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Approvato dalla CE rivaroxaban per la FANV in pazienti con stent

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La Commissione Europea (CE) approva rivaroxaban di Bayer in associazione a singola terapia antiaggregante piastrinica per il trattamento di pazienti con fibrillazione atriale non valvolare, che necessitano di anticoagulazione orale, sottoposti ad angioplastica coronarica con impianto di stent. Rivaroxaban è il primo anticoagulante orale non-antagonista della vitamina K (NOAC) a essere indicato in questa popolazione di pazienti.

In seguito all’approvazione, le Linee Guida della Società Europea di Cardiologia (ESC) per il trattamento dei pazienti con indicazione alla terapia anticoagulante orale che vanno incontro ad angioplastica sono state aggiornate con la raccomandazione del dosaggio di 15 mg in monosomministrazione giornaliera, in associazione ad aspirina e/o clopidogrel. Questo dosaggio di rivaroxaban ha fatto registrare percentuali significativamente ridotte di emorragia clinicamente significativa, rispetto ad un antagonista della vitamina K.

È stato approvato dalla CE rivaroxaban per la FANV in pazienti con stent
È stato approvato dalla CE rivaroxaban per la FANV in pazienti con stent

Bayer AG ha annunciato che la Commissione Europea ha approvato l’aggiornamento della scheda tecnica di rivaroxaban, inibitore orale del Fattore Xa, in merito al dosaggio di 15 mg in monosomministrazione giornaliera in associazione a un inibitore del recettore P2Y12, per il trattamento di pazienti con fibrillazione atriale (FA) non valvolare che necessitano di anticoagulazione orale e che devono essere sottoposti ad angioplastica coronarica (PCI) con impianto di stent.

L’approvazione è basata sui risultati dello studio di Fase IIIb PIONEER AF-PCI, il primo trial randomizzato con un anticoagulante orale non-antagonista della vitamina K (NOAC) in questa popolazione di pazienti.

In seguito all’approvazione, inoltre, la Società Europea di Cardiologia (ESC) ha aggiornato le proprie Linee Guida con l’introduzione di rivaroxaban 15 mg in monosomministrazione giornaliera, come opzione terapeutica in questa tipologia di pazienti, in associazione ad aspirina e/o clopidogrel.

«Accogliamo con soddisfazione questa approvazione della Commissione Europea che mette a disposizione un’ulteriore opzione terapeutica di cui si avvertiva una reale necessità per questi pazienti ad alto rischio – ha dichiarato Michael Devoy, responsabile Affari Medici & Farmacovigilanza della Divisione Farmaceutici di Bayer AG e Chief Medical Officer di Bayer – La successiva inclusione di rivaroxaban 15 mg in monosomministrazione giornaliera nelle Linee Guida ESC conferma ulteriormente la solidità dei risultati che hanno dimostrato un rischio significativamente inferiore di emorragia rispetto alle terapie precedentemente disponibili».

Lo studio PIONEER AF-PCI

PIONEER AF-PCI è uno studio di Fase IIIb, randomizzato in aperto, disegnato per stabilire la sicurezza di due regimi terapeutici con rivaroxaban rispetto alla strategia terapeutica con un antagonista della vitamina K, con aggiustamento di dosaggio, dopo un intervento coronarico percutaneo (PCI) con impianto di stent in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare (FANV).

PIONEER AF-PCI ha coinvolto 2.124 pazienti di 26 diversi Paesi del mondo.

L’endpoint primario del trial era il verificarsi, sui 12 mesi di terapia, di emorragia clinicamente significativa, definita come insieme di emorragie:

  • maggiore secondo i criteri TIMI,
  • minore TIMI,
  • che richiede attenzione medica.

Tutti i pazienti sono stati randomizzati con rapporto 1:1:1 in tre bracci di trattamento:

  • rivaroxaban 15 mg in monosomministrazione giornaliera più inibitore del recettore P2Y12 per 12 mesi;
  • rivaroxaban 2,5 mg due volte al giorno più duplice terapia antiaggregante piastrinica  (DAPT) per 1, 6, o 12 mesi;
  • o terapia standard con antagonista della vitamina K con aggiustamento di dosaggio più DAPT per 1, 6, o 12 mesi.

I risultati dello studio PIONEER AF-PCI

PIONEER AF-PCI ha dimostrato che rivaroxaban 15 mg in monosomministrazione giornaliera più clopidogrel ha ridotto in modo rilevante la percentuale di emorragia clinicamente significativa del 41% (riduzione rischio relativo), rispetto alla triplice terapia costituita da un antagonista della vitamina K, DAPT (16,8% contro 26,7%; HR 0,59; IC al 95% 0,47-0,76; p<0,001) nei 12 mesi di terapia.

Nel secondo braccio in studio, invece, rivaroxaban al dosaggio di 2,5 mg due volte al giorno, in associazione a DAPT, ha ridotto la percentuale di emorragia clinicamente significativa del 37% (riduzione rischio relativo), rispetto a un antagonista della vitamina K, più DAPT nei 12 mesi di terapia, in modo statisticamente significativo (18,0% contro 26,7%; HR 0,63; IC al 95% 0,50-0,80; p<0,001).

Entrambi i regimi terapeutici con rivaroxaban hanno dimostrato percentuali simili per l’endpoint esplorativo d’efficacia (morte per cause cardiovascolari, infarto del miocardio, ictus e trombosi dello stent), rispetto al regime terapeutico con antagonista della vitamina K. Tuttavia lo studio non aveva potenza sufficiente per la significatività statistica dei dati di efficacia; pertanto non si possono trarre conclusioni riguardo agli esiti di efficacia.

Fibrillazione atriale con coronaropatia

La fibrillazione atriale è il disturbo del ritmo cardiaco più diffuso al mondo. Si stima infatti che ne soffrano 33,5 milioni di persone. Di queste, il 20-40% presenta anche coronaropatia e il rischio di dover subire un intervento coronarico percutaneo (PCI). Nel 5-15% dei pazienti con FA, questo rischio si concretizza e rende necessario un impianto di stent tramite PCI. Questi pazienti sono di conseguenza a maggior rischio di formazione di trombi che possono portare a gravi conseguenze, tra cui ictus, infarto del miocardio o trombosi dello stent.

