Home Autori Articoli di

ARTICOLI

L’Orticaria cronica spontanea (CSU)

2

L’orticaria cronica spontanea (CSU) si presenta con pomfi, prurito e gonfiore di alcune parti del corpo per un periodo superiore alle sei settimane e scompare per poi ripresentarsi improvvisamente e imprevedibilmente. Talvolta i segni sono deturpanti. Si tratta di una forma di orticaria della quale non si riconosce una causa allergica.

Si parla di orticaria cronica spontanea (CSU) quando i sintomi (pomfi e/o angioedema) si presentano per più di sei settimane
Si parla di orticaria cronica spontanea (CSU) quando i sintomi (pomfi e/o angioedema) si presentano per più di sei settimane

La diagnosi è spesso complicata. Il paziente si trova ad affrontare frequentemente un viaggio difficile e tortuoso prima di riuscire a trovare uno specialista in grado di inquadrare e gestire la malattia.

Queste tematiche sono state al centro di un evento promosso da Federasma e Allergie Onlus con il supporto non condizionato di Novartis.

«Le ricadute della malattia riguardano il rendimento scolastico, quello lavorativo, le relazioni sociali, il benessere psicologico – afferma Eustachio Nettis, professore responsabile degli Ambulatori del Centro di Riferimento Regionale per le Malattie Allergiche e Immunologiche del Policlinico di Bari, vice presidente nazionale della SIAAIC (Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica). – I sintomi che condizionano di più questi pazienti sono il prurito, che causa un disagio fisico e sociale e interferisce con il sonno, e lo stato ansioso legato sia alla mancanza dell’individuazione di una causa a monte delle manifestazioni cutanee, sia all’imprevedibilità della malattia. Tutto ciò porta a una difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane, con uno scadimento della qualità della vita che è stato visto essere addirittura paragonabile a quello dei pazienti affetti da cardiopatia ischemica in attesa di by-pass coronarico».

La percezione che il paziente ha della propria malattia spesso non concorda con la valutazione clinica soggettiva del medico.

Anche per questo motivo, pur non trattandosi di una patologia allergica, è scesa in campo FederAsma e Allergie Onlus – Federazione Italiana Pazienti, associazione di volontariato che dal 1994 riunisce, come federazione di secondo livello, le principali Associazioni italiane di pazienti che sostengono la lotta alle malattie respiratore e alle malattie allergiche.

«La Federazione cerca di fare rispettare i diritti del malato anche se non è sempre facile – spiega Filippo Tesi, presidente di FederAsma e Allergie Onlus. – La storia di quasi tutte queste patologie è caratterizzata da una ricerca scientifica che ha portato alla nascita di terapie innovative. Tuttavia in molti casi, vuoi per una mancanza di informazioni adeguate, vuoi per una difficoltà prescrittiva, i pazienti hanno difficoltà ad accedere a un trattamento capace di migliorare notevolmente la loro qualità di vita. C’è quindi bisogno di fornire più informazioni su queste condizioni patologiche per colmare la mancanza di consapevolezza e migliorare la diagnosi. Federasma e Allergie Onlus da sempre persegue questi obiettivi stando al fianco dei pazienti, delle Istituzioni e della comunità scientifica».

Definizione di orticaria cronica spontanea

«La CSU è una malattia infiammatoria cutanea caratterizzata dalla presenza di pomfi che possono essere associati o meno ad angioedema, cioè gonfiore di alcune parti del corpo (occhi labbra, mani, piedi e genitali) con una sintomatologia presente tutti i giorni o quasi tutti i giorni per una durata superiore alle sei settimane – spiega Paolo Pigatto, professore di Dermatologia, Università di Milano e direttore dell’U.O. di Dermatologia Ospedale Galeazzi. – Questa malattia interessa circa l’1% della popolazione generale e colpisce le donne con una probabilità doppia rispetto agli uomini».

L’orticaria può comparire in un qualsiasi momento nella vita di una persona predisposta, ma più frequentemente tra i 20 e i 40 anni. È una patologia che può continuare a manifestarsi o sparire del tutto.

«Di solito l’orticaria si spegne nella forma acuta. Nella forma cronica impiega invece parecchi anni, in media 3-4 anni, sebbene siano stati segnalati casi di pazienti che hanno manifestato il disturbo per 50 anni» – sottolinea Pigatto.

Sintomi dell’orticaria cronica spontanea

I principali segni e sintomi dell’orticaria sono i pomfi. Si tratta di rilevatezze cutanee a contorni netti di dimensioni variabili. Presentano un’area più chiara o bianca porcellana e margini di colore rosso o rosa di diversa intensità. Possono essere indicati con il termine di eruzione cutanea.

I pomfi insorgono spontaneamente durante le ore notturne o nella prima mattina e si risolvono dopo alcune ore senza lasciare esiti. Tuttavia, quando un singolo pomfo scompare, spesso ne compaiono altri in un’altra area. Perciò l’eruzione, complessivamente, dura dai pochi giorni fino a 2-3 settimane nell’orticaria acuta, oltre le 6 settimane nell’orticaria cronica.

I pomfi sono accompagnati da intenso prurito.

Talora è presente angioedema, cioè edema sottocutaneo che genera sensazione di tensione e a volte dolore. Appare come un rigonfiamento a margini non definiti, di colorito pallido. Interessa aree con derma di basso spessore come le labbra, le palpebre, i genitali, le mani e i piedi.

Impatto dell’orticaria cronica spontanea sulla qualità di vita

Esistono dei questionari specifici, validati e affidabili, per valutare l’impatto dell’orticaria cronica sulla qualità della vita. Il Chronic Urticaria Quality of Life Questionnaire (CU-Q2oL), per esempio, permette di esplorare varie aree, come:

  • il prurito,
  • l’angioedema,
  • l’impatto sulle attività quotidiane,
  • l’interferenza sul sonno,
  • i limiti nella scelta degli alimenti o delle attività sportive, e dei cosmetici e dell’abbigliamento,
  • l’imbarazzo nei luoghi pubblici.

Il questionario fa riferimento agli ultimi 15 giorni di malattia.

«Si tratta di strumenti che i centri di riferimento per la diagnosi e la terapia dell’orticaria impiegano regolarmente, ma che nel corso delle visite specialistiche ambulatoriali di routine, molto spesso non sono usati» – spiega Eustachio Nettis.

Esistono inoltre dei questionari di monitoraggio specifici per valutare l’attività della malattia, come l’Urticaria Activity Score (UAS). Questi si basano sull’entità del prurito e sul numero di pomfi e che permettono di verificare giorno per giorno come evolve la patologia. In base al punteggio ottenuto relativo a una settimana (UAS-7) si può stabilire quanto sia grave la malattia. In generale quanto più il quadro clinico-morfologico è compromesso, tanto più è compromessa la qualità della vita dei pazienti. La UAS è utile anche per verificare l’efficacia delle terapie nel tempo.

Meccanismi patologici che si attivano nell’orticaria cronica spontanea

L’orticaria cronica spontanea è scatenata dall’intervento dei mastociti e dei granulociti basofili che rilasciano istamina e altri mediatori pro-infiammatori, responsabili della comparsa dei sintomi. L’attivazione dei mastociti avviene attraverso meccanismi che sono a monte del processo di degranulazione responsabile della liberazione di istamina e altre sostanze nello spazio extracellulare. I meccanismi capaci di attivare la degranulazione dei mastociti possono essere immunologici e non immunologici. Tra i meccanismi immunologici, un ruolo molto importante è svolto dalle IgE, prodotte in risposta alla presenza di alcune sostanze riconosciute come antigeni. Le IgE si legano sulla superficie dei mastociti e dei basofili e provocano la liberazione di sostanze pro-infiammatorie.

Diagnosi dell’orticaria cronica spontanea

L’iter per una diagnosi corretta della malattia è spesso lungo.

«I pazienti si rivolgono in prima battuta al medico di medicina generale. Ma se le manifestazioni sono gravi, si rivolgono al pronto soccorso – sottolinea Patrizia Pepe, docente a contratto presso la scuola di specializzazione di Dermatologia e di Allergologia e immunologia, Dipartimento Chirurgico, Medico, Odontoiatrico e di Scienze Morfologiche con interesse Trapiantologico, Oncologico e di Medicina Rigenerativa-Clinica Dermatologica,  Università di  Modena  e Reggio Emilia. – La diagnosi è spesso tardiva; il paziente arriva all’osservazione di uno specialista (dermatologo o allergologo), esperto in questa patologia, soltanto dopo numerosi consulti con diverse figure mediche, quali ad esempio gastroenterologi, reumatologi, pneumologi, internisti, e talvolta con il farmacista. Il problema principale è nella mancanza di conoscenza di centri cui fare riferimento che sanno come inquadrare correttamente la patologia».

Le caratteristiche della malattia e le difficoltà incontrate dai pazienti spiegano il forte impatto negativo dell’orticaria cronica spontanea sulla loro qualità di vita.

Corretto percorso diagnostico per l’orticaria cronica spontanea

«Il primo accesso dovrebbe essere dal medico di famiglia il quale dovrebbe prescrivere un antistaminico di seconda generazione – precisa Patrizia Pepe. – Se non si osserva la risoluzione del problema, perché il paziente si ripresenta nuovamente con manifestazioni cutanee come pomfi e angioedema è corretto suggerire l’accesso al pronto soccorso. Qui il paziente dovrebbe venire tranquillizzato sul fatto che non si tratta di una reazione allergica acuta. Se le manifestazioni perdurano oltre le sei settimane il paziente va indirizzato verso un centro di riferimento dermo-allergologico, in cui è possibile approfondire la diagnosi differenziale».

