostegno non-condizionato di ALK Abellò.

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Cladribina per la sclerosi multipla recidivante

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L’efficacia e sicurezza di Cladribina per la sclerosi multipla recidivante è stata riscontrata analizzando un sottogruppo di dati dello studio CLARITY.

I dati, presentati all’American Academy of Neurology, dimostrano l’efficacia e la sicurezza di Cladribina compresse nella riduzione del rischio di progressione della disabilità nei pazienti affetti da sclerosi multipla recidivante.

Cladribina per la sclerosi multipla recidivante
I dati delle sperimentazioni cliniche con cladribina dimostrano una migliore efficacia nei pazienti con SM recidivante a maggior rischio di progressione della malattia

L’analisi dei sottogruppi dimostra una riduzione superiore all’80% del rischio di progressione della disabilità con cladribina compresse rispetto al placebo.

Merck ha presentato in forma di poster nuove analisi di efficacia e nuovi dati di sicurezza per cladribina compresse, molecola in fase di valutazione del dossier registrativo, al convegno annuale della American Academy of Neurology (AAN), tenutosi dal 22 al 28 aprile 2017 a Boston, Massachusetts.

«Sappiamo che una certa percentuale di pazienti con SM è sottoposta a un rischio maggiore di recidiva e di progressione della disabilità rispetto al resto della popolazione malata – ha affermato Gavin Giovannoni, uno dei ricercatori responsabili degli studi CLARITY, nonché professore di Neurologia presso Barts and The London School of Medicine and Dentistry. – Questi dati sono importanti, poiché indicano che i pazienti del sottogruppo caratterizzato da una maggiore attività di malattia trattati con cladribina compresse hanno dimostrato una risposta più importante rispetto a quella osservata nella popolazione complessiva dello studio clinico CLARITY».

I risultati dell’analisi retrospettiva di sottogruppo dello studio CLARITY su pazienti con elevata attività di malattia

I risultati di un’analisi retrospettiva di sottogruppo dello studio clinico di Fase III CLARITY, condotto su 289 pazienti con elevata attività di malattia, hanno dimostrato una riduzione statisticamente significativa del rischio di progressione della disabilità e di recidiva con cladribina compresse a un dosaggio di 3,5 mg/kg (n = 140) rispetto al placebo (n = 149) nei pazienti affetti da sclerosi multipla (SM) recidivante e naïve al trattamento oppure trattati in precedenza con un farmaco modificante la malattia (DMD, disease modifying drug).

Con l’espressione “maggior rischio di progressione della malattia e/o elevata attività di malattia” si intendono pazienti con ≥1 recidiva nel corso dell’anno precedente all’arruolamento nello studio mentre erano sottoposti a terapia DMD e un numero ≥1 di lesioni T1Gd+ o ≥9 di lesioni T2 oppure pazienti con ≥2 recidive nel corso dell’anno precedente all’arruolamento nello studio, indipendentemente dall’eventuale uso precedente di DMD.

L’analisi ha dimostrato che il trattamento con cladribina compresse 3,5 mg/kg è associato a una più ampia riduzione del rischio di progressione di disabilità confermata a 6 mesi – come indicato  dall’EDSS (Expanded Disability Status Scale) – nei pazienti con un’elevata attività di malattia (82%, p = 0,0001) rispetto a quella osservata nella popolazione complessiva dello studio CLARITY (47%; p = 0,0016) rispetto al placebo.

I dati hanno dimostrato che cladribina compresse ha ridotto anche il rischio relativo di relapse rate annualizzata nei pazienti con elevata attività di malattia (67%, p = <0,0001) rispetto alla popolazione complessiva dello studio CLARITY (58%, p = <0,0001).

Lo studio ha evidenziato anche che l’analisi delle recidive e la storia del trattamento, unite alle caratteristiche rilevate alla RMN, possono aiutare a identificare i pazienti a rischio maggiore di recidive e progressione della disabilità.

Analisi sulla sicurezza di cladribina per la sclerosi multipla recidivante

Un’analisi sulla sicurezza è stata effettuata nei pazienti arruolati negli studi CLARITY o CLARITY Extension. Si trattava di pazienti che avevano ricevuto cladribina compresse per 20 giorni nell’arco di due anni. Questa analisi ha dimostrato che, a seguito dei 10 giorni di trattamento durante il primo anno, la conta linfocitaria mostrava un valore medio basso. Era infatti pari a 1,00×109/l. Tuttavia, questo valore alla fine del primo e secondo anno di trattamento era rientrato nei valori di riferimento di normalità. Nel corso dei due anni dello studio CLARITY, l’evento avverso (EA) più comunemente riportato nei pazienti trattati con cladribina compresse è stato la linfopenia. L’incidenza di infezioni è stata pari al 48,3% con cladribina compresse e al 42,5% con placebo. Rispettivamente il 99,1% e il 99,0% dei casi sono stati poi valutati dagli sperimentatori come di entità lieve-moderata.

Cladribina compresse

Cladribina compresse è una terapia orale che prevede un breve periodo di trattamento. Agisce in modo selettivo sui linfociti, ritenuti parte integrante del processo patologico della sclerosi multipla.

«Si ritiene che cladribina compresse abbia come bersaglio selettivo la risposta immunitaria adattativa nella SM e che possa essere in grado di soddisfare un bisogno importante nei pazienti già a rischio più elevato di recidive o di progressione della disabilità» ha dichiarato Luciano Rossetti, Head of Global R&D per il business biofarmaceutico di Merck.

Nel luglio 2016, l’EMA (European Medicines Agency) ha già accettato la domanda di autorizzazione all’immissione in commercio (Marketing Authorization Application – MAA) di cladribina compresse per il trattamento della sclerosi multipla recidivante-remittente.