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Artrite reumatoide: impatto della malattia ed efficacia dei PDTA

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In Italia, il 24,1% dei pazienti con artrite reumatoide vive in una condizione di disabilità severa contro il 3,9% della Francia e l’8,7% dell’Irlanda.

Se ne è parlato a Roma nel convegno “Artrite Reumatoide: migliorare le aspettative, insieme è possibile“. Nel convegno sono stati messi a fuoco gli strumenti per migliorare la vita dei pazienti e le ricadute di una patologia invalidante.

Artrite reumatoide: impatto della malattia ed efficacia dei PDTA
Convegno a Roma “Artrite Reumatoide migliorare le aspettative insieme è possibile”

L’Artrite Reumatoide conta 400mila pazienti soltanto in Italia, di cui il 75% donne. La capacità lavorativa viene intaccata nel giro di 5 anni dall’insorgenza della malattia, con un calo del 33% già dal primo anno, fino ad arrivare a una perdita del 50% in 10 anni. 39 giorni lavorativi sono persi in media in un anno da ogni paziente. La perdita annuale è di 11mila euro in media per paziente ed è dovuta a ritardi al lavoro, permessi, presenteismo.

«È fondamentale un percorso diagnostico terapeutico per il malato reumatico, che abbia 3 principi fondamentali: diagnosi precoce e tempestiva, presa in carico e cure adeguate e mirate con l’obiettivo di un miglioramento della qualità della vita – afferma la presidente di ANMAR, Silvia Tonolo. – Nove pazienti su 10 affermano che l’AR è impattante negativamente sulla propria vita, 5 su 10 ritengono di sentirsi esclusi dalla società. Negli ultimi anni l’introduzione di nuovi farmaci ha cambiato in meglio la qualità di vita dei pazienti, con ricadute positive anche sui costi indiretti, legati al danno permanente».

Dei 99 milioni spesi tra il 2009 e il 2012 per la previdenza sociale dei malati di artrite, il 54% è stato versato per pensioni di invalidità. Sintomi come fatica e dolore continuano a essere i maggiori ostacoli dei pazienti sul luogo di lavoro, anche se la malattia impatta praticamente in tutte le attività quotidiane, a partire dalle cure personali. Sino a pochi anni fa, tra il 32 e il 50% dei pazienti perdeva il lavoro entro dieci anni dalla diagnosi. Le terapie più recenti disponibili sono invece in grado di migliorare la capacità lavorativa, di diminuire il dolore e raggiungere l’obiettivo della remissione.

«Da circa 20 anni i malati reumatici e i reumatologi stanno vivendo un momento eccezionale e pieno di speranze anche per il futuro – sottolinea Mauro Galeazzi, docente di Reumatologia all’Università di Siena. – Dopo 100 anni di terapie, per lo più chieste in prestito da altre discipline, quasi sempre inefficaci e spesso pericolose per la salute, sono arrivati i farmaci biotecnologici che hanno cambiato non solo la storia naturale della artrite reumatoide. Infatti diagnosi precoce, terapia tempestiva e misurata sul paziente con obiettivo la remissione, prevenzione della disabilità e quindi della cronicità nella invalidità, sono obiettivi raggiungibili nell’AR e in tutte le malattie croniche infiammatorie. Purtroppo L’Italia è ancora terzultima in Europa nella prescrizione di farmaci biologici, seconda soltanto a Grecia e Portogallo».

Diffondere e migliorare l’uso di farmaci biotecnologici per l’artrite reumatode in Italia

Tuttavia, per raggiungere questi obiettivi c’è bisogno di organizzazione e, in questo senso, la rete territoriale assistenziale integrata, che mette funzionalmente insieme strutture di primo, secondo e terzo livello, e i PDTA (percorsi diagnostici terapeutici assistenziali) appaiono gli strumenti più idonei.

«Ove questo tipo di organizzazione sia stato attuato, il consultivo dell’utilizzo dei farmaci biotecnologici è stato straordinario sia sul piano dei risultati clinici che su quello del risparmio economico – prosegue Galeazzi. – Risultati che sono ben descritti in letteratura:

  • remissioni sempre più numerose e durature nel tempo della malattia,
  • impedimento della comparsa del danno articolare o blocco della sua progressione,
  • riduzione della disabilità e della cronica invalidità,
  • abbattimento dei costi indiretti legati alla disabilità (Anis A Rheumatology-2009),
  • riduzione del numero e durata dei ricoveri,
  • miglioramento della qualità della vita con riduzione del numero delle giornate lavorative perse.

A questo si aggiungono il più frequente recupero dell’attività lavorativa per riacquisizione dell’abilità a compiere il lavoro (work ability), la riduzione degli interventi di protesi (Olofson T ARD-2010) e la riduzione della mortalità sia generale che per problematiche cardiovascolari (Low AS ARD-2016) sino alla cost-effectiveness degli agenti biologici in modelli e studi di farmacoeconomia in termini di Qaly con un ICER (Incremental Cost-Effectivenes-Ratio) al di sotto della soglia dei 50.000 Euro (Joensuu JT Plos One-2015)».

Diagnosi precoce, terapia efficace e corretta gestione dell’artrite reumatoide sono investimenti sociali ed economici

«Una corretta gestione della patologia cronica necessita di una strategia a lungo termine: una risposta potrebbe essere data da un fondo ad hoc, che supporti il Piano Nazionale Cronicità e che si autofinanzi grazie ai risparmi derivanti inevitabilmente da cure più puntuali, che di fatto possono rallentare la progressione della malattia evitando spese aggiuntive. Diagnosi precoce e terapia efficace sono da considerare un vero e proprio investimento sociale ed economico, in quanto consentono a cittadini, altrimenti destinati ad una rapida inabilità, di continuare a essere produttivi sia socialmente che nel mondo del lavoro»  conclude Silvia Tonolo.

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Aducanumab nel lungo periodo per la malattia di Alzheimer in fase precoce

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L’analisi dei dati dello studio di fase Ib su aducanumab nel lungo periodo per la malattia di Alzheimer nel lungo periodo evidenzia che questi sono in linea con quelli già riscontrati nelle precedenti analisi su periodi più brevi.