Questa distinguerà l’orticaria cronica nella sua forma spontanea, in cui non si riconosce una causa precisa, dalle forme inducibili, come:

  • il dermografismo sintomatico,
  • l’orticaria ritardata da pressione,
  • quella da freddo o da calore,
  • quella solare,
  • l’orticaria colinergica.

Queste forme sono riconoscibili grazie a test fisici specifici.

Si ricorre inoltre a test di routine rappresentati da:

  • esame emocromocitometrico completo,
  • determinazione degli indici di infiammazione, come il dosaggio della proteina C reattiva (PCR),
  • determinazione della velocità di eritrosedimentazione (VES),
  • misuraazione della triptasi per escludere la presenza di malattia sistemiche come la mastocitosi.

In alcuni casi, in base all’anamnesi e alle caratteristiche del paziente, si può ricorrere ad altri test più approfonditi, come:

  • test con siero autologo,
  • test di funzionalità tiroidea,
  • dosaggio di autoanticorpi,
  • screening per malattie infettive,
  • biopsia cutanea nel caso di sospetta vasculite.

I test allergologici possono essere utili per inquadrare lo stato atopico del paziente e per escludere allergie rilevanti.

Una volta escluse le cause fisiche dopo esecuzione di test specifici, si può parlare di orticaria cronica spontanea.

Centri di riferimento per l’orticaria cronica spontanea

Attualmente in Italia non esistono centri specifici dedicati a questa malattia, a differenza di quanto avviene ad esempio in Germania. Tuttavia, tutte le cliniche dermatologiche e i centri allergologici legati a strutture ospedaliere universitarie sono in grado di inquadrare e gestire la malattia.

La corretta diagnosi posta in un centro di riferimento, costantemente aggiornato sulle procedure diagnostiche e sulle terapie, permette di avviare una terapia mirata con benefici diretti sulla qualità di vita.

Trattamento dell’orticaria cronica spontanea

Oggi grazie agli avanzamenti compiuti nelle conoscenze della fisiopatologia è possibile dare risposte molto efficaci per il controllo dell’orticaria cronica spontanea.

Eustachio Nettis spiega nel dettaglio gli attuali approcci terapeutici.

Trattamento delle comorbidità

«La prima misura è quella di verificare l’eventuale presenza di patologie associate all’orticaria. È infatti più facile che certe malattie siano più presenti in pazienti con orticaria cronica spontanea rispetto a pazienti sani. Le associazioni più frequentemente riscontrate riguardano i processi infettivi, come

  • le infezioni batteriche delle prime vie aeree,
  • le parassitosi intestinali,
  • la presenza di Helicobacter pylori a livello dello stomaco,

o le malattie infiammatorie come gastriti e colecistiti.

Un’associazione più documentata riguarda quella con malattie autoimmuni come soprattutto le tiroiditi.  Curando queste affezioni associate, talvolta si osserva la scomparsa dell’orticaria. Si è pensato pertanto che queste malattie associate fossero la causa dell’orticaria. Tuttavia, poiché l’orticaria cronica spontanea è una malattia che prima o poi regredisce spontaneamente, è difficile stabilire se questa regressione sia da attribuire alla guarigione della patologia associata grazie alla cura prescritta o al corso naturale dell’orticaria cronica spontanea.

Evitare i fattori di rischio che possono aggravare l’orticaria

Secondo passo è cercare di evitare fattori che possono aggravare l’orticaria, come lo stress e soprattutto l’utilizzo di farmaci antinfiammatori non steroidei capaci di indurre una riacutizzazione o un aggravamento dell’orticaria nel 20-30% dei pazienti.

Un ulteriore punto da considerare riguarda la dieta. Si è visto che una parte dei pazienti può risentire favorevolmente di una dieta a basso contenuta di pseudo-allergeni, artificiali come additivi (coloranti e conservanti) o naturali come alimenti che fanno liberare istamina o che la contengono in grosse quantità, come:

  • formaggi stagionati e fermentati,
  • albume d’uovo,
  • cacao/cioccolato,
  • pesce fresco conservato – tonno, sardine, acciughe, aringhe, salmone,
  • crostacei e frutti di mare.

La dieta per essere efficace va utilizzata per almeno tre settimane. Tuttavia le ultime linee guida in via di pubblicazione non raccomandano l’adozione di regimi dietetici in modo routinario nei pazienti con orticaria cronica spontanea.

Terapia farmacologica antistaminica dell’orticaria cronica spontanea

Infine vi è l’approccio sintomatico farmacologico che prevede innanzitutto l’utilizzo di antistaminici anti-H1 di seconda generazione a dosaggio standard (solitamente una compressa al giorno per os). Secondo le linee guida in caso di persistenza dei sintomi dopo 2-4 settimane di terapia si dovrebbe utilizzare lo stesso antistaminico a un dosaggio superiore fino a un massimo di 4 volte la dose standard.

In Italia difficilmente si arriva a un dosaggio quadruplicato rispetto al dosaggio standard e solitamente si raddoppia la dose. Va sottolineato tuttavia che il dosaggio standard è quello approvato, quindi, se si raddoppia la dose o la si triplica o quadruplica si cade nel campo di una prescrizione off-label.

La nota 89 Aifa prevede che l’antistaminico possa essere prescritto e quindi rimborsato soltanto a dosaggio standard. Non sempre inoltre raddoppiando il dosaggio del farmaco antistaminico aumenta l’efficacia terapeutica, mentre a dosaggi più elevati in alcuni casi diventano più probabili gli effetti collaterali dell’antistaminico, come la sedazione che può avere un impatto negativo sulla qualità della vita del paziente da tenere in attenta considerazione (si pensi all’effetto della sedazione sul rendimento scolastico, sul rendimento lavorativo, agli effetti sulla guida di mezzi di trasporto). Inoltre la prescrizione di un antistaminico a dosaggi non approvati può portare anche ad implicazioni di ordine medico-legale.

Linee guida europee sulla terapia farmacologica dell’orticaria cronica spontanea

In caso di mancata risposta all’antistaminico a dosaggio superiore a quello standard, secondo le ultime linee guida europee in via di pubblicazione si deve prendere in considerazione solamente un’altra opzione terapeutica, rappresentata da omalizumab, da aggiungere alla terapia antistaminica. Si tratta di una modifica importante rispetto alle linee guida (del 2014) attualmente in auge che prevedono, in caso di persistenza dei sintomi con antistaminco a dosaggio quattro volte superiore al dosaggio standard, il ricorso a un antileucotrienico (montelukast), o alla ciclosporina A oppure ad omalizumab da aggiungere alla terapia antistaminica.

Va rimarcato che gli unici due farmaci con indicazione per l’orticaria cronica spontanea sono l’antistaminico a dosaggio standard e l’omalizumab. Tutti gli altri, compreso l’antistaminico a dosaggio superiore, sono off-label.

Omalizumab

In Italia, secondo le indicazioni di Aifa, omalizumab è prescrivibile quando una terapia antistaminica a dosaggio standard non sia risultata risolutiva dei sintomi, come dimostrato da un punteggio superiore a 16 nella scala UAS7, senza, quindi, necessità di escalation di dose di antistaminico.

Negli studi registrativi omalizumab ha dimostrato di avere un’efficacia elevata con risoluzione completa della sintomatologia o con un buon controllo della malattia nella stragrande maggioranza dei pazienti, con un miglioramento importante della qualità della vita. Il farmaco è ben tollerato come d’altronde dimostra l’esperienza maturata nella terapia dell’asma in cui viene utilizzato a dosaggio molto più elevato.

Questo farmaco biologico è soggetto a piano terapeutico e va somministrato al dosaggio di 300 mg una volta ogni 4 settimane per un totale di 6 somministrazioni. Alla fine di questo ciclo il farmaco non può essere somministrato per 2 mesi dopodiché, in caso di ricomparsa dei sintomi con intensità sovrapponibile al pre-trattamento, il farmaco può essere riutilizzato per un nuovo ciclo di 5 somministrazioni.

Qualora dopo questi primi due cicli si osservi la ricorrenza della sintomatologia, è possibile avviare nuovi piani terapeutici ciascuno composto da due cicli secondo le stesse modalità di somministrazione.

Quello che si sta cercando di capire è se omalizumab sia solo un farmaco sintomatico o se invece sia effettivamente in grado di modificare il decorso della malattia. È stato notato che gli effetti del farmaco si estendono ben oltre il termine della somministrazione. Si tratta comunque per il momento di osservazioni oggetto di discussione nella comunità scientifica di riferimento.

Trattamento di quarta e quinta linea dell’orticaria cronica spontanea

Se dopo antistaminici e omalizumab non si notano miglioramenti secondo le imminenti nuove linee guida europee si possono utilizzare altri farmaci come ciclosporina A (in quarta linea) o una serie di farmaci ad effetto immunosoppressore o montelukast (quinta linea).

Comunque va chiarito che nella maggioranza dei pazienti, grazie alla terapia con antistaminici e omalizumab, si riesce a controllare molto meglio l’orticaria cronica spontanea rispetto a qualche anno addietro, garantendo una buona qualità della vita ai soggetti che ne sono affetti».