Il programma di sviluppo clinico per cladribina

Il programma di sviluppo clinico per cladribina compresse include gli studi:

  • CLARITY (CLAdRIbine Tablets Treating MS OrallY) e la sua estensione: studio di fase III a due anni messo a punto per valutare l’efficacia e la sicurezza di cladribina compresse in monoterapia in pazienti con SMRR e la sua estensione a due anni messa a punto per fornire dati a lungo termine su sicurezza ed efficacia della somministrazione prolungata di cladribina compresse per un periodo massimo di 4 anni.
  • ORACLE MS (ORAl CLadribine in Early MS): uno studio a due anni di Fase III, controllato con placebo, disegnato per valutare l’efficacia e la sicurezza di cladribina compresse in monoterapia nei pazienti a rischio di sviluppare sclerosi multipla (pazienti che hanno manifestato un primo evento clinico indicativo di SM).
  • ONWARD (Oral Cladribine Added ON To Rebif New Formulation in Patients With Active Relapsing Disease): studio di Fase II controllato con placebo, disegnato principalmente per valutare la sicurezza e tollerabilità dell’impiego aggiuntivo del trattamento con cladribina compresse nei pazienti con forme recidivanti di SM, nei quali si è verificata una progressione della malattia nel corso di una terapia consolidata con interferone beta.
  • PREMIERE (PRospective observational long-term safEty registry of Multiple sclerosis patIEnts who have participated in CladRibinE clinical trials): registro osservazionale messo a punto per valutare la sicurezza a lungo termine di cladribina compresse. Il follow-up comprenderà più di 10.000 pazienti-anno (misura statistica che tiene conto complessivamente del numero di pazienti arruolati in uno o più studi clinici e del tempo che ciascuno di loro ha trascorso sottoposto a terapia), con un periodo di osservazione in alcuni pazienti di oltre 8 anni dalla terapia.

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La terapia personalizzata limita le recidive di poliposi nasale

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Uno studio dimostra che la terapia personalizzata limita le recidive di poliposi nasale. Questo può essere realizzato attraverso la corretta classificazione clinica e citologica della malattia.

Uno studio dimostra che la terapia personalizzata limita le recidive di poliposi nasale
Uno studio dimostra che la terapia personalizzata limita le recidive di poliposi nasale

Lo studio è stato pubblicato su Acta otorhinolaryngologica italica e apre la strada all’adozione di un nuovo approccio per la gestione della rinosinusite cronica con polipi nasali.

La rinosinusite cronica con polipi nasali

«La rinosinusite cronica con polipi nasali è una malattia infiammatoria frequente che colpisce il 4-5% della popolazione – spiega Carlo Antonio Leone, presidente SIOeChCF, Società Italiana di Otorinolaringologia e Chirurgia Carvico-facciale – e ha un elevato impatto sulla qualità della vita dei pazienti avendo come sintomi principali l’ostruzione nasale con conseguenti difficoltà respiratorie e perdita della funzione olfatto-gustativa».

«La diagnosi è semplice, ma il trattamento rimane una sfida per l’otorinolaringoiatra date le ancora scarse conoscenze sulle sue cause, il difficile controllo terapeutico e la frequenza delle recidive che si presentano in almeno 1 paziente su 4. Nonostante la terapia medica controlli i sintomi in una buona percentuale di pazienti, molti ricorrono al trattamento chirurgico per ridurre i disturbi e prevenire le complicanze. Va però ricordato che l’approccio chirurgico si limita a disostruire il naso e ampliare gli osti dei seni paranasali, ripristinando al meglio la funzione respiratoria e permettendo ai farmaci nebulizzati di raggiungere la mucosa dei seni, ma non è risolutivo in quanto non agisce sulle cause della malattia» – sottolinea Carlo Antonio Leone.

Lo studio sulla terapia personalizzata per ridurre il rischi di recidive di poliposi nasale

«Nello studio pubblicato su Acta Otorhinolaryngologica Italica – continua Matteo Gelardi, presidente della Accademia Italiana di Rinologia (IAR), responsabile del Centro Rinologico del Policlinico Universitario di Bari e firmatario dello studio – abbiamo stabilito uno schema terapeutico mirato a controllare i sintomi e migliorare la qualità della vita dei pazienti, in base alla classificazione del Grading Clinico-Citologico (GCC) che prende in considerazione diversi parametri (citologia nasale, asma, allergie e sensibilità all’acido acetilsalicilico) come fattori di rischio di recidiva post-chirurgica. Questo trattamento personalizzato evita di esporre il paziente al rischio di sotto o sovra-trattamento e di conseguenza alla possibilità di incorrere in una recidiva o negli effetti collaterali dei farmaci utilizzati».

«Sono stati studiati per 5 anni 204 pazienti affetti da rinosinusite cronica con polipi nasali dei quali 120 avevano subito precedentemente un intervento chirurgico per la rimozione dei polipi. I pazienti sono stati trattati con corticosteroidi topici con periodo di somministrazione variabile in base al livello di rischio di recidiva e con corticosteroidi sistemici associati ad irrigazioni nasali ed acido ialuronico ad alto peso molecolare – illustra Matteo Gelardi. – Altri farmaci come antistaminici, antibiotici, immunoterapie specifiche sono stati aggiunti a seconda della presenza di co-morbilità come rinite allergica, asma o infezioni concomitanti».

I risultati dello studio

«Ne è emerso che:

  • nel gruppo con rischio lieve il 92% dei pazienti non ha avuto peggioramenti e non è ricorso alla chirurgia,
  • nel gruppo a rischio moderato il 44% dei pazienti non ha avuto peggioramenti e solo il 3,6% ha avuto necessità di ricorrere alla chirurgia contro il 13,6% del gruppo di controllo,
  • soltanto il 5,7% dei pazienti del gruppo con rischio grave necessitava di trattamento chirurgico contro il 49% del gruppo di controllo.

Inoltre, dal punto di vista obiettivo le dimensioni dei polipi nasali tendevano ad aumentare ad una velocità maggiore nel gruppo di controllo che nei pazienti trattati con terapia personalizzata. Mentre era già nota l’attività dei corticosteroidi nelle poliposi, la novità è rappresentata dall’impiego dell’acido ialuronico 0,3% ad alto peso molecolare (Yabro®) che ha svolto un ruolo determinante per la sua attività antiinfettiva sui biofilm e di ripristino del battito ciliare».

Le implicazioni dello studio

«Questo studio apre la strada allo sviluppo e all’adozione di un nuovo approccio alla gestione della rinosinusite cronica con polipi nasali sulla base di una classificazione clinica e citologica che permetta di stimare con accuratezza la gravità della malattia e di adattarne il trattamento al fine di informare meglio il paziente, migliorare l’aderenza terapeutica, il controllo della malattia e limitare il ricorso alla chirurgia» – aggiunge Carlo Antonio Leone.

«Questo nuovo approccio – conclude Gelardi – svela in modo incontrovertibile, che ogni poliposi nasale è diversa dall’altra e, anche in questo campo come già in altri, la medicina di precisione è la risposta per trattare questi pazienti che dovranno accettare e comprendere la natura cronica della propria patologia ed essere disposti a seguire le indicazioni che ne consentono un buon controllo».