Aducanumab nel lungo periodo per la malattia di Alzheimer in fase precoce
Alzheimer: nuovi dati sulla terapia sperimentale aducanumab di Biogen per il trattamento della fase precoce di malattia

Biogen ha annunciato i risultati di un’analisi dell’estensione a lungo termine (LTE) dello studio di fase Ib su aducanumab, il trattamento sperimentale per la malattia di Alzheimer allo stadio precoce.

Le analisi aggiornate includono dati riguardanti il periodo controllato verso placebo e la LTE per i pazienti trattati con aducanumab fino a un massimo di 24 mesi nella coorte che ha effettuato la titolazione e fino a un massimo di 36 mesi nelle coorti a dose fissa. I risultati sono in linea con quanto emerso dalle precedenti analisi dello studio di fase Ib attualmente in corso e supportano il disegno degli studi di fase III in corso di svolgimento su aducanumab per la malattia di Alzheimer in fase precoce.

Lo studio di fase Ib è uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, a dosi multiple, volto a valutare:

  • sicurezza,
  • tollerabilità,
  • farmacocinetica (PK),
  • farmacodinamica (PD),
  • effetti clinici

di aducanumab nei pazienti con malattia di Alzheimer in fase prodromica o di grado lieve. Lo studio prevede la somministrazione fissa del farmaco a una dose fissa di 1, 3, 6 e 10 mg/kg e un braccio con un regime di titolazione.

Estensione a lungo termine di fase Ib: dati su aducanumab nel lungo periodo per la malattia di Alzheimer

I pazienti che avevano completato il periodo controllato verso placebo di 54 settimane dello studio di fase Ib potevano scegliere se proseguire con la LTE.

Le nuove analisi includono 143 pazienti rimasti nella LTE. Le coorti della LTE sono popolazioni di piccole dimensioni:

  • 18 pazienti inizialmente randomizzati al regime di titolazione di aducanumab nel periodo controllato verso placebo di 12 mesi e trattati fino a 24 mesi
  • 69 pazienti inizialmente randomizzati a ricevere aducanumab alla dose di 3, 6 o 10 mg/kg e trattati fino a 36 mesi
  • 48 pazienti randomizzati a ricevere placebo o aducanumab 1 mg/kg nel periodo controllato verso placebo, poi passati ad aducanumab 3 mg/kg o a un regime di titolazione di 3-6 mg/kg nella LTE e trattati fino a 24 mesi
  • 8 pazienti randomizzati a ricevere placebo nel periodo controllato verso placebo, poi passati a un regime di titolazione di aducanumab di 1-3-6-10 mg/kg nella LTE e trattati fino a 12 mesi.

Nella LTE di fase Ib, gli eventi avversi riportati più comunemente erano:

  • cefalea,
  • caduta,
  • anomalie di imaging correlate all’amiloide (ARIA).

Dei 185 pazienti trattati con aducanumab nello studio di fase Ib, 46 pazienti hanno riportato ARIA-E (edema). Non sono stati osservati nuovi casi di ARIA-E nei pazienti che hanno proseguito il trattamento alla stessa dose di aducanumab. L’incidenza di ARIA-E nei pazienti passati dal placebo ad aducanumab era coerente con l’incidenza riportata nella porzione controllata verso placebo dello studio di fase Ib. 6 pazienti hanno sperimentato più di un episodio di ARIA-E.

Questi eventi ricorrenti erano in linea con altri eventi ARIA riportati sino a quel momento; erano in genere asintomatici e la maggior parte dei pazienti ha proseguito lo studio.

Nei pazienti trattati fino a 24 mesi nella coorte di titolazione, la riduzione della placca amiloide misurata tramite tomografia a emissione di positroni (PET) era coerente con i risultati dose- e tempo-dipendenti osservati nelle coorti a dose fissa. Le analisi degli endpoint clinici esplorativi, i punteggi CDR-SB (Clinical Dementia Rating sum of boxes) e MMSE (Mini-Mental State Examination), erano coerenti con i risultati delle coorti a dose fissa e suggeriscono un beneficio continuo sulla velocità di declino clinico durante il secondo anno di trattamento.

Nei pazienti trattati fino a 36 mesi, la placca amiloide misurata tramite PET ha continuato a diminuire in maniera dose- e tempo-dipendente, e nella coorte alla dose fissa di 10 mg/kg ha raggiunto e mantenuto un livello considerato inferiore al cut-point quantitativo che distingue tra una scansione positiva e una negativa. A 36 mesi, le analisi degli endpoint clinici esplorativi CDR-SB e MMSE suggeriscono un beneficio continuo sulla velocità di declino clinico durante il terzo anno di trattamento.

Studi clinici di fase III

Aducanumab è attualmente oggetto di valutazione nell’ambito di due studi internazionali di fase III, gli studi ENGAGE e EMERGE, disegnati per valutare la sicurezza e l’efficacia del farmaco nel rallentare il deterioramento cognitivo e la progressione della disabilità nelle persone affette da malattia di Alzheimer allo stadio precoce.

Aducanumab

Aducanumab è un farmaco sperimentale in fase di sviluppo per il trattamento della malattia di Alzheimer allo stadio precoce. È un anticorpo monoclonale (mAb) umano ricombinante derivato da una libreria de-identificata di cellule B prelevate da soggetti anziani sani senza segni di deterioramento cognitivo o da soggetti anziani con compromissione cognitiva con un declino cognitivo insolitamente lento, utilizzando la piattaforma tecnologica di Neurimmune, chiamata Reverse Translational Medicine (RTM). Biogen ha brevettato aducanumab da Neurimmune nell’ambito di un accordo di sviluppo e licenza collaborativo.

Si ritiene che aducanumab colpisca le forme aggregate di beta amiloide, compresi gli oligomeri solubili e le fibrille insolubili formatisi nella placca amiloide del cervello dei pazienti affetti da malattia di Alzheimer.

Sulla base dei dati preclinici e di fase Ib finora raccolti, il trattamento con aducanumab ha dimostrato di ridurre i livelli delle placche amiloidi.