In definitiva, la descrizione puntuale dei sintomi, una diagnosi tempestiva e una terapia centrata sul paziente permettono di trasmettere un messaggio chiaro e tranquillizzante: oggi l’orticaria cronica spontanea si può controllare.

Parere positivo del CHMP EMA su ocrelizumab per la SMR e SMPP

0

È arrivato il parere positivo del CHMP EMA su ocrelizumab per la sclerosi multipla recidivante (SMR) e per la sclerosi multipla primariamente progressiva (SMPP).

Parere positivo del CHMP EMA su ocrelizumab per la SMR e SMPP
Parere positivo del CHMP per il trattamento della sclerosi multipla nelle forme recidivante (SMR) e primariamente progressiva (SMPP) con ocrelizumab

Roche ha annunciato che il Comitato che valuta i Farmaci per l’Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) ha espresso parere positivo su ocrelizumab come terapia per le persone con:

  • forma attiva di sclerosi multipla recidivante (SMR) definita da segni clinici o radiologici,
  • sclerosi multipla primariamente progressiva (SMPP) in fase iniziale, in termini di durata di malattia e livello di disabilità, e in presenza di segni radiologici caratteristici dell’attività infiammatoria.

«Il parere positivo espresso dal CHMP è un risultato importante per il futuro di migliaia di persone con sclerosi multipla che continuano a combattere con una malattia spesso invisibile ma molto impattante – afferma Giancarlo Comi, direttore dell’Istituto di Neurologia Sperimentale (INSPE) dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, che ha avuto un ruolo rilevante nello sviluppo del farmaco – È dal 2015, anno in cui all’ECTRIMS di Barcellona sono stati presentati i risultati di ocrelizumab nel programma di studi clinici ORCHESTRA, che la comunità SM attende con ansia la disponibilità di questa terapia in grado di cambiare il corso della sclerosi multipla. È forte l’auspicio di poter presto contare anche in Italia su questa nuova opzione terapeutica».

Il parere positivo del CHMP si basa sui risultati ottenuti in tre studi clinici cardine di Fase III, in cui è stato raggiunto l’endpoint primario, oltre a importanti endpoint secondari. I risultati di due studi identici di Fase III (OPERA I e OPERA II) sulla sclerosi multipla recidivante hanno dimostrato infatti la superiore efficacia di ocrelizumab nel quasi dimezzare il numero di recidive su base annua, oltre che nel rallentare significativamente la progressione della malattia rispetto a interferone beta-1a ad alto dosaggio nei due anni di trattamento. Ocrelizumab ha inoltre aumentato significativamente la probabilità di assenza di evidenze di attività della malattia (lesioni a livello cerebrale, ricadute e peggioramento della disabilità).

In uno studio separato di Fase III sulla sclerosi multipla primariamente progressiva (ORATORIO), ocrelizumab ha rallentato in maniera significativa la progressione della disabilità e ha ridotto i segni di attività della malattia a livello cerebrale (lesioni rilevate alla risonanza magnetica) rispetto al placebo con follow-up mediano di tre anni. È stato il primo farmaco a permettere di ottenere questi risultati.

Gli effetti collaterali più comuni associati a ocrelizumab negli studi di Fase III sono state reazioni all’infusione e infezioni delle vie respiratorie superiori, prevalentemente di grado da lieve a moderato.

«Il parere positivo del CHMP su ocrelizumab è una fantastica notizia per l’Europa e auspichiamo possa rappresentare un significativo passo verso l’approvazione europea del farmaco a beneficio di tutte le persone che ogni giorno combattono con forme attive di sclerosi multipla recidivante o con una forma primariamente progressiva precoce – ha dichiarato Anna Maria Porrini, Country Medical Director, Roche Italia. – Questo è il riconoscimento da parte del CHMP della rilevanza clinica dei risultati di ocrelizumab, anche in coloro che convivono con la SM primariamente progressiva, la forma fortemente invalidante per la quale al momento non esistono terapie approvate in Europa».

Se approvato dalla Commissione Europea, la conseguente autorizzazione all’immissione in commercio per Ocrelizumab sarà valida in tutti e 28 i Paesi dell’Unione Europea.

Ocrelizumab inoltre è già approvato in diversi Paesi in Nord America, Sudamerica, Medio Oriente, Europa Orientale, oltre ad Australia e Svizzera. Ad oggi sono circa 20.000 le persone che hanno ricevuto il trattamento con ocrelizumab.

Ocrelizumab

Ocrelizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato, progettato per colpire in maniera selettiva le cellule B CD20+. Le B CD20+ sono cellule immunitarie considerate tra le principali responsabili del danno alla mielina e alle cellule nervose, che si osserva nella sclerosi multipla e che determina disabilità. Sulla base di studi preclinici, si è potuto stabilire che ocrelizumab si lega alle proteine della superficie cellulare CD20+, espresse su alcune cellule B, ma non sulle cellule staminali o sulle plasmacellule, consentendo così di preservare importanti funzioni del sistema immunitario.

Ocrelizumab viene somministrato per infusione endovenosa ogni sei mesi. La prima somministrazione viene effettuata con due infusioni da 300 mg a due settimane di distanza l’una dall’altra. Le successive somministrazioni avvengono con infusione singola da 600 mg.

Studi OPERA I e OPERA II su ocrelizumab nella sclerosi multipla recidivante (SMR)

OPERA I e OPERA II sono studi di fase III, randomizzati, in doppio cieco, multicentrici, condotti su scala mondiale. Il loro scopo è valutare l’efficacia e la sicurezza di ocrelizumab rispetto a interferone beta-1a.

I dosaggi utilizzati sono stati:

  • ocrelizumab: 600 mg somministrati per infusione endovenosa ogni sei mesi,
  • interferone beta-1a: 44 mcg somministrati per via sottocutanea tre volte alla settimana.

Per questi studi sono stati arruolati 1.656 pazienti con forme recidivanti di sclerosi multipla. In questi studi la sclerosi multipla recidivante è stata definita come SM recidivante-remittente e SM secondariamente progressiva con recidive.

Lo studio ORATORIO su ocrelizumab nella sclerosi multipla primariamente progressiva

ORATORIO è uno studio di fase III, randomizzato, in doppio cieco, multicentrico, condotto su scala mondiale. Lo scopo dello studio è valutare l’efficacia e la sicurezza di ocrelizumab rispetto a placebo.

Il dosaggio di ocrelizumab è 600 mg somministrati per infusione endovenosa ogni sei mesi, con due infusioni da 300 mg a due settimane di distanza l’una dall’altra.

Per questo studio sono stati arruolati 732 pazienti con sclerosi multipla primariamente progressiva (SMPP).

Nello studio ORATORIO, il periodo di trattamento in cieco è continuato sino a che tutti i pazienti non hanno ricevuto almeno 120 settimane di trattamento con ocrelizumab o placebo e un numero predefinito di eventi di confermata progressione della disabilità (CDP) è stato raggiunto in tutto lo studio.

La sclerosi multipla

Nella SM, il sistema immunitario attacca la guaina mielinica, che isola e sostiene le cellule nervose. Il danno nervoso può causare un’ampia serie di sintomi, tra i quali:

  • debolezza e/o rigidità muscolare,
  • astenia,
  • difficoltà visive e/o diplopia,
  • intorpidimento e formicolio a viso, braccia, gambe e tronco,
  • vertigini,
  • disartria..

e può portare alla disabilità.

La maggior parte delle persone affette da sclerosi multipla accusa il primo sintomo tra i 20 e i 40 anni, e questo fa della malattia la principale causa di disabilità d’origine non traumatica tra i giovani adulti.

In tutte le forme di sclerosi multipla, chi ne è colpito subisce l’attività della malattia (infiammazione del sistema nervoso e perdita permanente di cellule nervose cerebrali) anche quanto i sintomi clinici non sono evidenti o sembrano non peggiorare.

Un obiettivo importante nel trattamento della sclerosi multipla è quello di ridurre il prima possibile l’attività della malattia per rallentare la velocità di progressione della disabilità.

Sino ad oggi, nonostante le terapie disponibili che modificano la malattia, alcune delle persone affette da sclerosi multipla recidivante (SMR) continuano ad avere attività della malattia e progressione della disabilità.

Sclerosi multipla recidivante (SMR)

Le forme recidivanti della malattia (SMR) comprendono la forma recidivante remittente (SMRR) e la forma secondariamente progressiva (SMSP) con ricadute.

La sclerosi multipla recidivante-remittente (SMRR) è caratterizzata da fasi in cui si manifestano nuovi episodi con segni o sintomi (ricadute) o da un peggioramento seguiti da periodi di recupero.

Nella maggioranza dei casi la sclerosi multipla recidivante-remittente evolve nella forma secondariamente progressiva (SMSP), con un costante peggioramento dei sintomi per i pazienti.

Sclerosi multipla primariamente progressiva (SMPP)

La sclerosi multipla primariamente progressiva (SMPP) è una forma debilitante della malattia caratterizzata da costante peggioramento dei sintomi, generalmente senza periodi distinti di remissione e successiva ricaduta.

