Home Autori Articoli di

ARTICOLI

Laurea ad honorem ad Alberto Chiesi

0

L’Università degli Studi di Parma ha conferito la laurea ad honorem ad Alberto Chiesi in Amministrazione e Direzione Aziendale. 

Alberto Chiesi laurea
Laurea magistrale honoris causa in Amministrazione e Direzione Aziendale dall’Università di Parma ad Alberto Chiesi, Presidente di Chiesi Farmaceutici
Una laurea in Amministrazione e Direzione Aziendale per un grande capitano d’industria. Questo lo spirito di fondo della cerimonia con cui l’Università di Parma ha conferito in Aula Magna la Laurea magistrale honoris causa in Amministrazione e Direzione Aziendale ad Alberto Chiesi, Presidente di Chiesi Farmaceutici, alla presenza di un folto pubblico che ha lungamente applaudito l’imprenditore parmigiano.

«Alberto Chiesi, capitano d’azienda, aperto alla cultura europea e internazionale, attento all’innovazione ma, al contempo, testimone di quanto realizzato con e grazie al proprio territorio, è un imprenditore che ha sempre ricercato un costante miglioramento nei prodotti e nei processi, coniugando una ricorrente attenzione al merito a una prassi che riconosce nell’inclusione e nella solidarietà due ingredienti decisivi per il successo di un’impresa» – ha spiegato nella sua introduzione il Rettore Loris Borghi.

Il rettore ha poi concluso rivolgendosi direttamente ad Alberto Chiesi: «Sono particolarmente felice di celebrare questa laurea ad honorem, in quanto rappresenta un giusto riconoscimento per quanto realizzato da Lei e dalla Sua famiglia in questi ultimi quarant’anni di intenso e produttivo lavoro. E annoto che la spontanea ed entusiastica presenza di tante persone qui oggi è la dimostrazione migliore di quale sia la gratitudine e l’affetto che vengono riconosciuti a Lei e alla Sua famiglia per quanto realizzato nel tempo a favore della nostra comunità».

La motivazione e la ludatio

La motivazione del conferimento è stata letta da Luca Di Nella, Direttore del Dipartimento di Economia: «Alberto Chiesi ha contribuito in modo significativo allo sviluppo del Gruppo da lui guidato per il rilevante apporto fornito nella definizione di strategie di sviluppo di successo che si sono tradotte in una straordinaria opera di innovazione di prodotto e di processo nel settore farmaceutico, realizzata mediante un costante impegno in tema di sostenibilità ambientale e sociale».

È spettato invece a Guido Cristini, professore ordinario di Economia e Gestione delle imprese, pronunciare la laudatio:

«Il conferimento della laurea ad honorem in Amministrazione e Direzione Aziendale ad Alberto Chiesi nasce dal riconoscimento dei suoi meriti nel campo del governo dell’impresa e delle opzioni di natura strategica e gestionale nel tempo intraprese, che hanno consentito al Gruppo Chiesi di rappresentare oggi una delle realtà di assoluta eccellenza nel settore farmaceutico a livello mondiale», ha esordito Cristini, ripercorrendo poi la storia e i successi del Gruppo Chiesi e soffermandosi sulla figura di Alberto Chiesi imprenditore e manager: «A valle della fotografia del Gruppo che si è brevemente tratteggiata, appaiono assolutamente evidenti i meriti imprenditoriali e manageriali che vanno riconosciuti ad Alberto Chiesi e che affondano nelle doti che lo connotano». Tra queste, ha sottolineato Cristini, tre le qualità caratterizzanti: “intuito, perseveranza e riservatezza”.

Il neodottore magistrale Alberto Chiesi si è detto molto grato per la laurea, che «rappresenta un riconoscimento per tutte le persone della nostra Azienda, per la loro dedizione alla ricerca, innovazione e produzioni avanzate, la loro capacità di espandersi internazionalmente, il loro impegno per una buona organizzazione aziendale».

La lectio di Alberto Chiesi “Un’industria farmaceutica italiana”

La sua lectio, intitolata “Un’industria farmaceutica italiana”, è stata incentrata sulla Chiesi e sui valori che l’hanno sempre contraddistinta: l’attenzione alla qualità, l’importanza delle persone («le persone sono state, e saranno anche in futuro, la principale risorsa dell’azienda»), l’imprescindibilità del lavoro di squadra («nessuno fa un’impresa da solo»), il ruolo fondamentale della ricerca.

«L’idea che ci ha guidato è stata quella di essere riconosciuti come Azienda farmaceutica internazionale incentrata sulla ricerca, capace di sviluppare e diffondere soluzioni terapeutiche innovative che possano contribuire a migliorare la qualità di vita delle persone –  ha spiegato Chiesi – Il mio ruolo, in questa storia, credo sia stato quello del più anziano; che sia consistito, soprattutto, nel cercare di intuire e concretare, insieme con gli altri manager, le iniziative, le idee, le proposte per la crescita e l’innovazione. In questo sono stato aiutato al massimo dagli altri membri della mia famiglia».

Biosimilare di etanercept per malattie reumatiche approvato in Italia

0

L’AIFA ha concesso l’autorizzazione all’immissione in commercio in Italia al biosimilare di etanercept per malattie reumatiche.

L’approvazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco si basa sui dati clinici ottenuti da studi che hanno confermato l’efficacia equivalente e il profilo di sicurezza comparabile del biosimilare con il suo farmaco originatore.

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato il primo biosimilare di etanercept per le malattie reumatiche
L’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato il primo biosimilare di etanercept per le malattie reumatiche

La versione biosimilare del recettore solubile per il TNFα etanercept è indicata per:

  • artrite reumatoide,
  • artrite psoriasica,
  • spondiloartrite anchilosante,
  • spondiloartrite assiale,
  • spondiloartrite assiale non radiografica,
  • psoriasi a placche.

Si tratta di patologie che incidono significativamente non solo sulla vita personale, sociale e professionale delle persone che ne soffrono, ma che hanno un impatto economico rilevante sul sistema sanitario nazionale, con un costo complessivo pari a circa 5 miliardi l’anno (Fonte: dati APMAR, Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare, ottobre 2016).

L’approvazione del biosimilare di etanercept risponde anche alla necessità economico-sociale di una maggiore razionalizzazione della spesa sanitaria.

«L’arrivo in Italia del primo biosimilare di etanercept rappresenta un importante passo in avanti per il trattamento di patologie infiammatorie invalidanti che, come la psoriasi, hanno ricadute notevoli sulla quotidianità delle persone che ne sono affette. L’approvazione del farmaco costituisce un’opportunità per rispondere ai bisogni ancora insoddisfatti dei pazienti, che possono migliorare significativamente il loro percorso di cura – commenta Giampiero Girolomoni, direttore Dermatologia, Università di Verona. – Si tratta quindi di un nuovo strumento terapeutico a disposizione dei medici e di un trattamento ora accessibile a un maggior numero di pazienti. Gli studi clinici hanno infatti dimostrato che la terapia con il biosimilare di etanercept costituisce un’alternativa valida, ugualmente sicura ed efficace rispetto al farmaco di riferimento, con un conseguente, atteso, impatto positivo sulla qualità di vita dei pazienti e dei loro familiari».