Nell’agosto del 2016 aducanumab è stato inserito nel programma PRIME dell’Agenzia europea dei medicinali. Nel settembre del 2016 la U.S. Food and Drug Administration ha accettato di inserire aducanumab nel suo programma Fast Track e nell’aprile del 2017 aducanumab è stato accolto nel Sakigake Designation System del Ministero giapponese della salute, del lavoro e del welfare (MHLW).

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Priorità, cura per la malattia di Alzheimer entro il 2025

Paolo Pozzolini è il nuovo Country Lead di LEO Pharma Italia

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Paolo Pozzolini è il nuovo Country Lead di LEO Pharma Italia: il 18 settembre 2017 è subentrato a Paolo Cionini, promosso vicepresidente della macro-area sud europea di LEO Pharma.

Cambio al vertice di LEO Pharma Italia: dal 18 settembre 2017 Paolo Pozzolini ricoprirà il ruolo di Country Lead, subentrando a Paolo Cionini

Paolo Cionini ha guidato l’azienda sin dall’apertura della sede italiana, nel 2012, e ora è stato promosso Vicepresident Cluster Europe South LEO Pharma (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia).

La nomina di Pozzolini completa la serie di avvicendamenti seguiti alla riorganizzazione strutturale che ha coinvolto LEO Pharma a livello globale e, in particolare, in Europa. Questa riorganizzazione è basata sulla creazione di cluster o macro-aree tra affiliate omogenee al fine di:

  • uniformare le strategie,
  • snellire l’organizzazione,
  • armonizzare le best practice e le migliori competenze espresse dalle sedi nazionali.

Paolo Pozzolini

Pozzolini, classe ‘62, proviene da Amgen, dove ricopriva la carica di Direttore della Business Unit General Medicine. Vanta una solida esperienza nel settore farmaceutico. Dopo la laurea in Farmacia all’Università di Pisa, infatti, ha iniziato la carriera come product specialist in UCB. Ha poi lavorato in Eli Lilly ricoprendo differenti ruoli all’interno della Direzione medica e marketing, anche con incarichi internazionali, e creando la funzione di pricing. Nel 2005 è passato in Bristol Myers Squibb. Qui si è occupato di market access nel ruolo di Key Account Director prima e, successivamente, di Direttore Affari Istituzionali a livello nazionale e regionale.

«Sono onorato di poter guidare un’azienda innovativa e dinamica come LEO Pharma Italia, che, da qui ai prossimi anni, potrà mettere a disposizione dei pazienti importanti soluzioni terapeutiche per il trattamento di patologie della pelle, portando considerevoli innovazioni nel campo dermatologico afferma Pozzolini. Il mio obiettivo è quello di continuare a far crescere l’affiliata italiana avvalendomi di un team di professionisti già consolidato e alimentando sempre di più la partnership con l’universo dermatologico italiano, per migliorare la qualità di vita di tutti i pazienti che soffrono di patologie della cute».

LEO Pharma

LEO Pharma impiega oltre 5000 dipendenti ed è presente con i propri prodotti in più di 100 Paesi. Attraverso partnership e acquisizioni, LEO Pharma ha ampliato significativamente il proprio portafoglio in area dermatologica. Oggi, infatti, può offrire soluzioni terapeutiche per le forme da lieve a grave di psoriasi e dermatite atopica. Mette inoltre a disposizione dei pazienti trattamenti per le infezioni cutanee e per la cheratosi attinica, un tumore della pelle non melanoma.

Estensione di AIC di ledipasvir sofosbuvir per l’epatite C

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Gilead ha annunciato una estensione di AIC di ledipasvir sofosbuvir per l’epatite C negli adolescenti.

Estensione di AIC di ledipasvir sofosbuvir per l'epatite C
Estensione di AIC di ledipasvir sofosbuvir per l’epatite C genotipi 1, 3, 4, 5 e 6 concessa per l’uso negli adolescenti (12-17 anni compresi)

Gilead ha annunciato una estensione di Autorizzazione all’Immissione in Commercio per il trattamento a base di ledipasvir 90 mg/sofosbuvir 400 mg (Harvoni®).

Le indicazioni della combinazione ledipasvir 90 mg/sofosbuvir 400 mg sono state infatti estese per includere il trattamento dell’infezione cronica da HCV di genotipo 1, 3, 4, 5 e 6 negli adolescenti di età dai 12 a meno di 18 anni.

L’associazione ledipasvir/sofosbuvir (Harvoni)

L’associazione ledipasvir 90 mg/sofosbuvir 400 mg era stata precedentemente autorizzata per il trattamento di adulti con infezione cronica da HCV di genotipo 1, 3, 4, 5 o 6.

Si tratta del primo regime antivirale ad azione diretta a disporre nell’Unione europea di una Autorizzazione all’Immissione in Commercio estesa ai pazienti adolescenti.

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Il mondo sta esaurendo gli antibiotici. Allarme dell’OMS

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Il rapporto “Agenti antibatterici in sviluppo clinico” presentato dall’OMS mostra una grave mancanza di nuovi antibiotici in fase di sviluppo per combattere la crescente minaccia della resistenza antimicrobica.

Nuovo allarme dell’OMS. Insufficienti gli antibiotici in sviluppo clinico per combattere patogeni antibioticoresistenti.

La maggior parte dei farmaci attualmente in fase di sperimentazione clinica sono modifiche delle classi esistenti di antibiotici e sono solo soluzioni a breve termine. Il rapporto ha trovato ben poche potenziali opzioni di trattamento per quelle infezioni antibiotici resistenti individuate dall’OMS come la più grande minaccia per la salute, inclusa la tubercolosi resistente ai farmaci che uccide circa 250.000 persone ogni anno.

Resistenza antimicrobica, emergenza sanitaria globale

“La resistenza antimicrobica è un’emergenza sanitaria globale che  metterà seriamente in pericolo il progresso della medicina moderna”, afferma il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS.

“C’è urgente bisogno di maggiori investimenti in ricerca e sviluppo per le infezioni resistenti agli antibiotici, inclusa la tubercolosi, altrimenti ritornerà il momento in cui le persone temeranno le comuni infezioni e rischieranno la vita a seguito di interventi chirurgici minori”.