Articoli correlati

Ocrelizumab per la sclerosi multipla

Sclerosi multipla. Definizione

Sclerosi Multipla. Eziologia

Sclerosi multipla. Varianti cliniche

Sclerosi multipla. Sintomatologia

Sclerosi multipla e osteoporosi

Profilo beneficio/rischio positivo di cladribina per la SM recidivante

Fingolimod per la sclerosi multipla pediatrica

Interferone beta-1a per la sclerosi multipla recidivante

Cladribina per sclerosi multipla

Cladribina per la sclerosi multipla, EMA accetta la domanda di MAA

Dati sull’efficacia di cladribina per la sclerosi multipla a lungo termine

Cladribina per la sclerosi multipla, dati su sicurezza ed efficacia

Cladribina per la sclerosi multipla recidivante

Autorizzato in EU farmaco orale per sclerosi multipla

Dimetilfumarato per sclerosi multipla recidivante

Natalizumab per la sclerosi multipla

Nuove terapie per le forme primariamente progressive di sclerosi multipla

Daclizumab per la sclerosi multipla recidivante

Dimetilfumarato per sclerosi multipla recidivante

Nuova formulazione di glatiramer acetato per la sclerosi multipla recidivante

Teriflunomide disponibile in Italia per il trattamento della sclerosi multipla

Autorizzato in Europa il primo generico di Copaxone 40 mg/ml per la SM recidivante

Glatiramer acetato per la SM non controindicato in gravidanza

Alemtuzumab per sclerosi multipla

Alemtuzumab disponibile in Italia per il trattamento della sclerosi multipla

Cladribina per la sclerosi multipla riceve il parere positivo del CHMP dell’EMA

BAF312 per la sclerosi multipla secondariamente progressiva

Studio di estensione su secukinumab per la psoriasi

0

Secukinumab si afferma come nuovo standard di cura nel trattamento della psoriasi grazie ai solidi dati di sicurezza ed efficacia prolungata a 5 anni in uno studio di Fase III.

Studio di estensione su secukinumab per la psoriasi ha dimostrato l’efficacia e la sicurezza duratura
Uno studio di estensione a lungo termine ha dimostrato l’efficacia e la sicurezza duratura di secukinumab a 5 anni

Novartis ha annunciato i dati che dimostrano la significativa e duratura risoluzione delle lesioni cutanee con secukinumab in pazienti con psoriasi a placche da moderata a severa a 5 anni.

Per un periodo di trattamento prolungato, dall’anno 1 (settimana 52) alla fine dell’anno 5 (settimana 260), i tassi di risposta PASI 75/90/100 si sono mantenuti coerenti. I tassi di risposta PASI 75 e PASI 90 sono stati ottenuti, rispettivamente, dall’89% e dal 69% dei pazienti con psoriasi all’anno 1 (analisi dei dati osservati) e questo elevato tasso si è mantenuto nell’anno 5 (rispettivamente, nell’89% e nel 66% dei pazienti).

Inoltre, il 44% dei pazienti con psoriasi ha ottenuto una risoluzione completa delle lesioni cutanee (PASI 100) all’anno 1 e questo tasso si è mantenuto fino all’anno 5 (41%).

Secukinumab ha continuato a dimostrare un profilo di sicurezza favorevole e coerente e una bassa immunogenicità.

Questi dati aggiornati sono stati presentati per la prima volta in occasione del 26° Congresso dell’European Academy of Dermatology and Venereology (EADV) a Ginevra.

«Questi dati sono particolarmente significativi per i dermatologi, in quanto dimostrano che l’elevata efficacia e la sicurezza di secukinumab sono state mantenute per l’intero periodo di trattamento di 5 anni. Una pelle libera dalle lesioni, la clear skin, è un importante obiettivo terapeutico che permette ai pazienti di raggiungere un miglioramento significativo della qualità di vita – ha dichiarato Giuseppe Argenziano, professore ordinario e responsabile Clinica Dermatologica Università della Campania Luigi Vanvitelli.

«I dati a 5 anni sostengono l’impiego del secukinumab come opzione terapeutica importante per i pazienti affetti da psoriasi che sperano in una risoluzione duratura delle lesioni cutanee – ha affermato Vas Narasimhan, Global Head Drug Development e Chief Medical Officer, Novartis. – Secukinumab è il primo inibitore dell’IL-17A approvato per la psoriasi, l’artrite psoriasica e la spondilite anchilosante e dal suo lancio è stato reso disponibile a oltre 100.000 pazienti».

Il primo paziente in uno studio clinico con secukinumab è stato arruolato nel 2007.

L’obiettivo del trattamento è la risoluzione delle lesioni cutanee e l’ottenimento di una risposta PASI (Psoriasis Area and Severity Index) 75, 90 o 100, considerato un importante metodo di valutazione del successo terapeutico.

«Lo studio presentato al Congresso EADV di quest’anno – ha proseguito il Professor Argenziano – ha confermato un’altra importante caratteristica del secukinumab: la bassa immunogenicità. Questo potrebbe offrire di fatto un’efficacia a lungo termine del trattamento che si traduce in un risultato duraturo della clear skin».

Secukinumab e IL-17A

Secukinumab (Cosentyx®), lanciato nel 2015, è il primo inibitore dell’IL-17A interamente umano approvato per il trattamento della psoriasi, dell’AP e della SA.

Essendo diretto contro l’interleuchina-17A (IL-17A), secukinumab agisce su una citochina chiave implicata nello sviluppo della psoriasi. L’IL-17A svolge un ruolo importante nella patogenesi della psoriasi a placche, dell’artrite psoriasica (AP) e della spondilite anchilosante (SA). L’inibizione dell’IL-17A è quindi fondamentale, anche perché fino al 30% dei pazienti affetti da psoriasi può andare incontro ad AP.

Secukinumab offre una risoluzione duratura delle lesioni cutanee, con una sostenibilità e una sicurezza comprovate nell’arco di 5 anni. La somministrazione è mensile mediante una siringa o una penna preriempita di semplice utilizzo per i pazienti. È inoltre approvato per il trattamento delle forme di psoriasi a placche più difficili da curare: la psoriasi palmoplantare (psoriasi di mani e piedi), la psoriasi del cuoio capelluto e la psoriasi ungueale.

Secukinumab è approvato per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a severa in 79 Paesi, tra i quali:

  • i Paesi dell’Unione Europea,
  • il Giappone,
  • la Svizzera,
  • l’Australia,
  • gli Stati Uniti,
  • il Canada.

In Europa, secukinumab è approvato per il trattamento sistemico di prima linea della psoriasi a placche da moderata a grave in pazienti adulti. Negli Stati Uniti, il secukinumab è approvato per il trattamento della psoriasi a placche di grado da moderato a severo in pazienti adulti che sono candidati alla terapia sistemica o alla fototerapia.

Inoltre, secukinumab è il primo inibitore dell’IL-17A approvato per il trattamento della SA e dell’AP in fase attiva in oltre 70 Paesi. Sono inclusi i Paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti. Il farmaco è anche approvato per il trattamento dell’AP e della psoriasi pustolosa in Giappone.

Lo studio di estensione su secukinumab della durata di 5 anni (A2304E1)

A2304E1 è uno studio di estensione multicentrico, in doppio cieco e in aperto, della durata di 5 anni, dello studio registrativo di Fase III SCULPTURE.

L’obiettivo primario di questo studio consisteva nel valutare la sicurezza e la tollerabilità a lungo termine di secukinumab in pazienti con psoriasi a placche di grado da moderato a grave. Le misure di efficacia comprendevano la percentuale di pazienti che ottenevano una risposta PASI 75, PASI 90 e PASI 100.

Questo studio di estensione a lungo termine ha dimostrato l’efficacia e la sicurezza duratura di secukinumab.

Tra i 162 pazienti con psoriasi dell’anno 1 sono stati raggiunti i seguenti tassi di risposta:

  • PASI 75 dall’89% dei pazienti,
  • PASI 90 dal 69% dei pazienti.

Questi alti tassi sono stati mantenuti nell’anno 5, durante il quale sono stati sottoposti a osservazione 122 pazienti (89% e 66% rispettivamente).

Nello studio SCULPTURE, i soggetti con risposta PASI 75 alla settimana 12 sono stati randomizzati al trattamento di mantenimento in doppio cieco con secukinumab 300 mg o 150 mg, somministrato a un regime a intervalli fissi di 4 settimane o a un regime di ritrattamento al bisogno. I pazienti che avevano completato il trattamento di 52 settimane dello studio SCULPTURE erano idonei a proseguire il trattamento alla stessa dose e con lo stesso regime nello studio di estensione (N=642).

Articoli correlati

Psoriasi. Definizione

Psoriasi. Varianti cliniche e sintomatologia

Sondaggio sulla percezione della psoriasi

Psoriasi. Eziologia

ClearSkin Lovers per sensibilizzare sulla psoriasi

Secukinumab per la psoriasi

Secukinumab è potenzialmente in grado di modificare la storia naturale della psoriasi

Approvato secukinumab per spondilite anchilosante e artrite psoriasica

Secukinumab si conferma efficace per tre anni sulla psoriasi

Secukinumab vs ustekinumab per la psoriasi

Apremilast per artrite psoriasica rimborsabile in Italia

Secukinumab nel lungo periodo per spondilite anchilosante e artrite psoriasica

Indagine italiana su psoriasi e artrite psoriasica

Secukinumab per spondilite anchilosante e artrite psoriasica approvato in Italia

Secukinumab approvato negli USA per spondilite anchilosante e artrite psoriasica

Spondilite anchilosante

Secukinumab per spondilite anchilosante e artrite psoriasica

Il glaucoma

0

Il glaucoma è una malattia che colpisce il nervo ottico. Gli studi più recenti portano a considerare il glaucoma una neurodegenerazione primaria delle cellule ganglionari retiniche.