Il biosimilare di etanercept e gli studi di equivalenza

Il biosimilare di etanercept è stato sviluppato da Samsung Bioepis, joint venture tra Biogen e Samsung BioLogics.

L’approvazione da parte dell’AIFA si basa su solidi dati confermati da studi clinici head-to-head di fase I e III.

Questi hanno messo a confronto il biosimilare con il suo farmaco originatore.

Lo studio di fase III, in doppio cieco, della durata di 52 settimane ha randomizzato 596 pazienti con una forma da moderata a grave di artrite reumatoide persistente nonostante la terapia a base di metotrexato, coinvolgendo oltre 70 centri in 10 Paesi.

I pazienti sono stati randomizzati secondo un rapporto 1:1 alla somministrazione del biosimilare e del farmaco originatore.

L’analisi dell’endpoint primario ha dimostrato che il farmaco biosimilare ha un’efficacia equivalente a quella del farmaco originatore, come mostrato dalla risposta ACR20 alla settimana 24 pari al 78,1% nel braccio trattato con il biosimilare rispetto all’80,3% nel braccio trattato con il farmaco originatore.

Un’ulteriore analisi condotta alla settimana 52 ha confermato l’efficacia comparabile, come mostrato dalla risposta ACR20 dell’80,8% nel braccio trattato con il biosimilare contro l’81,5% nel braccio trattato con il farmaco originatore.

Il profilo di sicurezza del farmaco biosimilare era comparabile a quello del suo originatore per tutta la durata dello studio.

I costi delle malattie reumatiche

Dai dati diffusi dalla Società Italiana di Reumatologia emerge che circa il 50% dei pazienti con malattie reumatiche muscolo-scheletriche croniche manifesta disabilità e 8 malati su 10 sono costretti a convivere con il dolore cronico. Tutto ciò si traduce in oltre 22 milioni di giornate di lavoro perse ogni anno che corrispondono a un calo di produttività di 2 miliardi e 800 milioni di euro (Fonte: dati SIR, Società Italiana di Reumatologia, aprile 2016). A questi costi già significativi per l’intero sistema economico nazionale, si aggiungono anche quelli per la salute generati dalle spese per la diagnosi e le cure e che gravano direttamente sul nostro sistema sanitario.

«Il primo biosimilare del recettore solubile per il TNFα che come gli altri biosimilari implica una riduzione dei costi compresa fra il 20-30% circa rispetto al suo originatore (in tal caso etanercept) è già disponibile – commenta Maurizio Cutolo, direttore della Clinica Reumatologica del Dipartimento di Medicina Interna dell’Università di Genova IRCCS San Martino. – L’esigenza di una sempre maggior sostenibilità dei sistemi sanitari, mantenendo la qualità, rappresenta in tutti i Paesi europei l’attuale necessità imprescindibile che l’uso dei biosimilari in genere rende possibile. È auspicabile che i risparmi ottenibili siano reinvestiti nel trattamento di un maggior numero di pazienti che necessitano di tali trattamenti».

Articoli correlati

Etanercept biosimilare approvato in Europa

Dai biosimilari la possibilità di curare più pazienti

Anticorpi monoclonali biosimilari, nuova fase della terapia farmacologica

Biosimilari, sicuri e meno costosi

Biosimilari: poca familiarità e tanta confusione

Biosimilari e gestione delle IMID

Review sistematica sullo sviluppo clinico dei farmaci biosimilari

Ossicodone/naloxone per il dolore nella malattia di Parkinson

0

L’associazione ossicodone/naloxone per il dolore nella malattia di Parkinson si è rivelata una promettente opzione terapeutica. Lo rivelano i risultati di uno studio clinico pubblicati su “The Lancet Neurology”.

L’associazione ossicodone/naloxone per il dolore nella malattia di Parkinson si è rivelata una promettente opzione terapeutica
L’associazione dell’oppioide ossicodone con il suo antagonista naloxone si è rivelato un antalgico efficace anche nel Parkinson

Il primo studio in doppio cieco, randomizzato e controllato, sul trattamento antalgico associato al Parkinson, pubblicato su “The Lancet Neurology”, ha dimostrato l’efficacia analgesica e il buon profilo di tollerabilità di ossicodone/naloxone a rilascio prolungato in pazienti con dolore severo di varia natura: muscolo-scheletrico, viscerale, addominale, orofacciale, agli arti e notturno.

Tra i risultati più importanti del trial: dolore ridotto di almeno il 30% in circa la metà dei pazienti, minor impiego di levodopa al bisogno, miglioramento dei livelli di ansia e depressione, a fronte di un buon profilo di sicurezza.

«A nostra conoscenza, questo è il primo studio clinico, in doppio cieco, randomizzato e controllato, specificamente disegnato per investigare il trattamento del dolore nella malattia di Parkinson – conclude Amedeo Soldi, Medical Director Mundipharma Pharmaceuticals. – La mission che Mundipharma persegue è quella di porsi continuamente come pioniere nella gestione del dolore. Abbiamo una comprovata esperienza nel portare innovazioni nel trattamento di questa problematica, come dimostrano un particolare rilascio prolungato o l’associazione agonista/antagonista per prevenire la stipsi; vogliamo costruire su questa eredità il nostro futuro, nel tentativo di continuare a fornire nuove opzioni terapeutiche che facciano davvero la differenza per le persone che vivono nella sofferenza inutile».

Il dolore nella Malattia di Parkinson

Nella malattia di Parkinson, oltre ai disturbi motori i pazienti lamentano spesso sintomi non-motori, che compromettono ulteriormente il loro quadro clinico. Tra i più comuni, il dolore, presente nel 60% dei casi, spesso anche prima dell’esordio dei disturbi motori.

«Sebbene sia da tempo riconosciuto come una caratteristica della malattia di Parkinson, con una prevalenza del 60% dei pazienti e un forte impatto sulla qualità di vita, il dolore è un sintomo non adeguatamente valutato e generalmente sottotrattato, per la difficoltà nel definirne le manifestazioni cliniche in maniera appropriata – spiega Angelo Antonini, direttore Unità Operativa per la Malattia di Parkinson e i disturbi del movimento presso l’IRCCS Ospedale San Camillo di Venezia. – La sintomatologia dolorosa può apparire in qualsiasi momento nel corso della patologia e, spesso, è presente anni prima che venga effettuata una diagnosi clinica».

«In base alla classificazione adottata da diversi studi, nel Parkinson si distinguono varie tipologie di dolore legato alla malattia: quello correlato alle fluttuazioni motorie e ai movimenti involontari discinetici, il dolore centrale, quello secondario ad alterazioni del sistema muscolo-scheletrico, il dolore nocicettivo, neuropatico e cronico. In aggiunta a questa complessità, i pazienti possono presentare altre comorbilità, come l’artrosi e la depressione che hanno un impatto negativo sulla loro qualità di vita e dei familiari. Inoltre, quando il dolore diventa cronico, si instaurano cambiamenti nelle connessioni cerebrali che ne complicano ulteriormente il trattamento. Riconoscere il dolore usando scale specifiche di valutazione è, quindi, importante per definire il corretto approccio terapeutico, inclusa la riabilitazione motoria» – continua Angelo Antonini.