Emicizumab per l’emofilia A nei bambini

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I risultati preliminari di uno studio dimostrano che emicizumab per l’emofilia A nei bambini con questa patologia e inibitori del fattore VIII ha ridotto il numero di sanguinamenti.

Emicizumab per l'emofilia A nei bambini con inibitori del fattore VIII ha dimostrato di ridurre il numero  di sanguinamenti in uno studio di fase III
Roche annuncia  positivi ottenuti con emicizumab in uno studio di fase III condotto su bambini con emofilia A

Roche ha annunciato i risultati preliminari ottenuti nello studio di fase III HAVEN 2, volto a valutare la profilassi con emicizumab in bambini di età inferiore a 12 anni con emofilia A e inibitori del fattore VIII.

In occasione di quest’analisi ad interim condotta dopo una mediana di 12 settimane di trattamento, la profilassi con emicizumab ha evidenziato una riduzione clinicamente rilevante del numero di sanguinamenti nel tempo. Tali risultati sono coerenti con quelli ottenuti nello studio di fase III HAVEN 1 condotto su adulti e adolescenti (di età uguale o superiore a 12 anni) con emofilia A e inibitori del fattore VIII, nel quale la profilassi con emicizumab ha evidenziato una riduzione statisticamente significativa e clinicamente rilevante del numero di sanguinamenti nel tempo, rispetto sia a nessuna profilassi sia a una precedente profilassi con agenti bypassanti.

Gli eventi avversi più comuni osservati con emicizumab nello studio HAVEN 2 sono state delle reazioni in corrispondenza della sede di iniezione e delle rinofaringiti.

«La gestione dell’emofilia A con inibitori del fattore VIII è particolarmente complessa sia per i bambini sia per i relativi caregiver, in quanto il sanguinamento è difficile da controllare e i trattamenti attualmente disponibili richiedono frequenti infusioni endovenose – ha dichiarato Sandra Horning, MD, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development. – Ci conforta osservare che la profilassi con emicizumab, somministrato una volta a settimana per via sottocutanea, abbia evidenziato una riduzione clinicamente rilevante del numero di sanguinamenti nei bambini nel tempo».

 

Lo studio HAVEN 2 su emicizumab per l’emofilia A nei bambini

HAVEN 2 è uno studio di fase III multicentrico, in aperto e a braccio singolo volto a valutare l’efficacia, la sicurezza e la farmacocinetica della somministrazione sottocutanea di emicizumab una volta a settimana. L’analisi ad interim condotta dopo una mediana di 12 settimane di trattamento, ha incluso 19 bambini di età inferiore a 12 anni con emofilia A e inibitori del fattore VIII che necessitano di terapia con agenti bypassanti.

Gli obiettivi dello studio consistono nel valutare:

  • il numero di sanguinamenti nel tempo in corso di profilassi con emicizumab,
  • la sicurezza,
  • la farmacocinetica,
  • la qualità della vita correlata alla salute (HRQoL) e l’HRQoL riferita dai caregiver, inclusi gli aspetti relativi al carico assistenziale.

Lo studio arruolerà complessivamente 60 bambini e l’analisi finale è pianificata dopo 52 settimane di trattamento con emicizumab.

Lo studio HAVEN 1

HAVEN 1 è uno studio di fase III randomizzato, multicentrico e in aperto volto a valutare l’efficacia, la sicurezza e la farmacocinetica della profilassi con emicizumab rispetto a nessuna profilassi, nei soggetti con emofilia A e inibitori del fattore VIII. Lo studio ha incluso 109 pazienti affetti da emofilia A (di età uguale o superiore a 12 anni) con inibitori del fattore VIII, precedentemente sottoposti a terapia episodica o profilattica a base di agenti bypassanti.

I pazienti precedentemente sottoposti a terapia episodica con agenti bypassanti sono stati randomizzati in rapporto 2:1 al trattamento profilattico con emicizumab (Braccio A) o a nessuna profilassi (Braccio B). Ai pazienti precedentemente sottoposti a terapia profilattica con agenti bypassanti è stato somministrato il trattamento profilattico con emicizumab (Braccio C).

Il trattamento episodico, con agenti bypassanti, dei sanguinamenti insorti in corso di studio era previsto dal protocollo.

L’endpoint primario dello studio è il numero di sanguinamenti nel tempo con la profilassi a base di emicizumab (Braccio A) rispetto a nessuna profilassi (Braccio B).

Gli endpoint secondari comprendono il tasso complessivo di tutti i sanguinamenti, il tasso di sanguinamenti articolari, tasso di sanguinamenti spontanei, il tasso di sanguinamenti a carico delle articolazioni bersaglio, la qualità della vita correlata alla salute (HRQoL)/condizioni di salute, il confronto intra-paziente rispetto al tasso di sanguinamenti riscontrati durante il precedente regime profilattico con agenti bypassanti (Braccio C) e la sicurezza.

I risultati dello studio HAVEN 1

Lo studio ha evidenziato una riduzione statisticamente significativa del numero di sanguinamenti nel tempo nei soggetti trattati con emicizumab in profilassi, rispetto ai soggetti che non hanno ricevuto alcun trattamento di profilassi. Lo studio ha inoltre raggiunto tutti gli endpoint secondari, compresa una riduzione statisticamente significativa del numero di sanguinamenti nel tempo con la terapia di profilassi con emicizumab, nell’ambito di un confronto intra-paziente in quei soggetti precedentemente sottoposti a trattamento profilattico con agenti bypassanti.

Gli eventi avversi più comuni osservati con emicizumab sono state le reazioni in corrispondenza della sede di iniezione, in linea con gli studi precedenti.

Emicizumab (ACE910)

Emicizumab è un anticorpo monoclonale bispecifico sperimentale ideato per unire i fattori IXa e X, che sono le proteine necessarie per attivare la naturale cascata della coagulazione e ripristinare il processo di coagulazione del sangue.

Può essere somministrato sotto forma di soluzione pronta all’uso da iniettare al di sotto della pelle (per via sottocutanea) una volta a settimana.