Il glaucoma si associa spesso, ma non sempre a ipertensione oculare e porta al restringimento del campo visivo
Il glaucoma si associa spesso, ma non sempre a ipertensione oculare e porta al restringimento del campo visivo

Nel glaucoma si verifica la morte precoce delle cellule ganglionari attraverso diversi meccanismi tra i quali: lo stress ossidativo, la neuro infiammazione e la disfunzione mitocondriale. «Le cellule ganglionari retiniche e le fibre del nervo ottico sono particolarmente ricche di mitocondri necessari a produrre energia per la conduzione nervosa. La riduzione nella produzione di energia e l’aumento della produzione di radicali liberi a livello mitocondriale è da considerarsi un meccanismo chiave nell’eziopatogenesi del glaucoma» – spiega Carlo Nucci, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica presso il Policlinico Universitario di Roma Tor Vergata.

Ipertensione oculare e glaucoma

Nella maggior parte dei casi, la malattia è associata a un aumento della pressione interna dell’occhio che causa, nel tempo, danni permanenti alla vista accompagnati da:

  • riduzione del campo visivo (si restringe lo spazio che l’occhio riesce a percepire senza muovere la testa);
  • alterazioni della papilla ottica (è detta anche testa del nervo ottico ed è visibile all’esame del fondo oculare).

In condizioni normali, all’interno dell’occhio è presente un liquido, l’umor acqueo, che viene continuamente prodotto e riassorbito. In un occhio sano la produzione e il deflusso di umor acqueo sono in equilibrio perfetto; a questo rapporto è legata la pressione oculare.

Quando l’umore acqueo è prodotto in eccesso, oppure quando c’è un ostacolo al suo deflusso (è la condizione più frequente) si ha un aumento della pressione oculare, che a lungo andare può danneggiare il nervo ottico.

La pressione oculare è in genere compresa tra i 10 e 20 millimetri di mercurio (mmHg) e viene misurata dall’oculista con degli strumenti chiamati tonometri.

Tipi di glaucoma

Sono riconosciute numerose forme di glaucoma, ma le più frequenti sono tre:

  • cronico semplice (ad angolo aperto);
  • acuto (ad angolo chiuso);
  • congenito.

Glaucoma cronico

Il glaucoma cronico è la forma più comune. È dovuto all’ingravescente malfunzionamento delle vie di deflusso (il sistema trabecolare) dell’umor acqueo, che causa un aumento della pressione oculare (quasi mai elevato). Questo fenomeno si può paragonare a quanto accade in un lavandino parzialmente ostruito che dà ristagno di acqua. Il glaucoma cronico è una malattia tipica dell’adulto (dopo i 40-50 anni), ha un’evoluzione molto lenta e non dà disturbi o sintomi particolari. In assenza di un controllo oculistico ci si rende conto troppo tardi di essere malati, ossia solo in fase terminale, quando il danno al nervo ottico è già avanzatissimo e irreparabile ed il campo visivo è gravemente compromesso.

Glaucoma acuto

Il glaucoma acuto si manifesta in maniera improvvisa e imprevedibile e quasi sempre è legato a una condizione anatomica predisponente (ad es., gli occhi ipermetropi). È dovuto a un’ostruzione totale delle vie di deflusso, come accade in un lavandino che si ottura completamente senza far più passare acqua. Insorge con un dolore violento, che non dà tregua, associato spesso a nausea e vomito. L’occhio è molto infiammato, la vista fortemente ridotta.

Glaucoma congenito

Il glaucoma congenito si può manifestare già alla nascita o nei primi anni di vita. È dovuto ad alterazioni o a malformazioni delle vie di deflusso dell’umor acqueo. La “plasticità” del bulbo oculare fa sì che l’occhio acquisti dimensioni molto grandi (buftalmo=occhio di bue). Pur essendo in assoluto una forma rara, è una delle cause più frequenti di ipovisione e cecità infantile.

Fattori di rischio del glaucoma

Una visita oculistica è sufficiente a diagnosticare un glaucoma anche in fase iniziale o ancora non grave. È necessario, pertanto, sottoporsi con regolarità a controlli oculistici, specialmente in presenza di fattori di rischio quali:

  • pressione intraoculare elevata,
  • età: la frequenza del glaucoma, pur non essendo una malattia esclusiva dell’anziano, aumenta progressivamente con l’avanzare dell’età. È buona norma, per chi ha più di 40 anni, sottoporsi a un controllo oculistico che comprenda anche la misurazione della pressione oculare. Un momento ideale è rappresentato dall’insorgenza della presbiopia (visione sfocata da vicino). Più che consultare un ottico, sarebbe importante approfittarne per una visita oftalmologica completa,
  • precedenti familiari: tutti coloro con un familiare affetto da glaucoma devono sottoporsi a frequenti controlli, in quanto questa malattia oculare presenta forti caratteri di ereditarietà,
  • miopia elevata,
  • terapie protratte con farmaci cortisonici.

Trattamento del glaucoma

Una volta che il glaucoma è stato diagnosticato ci si deve curare tutta la vita, sottoponendosi a periodici controlli oculistici. Esistono varie terapie:

  • terapia medica mirata al controllo della pressione oculare: si tratta di colliri da utilizzare in maniera regolare, senza interruzioni;
  • trattamento laser;
  • terapia chirurgica.

Nuovi approcci terapeutici in fase di studio prevedono l’uso di sostanze che agiscono sulle cellule ganglionari della retina (i cui assoni formano il nervo ottico), come il coenzima Q10 o ubichinone. Questi trattamenti possono essere affiancati alla terapia ipotonizzante, ma possono essere indirizzati anche ai pazienti con glaucoma che non presentano alterazioni pressorie.

Tutti i trattamenti presentano sia vantaggi che inconvenienti. Compito dell’oftalmologo è spiegare chiaramente al paziente cosa è il glaucoma, qual è la terapia più indicata al suo caso, l’importanza di essere regolari e precisi nel seguire la terapia e i controlli oculistici.

Prevenzione del glaucoma

Il glaucoma è una malattia che rientra tra quelle che traggono massimo vantaggio dalla prevenzione secondaria e quindi da una diagnosi precoce. Questo significa che è necessario individuare la malattia quando ancora non dà sintomi particolari. Ogni glaucomatoso che diventa cieco è un insuccesso: la cecità, così come l’ipovisione, possono essere evitate attraverso la prevenzione.

Se la malattia non è diagnosticata e curata in modo tempestivo il campo visivo si restringe progressivamente sino ad arrivare alla caratteristica visione a canocchiale (o “tubulare”), ma anche alla cecità assoluta. Gradualmente e, inconsciamente fino a un certo stadio della malattia, si perde la percezione di ciò che avviene alla periferia del campo visivo (non si riesce più a vedere con la cosiddetta “coda dell’occhio”).

Articoli correlati

Studio su un nuovo approccio terapeutico al glaucoma

Latanoprostene bunod per glaucoma e ipertensione oculare

La neuroprotezione e il Co Q10 per il glaucoma

Latanoprostene bunod per glaucoma e ipertensione oculare

0

Latanoprostene bunod per glaucoma e ipertensione oculare ha ricevuto l’AIC negli USA dalla FDA.

Latanoprostene bunod per glaucoma e ipertensione oculare ha ricevuto l'autorizzazione all'immissione in commercio negli USA dalla FDA
Latanoprostene bunod per glaucoma e ipertensione oculare ha ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio negli USA dalla FDA

Nicox ha ricevuto l’autorizzazione della Food and Drug Administration all’immissione in commercio negli Stati Uniti di Vyzulta, il farmaco per la riduzione della pressione intraoculare nei pazienti affetti da glaucoma o da ipertensione oculare.

Nicox è una società di ricerca e sviluppo in campo oftalmico, lanciata sul mercato internazionale grazie al supporto del fondo Sofinnova Partner.

«Ci congratuliamo per il grande passo in avanti compiuto da Nicox. Vyzulta è il primo farmaco generato dalla piattaforma tecnologica all’origine del nostro investimento in Nicox – ha affermato Denis Lucquin, Managing Partner di Sofinnova Partners – Attraverso il nostro supporto storico alle attività di ricerca in Italia siamo riusciti a contribuire concretamente alla costruzione dell’ecosistema biotech italiano».

«È anche grazie all’importante e costante sostegno di Sofinnova che oggi Nicox viene riconosciuto quale player internazionale con solide radici in Italia – ha aggiunto Michele Garufi, presidente del CdA Nicox. – Senza di loro non sarebbe stato possibile raggiungere questo importante traguardo».

Sofinnova Partners è stata infatti la capofila della cordata finanziaria, completata da Apax e Auriga, che ha supportato la nascita della società Nicox nel 1995. L’ha quindi sostenuta nel corso degli anni, a partire dall’IPO nel 2001. Successivamente ha contribuito alla costruzione del suo ruolo di player internazionale con solide basi in Italia.

Vyzulta

Vyzulta™ è una soluzione oftalmica di latanoprostene bunod 0,024%, licenziato a livello mondiale a Bausch + Lomb.

Articoli correlati

Il glaucoma

Studio su un nuovo approccio terapeutico al glaucoma

Corporate Shared Value Report di Sanofi

0

Il Corporate Shared Value Report di Sanofi Italia è il documento che descrive il contributo di Sanofi ai Sustainable Development Goals dell’ONU.