Lo studio su ossicodone/naloxone per il dolore nella malattia di Parkinson

Non esistono, ad oggi, Linee Guida per la terapia antalgica nella malattia di Parkinson, a causa dell’assenza di studi clinici randomizzati e controllati. Per colmare questa mancanza e fornire nuove prospettive terapeutiche, è stato condotto uno studio di fase II, randomizzato in doppio cieco e controllato, della durata di 16 settimane.

l trial ha coinvolto 47 centri di 7 Paesi (Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, Polonia, Romania, Spagna e Regno Unito), per un totale di 202 pazienti, di età media 67 anni, con malattia di Parkinson di entità medio-grave (stadio di Hoehn e Yahr II-IV) e dolore severo almeno di grado 6, in base alla scala NRS da 0 a 10.

La scala NRS (Numerical Rating Scale) si basa sull’utilizzo di una scala costituita da 11 gradi da 0 a 10, dove 0 corrisponde alla totale assenza di dolore e 10 rappresenta il peggior dolore immaginabile dal paziente.

Sono stati randomizzati 93 soggetti al trattamento con ossicodone-naloxone, alla dose iniziale di 5/2,5 mg due volte al giorno, mentre 109 pazienti hanno ricevuto un placebo. Durante le 16 settimane di terapia, l’associazione dell’oppioide con il suo antagonista ha determinato una riduzione della sintomatologia dolorosa maggiore rispetto al placebo, con risultati significativamente superiori fino alla 12a settimana.

Lo studio Trenkwalder C. et al. Prolonged-release oxycodone-naloxone for treatment of severe pain in patients with Parkinson’s disease (PANDA): a double-blind, randosimed, placebo-controlled trial è stato pubblicato su The Lancet Neurology 2015; 14 (12):1161-70.

I risultati dello studio su ossicodone/naloxone per il dolore nella malattia di Parkinson

Tutte le forme di dolore riferito sono migliorate e, in particolare, quello notturno e quello muscolo-scheletrico.

Nel dettaglio, quasi la metà dei pazienti trattati con il farmaco (48%) ha riscontrato una diminuzione di almeno il 30% del dolore, contro il 34% di coloro che hanno assunto il placebo.

«Il neurologo generalmente tratta il dolore nel malato di Parkinson potenziando la terapia a base di farmaci dopaminergici, che il paziente già assume – dichiara Antonio Pisani, professore associato di Neurologia presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. – Raramente sono utilizzati gli oppiacei, sia a causa dei pochi dati scientifici disponibili sino a qualche tempo fa, sia per timore di effetti collaterali, quali la sedazione e la costipazione, soprattutto in una popolazione fragile come quella affetta da Parkinson. I risultati dello studio hanno, invece, dimostrato l’efficacia e la sicurezza dell’associazione di un oppioide, l’ossicodone, con il suo diretto antagonista, il naloxone, suggerendo come tale combinazione possa rappresentare un’alternativa terapeutica più appropriata».

«Durante le 16 settimane di trattamento, il farmaco ha determinato un maggiore beneficio antalgico rispetto al placebo, consentendo inoltre una significativa riduzione dei livelli di ansia e depressione e un minor utilizzo di medicinali dopaminergici di soccorso. Anche in virtù dei bassi dosaggi impiegati, l’associazione è stata ben tollerata: in particolare, gli effetti sulla funzione gastrointestinale e sul sonno sono risultati di minor conto, rispetto a quanto generalmente si osserva con altri oppiacei» – continua Antonio Pisani.

Altri risultati su ossicodone/naloxone

«Un’ulteriore conferma dell’efficacia analgesica e del profilo di sicurezza di ossicodone/naloxone ci arriva anche da uno studio osservazionale in aperto, condotto presso l’Università Tor Vergata a Roma, su un piccolo campione di malati di Parkinson con dolore moderato-severo. Nelle 8 settimane di osservazione, dei 14 pazienti che hanno completato lo studio il 56% ha riportato un miglioramento del dolore iniziale superiore al 30%, senza registrare, anche in questo caso, effetti negativi sulla qualità del sonno e la funzione intestinale» – conclude Antonio Pisani.

Il 26 novembre si celebra la Giornata Nazionale del Parkinson.

Articoli  correlati

Malattia di Parkinson

Le distonie

Ossicodone/naloxone per il dolore cronico degli anziani

L’attività fisica protegge dal Parkinson

Parkinson, accesso “on-line” ai trial clinici

Distonie, malattia di Parkinson e tremore. Congresso a Bari

Possibilità terapeutiche per la malattia di Parkinson

Il Parkinson nascosto nella saliva

Safinamide per la malattia di Parkinson

La Commissione europea approva safinamide per la malattia di Parkinson

Stimolazione automatica meccanica periferica per il Parkinson

MIND, app per iPad per contrastare i disturbi neurologici

Sviluppo di una matrice gastroritentiva per rilascio sito specifico

Erenumab per la prevenzione dell’emicrania episodica

0

Novartis annuncia che in uno studio sull’emicrania episodica erenumab riduce in modo significativo il numero di giorni mensili con emicrania.

emicrania erenumab

Erenumab è un anticorpo monoclonale co-sviluppato da Novartis e Amgen. Le due aziende stanno stabilendo contatti con le agenzie regolatorie per la possibile sottomissione di domande di autorizzazione nei rispettivi territori.

Lo studio STRIVE ha soddisfatto il suo endpoint primario, mostrando una riduzione statisticamente significativa, rispetto al placebo, del numero di giorni mensili con emicrania episodica, caratterizzata da un massimo di 14 giorni con emicrania al mese.

Erenumab

Erenumab è un anticorpo monoclonale interamente umanizzato specificamente progettato per prevenire l’emicrania, mediante il blocco mirato del recettore del peptide correlato al gene calcitonina (CGRP, Calcitonin-Gene-Related-Peptide), che si ritiene svolga un ruolo critico nel mediare il dolore invalidante dell’emicrania.

In seguito allo studio iniziale di fase II per la definizione del dosaggio nella prevenzione dell’emicrania episodica, l’efficacia di erenumab nella prevenzione dell’emicrania è stata dimostrata in uno studio di fase II sull’emicrania cronica e in due studi di fase III sull’emicrania episodica.

Il profilo di sicurezza di AMG 334 in questi studi è stato paragonabile al placebo.

Erenumab è attualmente sottoposto a diversi ed estesi studi globali randomizzati, in doppio cieco, controllati verso placebo, condotti per valutare la sua sicurezza ed efficacia nella prevenzione dell’emicrania.