Emicizumab è studiato nell’ambito di studi registrativi di fase III condotti su soggetti di età uguale o superiore a 12 anni, con e senza inibitori del fattore VIII, e in bambini di età inferiore a 12 anni con inibitori del fattore VIII. Altre sperimentazioni stanno valutando regimi posologici con una minore frequenza di somministrazione. Il programma di sviluppo clinico sta valutando la sicurezza e l’efficacia di emicizumab, nonché la sua potenzialità di contribuire a superare le attuali sfide di natura clinica, quali la breve durata degli effetti dei trattamenti esistenti, lo sviluppo di inibitori del fattore VIII e la necessità di frequente accesso venoso.

In questo momento sono in corso altri due studi di fase III su emicizumab:

  • HAVEN 3, volto a valutare la profilassi con emicizumab somministrato una volta a settimana o a settimane alterne in soggetti di età uguale o superiore a 12 anni con emofilia A e senza inibitori del fattore VIII.
  • HAVEN 4, volto a valutare la profilassi con emicizumab somministrato ogni quattro settimane in soggetti di età uguale o superiore a 12 anni con emofilia A con o senza inibitori del fattore VIII.

Emicizumab è stato creato da Chugai Pharmaceutical ed è sviluppato congiuntamente da Chugai, Roche e Genentech.

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Edoxaban per la FANV in pazienti sottoposti a impianto di valvola aortica transcatetere

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Daiichi Sankyo annuncia l’arruolamento dei primi pazienti nel trial ENVISAGE-TAVI AF che valuta l’anticoagulante orale in monosomministrazione giornaliera Lixiana® (edoxaban) per il trattamento ininterrotto della fibrillazione atriale nei pazienti sottoposti a impianto di valvola aortica transcatetere.

È iniziato l'arruolamento per lo studio ENVISAGE-TAVI AF per la valutazione di Edoxaban per la FANV in pazienti sottoposti a impianto di valvola aortica transcatetere
È iniziato l’arruolamento per lo studio ENVISAGE-TAVI AF. Valuterà efficacia e sicurezza di edoxaban per la FANV in pazienti sottoposti a impianto di valvola aortica transcatetere

Lo studio si inserisce nel programma di ricerca clinica Edoxaban, che valuta l’uso di questo farmaco in un ampio range di pazienti, con diverse condizioni cardiovascolari e in differenti setting clinici.

L’impianto della valvola aortica transcatetere è diventata una procedura sempre più frequente per il trattamento della stenosi aortica, una malattia progressiva che può trasformarsi in una condizione potenzialmente fatale. Nei pazienti sottoposti a tale procedura la fibrillazione si presenta spesso come comorbilità che richiede una terapia anticoagulante cronica.

Lo studio ENVISAGE-TAVI AF su edoxaban per la FANV in pazienti sottoposti a impianto di valvola aortica transcatetere

Lo studio ENVISAGE-TAVI AF (EdoxabaN Versus Standard of Care and TheIr Effects on Clinical Outcomes in PAtientS HavinG UndergonE Transcatheter Aortic ValveImplantation – in Atrial Fibrillation (ENVISAGE-TAVI AF) è uno studio prospettico di fase IIIb, randomizzato a gruppi paralleli, in aperto con endpoint cieco, che valuterà l’efficacia e la sicurezza dell’inibitore orale diretto del fattore Xa edoxaban, rispetto al trattamento con antagonisti della vitamina K, con o senza terapia antipiastrinica, in pazienti affetti da fibrillazione atriale e sottoposti con successo a un impianto di valvola aortica transcatetere.

«ENVISAGE-TAVI AF al momento è unico nel suo genere e fornirà le prime evidenze cliniche che comparano efficacia e sicurezza di edoxaban versus AVK in pazienti affetti da fibrillazione atriale non valvolare con indicazione alla terapia anticoagulante cronica a seguito di un impianto di valvola aortica transcatetere» ha commentato il principale co-autore dello studio, George Dangas, professore di Medicina della Mount Sinai School of Medicine.

Lo studio analizzerà l’incidenza di eventi clinici avversi netti, cioè il composito di tutte le cause di morte, infarto miocardico, ictus ischemico e tromboembolia sistemica, trombosi della valvola e sanguinamenti maggiori (secondo la definizione della Società Internazionale Trombosi ed Emostasi); questi ultimi corrispondono anche all’endpoint primario di sicurezza.

Saranno arruolati circa 1.400 pazienti in 200 centri tra Europa, Stati Uniti e Canada.

Edoxaban sarà utilizzato nel dosaggio approvato per la prevenzione dell’ictus nella fibrillazione atriale, in accordo con le indicazioni di ciascun Paese.

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Amgen ha annunciato che lo studio FOURIER sugli outcome di Repathaha stabilito per la prima volta che ridurre al massimo i livelli di C-LDL, oltre quanto già raggiungibile con la migliore terapia attualmente disponibile, conduce ad un’ulteriore riduzione di eventi cardiovascolari maggiori, compresi infarto, ictus e rivascolarizzazione coronarica.

Evolocumab (Repatha®) riduce in maniera significativa (20%) il rischio di eventi cardiovascolari maggiori. Il rischio di infarto, ictus e rivascolarizzazione coronarica si riduce rispettivamente del 27%, del 21% e del 22%.

«Per la prima volta siamo riusciti a dimostrare, in uno studio dedicato agli outcome, che la riduzione del colesterolo LDL attraverso l’inibizione del PCSK9 risulta in un beneficio cardiovascolare clinicamente significativo – afferma Marc S. Sabatine, M.D., M.P.H., chairman del TIMI Study Group, the Lewis Dexter, MD, Distinguished Chair in Cardiovascular Medicine at Brigham e Women’s Hospital, and Professor of Medicine, Harvard Medical School, Boston. – Questi benefici sono stati possibili portando il colesterolo LDL fino a una mediana di 30 mg/dL, molto al di sotto degli attuali target, e più i pazienti rimanevano in trattamento e maggiore era la riduzione del rischio. Tali risultati supportano la necessità di una riduzione del colesterolo LDL molto consistente e a lungo termine in pazienti con malattia cardiovascolare».

«Ci troviamo di fronte a una rivoluzione per i pazienti ad alto rischio. Sebbene fossero pazienti trattati al meglio con le ultime terapie, erano ancora a rischio di andare incontro a un ulteriore evento cardiovascolare. È strabiliante riuscire ad osservare un impatto così importante sulla riduzione degli eventi cardiaci considerando che la popolazione studiata è stata in trattamento per soli due anni – ha ammesso Sean E. Harper, M.D., executive vice president of Research and Development di Amgen. – Il beneficio assoluto sarà ancora maggiore di quello che abbiamo visto nello studio di Repatha sugli outcome poiché il tasso di eventi cardiovascolari nella pratica clinica è circa due, tre volte maggiore di quello riportato in uno studio clinico controllato rigorosamente».