Corporate Shared Value Report di Sanofi Italia

Creating Shared Value è un’idea messa a punto appena pochi anni fa dai professori di Harvard Michael Porter e Mark Kramer, ma è già diventata un modello di business innovativo che apre la strada a un futuro più inclusivo, sostenibile ed etico. Il suo fondamento è la convinzione che la competitività di un’azienda e il benessere della comunità che la circonda siano mutualmente correlate.

Il 25 settembre 2015, la 70a Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha raggiunto un accordo che definisce un programma d’azione globale in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals) da conseguire in diversi ambiti fra cui:

  • sanità,
  • parità di genere,
  • consumo e produzione sostenibili,
  • crescita economica e occupazione,
  • sviluppo infrastrutturale,
  • cambiamenti climatici,
  • lotta alla povertà,
  • sicurezza alimentare,
  • contrasto alle diseguaglianze,
  • tutela delle risorse naturali.

Questo programma, che rilancia gli impegni definiti dagli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, può essere realizzato attraverso un approccio condiviso, con il concorso di tutte le istituzioni globali e la partecipazione attiva di ciascuna componente della società. Anche il mondo dell’impresa può quindi contribuire e integrare l’azione delle istituzioni governative affinché gli obiettivi si traducano in iniziative concrete capaci di produrre cambiamenti effettivi e duraturi.

#CreareValoreInsieme

È il documento (Corporate Shared Value Report) con cui Sanofi Italia ha deciso di raccontare i progetti che rafforzano la competitività dell’azienda migliorando allo stesso tempo le condizioni economiche e sociali della comunità. Il documento evidenzia il collegamento tra bisogni sociali e la strategia aziendale, misura e comunica il valore generato da progetti e iniziative dell’azienda.

Si tratta della prima pubblicazione di questo tipo a essere realizzata nel nostro Paese da un’azienda farmaceutica. Valorizza la storia e i risultati che i progetti dell’azienda generano non soltanto tramite un ritorno di carattere economico, ma anche attraverso la filiera di benefici sociali offerti alla comunità e ai nostri interlocutori. Profitto e responsabilità si intrecciano come leve di management di pari importanza per acquisire fiducia, consenso e stabilità.

Il contributo socio-economico di Sanofi in Europa e in Italia

L’industria farmaceutica è un settore chiave di crescita per l’economia europea.

Secondo l’istituto di ricerca economica WifOR nel solo 2014 il settore ha contribuito complessivamente al Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’Unione Europea per 77,9 miliardi di euro e ha creato 865.000 posti di lavoro. In particolare, le attività di Sanofi in Europa hanno generato 24,8 miliardi di euro del PIL: per ogni euro di valore aggiunto lordo prodotto da Sanofi, l’economia della UE ha guadagnato 1,1 euro. E hanno coinvolto 241.300 posti di lavoro: per un posto di lavoro in Sanofi, ne esistono altri quattro in Europa a livello indiretto e indotto.

Sempre nel 2014 Sanofi ha investito 2,8 miliardi di euro nelle attività di ricerca e sviluppo. Questo significa che il 23,4% del valore aggiunto lordo direttamente generato è stato reinvestito superando di più di 4 volte l’obiettivo UE per il 2020. Questi numeri ci suggeriscono come la nostra azienda, e in generale il settore farmaceutico, stiano fornendo un contributo rilevante per ristabilire l’equilibrio dopo le crisi finanziarie degli ultimi dieci anni.

Anche in Italia, in base al recente studio che abbiamo condotto sugli impatti diretti, indiretti e indotti, Sanofi contribuisce per 852 milioni di euro al PIL del Paese, genera 6.185 posti di lavoro e porta 351 milioni di euro di contributo fiscale.

Il contributo di Sanofi al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile

Con il suo approccio integrato, Sanofi risponde ai bisogni di salute del cittadino in ogni momento della sua vita, realizza la propria strategia e soddisfa il bisogno di salute del Paese attraverso il sostegno all’innovazione, soluzioni sempre più mirate, sensibilizzazione e prevenzione, influendo positivamente sui bisogni sociali inclusi nei 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile identificati dalle Nazioni Unite. Con il suo primo Corporate Shared Value Report ha voluto provare a rendicontare questo impatto.

Salute e buone condizioni di vita

Espandere le collaborazioni per affrontare le principali patologie trasmissibili, abbattendo i tassi di mortalità e aumentando la prevenzione. Investire in ricerca per sviluppare soluzioni a basso costo, favorendo l’accessibilità alle cure.

Da un punto di vista sanitario, il contributo di Sanofi al raggiungimento di questi obiettivi si traduce nell’attività di ricerca clinica su soluzioni terapeutiche per patologie molto complesse, nell’impegno per migliorare l’accesso alle cure dei pazienti, nelle iniziative per diffondere una maggiore consapevolezza sull’uso più appropriato dei farmaci e nella lotta alle epidemie nei Paesi in via di sviluppo, tramite soluzioni a basso costo.

In numeri:

  • 605.000 pazienti diabetici trattati con soluzioni iniettabili
  • 2 terapie per i pazienti affetti da Sclerosi Multipla
  • 2 prodotti in fase avanzata di sviluppo per patologie immunologiche
  • 136.000 pazienti sottoposti a trattamento per aritmie
  • 4 terapie per il trattamento delle malattie genetiche rare
  • 34,5 milioni di pazienti assumono farmaci off-patent e generici
  • 3,6 milioni di pazienti trattati per la prevenzione del tromboembolismo venoso
  • 11,5 mila pazienti sottoposti a trattamento per disfunzioni renali
  • 9 terapie per il trattamento dei tumori.

Uguaglianza di genere

Favorire l’ingresso, lo sviluppo professionale e di carriera delle donne, garantendo un’equa partecipazione a livello decisionale e direttivo.

Altro pilastro della responsabilità sociale dell’azienda sono le persone, all’interno come all’esterno dell’azienda, per coltivare sia il potenziale individuale sia quello che nasce dalla coesione e dalla solidarietà, perché l’unione delle persone è una risorsa molto più grande del loro insieme. Con particolare attenzione alla parità di genere, per garantire la crescita e lo sviluppo di carriera delle donne, con un’equa partecipazione nei livelli decisionali e di governo
Il consiglio di amministrazione dell’azienda è composto al 33% da donne (dati aggiornati al 2016), con il 36% di presenza femminile in posizioni manageriali.

In numeri:

  • 280 dipendenti di Sanofi beneficiano dello smart-working
  • 33% donne presenti nel Consiglio di Amministrazione
  • 36% donne in posizioni manageriali.

Energia pulita e sostenibile

Ridurre le emissioni di carbonio e i rifiuti tossici.

Nei 4 stabilimenti di Sanofi in Italia – Anagni, Brindisi, Origgio e Scoppito- ogni anno vengono confermate le certificazioni internazionali di impatto ambientale e si registrano riduzioni annuali nei consumi di acqua ed energia elettrica. In tutti gli impianti sono stati costruiti sistemi di cogenerazione e trigenerazione, volti a produrre energia elettrica internamente per ridurre il consumo complessivo. Tutti gli stabilimenti dispongono di una procedura per valutare, prevenire e controllare il rischio di contaminazioni e di emissioni nell’aria, nell’acqua e nel sottosuolo.

In numeri:

  • Riduzione dell’11% nel consumo di energia elettrica per unità fatturata  nel sito di Anagni, del 26% nel sito  di Brindisi e una diminuzione  degli scarichi di acqua del 12% nel sito di  Scoppito
  • Installati impianti di cogenerazione e trigenerazione per l’efficienza energetica nei siti produttivi.

Crescita economica

Stimolare l’occupazione, la formazione e la tutela dei lavoratori.

In numeri:

  • 6185 PERSONE contributo diretto, indiretto e indotto all’occupazione
  • 351 MLN € contributo fiscale diretto, indiretto e indotto
  • 129 studenti di scuole secondarie coinvolti in progetti di orientamento
  • 852 MLN € contributo diretto, indiretto e indotto al PIL
  • 140 stage attivati
  • 58.000 ore di formazione ai dipendenti.

Industria, innovazione e infrastrutture

Stimolare la ricerca, costruendo centri di ricerca e sviluppo all’avanguardia e incrementando il numero dei ricercatori in tutti i Paesi del mondo.

In numeri:

  • 150.000 € investiti in prevenzione delle malattie cardiovascolari
  • 2 bandi di concorso per sostenere l’innovazione al servizio dei pazienti
  • 88 studi clinici effettuati
  • 100.000 € investiti in un progetto di discussione regionale per la gestione del paziente diabetico.

Cambiamenti climatici

Includere misure di tutela ambientale come parte della propria strategia, adeguandosi alle nuove sfide portate dal cambiamento climatico.

Partnership strategiche

Favorire nuove partnership tra pubblico e privato e impegnarsi in iniziative multi-stakeholder per la promozione dello sviluppo sostenibile.

Nel delineare un perimetro di proposte efficaci attorno ai bisogni dei pazienti, il primo fronte rimane quello della correttezza e della trasparenza: dalla tutela delle informazioni sensibili, alla prevenzione dei conflitti d’interesse e dell’insider dealing, alla lotta contro la contraffazione dei farmaci, alla condivisione degli open-data per le transazioni con gli operatori di settore. L’etica è, prima ancora della costruzione di valore tangibile per l’azienda e la comunità, la colonna portante della nostra presenza in Italia e nel Mondo.