Erenumab viene co-sviluppato da Amgen e Novartis. Secondo i termini di questa collaborazione, Amgen ha mantenuto i diritti di commercializzazione negli Stati Uniti, Canada e Giappone, e Novartis detiene i diritti in Europa e nel resto del mondo.

«L’emicrania è una delle malattie più invalidanti del mondo e rimane sotto-riconosciuta e sotto-trattata. Esiste un forte bisogno di efficaci trattamenti preventivi – ha dichiarato Vasant Narasimhan, Global Head Drug Development e Chief Medical Officer per Novartis. – Abbiamo osservato risultati positivi con erenumab nel corso di due studi di fase III sull’emicrania episodica e di uno studio di fase II sull’emicrania cronica, che coinvolgono quasi 2200 persone con emicrania. Siamo davvero entusiasti che questi nuovi dati a sei mesi diano un’ulteriore prova del potenziale beneficio che erenumab potrebbe fornire alle persone che convivono con i sintomi debilitanti di questa malattia».

Lo studio STRIVE su erenumab per la prevenzione dell’emicrania episodica

STRIVE è uno studio globale di fase III di 24 settimane, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, condotto per valutare la sicurezza e l’efficacia di erenumab nella prevenzione dell’emicrania episodica.

Nel corso dello studio, 955 pazienti sono stati randomizzati a ricevere una volta al mese placebo per via sottocutanea o erenumab (70 mg o 140 mg) in un rapporto di 1:1:1.

L’endpoint primario era la variazione dei giorni mensili con emicrania medi rispetto al basale nel corso degli ultimi 3 mesi della fase di trattamento in doppio cieco dello studio (mesi quattro, cinque e sei).

Gli endpoint secondari dello studio valutati negli ultimi 3 mesi della fase di trattamento in doppio cieco di 6 mesi hanno incluso la percentuale di pazienti con una riduzione di almeno il 50% rispetto al basale del numero medio di giorni mensili con emicrania, la variazione rispetto al basale del numero di giorni mensili in cui è stato assunto un farmaco specifico per l’emicrania acuta e la riduzione rispetto al basale dell’impatto medio sulle attività quotidiane e dei punteggi medi di compromissione delle attività fisiche secondo il Migraine Physical Function Impact Diary (MPFID).

I pazienti hanno sperimentato tra 4 e 14 giorni mensili con emicrania, con una media di 8,3 giorni mensili con emicrania a baseline.

I risultati dello studio STRIVE su erenumab

Nel corso degli ultimi tre mesi della fase di trattamento in doppio cieco, i pazienti nei bracci di trattamento con erenumab 70 mg e 140 mg hanno sperimentato una riduzione rispettivamente di 3,2 giorni e di 3,7 giorni rispetto al basale, del numero medio di giorni mensili con emicrania, rispetto a una riduzione di 1,8 giorni nel braccio placebo.

Entrambe le dosi, quindi, hanno soddisfatto l’endpoint primario dello studio, dimostrando una riduzione statisticamente significativa, dopo 6 mesi rispetto al basale, del numero medio di giorni mensili con emicrania rispetto al placebo.

Nel corso della valutazione in doppio cieco di sei mesi il profilo di sicurezza di erenumab è stato paragonabile al placebo in entrambi i bracci di trattamento. Gli eventi avversi segnalati con maggiore frequenza sono stati nasofaringite, infezioni delle vie respiratorie superiori e sinusite.

Sono in corso ulteriori analisi dei dati dello studio STRIVE.

Sono stati annunciati risultati positivi anche per ARISE, il primo studio di fase III su erenumab nella prevenzione dell’emicrania episodica, nonché i risultati di uno studio di fase II con erenumab nella prevenzione dell’emicrania cronica.

Questi dati saranno di supporto ai colloqui con le agenzie regolatorie, con la presentazione delle domande di autorizzazione.

Articoli correlati

Il punto sulle nuove terapie per il mal di testa

Emicrania

I voucher della salute per visite mediche specialistiche ai ragazzi dai 14 ai 22 anni

0

La Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA) presenta i voucher della salute per assicurare la continuità delle cure al termine dell’età pediatrica, dai 14 ai 22 anni.

I voucher sono da utilizzare come visite specialistiche in strutture convenzionate del Sistema Sanitario Nazionale.

La Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA) propone i voucher della salute da utilizzare per le visite specialistiche di ragazzi da 14 a 22 anni in strutture convenzionate
La Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA) propone i voucher della salute da utilizzare per le visite specialistiche di ragazzi da 14 a 22 anni in strutture convenzionate

Secondo i dati ISTAT 2015, in Italia oltre 300.000 pazienti tra i 15 e i 17 anni soffrono di almeno una patologia cronica (circa il 20% del totale dei giovani).

La maggior parte di loro (229.000, circa il 13%) è affetto da malattie allergiche, mentre 24.000 ragazzi (1,3%) soffrono di disturbi nervosi.

Nei prossimi 8 anni avremo circa 900.000 ragazzi di età compresa fra 15 e 22 anni affetti da malattie croniche che necessiteranno di una presa in carico specifica e adeguata da parte del SSN.

Per fare fronte a questa richiesta di cure e privilegiando gli aspetti di prevenzione primaria e l’attenzione anche all’adolescente sano, la Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza propone i voucher della salute e lancia una provocazione, un’operazione culturale di sanità pubblica: rendere consapevoli i ragazzi che hanno delle necessità sanitarie da soddisfare e che è fondamentale iniziare un percorso assistenziale.

I giovani, spiegano gli esperti SIMA, dovranno imparare a essere attivi sulla propria salute, bene assoluto da promuovere.

Nata sulla scia dei recenti Voucher della cultura, l’iniziativa dei voucher della salute coinvolge l’aspetto medico globale e si pone l’obiettivo di assicurare la continuità delle cure dei ragazzi al termine dell’età pediatrica, tra i 14 e i 22 anni.

«Abbiamo scattato una foto del reale – afferma Piernicola Garofalo, presidente SIMA – e ci siamo accorti con stupore che esiste una larga fascia di ragazzi sani per i quali il Sistema Sanitario Nazionale non prevede visite mediche. Il nostro intento è proprio quello di smuovere il SSN, che non incentiva i ragazzi a intraprendere un percorso di presa di consapevolezza della propria salute. Bisogna quindi fornire ai giovani gli strumenti assistenziali, colmare questo vuoto sanitario ed investire in “cultura della salute”. Dobbiamo aprire un fronte su un argomento che non trova lo spazio che merita e che manca a livello culturale e normativo. Abbiamo il dovere di tutelare la salute e di fare prevenzione, per far sì che gli adolescenti si prendano cura della propria salute. Per realizzare tutto questo è necessario assicurare continuità della copertura sanitaria».

I Voucher della Salute

Si tratta di un vero e proprio carnet di voucher da utilizzare come visite specialistiche in strutture convenzionate che ogni Regione potrà decidere di usare per le cure primarie sul territorio sia presso il pediatra sia presso il medico dell’adulto.