I risultati sono stati pubblicati in dettaglio sul New England Journal of Medicine e presentati in occasione del 66° American College of Cardiology.

Lo studio FOURIER

FOURIER è stato condotto su 27.564 pazienti già in trattamento con terapia statinica ottimizzata, che avevano avuto un pregresso infarto, ictus o arteropatia periferica sintomatica.

Lo studio è stato dimensionato sugli eventi cardiovascolari maggiori robusti, ovvero sull’endpoint composito costituito da primo infarto, ictus e morte cardiovascolare (endpoint secondario principale) e dimostra che l’aggiunta di Repatha alla terapia statinica ottimizzata riduce del 20% tali eventi. Si tratta di una riduzione statisticamente significativa (p<0,001). Il beneficio sostanziale è iniziato già a sei mesi di trattamento e ha continuato ad accumularsi lungo il corso di 2,2 anni (mediana dello studio). Infatti, l’ampiezza della riduzione del rischio sull’endopoint composito secondario è cresciuta nel tempo passando dal 16% del primo anno al 25% nel periodo successivo. Lo studio ha, inoltre, dimostrato una riduzione statisticamente significativa del 15% (p<0,001) anche relativamente all’endpoint primario composito, che includeva ospedalizzazione per angina instabile, rivascolarizzazione coronarica, infarto, ictus o morte cardiovascolare.

I pazienti in trattamento con Repatha hanno ottenuto una riduzione nominale del rischio di infarto del 27% (p<0,001), di ictus del 21% (p=0,01) e di rivascolarizzazione coronarica del 22% (p<0,001). Consistentemente con altri studi clinici con terapie altamente ipolipemizzanti, non si sono osservati effetti sulla mortalità cardiovascolare. Similmente non sono stati riportati effetti sulle ospedalizzazioni per angina instabile. In un’analisi esploratoria, la riduzione del rischio relativo di infarti fatali e non fatali o di ictus è stata del 19% nel primo anno (p=0,003) e del 33% nel periodo successivo (p<0,00001).

Aggiunto alla terapia statinica ottimizzata, Repatha ha ridotto il colesterolo LDL da una mediana di 92 a 30 mg/dL, una riduzione del 59% alla settimana 48 che è stata mantenuta per tutta la durata dello studio. Alla settimana 48, il C-LDL è stato ridotto ad almeno 25 mg/dL nel 42% dei pazienti trattati con Repatha rispetto a una percentuale inferiore al 0,1% nel gruppo trattato con placebo (p<0,001). Inoltre il trattamento con Repatha ha avuto effetti positivi anche sugli altri parametri lipidici.

Non sono stati identificati nuovi segnali di sicurezza in questo ampio studio clinico che ha incluso circa 60.000 pazienti–anno di follow up, considerando anche la valutazione dei pazienti che hanno raggiunto livelli molto bassi di C-LDL. In particolare, non sono state evidenziate differenze degne di nota tra gruppi di trattamento nella frequenza totale degli eventi avversi, degli eventi avversi seri o degli eventi avversi che hanno portato alla sospensione del farmaco in studio. Allo stesso modo, sono risultati simili tra i due gruppi di trattamento le frequenze di: diabete di nuova insorgenza (8,1% Repatha; 7,7% placebo), effetti collaterali muscolari (5,0% Repatha; 4,8% placebo), cataratta (1,7% Repatha; 1.8% placebo), eventi avversi neurocognitivi (1,6% Repatha; 1.5% placebo) e reazioni allergiche (3,1% Repatha; 2,9% placebo). Le reazioni nel sito di iniezione sono risultate più comuni con Repatha rispetto a placebo (2,1% Repatha; 1,6% placebo).

Nei pazienti trattati con Repatha sono stati identificati nuovi anticorpi leganti dopo il basale in 43 pazienti (0,3%) mentre non sono stati evidenziati anticorpi neutralizzanti in alcun paziente.

Disegno dello studio sugli Outcome cardiovascolari di Repatha

Lo studio FOURIER (Further Cardiovascular OUtcomes Research with PCSK9 Inhibition in Subjects with Elevated Risk), è un trial clinico multinazionale di Fase III randomizzato, in doppio cieco, verso placebo, disegnato per valutare se Repatha in confronto a placebo (entrambi in aggiunta ad una terapia statinica ottimizzata), riduce gli eventi cardiovascolari.

L’endpoint primario è il tempo alla morte cardiovascolare, infarto del miocardio, ictus, ospedalizzazione per angina instabile o rivascolarizzazione coronarica.

L’endpoint secondario principale è il tempo alla morte cardiovascolare, infarto del miocardio o ictus.

Erano eleggibili i pazienti con elevati livelli di colesterolo (C-LDL ≥70 mg/dL o non-C-HDL ≥100 mg/dL) e malattia cardiovascolare aterosclerotica clinicamente evidente in più di 1.200 centri in tutto il mondo. Tali pazienti sono stati randomizzati per ricevere Repatha sottocute al dosaggio di 140 mg ogni due settimane o di 420 mg una volta al mese, in aggiunta a una dose ottimizzata di statina; o un’iniezione sottocute di placebo ogni due settimane o una volta al mese associato a una dose ottimizzata di statina. La terapia statinica ottimizzata è stata definita come una dose giornaliera di atorvastatina 20 mg o equivalente o se raccomandata atorvastatina 40 mg o equivalente. Lo studio è stato portato avanti fino a quando almeno 1.630 pazienti non avessero sperimentato l’endpoint secondario principale.

Evolocumab (Repatha)

Evolocumab è un anticorpo monoclonale umano che inibisce la proproteina convertasi subtilisina/kexina tipo 9 (PCSK9). Il PCSK9 è una proteina deputata alla degradazione dei recettori LDL che, quindi, riduce la capacità del fegato di eliminare il C-LDL, il cosiddetto colesterolo “cattivo”, dal sangue.

Evolocumab si lega alla proteina PCSK9 impedendole di legarsi a sua volta ai recettori delle LDL sulla membrana epatica. In assenza del PCSK9, sulla membrana epatica sono presenti più recettori delle LDL in grado di eliminare il C-LDL dal sangue.

Repatha è attualmente approvato in più di 40 Paesi, inclusi Stati Uniti, Giappone, Canada e in tutti i 28 Stati Membri dell’Unione Europea.

