È disponibile in Italia, rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale a seguito dell’approvazione da parte di AIFA, brodalumab il farmaco biologico di LEO Pharma indicato per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a grave.
Brodalumab, farmaco biologico di LEO Pharma, ha un meccanismo d’azione mirato al recettore dell’interleuchina-17, che blocca il segnale infiammatorio senza abbassare le difese immunitarie e può permettere di raggiungere la complete skin clearance
Brodalumab è un anticorpo monoclonale, il primo e unico trattamento biologico per la psoriasi che ha come bersaglio il recettore dell’interleuchina-17 (IL-17RA). È un farmaco biologico con meccanismo d’azione e caratteristiche diverse rispetto agli altri anti-citochine le cui evidenze indicano una risposta rapida e duratura oltre che livelli elevati di cute libera da lesioni e miglioramento della qualità della vita.
«I recettorisono proteine poste sulla superficie delle cellule, che segnalano le informazioni in entrata – spiega Antonio Costanzo, responsabile Unità Operativa di Dermatologia all’Humanitas di Milano. – L’informazione segnalata dal recettore dell’interleuchina-17, che è quello inibito da brodalumab, è “infiammazione”. Quindi, brodalumab interrompe l’infiammazione alla base della patologia andando ad inibire a valle molte delle cellule coinvolte nei processi infiammatori, mentre gli altri farmaci bloccano le citochine a monte. Altra differenza importante è che brodalumab riesce a bloccare più citochine infiammatorie: IL-17A, IL-17F, IL-17A/F e IL-17E, quindi, ha un grado di inibizione più completo rispetto agli altri farmaci. La diretta conseguenza di questo comportamento è un’attività molto veloce, i cui effetti si vedono già dalla prima iniezione, dopo meno di una settimana. Tutto questo avviene senza peraltro compromettere le funzioni del sistema immunitario».
Dati degli studi registrativi su brodalumab per la psoriasi moderata-grave
I risultati del corposo programma di studi clinici AMAGINE-1, AMAGINE-2 e -3, condotti su 4.373 persone con psoriasi a placche moderata-grave, dimostrano che i pazienti trattati con brodalumab hanno raggiunto livelli di cute completamente libera da lesioni (complete skin clearance) in tutte le zone del corpo colpite, più velocemente rispetto ai pazienti trattati con il farmaco di confronto, ustekinumab. Nel 50% dei pazienti trattati con brodalumab si sono ottenute risposte di complete skin clearance in un tempo più breve rispetto al trattamento con ustekinumab.
A 2 settimane, 1 paziente su 4 trattato con brodalumab ha raggiunto una pelle quasi completamente libera da lesioni (PASI 75) e 4 pazienti su 10, dopo 12 settimane di trattamento, hanno ottenuto una cute completamente libera da lesioni (PASI 100): il doppio rispetto a quelli trattati con ustekinumab.
Brodalumab si conferma dunque il farmaco biologico più efficace e veloce per il trattamento della psoriasi moderata-grave.
Inoltre, i risultati emersi dall’analisi dei dati degli studi AMAGINE-2 e AMAGINE-3 mostrano che dopo 52 settimane di trattamento il 51% dei pazienti riesce ad ottenere una pelle libera da lesioni; efficacia che si mantiene fino a 120 settimane, quando più della metà dei pazienti mantiene una cute completamente pulita (PASI 100) e più di tre quarti una cute quasi completamente pulita (PASI 90). Un risultato dunque costante nel tempo, che contribuisce decisamente a migliorare la qualità di vita dei pazienti.
Ottenere rapidamente una cute completamente libera da lesioni, con effetti costanti nel tempo, ha un effetto positivo su tutti gli aspetti della vita quotidiana dei pazienti.