Oltre alla tubercolosi resistente alle multiterapie, l’OMS ha individuato 12 classi di patogeni prioritari, alcuni dei quali causano infezioni comuni come la polmonite o le infezioni delle vie urinarie, che sono sempre più resistenti agli antibiotici esistenti e che necessitano urgentemente di nuovi trattamenti.

Armi spuntate contro l’antibioticoresistenza

La relazione identifica 51 nuovi antibiotici e farmaci biologici in sviluppo clinico per trattare agenti patogeni antibioticoresistenti, comprese la tubercolosi e l’infezione periodica mortale di diarrea da Clostridium difficile.

Tra tutti questi candidati farmaci, tuttavia, solamente 8 sono classificati dall’OMS come trattamenti innovativi che aggiungeranno armi all’attuale arsenale antibiotico.

Antibatterici in sviluppo clinico per i principali patogeni antibioticoresistenti (Fonte WHO "Antibacterial products in clinical development for priority pathogens")
Antibatterici in sviluppo clinico per i principali patogeni antibioticoresistenti (Fonte WHO “Antibacterial products in clinical development for priority pathogens”)

“Le aziende farmaceutiche e i ricercatori devono concentrarsi urgentemente sui nuovi antibiotici contro alcuni tipi di infezioni estremamente gravi che possono uccidere i pazienti in pochi giorni perché non abbiamo alcuna linea di difesa”, afferma Suzanne Hill, direttore del Dipartimento di medicinali essenziali presso l’OMS .

Per contrastare questa minaccia, OMS e Drugs for Neglected Diseases Initiative (DNDi) hanno istituito la Global Antibiotic Research and Development Partnership (noto come GARDP).

Il 4 settembre 2017, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Sudafrica, Svizzera e Regno Unito, Irlanda del Nord e il Wellcome Trust inglese hanno stanziato più di 56 milioni di euro per questo lavoro.

Emergenza tubercolosi

“La ricerca sulla tubercolosi è seriamente insufficiente, con solo due nuovi antibiotici per il trattamento della tubercolosi resistente ai farmaci che hanno raggiunto il mercato in oltre 70 anni”, afferma Mario Raviglione, direttore del programma globale di tubercolosi dell’OMS. “Se dobbiamo debellare la tubercolosi, occorrono urgentemente più di 800 milioni di dollari l’anno per finanziare la ricerca di nuovi farmaci antitubercolari”.

 

Priorità, cura per la malattia di Alzheimer entro il 2025

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Trovare una cura per la malattia di Alzheimer entro il 2025 è una priorità stabilita dal G8 e sottolineata durante la giornata mondiale della malattia di Alzheimer.

Trovare una cura per la malattia di Alzheimer entro il 2025 è una priorità stabilita dal G8 e sottolineata durante la giornata mondiale della malattia di Alzheimer
Giornata mondiale della malattia di Alzheimer: la ricerca sulle terapie preventive è una priorità del G8 al centro dell’impegno della società italiana di neurologia

La malattia di Alzheimer, la più comune forma di demenza, rappresenta una delle sfide sanitarie più grandi del nostro secolo. Viene definita dal G8 come una priorità, con l’ambizione di trovare una cura entro il 2025. Proprio questo importante obiettivo è al centro della giornata mondiale della malattia di Alzheimer (celebrata il 21 settembre 2017) e rappresenta uno degli impegni prioritari della Società Italiana di Neurologia.

Diffusione attuale della malattia di Alzheimer e tendenza per il futuro

Nel mondo, questa patologia colpisce circa 40 milioni di persone, più di un milione soltanto in Italia, per la maggior parte oltre i 60 anni. Oltre gli 80 anni ne è affetto un anziano su 4. 

Questi numeri sono destinati a crescere progressivamente per l’aumento della durata della vita, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: si stima un raddoppio dei casi ogni 20 anni.

Malattia di Alzheimer e possibilità di diagnosi precoce

Nei pazienti affetti da Alzheimer le cellule cerebrali subiscono un processo degenerativo che le colpisce in maniera progressiva e che porta inizialmente a sintomi quali deficit di memoria, soprattutto per fatti recenti, e successivamente:

  • disturbi del linguaggio,
  • perdita di orientamento spaziale e temporale,
  • progressiva perdita di autonomia.

A tali deficit spesso si associano problemi psicologici e comportamentali, come:

  • depressione,
  • incontinenza emotiva,
  • agitazione,
  • vagabondaggio.

La malattia rende necessario un costante accudimento del paziente.

«Dopo il fallimento delle terapie attuate nella fase di demenza conclamata – dichiara Carlo Ferrarese, direttore scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano, Università di Milano-Bicocca, direttore della Clinica Neurologica, Ospedale San Gerardo di Monza – le sperimentazioni cliniche attuali sono rivolte alla prevenzione della malattia. Questo è oggi possibile perché sono da poco disponibili nuove tecniche che permettono di determinare le alterazioni di una proteina ritenuta la prima causa di malattia, prima che questa si manifesti clinicamente. Da vari anni è noto infatti che alla base della malattia vi è l’accumulo progressivo nel cervello della proteina chiamata beta-amiloide che distrugge le cellule nervose e i loro collegamenti».

«Oggi – prosegue Ferrarese – sappiamo che la beta-amiloide inizia ad accumularsi nel cervello anche decenni prima delle manifestazioni cliniche della malattia, grazie ad una tecnica che consente di dimostrarne l’accumulo nel cervello, mediante la Positron Emission Tomography (PET), con la somministrazione di un tracciante che lega tale proteina. Analogamente è possibile analizzare i livelli di beta-amiloide nel liquido cerebrospinale, mediante una puntura lombare».

Terapie preventive in studio per la malattia di Alzheimer

Queste tecniche permettono di stabilire un rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer prima della comparsa dei deficit cognitivi. Rendono quindi possibile avviare strategie terapeutiche preventive. Queste ultime sono basate su molecole che determinano un calo della produzione di beta-amiloide. Si tratta di farmaci o, in alternativa, di anticorpi con le seguenti caratteristiche:

  • farmaci in grado di bloccare le beta-secretasi (enzimi che producono beta-amiloide),
  • anticorpi capaci addirittura di determinare la progressiva scomparsa di beta-amiloide già presente nel tessuto cerebrale.