Repatha è frutto del lavoro dei ricercatori Amgen che hanno per primi spiegato l’interazione tra PCSK9 e il recettore delle LDL, compreso il sito in cui il recettore delle LDL si lega al PCSK9, e hanno sviluppato anticorpi che si legano al PCSK9 in corrispondenza di quel sito bloccando così l’interazione del PCSK9 con il recettore delle LDL. Un’ampia serie di studi clinici ha dimostrato volta per volta l’efficacia di Repatha nel ridurre il C-LDL, nel determinare la regressione dell’aterosclerosi coronarica ed ora anche nel ridurre il rischio di eventi cardiovascolari avversi maggiori.

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Alimentazione e dolore cronico

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Durante il IX Congresso Internazionale di Anestesiologia SIMPAR-ISURA sono stati illustrati i legami tra alimentazione e dolore cronico.

Del legame tra alimentazione e dolore cronico
Del legame tra alimentazione e dolore cronico si è discusso al IX Congresso Internazionale di Anestesiologia SIMPAR-ISURA

Dagli interventi presentati, emerge che l’unione della dieta di tipo mediterraneo, l’unica che abbia permesso ad oggi risultati scientifici positivi e comprovati, e la nutraceutica, disciplina nata dalla fusione dei termini “nutrizione” e “farmaceutica”, può essere un valido aiuto per i terapisti del dolore e per chi soffre di malattie croniche. I principali alimenti di tale regime alimentare, infatti, contribuiscono positivamente non soltanto a combattere le principali patologie, ma anche a prevenirle.

L’importanza della dieta mediterranea

La dieta mediterranea offre un ottimo bilanciamento di proteine, lipidi e carboidrati. Avere un giusto rapporto di questi tre macroelementi tutto il giorno nei due pasti principali e in quelli secondari contribuisce a combattere l’infiammazione e il dolore.

«Questa dieta – spiega Manuela De Gregori, biologa nutrizionista del Policlinico San Matteo di Pavia – può essere utilizzata sia per le terapie cronico oncologiche che per quelle benigne, ma anche per i pazienti che  devono sottoporsi ad un intervento chirurgico o per chi ha già subito un intervento. Gli sbagli alimentari dovuti alla mancanza di un’educazione alimentare influiscono tantissimo sulla gestione del dolore stesso».

«La dieta mediterranea – aggiunge Maurizio Marchesini, anestesista e terapista del dolore presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma – ha le caratteristiche di escludere o di ridurre degli alimenti che hanno azione pro-infiammatoria. La tendenza attuale per chi non rispetta un piano nutrizionale programmato e attento è quello di incorrere in un accumulo di calorie e grassi. Questi hanno una correlazione con l’infiammazione e con lo sviluppo del dolore. Quindi il dolore nelle ginocchia non è causato solo dal sovrappeso, ma dalla quota di sostanze infiammatorie causata dalla cattiva alimentazione, che danneggia le articolazioni stesse. Lo dimostra il fatto che persone in sovrappeso hanno dolori anche alle piccole articolazioni, come le mani, in cui il peso non ha nessun ruolo».

I rischi di una errata alimentazione

Non avere la giusta attenzione a tavola può causare un peggioramento di una condizione geneticamente predeterminata di dolore cronico o peggiorare gli esiti degli insulti esterni come un intervento chirurgico o una patologia neoplastica.

«Oltre al dolore di cui parliamo in questa sede, e quindi le patologie infiammatorie croniche, non solo osteoarticolari ma anche intestinali e ulcerose, ci sono tante altre patologie che sono più note – precisa Maurizio Marchesini – Parliamo di problemi cardiologici, sviluppo del diabete, problemi metabolici e respiratori. Si sa che una persona che ha subito un infarto deve essere attento alla dieta, ma non si sa che la stessa attenzione è necessaria in uno stato di dolore».

Esiste un legame anche tra alimentazione e malattie neurodegenerative.

«La componente di patologia del sistema nervoso – spiega Maurizio Marchesini – possono essere influenzate dal trattamento alimentare. Basti pensare che un paziente che ha un dolore è anche un paziente che è depresso. Anche in questo caso ridurre la quota di introito calorico, quella di zuccheri e di acidi grassi aiuta a limitare qualche degenerazione dell’età, sia in senso fisico che per lo sviluppo di malattie neuro-generative».

La corretta alimentazione

Gli specialisti consigliano una dieta più variata possibile, senza escludere determinati alimenti, ma cercando di abbinarli correttamente agli altri e soprattutto di cucinarli in modo migliore.

«Sicuramente – chiosa Manuela De Gregori – una dieta ricca di frutta e di verdura è una dieta antinfiammatoria, ma questo non significa che bisogna escludere carne e pesce. Serve scegliere ponderatamente tutti gli alimenti presenti in natura. Una cosa fondamentale è bilanciarli ogni giorno con tutto quello che viene acquisito dal paziente. Non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità».

Sono sconsigliati gli alimenti pro-infiammatori quali:

  • quelli contenenti farine raffinate: sono considerate migliori quelle integrali,
  • le carni conservate, come salumi e insaccati, soprattutto quelli di derivazione suina.

È bene ponderare anche l’utilizzo dello zucchero raffinato e quello del sale. Meglio sostituire questi aromatizzanti a delle spezie che hanno anche proprietà antinfiammatorie.

In merito alle singole sostanze, uno studio dimostra come l’assunzione di un derivato della curcuma da parte di un paziente con osteoartrosi dia un risultato riconducibile all’assunzione di paracetamolo. Altri studi sugli acidi grassi Omega3, zenzero, frutta e verdure hanno dato risultati analoghi.

«Attenzione – allertano gli specialisti – però a non cadere nella medicina non convenzionale, nell’esoterismo, nella naturopatia a tutti i costi. La terapia medica non va sostituita con l’integrazione di un alimento. Questo può provocare un miglioramento, più energie, meno insonnia, più benessere, ma non deve essere assolutamente l’unica via per risolvere il problema. Il fai da te in alcune patologie può fare più danno che altro».

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Il tema del costo del dolore è stato affrontato durante il IX Congresso Internazionale di Anestesiologia SIMPAR-ISURA.