Il sistema dei voucher della salute prevede visite specialistiche che rispettino il principio di equità, mentre eliminano quello dell’uguaglianza. Le visite si potrebbero infatti utilizzare tutte nello stesso settore: ad esempio, dai disturbi dell’alimentazione ai problemi legati alla crescita fino a quelli in ambito riproduttivo.

Secondo la SIMA il sistema dei voucher avrà un duplice vantaggio: da un lato darà ai ragazzi autonomia e capacità di autogestione della propria salute; dall’altro renderà meno rigido il Sistema Sanitario Nazionale adeguando l’offerta sanitaria lì dove c’è un’interruzione della copertura sanitaria stessa.

Un altro beneficio descritto dalla SIMA è il miglioramento di quantità e qualità dell’offerta di assistenza in quanto il sistema dei voucher mette in competizione i medici di famiglia. In quest’ottica, lo stesso medico di famiglia potrà assumere il ruolo di vero e proprio consulente e sarà incentivato a dedicare un giorno della settimana a visitare solamente gli adolescenti. Potrebbe inoltre diventare un tutor che indirizza il giovane verso il medico migliore per una visita specifica.

«Proprio grazie ai voucher della salute – conclude Garofalo – sarà possibile ridurre i tempi di diagnosi e, di fatto, si migliorerebbe la facilità d’accesso alle cure».

Le giovani adolescenti e il rapporto con il ginecologo

Nel corso dell’anno scolastico 2012-2013 SIMA, SIGIA (Società Italiana di Ginecologia dell’Infanzia) e LA (Laboratorio Adolescenza) hanno realizzato un’indagine nazionale congiunta su età di menarca e caratteristiche dei primi cicli mestruali di 1.027 ragazze della prima adolescenza, unitamente alla rilevazione del loro vissuto e delle loro opinioni su questo argomento.

La maggioranza delle adolescenti ha riportato di “vivere” le mestruazioni con disagio o ansia (63,2%) o di sentirsi di “cattivo umore” in tale periodo (59,7%). Inoltre, il 44,1% ha dichiarato di modificare le proprie abitudini di vita. Per quanto riguarda il dolore mestruale, i farmaci antinfiammatori non steroidei sono stati indicati come la principale strategia terapeutica, anche se il 32% delle ragazze ha dichiarato di avere timori per l’assunzione di tali prodotti, per cui li utilizza il meno possibile.

L’indagine mette in evidenza le principali strategie utilizzate dalle adolescenti per combattere il dolore mestruale. Se si considerano le fonti per ricevere informazioni, il medico di fiducia è al primo posto con il 63,1%. Segue la scuola con il 32,1%, i siti internet con il 22,4%, i programmi tv con il 17,6%, i forum e i social network con l’8,4%, le radio con il 3,5%.

Il dolore mestruale e la aspecifica sintomatologia di malessere che accompagnano l’evento mestruale hanno rilevanti effetti sulla vita sociale delle ragazze e sulle assenze scolastiche, confermando quanto rilevato in adolescenti più grandi.

La grande maggioranza (76,3%) non ha mai fatto una visita ginecologica al momento dell’indagine e solo il 4,4% è andato in un consultorio ginecologico per avere informazioni sulla prevenzione in ambito ginecologico.

Johnson & Johnson è al 2° posto nella classifica 2016 dell’Access to Medicine Index

0

Janssen, azienda farmaceutica di Johnson & Johnson, annuncia che il Gruppo si è posizionato secondo nella classifica dell’Access to Medicine Index (ATMI) 2016, salendo di un posto rispetto al 2014.

Johnson & Johnson è al 2° posto nella classifica 2016 dell’ATMI  per la propria strategia in favore della salute pubblica in Africa e di accesso globale al suo farmaco a base di bedaquilina per la tubercolosi multi-resistente complessa e per la formulazione orale dell'antielmintico mebendazolo che ne facilita l'assunzione da parte dei bambini
Johnson & Johnson è al 2° posto nella classifica 2016 dell’Access to Medicine Index per la propria strategia in favore della salute pubblica in Africa e di accesso globale al suo farmaco a base di bedaquilina per la tubercolosi multi-resistente complessa e per la formulazione orale dell’antielmintico mebendazolo che ne facilita l’assunzione da parte dei bambini

Il posizionamento di Johnson & Johnson è frutto dell’impegno che il Gruppo ha messo in campo in termini di nuove strategie nei confronti delle popolazioni più vulnerabili e meno abbienti. Il successo è stato ottenuto grazie a una serie di azioni quotidiane che il rapporto ha tenuto in considerazione nella classifica. L’azienda ha, infatti, incrementato esponenzialmente le proprie politiche in materia di accesso ai medicinali in 4 categorie di farmaci su 7, si è spesa per sviluppare ulteriormente le capacità interne, per garantire politiche di prezzo adeguate, oltre che investire in attività di R&S e in nuovi modelli di business.

Johnson & Johnson ha introdotto una più mirata strategia per la salute pubblica globale presso le sue sedi in Africa.

Ha sviluppato una formulazione orale del mebendazolo (farmaco antielmintico) per semplificarne l’accesso ai bambini, popolazione più vulnerabile.

Infine, ha introdotto una strategia di accesso globale al suo farmaco a base di bedaquilina per la tubercolosi multi-resistente complessa. Il medicinale è disponibile in oltre 120 paesi e la sua somministrazione si attiene ai parametri dettati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per un uso appropriato nelle fasce di popolazione prestabilite.

L’Access to Medicine Index

L’ATMI è un rapporto indipendente elaborato dalla Fondazione Access to Medicine, un’associazione internazionale senza scopo di lucro fondata nel 2004 impegnata nel migliorare l’accesso ai farmaci.

L’indice classifica l’impegno delle 20 principali aziende farmaceutiche a livello mondiale nel favorire l’accesso ai medicinali e ai servizi sanitari nei 107 paesi a basso-medio reddito, in base a una serie di parametri strategici e tecnici.

Articoli correlati

Pubblicato il “2016 Access to Medicine Index”

Novartis è al 3° posto nella classifica 2016 dell’Access to Medicine Index

Vaccini antinfluenzali

0

Assegnare a ogni fascia di popolazione i vaccini antinfluenzali più appropriati permette di attuare una strategia preventiva efficace.

Dal congresso di Napoli della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Salute Pubblica è arrivato l’appello a una migliore gestione dei diversi presidi contro l’influenza.

«L’obiettivo primario della vaccinazione antinfluenzale è la riduzione di casi di complicanze e morte e in quest’ottica non tutti i vaccini sono uguali e interscambiabili, essendo ognuno più adatto alle esigenze preventive di specifiche fasce di popolazione», ha sottolineato durante il congresso Paolo Bonanni, professore ordinario del dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Firenze.

Appello a una migliore gestione dei diversi vaccini antinfluenzali dal congresso della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Salute Pubblica
Appello a una migliore gestione dei diversi vaccini antinfluenzali dal congresso della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Salute Pubblica

Prevenire l’influenza è un obiettivo importante di sanità pubblica.  Per assicurare che ogni cittadino sia adeguatamente protetto, deve essere applicato il principio di appropriatezza vaccinale in particolare negli over 65.