Questi anticorpi, prodotti in laboratorio e somministrati sottocute o endovena, hanno una duplice capacità:

  • in parte penetrano nel cervello e rimuovere la proteina,
  • in parte facilitano il passaggio della proteina dal cervello al sangue, e, quindi, la sua successiva eliminazione.

Queste terapie sono attualmente in fase avanzata di sperimentazione in tutto il mondo, su migliaia di pazienti nelle fasi iniziali di malattia o addirittura in soggetti sani che hanno la positività dei marcatori biologici (PET o liquorali).

La speranza è di modificare il decorso della malattia, prevenendone l’esordio. Intervenire con tali molecole nella fase di demenza conclamata, infatti, si è dimostrato inefficace.

La Società Italiana di Neurologia

La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci circa 3000 specialisti neurologi. Ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati a:

  • sviluppo della ricerca scientifica,
  • formazione e aggiornamento degli specialisti,
  • miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

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KAF 156 per la malaria multiresistente

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KAF 156 per la malaria multiresistente è entrato nella fase IIb degli studi clinici. È la prima sostanza derivata dalle imidazolopiperazine, nuova classe di antimalarici, a entrare in questa fase di studi su associazioni terapeutiche. La sperimentazione clinica è iniziata all’inizio di agosto 2017 negli adulti affetti da malaria e verrà estesa agli adolescenti e ai bambini in un totale di nove paesi in Africa e in Asia.

KAF 156 per la malaria multiresistente è entrato nella fase IIb degli studi clinici
KAF 156 per la malaria multiresistente è entrato nella fase IIb degli studi clinici

Novartis e Medicines for Malaria Venture (MMV) hanno lanciato uno studio su pazienti per testare KAF 156, un farmaco antimalarico di prossima generazione potenzialmente in grado di trattare i ceppi del parassita della malaria resistenti ai farmaci. Lo studio valuterà l’efficacia di KAF 156 in associazione con una nuova formulazione potenziata dell’antimalarico lumefantrina, già esistente. Il primo centro dello studio è operativo in Mali e sarà seguito nei prossimi mesi da diciassette ulteriori centri distribuiti su un totale di nove paesi, in Africa e in Asia.

Secondo Novartis e Medicines for Malaria Venture, il farmaco potrebbe rappresentare una svolta nell’eliminazione della malaria, rimuovendo rapidamente l’infezione, compresi i ceppi resistenti, e bloccando la trasmissione del parassita.

«Questa nuova importante tappa sottolinea l’impegno di lunga data della nostra società nella lotta contro la malaria – ha dichiarato Vas Narasimhan, Global Head of Drug Development and Chief Medical Officer, Novartis. – Con quasi il 50% della popolazione mondiale a rischio, la malaria continua a essere una delle maggiori sfide per la salute pubblica. Sviluppare nuovi farmaci è fondamentale per eliminare la malaria. L’innovazione scientifica rimane la nostra arma migliore contro la malattia».

Antimalarici di nuova generazione sono urgenti per affrontare la crescente resistenza dei parassiti alle attuali terapie: in Asia si segnala l’emergere della resistenza all’artemisinina e a molti farmaci partner, mentre in Africa viene sporadicamente riportata una ridotta sensibilità allartemisinina stessa.

«Al fine di consolidare i risultati ottenuti nella lotta contro la malaria dall’inizio del secolo, abbiamo bisogno di nuovi farmaci che siano efficaci in tutti i modelli di resistenza e in tutte le aree geografiche, e che risultino di facile somministrazione, soprattutto ai bambini – ha dichiarato David Reddy, CEO di MMV. – Con lo studio di fase IIb di KAF 156-lumefantrina ora in corso, la partnership tra MMV e Novartis si sta avvicinando all’esaltante prospettiva di realizzare un farmaco talmente innovativo da rivelarsi un potente strumento per combattere la malattia».

È importante sperimentare i nuovi candidati farmaci negli ambienti in cui saranno utilizzati.

KAF 156

KAF 156 appartiene a una nuova classe di composti chiamati imidazolopiperazine. potenzialmente è in grado di eliminare l’infezione malarica, comprese le forme causate dai ceppi resistenti, e di bloccare la trasmissione del parassita.

Come dimostrato in uno studio proof-of-concept di fase IIa, il farmaco agisce velocemente ed è efficace in numerose fasi del ciclo di vita del parassita, riuscendo a sconfiggere rapidamente i parassiti P. falciparum e P. vivax.

KAF 156 è il risultato di un programma di ricerca congiunto sostenuto da:

  • Wellcome Trust,
  • MMV,
  • Singapore Economic Development Board,

in collaborazione con:

  • Novartis Institute for Tropical Diseases,
  • Genomics Institute della Novartis Research Foundation,
  • Swiss Tropical and Public Health Institute.

Novartis sta sviluppando KAF156 grazie al sostegno scientifico e finanziario di MMV (in collaborazione con la Bill & Melinda Gates Foundation).

Lo studio di fase IIb su KAF156

Lo studio di fase IIb testerà combinazioni di dosaggio e posologie multiple di KAF 156 e lumefantrina. Comprenderà anche la fattibilità di una terapia monodose negli adulti, negli adolescenti e nei bambini. Poiché i bambini sono maggiormente vulnerabili alla malaria, l’obiettivo è quello di includerli nello studio clinico il più velocemente possibile, dopo l’analisi sulla sicurezza dei dati rilevati negli adulti. In questo modo potrà essere accelerato lo sviluppo di una formulazione pediatrica.

Condotto in centri all’avanguardia in Africa e in Asia, lo studiosu  KAF 156 è particolarmente complesso. Vanno infatti considerate le combinazioni di dosaggio e le posologie multiple testate in parallelo in tre diversi gruppi di età.