«La psoriasi altera i rapporti sociali e l’attività lavorativa, ma prima di tutto altera il rapporto con se stessi – afferma Giampiero Girolomoni, direttore della Clinica Dermatologica dell’Università di Verona – le manifestazioni cutanee provocano disagio, vergogna e frustrazione impedendo a volte anche le più banali attività ricreative. Avere una pelle normale restituisce a questi pazienti il piacere della vita e del proprio corpo, insomma ricominciano a vivere. Inoltre, teniamo conto che queste terapie oltre ad essere molto efficaci e veloci, sono estremamente sicure e ben tollerate. Quindi, non è richiesto un monitoraggio particolare in quanto gli effetti collaterali sono molto rari e pochissime le controindicazioni».
«Con brodalumab il nostro impegno in Ricerca per la psoriasi, forte di un’esperienza di quasi mezzo secolo nelle terapie topiche, si amplia entrando nel campo dei farmaci biologici per la psoriasi moderata-grave – dichiara Paolo Pozzolini, Country Lead LEO Pharma Italia – cosa significa per questi pazienti avere una pelle completamente libera da lesioni? Significa poter vivere la vita di tutti i giorni, senza la presenza costante della malattia e liberarsi da un carico psicologico, come sappiamo, molto gravoso. Migliorare la qualità di vita di queste persone rappresenta dunque, per LEO Pharma, un grande traguardo e siamo fieri che questo sia possibile grazie ad una nuova terapia disponibile oggi anche per i pazienti italiani».
Fidia, multinazionale farmaceutica italiana, ha annunciato un nuovo accordo con la filiale italiana della multinazionale Novartis Pharma AG, che prevede una partnership commerciale relativa ad un gruppo di prodotti oftalmici ed otorino-laringoiatrici tra cui due prodotti “gold standard” nella terapia topica oculare.
Fidia farmaceutici prosegue il percorso di rafforzamento in oftalmologia con nuove partnership strategiche in italia
Questa operazione si inserisce nel percorso di consolidamento di Fidia nel mercato oftalmico nazionale ed internazionale, offrendo all’azienda l’opportunità di ampliare ulteriormente il proprio listino di farmaci per il trattamento delle principali patologie oculari e otorino-laringoiatriche con prodotti di eccellenza, consolidando così la propria leadership in Italia.
Nello specifico, si tratta di prodotti di riferimento per il trattamento locale delle infiammazioni ed infezioni oculari, una pomata a base di un’associazione antibiotico-corticosteroide e un collirio antistaminico indicato per le congiuntiviti allergiche, già benchmark nell’ambito oftalmico ed otorinolaringoiatrico e leader di mercato in Italia.
Secondo il nuovo accordo con Novartis, Sooft Italia, azienda oftalmica del gruppo Fidia, sarà il nuovo concessionario di vendita.
Dal 2017, con l’acquisizione di Sooft Italia, leader di mercato a livello nazionale, il Gruppo Fidia ha intrapreso un percorso di rafforzamento del proprio know-how in oftalmologia, di ampliamento dell’offerta di prodotti e terapie per il trattamento delle patologie oculari e di espansione in questo settore attraverso partnership di rilievo come quella con Novartis, leader mondiale nell’Eye Care ed altri accordi con importanti realtà nazionali ed internazionali. Obiettivo del Gruppo è infatti quello di diventare un centro di riferimento strategico in ambito oftalmologico per lo sviluppo e la commercializzazione di prodotti a livello internazionale, iniziando dall’Europa fino all’area META (Middle East, Turchia- e Africa).
Questo progetto rientra nella strategia di espansione e crescita internazionale del Gruppo, che vede l’azienda impegnata nella creazione di attività dirette e nuove filiali in altri paesi, come quelle di recente apertura in Egitto e in Francia.
«Questa operazione – ha dichiarato Carlo Pizzocaro, presidente e amministratore delegato di Fidia – consolida il rapporto tra Novartis e Fidia, iniziato con la recente acquisizione di un basket di prodotti oftalmici dalla filiale spagnola del gruppo svizzero, e si inserisce in un percorso di rafforzamento di Fidia in questo settore, e in particolare nel mercato oftalmico nazionale. Il nostro progetto è quello di esportare a livello internazionale il know-how consolidato in Italia, forti della nostra esperienza e leadership nella ricerca, sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti farmaceutici nell’area oftalmica».