Guido Fanelli dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma al IX Congresso Internazionale di Anestesiologia SIMPAR-ISURA illustra il costo del dolore
Guido Fanelli dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma al IX Congresso Internazionale di Anestesiologia SIMPAR-ISURA illustra il costo del dolore

«La malattia del dolore, in Italia comporta una spesa, tra costi diretti e indiretti, di 3,2 miliardi di euro, secondo i dati Istat a disposizione a marzo 2017 – spiega Guido Fanelli, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. – Il costo del dolore in Europa rappresenta il 2,3% del PIL. Negli Stati Uniti, invece, eguagliano la somma dei costi della terapia anticancro, vascolare e antivirale, arrivando a 600 milioni di dollari».

Il costo per il trattamento della malattia dolore aumenta in caso di cattiva gestione. Questa deriva dalla preparazione a volte lacunosa in terapia del dolore. Dal Congresso, infatti, emerge che soltanto un medico su tre conosce la Legge 38/2010.

«L’Italia – dichiara Massimo Allegri – è stato il primo Paese al mondo ad aver accolto le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questa afferma che è un diritto di ogni cittadino non soffrire. La legge istituisce un percorso tale che permette al paziente di avere una rete istituzionale clinica per la gestione del proprio dolore. Purtroppo però questa, applicata a macchia di leopardo. La 38/2010 inoltre istituisce dei percorsi formativi specifici per i medici e consente un accesso semplificato ad alcuni farmaci».

Secondo uno studio europeo, la terapia del dolore in media viene insegnata 6 ore in 6 anni.

L’università senza dolore: il caso dell’Università di Parma

L’Università di Parma in Italia è quella che spicca in fatto di preparazione: è dichiarata l’Università senza dolore. In questa non solo si insegna la terapia del dolore, ma la si lega ad altre discipline, in un contesto multidisciplinare. Uno dei grandi impegni degli specialisti è esportare questo modello anche nelle altre città, così che si possa avere una maggiore preparazione a livello teorico e pratico.

Il caso Pregabalin

A titolo esemplificativo, si è parlato del caso Pregabalin, uno dei farmaci maggiormente prescritti al mondo contro il dolore. Questo, secondo una ricerca pubblicata dal New England Journal of Medicine, non è efficace contro la sciatalgia, come invece si è da sempre ritenuto. In Italia si sono spesi 80 milioni di euro per questo farmaco.

È molto importante, quindi, combattere il dolore non solo da un punto di vista clinico, negli interessi del paziente, ma anche da un punto di vista farmaeconomico.

Il caso della terapia del dolore in Toscana

«I centri hub in Toscana – spiega Renato Vellucci, dirigente medico SODc di Cure Palliative e Terapia del Dolore Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi, Firenze – sono tre: Firenze, Siena e Pisa, individuati dalla Regione secondo i criteri della legge 38/2010. La Toscana è una regione che, rispetto a molte altre in Italia, è molto avanti nella gestione di cure palliative e di terapia del dolore. Le prime rappresentano una rete consolidata territoriale che unisce strutture pubbliche e private che svolgono attività di volontariato e di supporto. Per la terapia del dolore non siamo così evoluti, ma c’è comunque molta attenzione per questi problemi».

La maggior parte dei pazienti a Firenze, circa 70%, sono ultracinquantenni; gli ultraottantenni sono il 30%. Il malato oncologico è il 35/40% dei pazienti in osservazione. Le principali patologie gestite sono di natura neoplastica metastatica, ossia quelle con maggiore incidenza di dolore. Numerose anche le neoplasie viscerali, come il tumore del pancreas. Si stima che nell’iter di malattia oncologica il 70% dei malati affetti da cancro nella loro storia avrà dolore.

«La Toscana – aggiunge Renato Vellucci – offre servizi qualitativamente alti, nonostante non possa essere capillare su tutta la regione: quanto più ci si allontana dagli hub più possono subentrare difficoltà nel servizio. Occorrerebbe migliorare l’integrazione e andare a potenziare ulteriormente questa rete tra hub e spoke. Ci sono dei numeri verdi, come quello di Vincere il dolore onlus e H.O.P.E. for patients, che offrono ai malati un supporto per facilitare l’arrivo allo specialista giusto per gestire la sindrome dolorosa del paziente. Nei nostri hub serviamo anche molti pazienti dall’Umbria, dalle Marche, dall’Emilia Romagna, ma anche dall’estremo Nord e dall’estremo Sud».

Il congresso internazionale di anestesiologia e terapie del dolore Simpar-Isura 2017

Il Congresso Internazionale di Anestesiologia e terapie del dolore SIMPAR-ISURA è stato organizzato e presieduto da Massimo Allegri, ricercatore presso l’Università di Parma e specialista in anestesia rianimazione e terapia del dolore. Ha riunito 1200 specialisti e medici per confrontarsi sulle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche e su tutte le tematiche relative allo studio e alla gestione del dolore cronico.

In questa edizione speciale del Congresso, convergono due importanti appuntamenti internazionali:

  • SIMPAR (Study In Multidisciplinary PAin Research)primo network internazionale capace di coniugare clinica e ricerca di base,
  • ISURA (International Symposium of Ultrasound in Regional Anesthesia), società mondiale dedicata all’applicazione degli ultrasuoni per l’anestesia locale e per medicina del dolore.

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Test delle mutazioni somatiche correlate ai tumori solidi

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Il test delle mutazioni somatiche correlate ai tumori solidi permette di valutare il profilo individuale di stabilità genetica. Questo programma di monitoraggio delle mutazioni per la predizione del rischio individuale di malattia è un brevetto italiano.

test delle mutazioni somatiche correlate ai tumori solidi
Il programma Helixafe, attraverso la ripetizione periodica del test delle mutazioni somatiche correlate ai tumori solidi, analizza la stabilità genetica dei soggetti sani a partire da un semplice prelievo ematico

Helixafe è il programma sviluppato da Bioscience Genomics, spin off dell’Università di Tor Vergata che permette, attraverso un semplice prelievo di sangue, di valutare il profilo individuale di stabilità genetica, che si aggiorna periodicamente (ogni anno) mediante la ripetizione del test della lettura delle mutazioni. Quanto più il monitoraggio si estende nel tempo, tanto più diventa accurato il risultato.

L’eventuale instabilità genetica, a carico di un determinato gene, indurrà lo specialista che rilascia il referto a consigliare un programma di diagnosi precoce che ha come obiettivo la ricerca di tracce di DNA tumorale circolante e un più serrato controllo mediante le tecnologie tradizionali.