In numeri:

  • 800 farmacie coinvolte nell’automisurazione gratuita del colesterolo e dei trigliceridi
  • Collaborazione con il CNR di Palermo per il testing gratuito della malattia di Fabry e Gaucher
  • PARTNER di Italian American Pharmaceutical Group, European Pharma Group, Farmindustria, Assogenerici, Assosalute, Assobiotec,  Club Santé Italie
  • 500 MILA € investiti in attività di formazione per i farmacisti attraverso Perfect Store.

Everolimus ha ridotto le infezioni virali nei pazienti con trapianto di rene

0

Lo studio TRANSFORM ha raggiunto i suoi endpoint primari e secondari dimostrando l’elevata efficacia del trattamento con everolimus in associazione a basse dosi di inibitore della calcineurina (CNI, calcineurin inhibitor) potenzialmente nefrotossico.

La ridotta esposizione al CNI con everolimus ha preservato la funzionalità renale con un numero significativamente inferiore di infezioni virali, suggerendo che questo regime potrebbe migliorare gli esiti a lungo termine nei pazienti sottoposti a trapianto di rene.

Un regime a base di everolimus consente un’esposizione molto più bassa ai CNI nefrotossici
Un regime a base di everolimus consente un’esposizione molto più bassa ai CNI nefrotossici

Novartis ha annunciato nuovi dati di fase IV che confermano l’elevata efficacia del regime a base di everolimus nei pazienti sottoposti a trapianto di rene, in associazione a una ridotta  esposizione all’inibitore della calcineurina (CNI).

I dati  pongono a confronto everolimus in associazione a una esposizione ridotta di CNI verso l’acido micofenolico (MPA, mycophenolic acid) con esposizione standard al CNI. I CNI sono noti per il loro potenziale nefrotossico e possono determinare nel lungo termine complicanze cardiovascolari o lo sviluppo di neoplasie maligne. I dati clinici dimostrano che, a causa delle complicanze dovute ai CNI, solo il 50% dei pazienti sottoposti a trapianto renale sopravvive più di 10 anni dopo l’intervento.

I risultati sono stati presentati al congresso 2017 della European Society of Organ Transplantation (ESOT) a Barcellona.

«I pazienti trapiantati continuano a cercare regimi terapeutici alternativi, che supportino la funzionalità a lungo termine dell’organo, minimizzando al tempo stesso gli effetti indesiderati, incluse le infezioni virali, come osservato con l’attuale standard terapeutico. – ha affermato Sheeram Aradhye, Global Head Medical Affairs e Chief Medical Officer di Novartis Pharmaceuticals. – I risultati dello studio TRANSFORM dimostrano che con un regime a base di everolimus è possibile ottenere un’esposizione molto più bassa ai CNI nefrotossici, mantenendo una elevata efficacia e consentendo una riduzione delle infezioni virali. Ora disponiamo di un valido trattamento alternativo all’attuale standard terapeutico, con il potenziale di migliorare gli esiti a lungo termine per il paziente».

Lo studio interventistico de novo TRANSFORM

TRANSFORM (Advancing renal TRANSplant eFficacy and safety Outcomes with an eveRoliMus-based regimen) è il più vasto studio interventistico de novo mai condotto nel trapianto renale. TRANSFORM (NCT01950819) è uno studio di 24 mesi multicentrico, randomizzato, condotto in aperto. Ha coinvolto 2037 pazienti con trapianto di rene arruolati in 195 centri in 42 Paesi.

Il trial continuerà a studiare le funzionalità a lungo termine dell’organo trapiantato e le morbidità complessive dei pazienti.

Lo studio TRANSFORM, per la prima volta ha combinato l’esito del rigetto (tBPAR) con un eGFR in un unico endpoint primario composito clinicamente rilevante.

L’obiettivo primario di TRANSFORM è quello di valutare i risultati complessivi, ai fini del trapianto, di un regime con everolimus associato a livelli ridotti di CNI rispetto allo standard terapeutico attuale – cioè MPA in associazione a dosaggio standard di CNI – utilizzando un nuovo endpoint composito binario di eGFR (<50 ml/min/1,73 m2, usando la formula MDRD4) o tBPAR.

L’endpoint secondario è quello di valutare everolimus con esposizione ridotta al CNI rispetto a MPA più esposizione standard al CNI a 12 e 24 mesi dopo il trapianto rispetto all’endpoint regolatorio convenzionale, cioè il tasso composito di compromissione dell’efficacia (rigetto acuto trattato comprovato da biopsia [tBPAR], perdita dell’organo e morte).

TRANSFORM valuta anche l’evoluzione della funzionalità renale nel tempo ed esamina:

  • l’incidenza degli anticorpi specifici del donatore (DSA, donor-specific antibodies),
  • lo sviluppo di nefropatia cronica del trapianto/fibrosi interstiziale-atrofia tubolare (CAN/IFTA , Chronic Allograft Nephropathy/Interstitial Fibrosis-Tubular Atrophy).

Risultati dello studio TRANSFORM

Lo studio TRANSFORM ha valutato l’evoluzione della funzionalità renale nel tempo, dimostrando che il regime basato su everolimus, in associazione a una esposizione ridotta di CNI, non solo mantiene la funzionalità renale, ma riduce anche in modo significativo le infezioni virali, come quelle da citomegalovirus (3,5% con everolimus vs 12,5% con MPA) e da BK virus (3,9% con everolimus vs 7,2% con MPA).

TRANSFORM ha raggiunto il suo endpoint primario al dodicesimo mese, dimostrando che il tasso di incidenza del rigetto acuto trattato e comprovato da biopsia (tBPAR,treated biopsy-proven acute rejection) è risultato simile nei due gruppi di trattamento, così come la percentuale di pazienti con funzionalità del trapianto, calcolata sulla base della filtrazione glomerulare (eGFR), inferiore a 50 ml/min. Lo studio ha raggiunto anche il suo endpoint secondario di non inferiorità dell’endpoint composito di tBPAR, perdita dell’organo e morte. Nel complesso, nel regime con everolimus si è osservata una tendenza a una migliore sopravvivenza del paziente (98,4% con everolimus vs 97,4% con MPA).

Everolimus

Everolimus (Certican®) è approvato in oltre 100 Paesi per la prevenzione del rigetto di organo nei pazienti adulti sottoposti a trapianto di cuore e di rene. È anche approvato nei pazienti sottoposti a trapianto di fegato in oltre 80 Paesi, in Europa come negli Stati Uniti.

Lanreotide autogel HD e HF per l’acromegalia

0

Uno studio ha valutato il trattamento con lanreotide autogel HD e HF per l’acromegalia e ne ha stabilito l’efficacia.

La somministrazione di lanreotide autogel HD e HF per l'acromegalia ne conferma l'efficacia
La somministrazione di lanreotide autogel HD e HF per l’acromegalia ne conferma l’efficacia

«L’acromegalia è generalmente causata da un tumore benigno dell’ipofisi: l’ipersecrezione ormonale è in oltre il 99% dei casi sostenuta da un adenoma ipofisario che produce ormone della crescita e si riscontra in genere tra i 30 e i 40 anni, anche se una produzione eccessiva di ormone della crescita può verificarsi a qualunque età – spiega Ezio Ghigo professore ordinario di Endocrinologia, Università degli Studi di Torino e tra i firmatari dello studio. – È una malattia subdola perché nella maggior parte dei casi viene diagnosticata casualmente: le trasformazioni hanno un andamento lento e progressivo e i sintomi risultano spesso sfumati».

«L’aumento nel volume scheletrico di mani, piedi e ossa del volto non è soltanto morfologico. La malattia infatti genera un aumento del volume anche degli organi interni come fegato, rene e cuore – continua Andrea Giustina. – Di conseguenza si manifestano gravi malattie cardiovascolari, come la cardiomegalia, che comporta l’aumento della massa ventricolare, e l’ipertensione; e frequentemente anche malattie metaboliche, dalla semplice intolleranza al glucosio fino ad arrivare al diabete mellito».

«L’aspettativa di vita media per i pazienti acromegalici non trattati adeguatamente non a caso è più bassa della media (si aggira intorno ai 60 anni) – aggiunge Andrea Giustina. Le malattie cardiovascolari, cerebrovascolari e respiratorie, tra gli effetti derivanti dai livelli elevati di GH, determinano una percentuale di mortalità di circa 2-3 volte maggiore rispetto a quella della popolazione generale. Se l’acromegalia è affrontata con terapie adeguate, comunque, la mortalità nei pazienti acromegalici torna simile a quella della popolazione generale. La mortalità per causa acromegalica è legata per il 60% ad accidenti cardiovascolari, per il 25% a patologia respiratoria e per il 15% circa a neoplasia».

«Lo scenario delle opzioni terapeutiche per il trattamento delle patologie rare si sta ampliando e nuove importanti opportunità si aprono per i pazienti affetti da acromegalia, grazie soprattutto all’impulso dato dai nuovi farmaci che permettono di offrire ai pazienti affetti da acromegalia decisivi momenti di cura – commenta Andrea Lenzi, presidente Società Italiana di Endocrinologia (SIE), durante il 39° Congresso Nazionale SIE. – Attualmente per questa patologia abbiamo 2-3 linee di farmaci che sono applicabili in successione o nei casi in cui vi sia resistenza a uno di essi. Sono disponibili farmaci di prima linea, ormai ben conosciuti all’endocrinologo, e farmaci di seconda linea, che possono essere impiegati nei casi in cui il paziente diventa resistente a quelli di prima linea, o se il farmaco di prima linea non è adeguato o non sufficientemente flessibile. I farmaci di ultima generazione, in particolare, sono assai maneggevoli ed efficaci».