Fidia Farmaceutici
Fidia farmaceutici è un’azienda italiana fondata nel 1946, specializzata nella ricerca, sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti a base di acido ialuronico e suoi derivati, che hanno garantito al gruppo una leadership a livello mondiale nella viscosupplementazione in aree strategiche quali salute articolare, salute della pelle, oltre alle aree metabolismo, ginecologia, neuroscienze, oftalmologia, medicina estetica, medicina rigenerativa e anti-infettivi. Ha all’attivo 1.300 brevetti, dei quali quasi 1.100 a copertura dell’acido ialuronico con diversi pesi molecolari.
I prodotti Fidia sono distribuiti in oltre 100 paesi nel mondo, grazie a un consolidato network di partner e distributori operanti nel settore farmaceutico e biomedico, e a filiali commerciali situate in mercati strategici quali Stati Uniti, Germania, Spagna, Francia, Russia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Egitto e Medio Oriente.
Fidia conta oltre 1.300 dipendenti globali e vanta un giro d’affari che si attesta su 300 milioni di euro (2019), di cui il 50% generato all’estero.
Fidia ha uno stabilimento produttivo e laboratori di Ricerca e Sviluppo ad Abano Terme (PD), dove ha sede la società, e un’ulteriore Unità di Ricerca specializzata a Noto, in Sicilia.
L’emofilia A è una condizione emorragica ereditaria caratterizzata dall’alterazione del normale processo di coagulazione del sangue. Causata dall’assenza o dalla ridotta attività del Fattore VIII, colpisce complessivamente circa 3.500 pazienti in Italia. La terapia può essere di due tipi: “on-demand (al bisogno)”, per il trattamento di emorragie in atto, oppure “profilassi”, al fine di prevenire o di ridurre la frequenza degli episodi emorragici, sia a livello delle articolazioni sia nei casi più gravi che possono mettere a rischio la vita del paziente. In entrambe le tipologie, la terapia standard consiste nella somministrazione di Fattore VIII. Complessivamente, ad oggi, in Italia circa il 60-65% dei pazienti emofilici segue una profilassi continuativa.
Riuniti a Trieste gli esperti del mondo dell’Emofilia: comunità medico-scientifica, pazienti, donatori e industria uniti per discutere di terapia, cure personalizzate e accesso
L’emofilia A è una malattia rara che negli ultimi anni è stata attraversata da un cambio di prospettiva: al di là delle terapie tradizionali e delle nuove terapie, il dibattito verte oggi soprattutto sul ruolo del paziente, sempre più protagonista del percorso terapeutico. In emofilia ogni paziente è un caso a sé stante e come tale va trattato: accesso alle cure e personalizzazione della terapia diventano quindi elementi reali e decisivi nel progresso della medicina rispetto a una malattia rara, congenita ed ereditaria, che colpisce soggetti di genere maschile, che può essere fortemente invalidante e che ha implicazioni con numerosi aspetti della vita sociale.
A Trieste si è tenuto il convegno “Emofilia. La certezza della cura”, un evento organizzato dall’azienda biofarmaceutica italiana Kedrion Biopharma che ha riunito comunità medico-scientifica, pazienti, donatori e industria uniti per discutere sulle terapie, sull’approccio integrato e personalizzato, sul ruolo sempre più cruciale del paziente e, infine, sul tema dell’accesso alle cure a livello globale.
L’incontro di Trieste è stato l’occasione per fare il punto sulla terapia dell’Emofilia anche in considerazione dei nuovi prodotti che sono stati sviluppati negli ultimi anni.