«Tale progetto – spiega Andrea Mancuso, ricercatore clinico e traslazionale del Reparto di Oncologia Medica dell’Ospedale San Camillo Forlanini di Roma – offrirà all’oncologo medico una potenzialità diagnostica e terapeutica in tutte le fasi di gestione del paziente dal follow-up al monitoraggio dell’efficacia della terapia oncologica e alle scelte terapeutiche successive. Provvederà all’interno di trial clinici di impattare sulla sopravvivenza globale del paziente riducendo le terapie inefficaci e migliorare o addirittura eliminare effetti iatrogeni».

Piuttosto che cercare cellule o DNA tumorali nel sangue, che sono presenti solo quando il tumore è già sviluppato e a volte già in stato avanzato, il programma Helixafe esegue il monitoraggio periodico delle mutazioni somatiche per intercettare l’eventuale instabilità genetica che anticipa lo sviluppo della patologia.

«Conoscere le mutazioni, oggetto della instabilità genetica, non ha solo il vantaggio di conoscere le mutazioni e valutarle in termini di rischi potenziali, ma anche di poter intervenire precocemente per fornire informazioni indispensabili per un trattamento mirato ed efficace – spiega Giuseppe Novelli, genetista dell’Università di Tor Vergata – un programma di predizione del rischio individuale di malattia accuratamente valutato, suggerisce infatti la possibilità di accedere a terapie personalizzate basate sulle caratteristiche molecolari dello specifico tumore aumentando esponenzialmente le possibilità di guarigione e sopravvivenza».

Il programma Helixafe

Il programma Helixafe interessa tutti i tumori solidi, a eccezione di quelli al cervello. Può anche essere mirato a geni e mutazioni correlati a tumori specifici (polmone, mammella, colon). La selezione dei geni legati all’apparato respiratorio, infatti, rende il programma particolarmente utile per i fumatori, mentre le donne che hanno fatto uso di ormoni prediligeranno la selezione dei geni connessa all’apparato genitale per poi arrivare a soggetti con storia di polipi intestinali che valuteranno il pannello colon-rettale.

Per leggere le mutazioni somatiche non basta un semplice prelievo di tessuto biologico da cui estrarre il DNA, ma bisogna isolare il DNA libero circolante dal sangue periferico e sequenziarlo con tecnologie e protocolli particolarmente sofisticati per ottenere un’accuratezza di risultato vicina al 100%. Se fino ad oggi non è stato possibile sviluppare questo programma di prevenzione è perché le tecnologie e i protocolli in grado di fornire l’adeguata affidabilità del risultato sono recentissime.

Le mutazioni rilevate nel corso del tempo vengono analizzate mediante l’algoritmo KRI (Key Risk Indicator) di Bioscience Genomics, che valuta la tendenza di ciascuna (sono circa 3000) rispetto agli standard di stabilità.

L’instabilità genetica

I tumori sono il risultato di un insieme di mutazioni del DNA che sopraggiungono e si accumulano, nel corso della vita, nelle cellule dell’individuo. Tali mutazioni, dette somatiche (colpiscono solo alcune cellule dell’organismo e non sono trasmesse alla progenie), sono la conseguenza dei danni apportati al DNA da diversi fattori come fumo, inquinamento, radiazioni, alcool, farmaci, alterazioni metaboliche come nell’obesità, nell’invecchiamento ecc. Molte di queste mutazioni vengono spontaneamente riparate dall’organismo e le cellule mutate eliminate.

Può accadere però che, nel corso della vita, questi danni non riescono a essere riparati dall’organismo. In questi casi, si innesca un processo progressivo di accumulo di mutazioni che porta all’insorgenza della patologia tumorale. Il tutto può accadere in un periodo di tempo molto lungo in quanto dalla prima mutazione alla manifestazione della malattia, possono passare da 10 a 30 anni. La tendenza al progressivo accumulo di mutazioni, nel tempo, è espressione della condizione di instabilità genetica. Tale instabilità può essere considerata come la fase prodromica della malattia cancro perché, nonostante l’individuo sia sano e privo di sintomi, sta sviluppando un processo che ha il cancro come sua evoluzione.

 

Sofosbuvir/velpatasvir per l’epatite C rimborsabile in Italia

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La combinazione sofosbuvir/velpatasvir per l’epatite C rimborsabile in Italia rappresenta un’opzione terapeutica per il trattamento di tutti e 6 i genotipi dell’HCV.

La combinazione sofosbuvir/velpatasvir per l'epatite C rimborsabile in Italia rappresenta un  ulteriore passo avanti verso l'eradicazione di questa malattia
La combinazione sofosbuvir/velpatasvir per l’epatite C rimborsabile in Italia rappresenta un ulteriore passo avanti verso l’eradicazione di questa malattia

A seguito dell’esito positivo della trattativa con l’azienda produttrice Gilead Sciences, è pubblicata in Gazzetta Ufficiale la determina dell’Agenzia Italiana del Farmaco che autorizza l’ammissione alla rimborsabilità del medicinale Epclusa (che combina i principi attivi sofosbuvir e velpatasvir).

Il Servizio Sanitario Nazionale rende così disponibile un’ulteriore opzione terapeutica per il trattamento dei pazienti affetti da epatite C cronica.

L’accordo raggiunto su Epclusa da un lato consente di abbattere i costi e dall’altro, grazie ai nuovi criteri di trattamento individuati e presentati da AIFA nelle scorse settimane, segna un passo particolarmente significativo nell’attuazione e nella sostenibilità economica del piano di eradicazione dell’epatite C.

Il commento di Mario Melazzini sulla combinazione sofosbuvir/velpatasvir per l’epatite C rimborsabile in Italia

In merito alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione all’ammissione alla rimborsabilità del medicinale Epclusa, il direttore generale di AIFA, Mario Melazzini dichiara:

«Siamo soddisfatti dell’esito della trattativa. Epclusa va ad aggiungersi alle altre molecole già disponibili nel nostro paese per il trattamento dell’Epatite C (DAKLINZA, HARVONI, OLYSIO, SOVALDI, VIEKIRAX, EXVIERA, ZEPATIER). Questo significa che i pazienti italiani hanno adesso a disposizione tutti gli strumenti terapeutici esistenti sul mercato. L’auspicio è che l’ingresso di nuove molecole contribuisca all’ulteriore abbattimento dei costi dei farmaci e stimoli la concorrenza, strumento indispensabile perché il mercato si arricchisca di prodotti innovativi a un prezzo sempre più basso, consentendo la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale».

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