Nonostante i protocolli di trattamento dell’acromegalia siano consolidati ed efficaci, da un terzo al 50% dei pazienti non risponde adeguatamente alla terapia medica e non raggiunge un buon controllo della malattia.

Gli obiettivi della terapia sono:

  • ridurre lo sviluppo del tumore ipofisario che è causa dell’eccesso di ormone della crescita,
  • ridurre la secrezione di GH (growth hormone),
  • normalizzare la produzione di IGF-1.

L’Insulin Like Growth Factor–1 infatti è responsabile di manifestazioni cliniche come la crescita eccessiva di tessuto connettivo, cartilagine, osso e di organi interni come il cuore.

È inoltre un fattore di crescita noto per essere correlato al rischio tumorale.

Attualmente nella terapia si utilizzano con successo i nuovi analoghi della somatostatina nella forma long acting (a lunga durata di azione) come l’octreotide LAR e il lanreotide autogel. Quest’ultimo ha mostrato di ridurre le dimensioni del tumore ipofisario in più della metà dei pazienti in terapia “primaria”.

Ma per i cosiddetti partial responder è necessario correggere il dosaggio o la frequenza di somministrazion, così come indagato nella ricerca pubblicata su Journal of Clinical Endocrinology Metabolism che ha confermato l’efficacia della somministrazione ad alte dosi (HD) o ad alta frequenza (HF) di lanreotide autogel.

Lo studio su lanreotide autogel HD e HF per l’acromegalia

La ricerca ha preso in esame un campione di 30 pazienti con acromegalia in fase attiva nel corso di 24 settimane e li ha divisi in due gruppi:

  • 15 sono stati assegnati al trattamento con 120 mg per 21 giorni (HF),
  • gli altri 15 al trattamento con 180 mg ogni 28 giorni (HD).

La speranza dei ricercatori era ottenere la normalizzazione dei livelli di IGF-1 e di GH oltre a valutare la sicurezza e la tollerabilità del nuovo approccio.

«L’analisi dei dati alla fine del periodo di osservazione ha confermato il raggiungimento degli obiettivi – afferma Andrea Giustina, presidente eletto della European Society of Endocrinology – in maniera brillante per ciò che riguarda il controllo sierico dell’IGF-1, diminuito più significativamente nel gruppo assegnato alla terapia ad alta dose rispetto a quelli ad alta frequenza anche se la normalizzazione si è verificata nel 27,6% dei pazienti in maniera omogenea tra i due gruppi. Nonostante 19 pazienti abbiamo sperimentato effetti collaterali, questi sono stati lievi e transitori, distribuiti in entrambi i bracci terapeutici».

Articoli correlati

Acromegalia

La fragilità ossea nell’acromegalia

Pasireotide per acromegalia

Pasireotide riceve l’indicazione per l’acromegalia

Approvato da FDA rivaroxaban 10 mg per le recidive di TEV

0

È stato approvato da FDA rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera, come terapia prolungata per la prevenzione di tromboembolismo venoso.

Approvato da FDA rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera, come terapia prolungata per la prevenzione di tromboembolismo venoso
Approvato da FDA rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera, come terapia prolungata per la prevenzione di tromboembolismo venoso

Rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera riduce in maniera significativa il rischio di recidiva di tromboembolismo venoso rispetto ad aspirina 100 mg una volta/die dopo almeno sei mesi di terapia anticoagulante standard.

L’approvazione dell’FDA si è basata sui risultati dello studio EINSTEIN CHOICE.

Bayer AG e il suo partner di sviluppo Janssen Research & Development annunciano che l’Autorità regolatoria statunitense FDA ha approvato l’aggiornamento delle indicazioni dell’inibitore orale del Fattore Xa rivaroxaban negli Stati Uniti, includendo anche il dosaggio di 10 mg in monosomministrazione giornaliera per la terapia prolungata per la prevenzione di recidive di tromboembolismo venoso (TEV).

Questo aggiornamento delle indicazioni riguarda i pazienti che hanno già ricevuto almeno sei mesi di terapia anticoagulante standard, ma persiste il rischio di sviluppare trombosi venosa profonda (TVP) e/o embolia polmonare (EP).

Questa approvazione offre quindi ai clinici un’ulteriore alternativa terapeutica nella gestione di quei pazienti per cui è dubbia l’opportunità di proseguire il trattamento.

«I pazienti che hanno già avuto un evento di tromboembolismo venoso spesso sono a maggior rischio di averne un altro, se viene interrotta la terapia anticoagulante – ha dichiarato Joerg Moeller, Responsabile Sviluppo e Membro del Consiglio Direttivo della Divisione Pharmaceutical di Bayer AG – L’approvazione da parte dell’FDA del dosaggio di 10 mg mette a disposizione dei clinici un’ulteriore opzione terapeutica, che consente loro di continuare la terapia anticoagulante con il regime più adatto allo specifico paziente sulla base della valutazione del profilo rischio-beneficio».

L’aggiornamento delle indicazioni di rivaroxaban nell’Unione Europea è già stato approvato dalla Commissione Europea il 19 ottobre 2017.

Articoli correlati

Approvato dalla CE rivaroxaban 10 mg per le recidive di TEV

Rivaroxaban per le recidive di tromboembolismo venoso vs acido acetilsalicidico

Rivaroxaban riduce il rischio di emorragie intracraniche nella fibrillazione atriale

Studi su rivaroxaban in contesti real life

Rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera per il TEV

Rivaroxaban per la FA in pazienti sottoposti a intervento coronarico percutaneo con inserimento di stent

Nuovi studi su rivaroxaban in contesti real life

Programma Callisto su rivaroxaban per trombosi associata al cancro

Aggiornamento della scheda tecnica per rivaroxaban

Rivaroxaban per fibrillazione atriale non-valvolare

Nuovo anticoagulante orale per pazienti con fibrillazione atriale sottoposti a cardioversione

Nuovo anticoagulante orale disponibile in Italia

Confronto tra rivaroxaban e antagonisti della vitamina K

Rivaroxaban per le coronaropatie e arteriopatie periferiche

Approvato dalla CE rivaroxaban per la FANV in pazienti con stent

Intelligenza artificiale nella lotta alla sepsi

0

3M ha intrapreso una collaborazione con l’ASST Niguarda nell’ambito del progetto regionale “Lotta alla Sepsi”.  L’obiettivo del percorso intrapreso è l’applicazione delle tecnologie di intelligenza artificiale nel mondo della sanità per innalzare la prevedibilità e tracciabilità dei casi di sepsi, con un prevedibile miglioramento dell’assistenza sanitaria e risparmio economico.

Intelligenza artificiale nella lotta alla sepsi: 3M ha sviluppato una piattaforma informatica di supporto alla gestione del rischio clinico e del monitoraggio delle attività ospedaliere
Intelligenza artificiale nella lotta alla sepsi: 3M ha sviluppato una piattaforma informatica di supporto alla gestione del rischio clinico e del monitoraggio delle attività ospedaliere

Sfruttando il know-how della divisione HIS (Health Information Systems) 3M ha sviluppato la 360 Encompass™.

360 Encompass

Si tratta di una piattaforma informatica di supporto per la gestione del rischio clinico del paziente e per il monitoraggio delle attività ospedaliere.

360 Encompass è basata sullo sviluppo di un motore semantico di interpretazione del linguaggio naturale clinico e sanitario. L’innovativa soluzione 3M è frutto della collaborazione con la società Expert Systems di Modena e sarà messa a disposizione del servizio ospedaliero diretto da Pietro Barbieri per processare i documenti in un campione mirato di cartelle cliniche della ASST Grande Ospedale Metropolitano “Niguarda”, individuando puntualmente e tempestivamente le infezioni correlate all’assistenza.

Ad oggi, si stima che i flussi amministrativi in sanità contengano soltanto il 20% delle informazioni clinicamente rilevanti.

La sfida di 3M, iniziata del 2011 prima negli USA e poi a cascata in tutto il mondo, è stata quella di poter sfruttare quanto più possibile del rimanente 80% delle informazioni disponibili nella documentazione clinica sotto varie forme e rendere queste informazioni disponibili rapidamente agli operatori per migliorare i processi assistenziali.

«Questo approccio non solo ha già oggi molteplici applicazioni tra le quali una codifica semanticamente assistita oppure, come identificato dalla ASST Niguarda, il monitoraggio dei casi di sepsi correlati all’assistenza, ma avrà in futuro avanzamenti tecnologici che permetteranno di incrociare ed interpretare le molteplici fonti di informazione disponibili indipendentemente dal loro formato» – ha affermato Rino Feduzi, 3M Health Information Systems Business Manager.

«La tecnologia ha quindi una grande potenzialità di arricchimento delle informazioni utili per affrontare efficacemente l’epidemia di sepsi negli ospedali ed è prevedibile un suo più largo impiego nella rilevazione degli eventi avversi e nella valutazione della qualità delle cure» – ha affermato Pietro Barbieri, Risk Manager della ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda.

Articoli correlati

Sepsi e appropriatezza della terapia antibiotica

Prevenzione e gestione della sepsi e di altre infezioni ospedaliere