«La malaria è un grave problema di sanità pubblica nel Mali, soprattutto per i bambini. Pertanto, la necessità di trovare nuovi antimalarici è urgente. – ha dichiarato Bakary Fofana, sperimentatore coinvolto nello studio clinico presso il Malaria Research and Training Center di Bougoula‐Hameau. – Trattandosi di una nuova sostanza potenzialmente in grado di trattare la malaria, compresi i ceppi resistenti ai farmaci attualmente in uso, siamo particolarmente motivati a condurre lo studio KAF 156 su pazienti presso il nostro centro in Mali».

La partnership tra MMV e Novartis

La partnership tra MMV e Novartis si basa su una collaborazione di lunga data nello sviluppo di farmaci antimalarici. Questa ha portato nel 2009 al lancio della prima associazione terapeutica di alta qualità con artemisinina per i bambini.

Novartis Malaria Initiative

La Novartis Malaria Initiative favorisce la ricerca e lo sviluppo di nuovi trattamenti per debellare la malaria nonché l’accesso ai medesimi. Dal 2001 ha permesso l’invio di 800 milioni di trattamenti, a prezzo di costo, al settore pubblico dei paesi in cui la malaria è endemica.

La Novartis Malaria Initiative rientra nel Novartis Social Business, un’unità che comprende Novartis Access, SMS for Life e i programmi Novartis Healthy Family.

Medicines for Malaria Venture (MMV)

MMV è una partnership per lo sviluppo di prodotti (PDP) nel campo della ricerca e dello sviluppo di farmaci antimalarici. La sua missione consiste nel ridurre l’onere della malaria nei paesi dove la malattia è endemica scoprendo, sviluppando e inviando nuovi farmaci accessibili ed efficaci.

Dalla sua fondazione (1999), MMV e i suoi partner hanno dato vita a un ampio portfolio di progetti nell’ambito della ricerca e sviluppo di antimalarici. Hanno già presentato sette nuovi farmaci salva vita, già disponibili. MMV vanta una rete di collaborazioni in più di 55 paesi tra oltre 400 partner farmaceutici, accademici e di paesi dove la malattia è endemica.

La visione di MMV è quella di un mondo in cui farmaci innovativi cureranno e proteggeranno le popolazioni a rischio malaria vulnerabili e insufficientemente servite. In ultima analisi, l’obiettivo è contribuire a debellare questa terribile malattia.

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FDA, revisione prioritaria a emicizumab per emofilia A con inibitori

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Roche annuncia che la FDA accorda la revisione prioritaria a emicizumab per l’emofilia A. La Priority Review (Revisione Prioritaria) è stata accordata per il trattamento in profilassi con emicizumab, in formulazione sottocutanea somministrato una volta a settimana ad adulti, adolescenti e bambini affetti emofilia A con inibitori del fattore VIII.

La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha inoltre accettato la Biologics License Application (BLA) dell’azienda. La BLA si basa sui risultati positivi ottenuti nello studio di fase III condotto su adolescenti e adulti affetti da emofilia A con inibitori e sui risultati ad interim dello studio di fase III realizzato sui bambini.

FDA accorda la revisione prioritaria a emicizumab per l'emofilia A e accetta la BLA basandosi su studi in pazienti affetti da emofilia A con inibitori
La FDA accorda la revisione prioritaria a emicizumab per l’emofilia A e accetta la BLA basandosi su studi in pazienti affetti da emofilia A con inibitori

Quasi un soggetto con emofilia A su tre sviluppa inibitori a seguito del trattamento con le  terapie sostitutive del fattore VIII standard. Questo aspetto limita le opzioni terapeutiche. Inoltre incrementa il rischio di sanguinamenti potenzialmente letali e ripetuti, soprattutto a carico delle articolazioni, che causano danno a lungo termine.

«Roche sviluppa da tempo terapie anticorpali innovative volte a rispondere ad alcuni dei bisogni clinici insoddisfatti più urgenti – ha dichiarato Sandra Horning, MD, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development di Roche. – I risultati del nostro studio di fase III condotto su adulti e adolescenti, nonché i risultati preliminari di fase III nei bambini, hanno evidenziato che emicizumab potrebbe contribuire in misura significativa ad aiutare i soggetti affetti da emofilia A con inibitori, i quali affrontano notevoli difficoltà nella prevenzione e nel trattamento dei sanguinamenti. Stiamo collaborando con l’FDA nella speranza di offrire questa nuova opzione terapeutica profilattica alla comunità di persone con emofilia A con inibitori il prima possibile».

La BLA (Biologics License Application) per emicizumab si basa sui risultati dello studio di fase III HAVEN 1 condotto su adulti e adolescenti di età uguale e superiore a 12 anni, nonché sui risultati ad interim dello studio di fase III HAVEN 2 realizzato su bambini di età inferiore a 12 anni. I risultati dello studio HAVEN 1 sono stati pubblicati sulla rivista The New England Journal of Medicine (NEJM), mentre gli esiti di entrambe le sperimentazioni sono stati presentati in occasione del 26° convegno dell’International Society on Thrombosis and Haemostasis (ISTH) tenutosi a luglio 2017.

La designazione di Priority Review viene concessa ai medicinali che secondo l’FDA potrebbero apportare miglioramenti significativi alla sicurezza e all’efficacia del trattamento, della prevenzione o della diagnosi di una malattia grave. A settembre 2015, l’FDA ha accordato a emicizumab la designazione di terapia breakthrough per adulti e adolescenti affetti da emofilia A con inibitori. Questa designazione ha lo scopo di accelerare lo sviluppo e l’analisi di medicinali destinati a trattare una condizione grave, con evidenze preliminari indicanti che tali farmaci potrebbero dimostrare un miglioramento sostanziale rispetto alle terapie esistenti.

I dati di entrambi gli studi HAVEN 1 e HAVEN 2 sono stati inoltre presentati all’Agenzia europea dei medicinali (EMA) per valutare l’approvazione del farmaco e verranno esaminati mediante procedura accelerata. Altri studi stanno valutando emicizumab in soggetti affetti da emofilia A con e senza inibitori, nonché regimi posologici con una minore frequenza di somministrazione.

Emicizumab (ACE910)

Emicizumab è un anticorpo monoclonale bispecifico sperimentale ideato per unire i fattori IXa e X. Queste sono le proteine necessarie per attivare la naturale cascata della coagulazione e ripristinare il processo di coagulazione del sangue. Può essere somministrato sotto forma di soluzione pronta all’uso da iniettare per via sottocutanea una volta a settimana.