«Per gli anziani o per quanti sono affetti da patologie croniche, l’epidemia influenzale rappresenta una delle cause principali di ospedalizzazione e di morte. – ha spiegato Bonanni.

Oltre alle morti direttamente imputabili a un episodio acuto di influenza o alle polmoniti che spesso si sovrappongono allo stato influenzale, infatti, l’influenza è associata a un aumento di mortalità per:

  • cardiopatia ischemica,
  • ictus,
  • diabete.

Oltre il 90% delle morti correlate all’influenza coinvolge individui con più di 65 anni.

È chiaro quindi quanto sia importante garantire a questa fascia di popolazione la migliore protezione possibile.

I dati indicano in primo luogo l’importanza di vaccinare il più alto numero possibile di persone che fanno parte delle categorie a rischio. In secondo luogo, usare il prodotto più adatto a ogni paziente.

Le categorie considerate a maggior rischio di complicazioni dovute all’influenza sono:

  • over 65,
  • malati cronici,
  • donne in gravidanza,
  • operatori sanitari.

I vaccini antinfluenzali disponibili in Italia

In Italia sono disponibili quattro tipi diversi di vaccino:

  • split (i due virus influenzali di tipo A e due di tipo B frammentati, indicato in adulti e bambini dai 3 anni),
  • a subnità (antigeni di superficie, emoagglutinina e neuraminidasi dei due virus di tipo A e uno di tipo B),
  • adiuvato (antigeni di superficie dei due virus di tipo A e uno di tipo B emulsionati ad adiuvante oleoso metabolizzabile MF59, autorizzati per soggetti di età ≥64 anni),
  • intradermico (vaccino split, confezionato in una siringa particolare che consente di inoculare nel derma la dose di 15 µg/ceppo concentrata in 0,1 ml di volume. Sfrutta i meccanismi immunitari che si attivano nel derma e potenziano la risposta immunitaria anche nei pauci-rispondenti alla somministrazione intramuscolare).

Oltre a questi vaccini inattivati (che non contengono particelle virali intere attive) è autorizzato al commercio in Italia un vaccino antinfluenzale costituito da virus vivi attenuati, da somministrare per via nasale (nome commerciale Fluenz).

Dalla stagione 2016-2017 il vaccino inattivato prodotto in colture cellulari non è più disponibile.

I benefici della vaccinazione adiuvata negli anziani over 65

Gli anziani, anche se in buona salute, hanno una ridotta capacità di risposta agli stimoli antigenici. Per loro è indicato un vaccino in grado di potenziare la risposta immune: il vaccino intradermico o adiuvato.

«L’immunogenicità del vaccino adiuvato con MF59 è stata studiata in numerosi trial clinici che hanno dimostrato come questo evochi nell’anziano una risposta più elevata rispetto a quelli non adiuvati, non solo nei confronti dei ceppi omologhi circolanti, ma anche verso ceppi “eterologhi», ha aggiunto Bonanni.

Questo vuol dire che il vaccino adiuvato garantisce una risposta allargata, in grado cioè di proteggere anche da virus circolanti che abbiano subito delle modificazioni durante la stagione influenzale, mutando leggermente rispetto a quelli contenuti nel vaccino.

L’efficacia del vaccino adiuvato con MF59 negli anziani è stata studiata in Lombardia, dove è stato condotto uno studio (S. Mannino et al, “Effectiveness of adjuvanted influenza vaccination in elderly subjects in northern Italy”, Am J Epidemiol. 2012,176:527-533) che ha coinvolto oltre 170mila pazienti over 65 divisi in due gruppi: vaccinati con vaccino adiuvato e vaccinati con vaccino non adiuvato.

Sebbene si trattasse di pazienti più fragili, le ospedalizzazioni degli anziani immunizzati con il vaccino adiuvato sono state il 25% in meno di quelle occorse ai pazienti vaccinati senza adiuvante.

«I dati di cui disponiamo ci indicano chiaramente quale sia la strategia migliore da seguire per scegliere fra i diversi prodotti disponibili. Così da offrire a ognuno la protezione più elevata», ha concluso Bonanni.

Articoli correlati

Vaccino antinfluenzale adiuvato con MF59

Effetti protettivi dal vaccino antinfluenzale nell’insufficienza cardiaca cronica

Linee guida europee sulle vaccinazioni per adulti e anziani

Il valore della vaccinazione negli anziani per la salute pubblica in Europa

Vaccinazione influenzale: informazioni aggiornate su osservatorioinfluenza.it

La copertura della vaccinazione antinfluenzale

L-acetilcarnitina per la sindrome del tunnel carpale

0

La sindrome del tunnel carpale (STC) è una neuropatia periferica compressiva che causa formicolio e dolore alla mano. È dovuto a un ispessimento della sinovia che restringe il tunnel carpale comprimendo il nervo mediano.

I più colpiti dalla STC sono gli operai che utilizzano il martello pneumatico, le donne over40 e i tennisti. L’uso del mouse, per anni considerato uno dei “fattori di rischio” per lo sviluppo della patologia, non è più sotto accusa.

La L-acetilcarnitina per la sindrome del tunnel carpale se assunta ad uno stadio iniziale della sindrome, può aiutare a scongiurare l’intervento chirurgico
La L-acetilcarnitina per la sindrome del tunnel carpale se assunta ad uno stadio iniziale della sindrome, può aiutare a scongiurare l’intervento chirurgico

In occasione di “Venice day 2016”, il congresso dedicato alle neuropatie periferiche promosso con il contributo non condizionante di Sigma-tau, è stato evidenziato come la STC riguardi milioni di italiani che si trovano a dover affrontare un intervento chirurgico per farsi liberare il nervo. Per molte persone sarebbe preferibile una terapia farmacologica.

Durante il congresso sono stati presentati i dati preliminari di uno studio clinico sull’efficacia della Lac (L-acetilcarnitina) per la STC.

Giorgio Cruccu, direttore Dipartimento di Neurologia e Psichiatria dell’Università La Sapienza e presidente del Congresso, spiega: «Studi recenti su 85 pazienti confermano che il farmaco, se assunto ad uno stadio iniziale della sindrome, può aiutare a scongiurare l’intervento».

La sindrome del tunnel carpale

«La sindrome del tunnel carpale, che è una neuropatia del nervo mediano al polso, è innanzitutto secondaria alle dimensioni di una strettoia fisiologica che tutti noi abbiamo nel polso ma in alcune persone è più angusta che in altre – afferma Giorgio Cruccu. – È una predisposizione geneticamente determinata».

Cosa fare alla comparsa dei primi sintomi, come il senso di addormentamento o di formicolio durante la notte? «Innanzitutto occorre recarsi dal proprio medico di famiglia – consiglia Giorgio Cruccu. – Il problema si presenta all’inizio della condizione, quando il paziente non è ancora in grado di localizzare il disturbo e non c’è alcun segno oggettivo che porti a diagnosticarlo correttamente. In questo caso è necessaria una visita neurologica, un esame elettroneurografico ed eventualmente una risonanza magnetica cervicale. Nel dubbio si può da subito indossare nelle ore notturne un palmare che impedisca alla mano di andare incontro ad eccessive flessioni ed estensioni durante il sonno».