Emicizumab è studiato nell’ambito di studi registrativi di fase III condotti su soggetti di età uguale o superiore a 12 anni, con e senza inibitori del fattore VIII, e su bambini di età inferiore a 12 anni con inibitori del fattore VIII. Altre sperimentazioni stanno valutando regimi posologici con una minore frequenza di somministrazione. Il programma di sviluppo clinico sta valutando la sicurezza e l’efficacia di emicizumab, nonché la sua potenzialità di contribuire a superare le attuali sfide di natura clinica, quali:

  • la breve durata degli effetti dei trattamenti esistenti,
  • lo sviluppo di inibitori del fattore VIII,
  • la necessità di frequente accesso venoso.

Emicizumab è stato ideato da Chugai Pharmaceutical ed è sviluppato congiuntamente da Chugai, Roche e Genentech.

L’emofilia A

L’emofilia A è una grave patologia ereditaria caratterizzata da un’insufficienza della coagulazione, che determina sanguinamenti incontrollati e spesso spontanei.

Questa patologia interessa circa 320.000 persone in tutto il mondo, di cui il 50-60% presenta una forma grave della malattia. Le persone affette da emofilia A soffrono della mancanza, totale o parziale, di una proteina della coagulazione denominata “fattore VIII”. Nei soggetti sani, in caso di sanguinamento, il fattore VIII agisce da cofattore per i fattori della coagulazione IXa e X. Esso determina un passaggio fondamentale per la coagulazione del sangue e quindi l’interruzione dell’emorragia.

A seconda della gravità della patologia, le persone affette da emofilia A possono manifestare sanguinamenti frequenti, soprattutto a livello delle articolazioni o dei muscoli. Questi sanguinamenti causano spesso dolore e possono comportare gonfiore cronico, deformità, mobilità ridotta e danno articolare a lungo termine.

Oltre a influire sulla qualità della vita del malato, tali sanguinamenti, nel caso in cui interessino organi vitali, possono rivelarsi potenzialmente letali.

Una grave complicanza del trattamento è rappresentata dallo sviluppo di inibitori verso le terapie sostitutive del fattore VIII. Gli inibitori sono anticorpi sviluppati dal sistema immunitario dell’organismo che si legano al prodotto sostitutivo del fattore VIII e ne bloccano l’efficacia. Rendono così difficile, se non impossibile, ottenere un livello di fattore VIII sufficiente a controllare il sanguinamento.

La maggior parte dei soggetti con emofilia A che sviluppa inibitori è sottoposta a terapie infusionali a base di BPA, on-demand (al bisogno, episodiche) o in profilassi, allo scopo di controllare i sanguinamenti. Questo approccio terapeutico è meno efficace e meno prevedibile rispetto alla terapia sostitutiva a base di fattore VIII nei soggetti affetti da emofilia A senza inibitori.

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ICS/LABA/LAMA si dimostra superiore a LABA/LAMA per la BPCO

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Nello studio TRIBUTE, la tripla associazione fissa extrafine ICS/LABA/LAMA si dimostra superiore a LABA/LAMA per la BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva).

Nello studio TRIBUTE, la tripla associazione fissa extrafine ICS/LABA/LAMA si dimostra superiore a LABA/LAMA per la BPCO

Chiesi Farmaceutici ha annunciato di avere completato lo studio clinico TRIBUTE con una tripla associazione fissa extrafine di ICS/LABA/LAMA (Trimbow®) per la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Lo studio TRIBUTE

Lo studio randomizzato e controllato TRIBUTE ha coinvolto 1.532 pazienti trattati con Trimbow o Ultibro.

L’obiettivo principale dello studio di 52 settimane è stato quello di valutare se Trimbow fosse superiore all’associazione fissa LABA/LAMA (Ultibro®) nella riduzione delle esacerbazioni moderate e severe nei pazienti affetti da BPCO.

L’obiettivo principale è stato raggiunto con una riduzione significativa di esacerbazioni moderate/severe rispetto a LABA/LAMA. Il profilo di sicurezza con i due trattamenti è stato paragonabile.

Stefano Petruzzelli, Head of Global Clinical Development di Chiesi, commenta: 

«Lo studio TRIBUTE ha dimostrato per la prima volta la superiorità di una tripla associazione fissa ICS/LABA/LAMA sulle esacerbazioni se paragonata ad un’associazione fissa LABA/LAMA, fornendo la prova mancante che dimostra il beneficio della tripla terapia su un’associazione fissa di due broncodilatatori nei pazienti affetti da BPCO. Inoltre il TRIBUTE ha dimostrato che i miglioramenti clinici sono associati a un profilo di sicurezza paragonabile tra i due trattamenti che riassicura ulteriormente sul rapporto rischio/beneficio dell’associazione fissa extrafine Chiesi ICS/LABA/LAMA nella terapia della BPCO».

ICS/LABA/LAMA

L’associazione fissa ICS/LABA/LAMA Trimbow ha ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio dalla Commissione Europea a seguito del parere positivo del CHMP (Committee for Human Medicinal Products).

Trimbow contiene in formulazione extrafine tre principi attivi:

  • beclometasone dipropionato, un anti infiammatorio per inalazione (ICS),
  • formoterolo fumarato, un beta-2 agonista a lunga durata di azione (LABA),
  • glicopirronio, un antimuscarinico a lunga durata di azione (LAMA).

Paolo Chiesi, vice vresident e head of Research and Development di Chiesi spiega:

«In altri due studi a lungo termine il TRILOGY e il TRINITY, Trimbow ha dimostrato un’efficacia clinica superiore paragonata alle terapie standard a base di ICS/LABA e LAMA su un’ampia gamma di risultati clinicamente rilevanti che includono riacutizzazioni, funzione polmonare e qualità della vita. Con il TRILOGY e il TRINITY, TRIBUTE fornisce evidenza che Trimbow è un’opzione terapeutica valida per quei pazienti affetti da BPCO per i quali gli attuali standard di trattamento non sono adeguati a controllare i sintomi e a prevenire le riacutizzazioni».

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