Studio sulla L-acetilcarnitina per la sindrome del tunnel carpale

Lo studio clinico ha valutato l’efficacia della Lac (L-acetilcarnitina) sulla STC. La ricerca è stata condotta per nove mesi su 85 pazienti dai 18 ai 65 anni di età. Ha coinvolto diversi centri di Neurologia tra i quali quello di La Sapienza di Roma.

I dati preliminari stati presentati in occasione del congresso.

«Dai dati preliminari su 40 pazienti abbiamo riscontrato che la terapia con L-acetilcarnitina dà dei risultati inaspettati – afferma Cruccu, coordinatore della ricerca. – Nel nostro gruppo alla Sapienza abbiamo analizzato una popolazione con Sindrome del Tunnel Carpale di grado lieve-moderato in una condizione in cui ci si attenderebbe che il nervo peggiori sempre di più in quanto l’evento patogeno della compressione rimane costante. Invece, abbiamo visto un miglioramento di moltissimi parametri strumentali: questo ci ha sorpresi e ci rende molto fiduciosi sul futuro. La L-acetilcarnitina non solo è utile se assunta ad uno stadio iniziale della sindrome, ma si conferma un adeguato trattamento che può talvolta posticipare l’intervento. Quando, invece, la sindrome è ad uno stadio avanzato, allora in quel caso l’operazione chirurgica è l’unica alternativa».

Studio osservazionale sulle neuropatie periferiche compressive

Al congresso, che ha visto la partecipazione di specialisti in Neurologia, Ortopedia, Fisiatria, Reumatologia, è stato presentato anche uno studio osservazionale real life sulle neuropatie periferiche compressive, in particolare lombosciatalgia, cervicobrachialgia e Sindrome del Tunnel Carpale.

Lo studio ha coinvolto in due mesi 130 medici di medicina generale e oltre 1000 pazienti.

«Ai medici di base è stata proposta inizialmente una breve formazione sulle modalità di riconoscimento del dolore neuropatico e sulle modalità cliniche di indagine – ricorda Lucio Santoro, direttore del Dipartimento di Scienze Neurologiche dell’Università Federico II di Napoli. – Dallo studio è anche emerso che la Sindrome del Tunnel Carpale è la neuropatia più frequente dopo le lombosciatalgie e le cervicobrachialgie. Il medico di base quindi si confronta con la STC  molto spesso. Dallo studio è emerso che esiste la possibilità con determinate sostanze, come la LAC,  di facilitare la sopravvivenza delle fibre nervose fornendo un substrato neurotrofico,
particolarmente utile per facilitare la riformazione dell’avvolgimento delle fibre nervose».

Empagliflozin riduce il rischio di mortalità cardiovascolare nel diabete di tipo 2 indipendentemente dal tipo di malattia cardiovascolare al basale

0

Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company hanno presentato al Congresso 2016 dell’American Heart Association i risultati di un’analisi post-hoc dello studio EMPA-REG OUTCOME®.

I risultati presentati  dimostrano che empagliflozin riduce in modo consistente il rischio di mortalità cardiovascolare, indipendentemente dal tipo di malattia cardiovascolare al basale, rispetto a placebo, quando aggiunto a terapia standard in adulti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata.

Empagliflozin riduce il rischio di mortalità cardiovascolare nel diabete di tipo 2 indipendentemente dal tipo di malattia cardiovascolare al basale
Un’analisi post-hoc dello studio EMPA-REG OUTCOME dimostra che empagliflozin, aggiunto a terapia standard in adulti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata, riduce il rischio di mortalità cardiovascolare, indipendentemente dal tipo di malattia cardiovascolare al basale rispetto a placebo

EMPA-REG OUTCOME è il primo studio su una terapia per il diabete a dimostrare una riduzione della mortalità cardiovascolare in adulti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata.

«Malattia cardiovascolare è un termine che comprende diverse patologie tra cui infarto, insufficienza cardiaca, vasculopatia periferica e ictus; le malattie cardiovascolari sono da due a quattro volte più frequenti in chi è affetto da diabete di tipo 2 – ha dichiarato il principale sperimentatore dello studio Bernard Zinman, direttore del Centro di Diabetologia dell’Ospedale Mount Sinai di Toronto; senior scientist dell’Istituto di Ricerca Lunenfeld Tanenbaum e professore di Medicina dell’Università di Toronto, Canada – Poiché il 50% circa della mortalità globale dei pazienti con diabete di tipo 2 è dovuta a queste cause, abbiamo necessità di terapie per il diabete che aiutino a ridurre questa complicanza in soggetti con problemi cardiovascolari».

L’analisi post-hoc dello studio EMPA-REG OUTCOME

In questa analisi post hoc, i partecipanti allo studio sono stati raggruppati in base al tipo di malattia cardiovascolare al basale, tra cui: storia di:

  • infarto,
  • ictus,
  • insufficienza
  • cardiaca,
  • fibrillazione atriale
  • arteriopatia periferica.

Nel gruppo in terapia con empagliflozin sono stati osservati minori tassi di mortalità cardiovascolare, indipendentemente dal tipo di patologia.

Gli eventi avversi osservati sono stati in linea con il noto profilo di sicurezza del farmaco.

«Empagliflozin è l’unico farmaco  orale per il diabete di tipo 2 ad aver dimostrato, in uno studio clinico, di ridurre il rischio di mortalità cardiovascolare – ha commentato Hans-Juergen Woerle, vice presidente mondiale medicina, Area Metabolica di Boehringer Ingelheim – Questi dati portano ulteriori evidenze e rafforzano la solidità dei risultati di EMPA-REG OUTCOME, dimostrando una riduzione del rischio di mortalità cardiovascolare in adulti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata».

Lo Studio EMPA-REG OUTCOME

Si tratta di uno studio di lungo termine, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco,  controllato con placebo, condotto in 42 Paesi su oltre 7.000 pazienti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata.

Il trial ha valutato l’effetto di empagliflozin (10mg o 25mg una volta/die) aggiunto a terapia standard, rispetto al placebo aggiunto a terapia standard, che comprende farmaci ipoglicemizzanti e di protezione cardiovascolare (compresi antiipertensivi e ipolipemizzanti).

L’endpoint primario è stato predefinito come tempo intercorso sino al verificarsi del primo fra i seguenti eventi: morte cardiovascolare,  infarto del miocardio non-fatale o ictus non-fatale.

Su un tempo mediano di 3,1 anni, empagliflozin ha ridotto significativamente il rischio di morte  cardiovascolare, infarto del miocardio non-fatale o ictus non-fatale del 14% rispetto a placebo. La diminuzione del rischio di mortalità cardiovascolare è stata del 38%, senza alcuna differenza significativa nel rischio di infarto non-fatale o ictus non-fatale.

Il profilo di sicurezza complessivo di empagliflozin nello studio EMPA-REG OUTCOME si è dimostrato  in linea con  quello riscontrato negli studi precedenti. L’incidenza complessiva di eventi avversi è stata simile a placebo.

Diabete e malattia cardiovascolare

Gli elevati livelli di glicemia, l’ipertensione e l’obesità, associate al diabete, aumentano il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare.

Il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare è 2-4 volte superiore nei diabetici rispetto ai non diabetici.

Nel 2015 il diabete ha causato 5 milioni di morti nel mondo per i quali la malattia cardiovascolare è stata la causa principale.

Empagliflozin

Empagliflozin è un inibitore del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2) orale, altamente selettivo in monosomministrazione giornaliera, approvato in Europa, Stati Uniti e altri Paesi del mondo come terapia per adulti con diabete di tipo 2.

Il farmaco riduce la  glicemia in soggetti con diabete di tipo 2, inibendo il riassorbimento renale del glucosio, con conseguente eliminazione del glucosio stesso nelle urine. L’inibizione del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 è mirata, in maniera diretta, al glucosio e agisce indipendentemente dalla funzionalità delle cellule beta pancreatiche e dell’azione insulinica.

Empagliflozin non va assunto da pazienti con diabete di tipo 1, né come terapia della chetoacidosi diabetica (aumento dei chetoni nel sangue o nelle urine).

Articoli correlati

Empagliflozin per diabete di tipo 2

Diabete. Definizione e nosografia

Diabete, crescita preoccupante

Dati di efficacia e sicurezza di farmaci antidiabetici

Diabete, da Aifa e società scientifiche un algoritmo per gestirlo al meglio

Sinergie farmaci-fitoterapici nella gestione del diabete

Insulina di nuova generazione ad azione prolungata

Dulaglutide per diabete di tipo 2

Alogliptin e sue combinazioni per diabete di tipo 2 disponibili in Italia

Sicurezza cardiovascolare di alogliptin in pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio

Empagliflozin/metformina cloridrato approvato in UE per diabete di tipo 2

Diabete, penna preriempita di exenatide a rilascio prolungato disponibile in Italia

Novartis è al 3° posto nella classifica 2016 dell’Access to Medicine Index

0

Novartis è al 3° posto nella classifica 2016 dell’Access to Medicine Index grazie agli sforzi compiuti per migliorare l’accesso alle cure sanitarie.

Novartis è 3° nella classifica 2016 dell’Access to Medicine Index
Novartis è 3° nella classifica 2016 dell’Access to Medicine Index. A questo posizionamento contribuiscono la gestione dell’accesso ai farmaci e lo sviluppo di capacità delle risorse, le strategie di equità dei prezzi, i programmi per combattere le malattie croniche nei Paesi a basso reddito e per il controllo dell’ipertensione in Ghana e le donazioni a lungo termine di prodotti contro la fasciola epatica e la lebbra

Novartis migliora la sua posizione nella classifica 2016 dell’Access to Medicine Index (nel 2014 era in quarta posizione). È al primo posto nel settore per gestione dell’accesso ai farmaci e per sviluppo di capacità.

La strategia di accesso integrata di Novartis, che risponde alle esigenze di tutti i segmenti di reddito, si distingue come best practice.

L’Access to Medicine Index

L’Indice di Accesso alle Medicine (Access to Medicine Index) misura ogni due anni le performance ottenute dalle aziende farmaceutiche nel migliorare l’accesso ai farmaci e all’assistenza sanitaria nei Paesi in via di sviluppo. Considera sette categorie, tra le quali:

  • gestione dell’accesso ai farmaci,
  • sviluppo delle capacità delle risorse,
  • prezzo,
  • produzione e distribuzione.

«Novartis condivide l’obiettivo principale dell’Access to Medicine Index: colmare il divario che penalizza l’accesso ai farmaci da parte dei Paesi in via di sviluppo – ha dichiarato Joseph Jimenez, CEO di Novartis. – Ci fa piacere che le nostre attività siano state riconosciute, ma occorre fare di più. Al fine di migliorare ulteriormente l’accesso, continueremo a lavorare alla creazione di approcci più scalabili e sostenibili, per migliorare l’accessibilità e la disponibilità di farmaci per i pazienti in condizioni più disagiate».

Le posizioni di Novartis nelle categorie dell’Access to Medicine Index

Novartis è stata leader della categoria per la gestione dell’accesso ai farmaci e lo sviluppo di capacità delle risorse.

L’azienda svizzera ha ottenuto ottime prestazioni anche in R&S, con una pipeline che copre tutte e quattro le categorie sanitarie trattate dall’Index.

Infine, Novartis è entrata nella rosa delle prime tre aziende anche in tema di pricing, produzione e distribuzione, ampliando le proprie strategie di equità dei prezzi.

In particolare, due programmi sono stati riconosciuti come best practice:

  • Novartis Access, il portfolio di 15 medicinali coperti e non coperti da brevetto per combattere le malattie croniche nei Paesi a basso reddito;
  • ComHIP, un programma sostenuto dalla Novartis Foundation e dai suoi partner e volto a valutare l’impatto di un modello innovativo di assistenza sanitaria per il controllo e l’autogestione dell’ipertensione in Ghana (Africa).

Sempre secondo l’Index, le donazioni a lungo termine effettuate dalla società relative ai prodotti per la fasciola epatica e la lebbra si sono distinte per portata e copertura.

Per quanto riguarda lo sviluppo di capacità, l’indice sottolinea:

  • l’impegno dell’azienda con l’Università di Città del Capo, in Sud Africa, nella scoperta di farmaci per la malaria e la tubercolosi,
  • il programma SMS for Life, una collaborazione tra i settori pubblico e privato per la gestione delle scorte di medicinali nell’Africa sub-sahariana. SMS for Life è stato sperimentato in oltre 10.000 strutture sanitarie ed è attualmente in fase di espansione mediante l’uso di smartphone e tablet.

Novartis

Novartis persegue una combinazione di diversi approcci al fine di ampliare l’accesso ai suoi farmaci: filantropia, iniziative zero profit e imprese imprenditoriali di tipo sociale. Nel 2015 le iniziative di accesso alle cure della società hanno raggiunto quasi 66 milioni di pazienti a livello mondiale, mentre i programmi di formazione e di assistenza sanitaria sono stati fruiti da 12 milioni di persone.

Con sede a Basilea, in Svizzera, Novartis offre un portafoglio diversificato: farmaci ad alto contenuto di innovazione, prodotti per la cura dell’occhio, farmaci generici a costi competitivi.

Nel 2015, le attività del Gruppo hanno registrato un fatturato di 49,4 miliardi di dollari, mentre circa 8,9 miliardi di dollari (8,7 miliardi di dollari escluse le svalutazioni e gli ammortamenti) sono stati investiti in Ricerca & Sviluppo. Le società del Gruppo Novartis contano circa 118.000 collaboratori. I prodotti Novartis sono disponibili in oltre 180 Paesi del mondo.