«Oggi è di grande rilevanza e attualità discutere e capire come utilizzare il Fattore VIII anche alla luce delle nuove terapie alternative, che possono forse competere ma soprattutto che possono anche associarsi o combinarsi ad esso – spiega Elena Santagostino, Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. – Il fiorire di nuove terapie rende ancora più necessario il confronto tra specialisti su questo tema. Per certe tipologie di pazienti, l’utilizzo del Fattore VIII, che si avvicina di più alla condizione fisiologica dato che si somministra la proteina mancante nell’organismo, ha e continuerà ad avere dei vantaggi rappresentando una terapia più modulabile rispetto a strategie più nuove e meno conosciute, che si basano su dosi fisse di farmaci, non modulabili, con una lunga durata d’azione, senza antidoto ma con effetto a lungo termine. Il Fattore VIII, anche in uno scenario futuro, è e resterà indispensabile per il trattamento dell’Emofilia A. Dal punto di vista della ricerca, sono in corso studi che stanno valutando eventuali ulteriori ruoli del Fattore VIII anche in settori che esulano dalla coagulazione, ad esempio nel mantenimento della salute e nel metabolismo dell’osso».
Il ruolo del paziente nella gestione del percorso terapeutico dell’emofilia A
Quello di Trieste vuole essere un dibattito che accende i riflettori – per la prima volta – non solo sulle terapie ma innanzitutto sul ruolo del paziente, che diviene sempre più protagonista della gestione della patologia e nel rapporto con il medico.
«La vera rivoluzione a cui stiamo assistendo nel campo dell’Emofilia – commenta Elena Santagostino – non è strettamente legata alle terapie in quanto tali, ma alle strategie che possiamo mettere in campo per costruire insieme ai nostri pazienti percorsi di cura che siano realmente personalizzati. Dose, numero e frequenza delle infusioni vanno calibrate considerando non solo gli aspetti legati alla gravità della condizione del paziente, ma anche al momento della vita che sta attraversando. Pazienti più coinvolti sono pazienti più aderenti alle terapie, e quindi con una qualità della vita migliore. Alla base di questo approccio deve esserci una continua e costante comunicazione e collaborazione tra medico e paziente; ad esempio, un cambio di ruolo sul lavoro o qualsiasi altro cambiamento dello stile di vita andrebbe condiviso con il proprio medico in modo da costruire insieme una profilassi “su misura”. Si tratta di un approccio di cui dovrebbero beneficiare tutti i pazienti e che auspichiamo si diffonda sempre di più, ma che è ad oggi ancora spesso disatteso sia per motivi di tempo che per remore di tipo culturale».
Il programma “Koala”
Proprio da Trieste è partito un innovativo progetto di “patient empowerment” realizzato e gestito da Domedica con il supporto non condizionante di Kedrion. Il programma Koala si compone di tre moduli ed è pensato per rendere sempre più indipendenti e competenti i pazienti e far sì che la terapia sia più semplice da seguire. E così, il modulo di infusioni a domicilio non si limita a far arrivare a casa l’infermiere per le infusioni, ma comprende un training attraverso il quale, seduta dopo seduta, il paziente acquisisce le competenze e la sicurezza necessarie per farsi le infusioni da solo. È attiva inoltre una linea diretta per supportare i pazienti in caso di dubbi, paure, necessità. Sono previsti prelievi e fisioterapia a domicilio per facilitare così l’aderenza alla profilassi e, anche in questo caso, rendere gradualmente autonomo il paziente anche per quanto riguarda gli esercizi da seguire per preservare la salute delle articolazioni. Con schede personalizzate sulla base di una prima seduta di assessment, il fisioterapista non solo insegna gli esercizi al paziente, ma gli dà i compiti per la seduta successiva, consolidando così attraverso la pratica la padronanza degli esercizi (focalizzati peraltro sul rinforzo muscolare pre-intervento, troppo spesso sottovalutato rispetto al post-intervento).
Il primo studio italiano di patient engagement in emofilia
Presentato in occasione del convegno di Trieste il primo studio italiano di patient engagement in emofilia, realizzato con il contributo non condizionante di Kedrion dal Centro di ricerca EngageMinds Hub dell’Università Cattolica di Piacenza, il primo centro di ricerca italiano dedicato allo studio e promozione dell’engagement in sanità.
«Con l’espressione “patient engagement” si fa riferimento al coinvolgimento attivo del paziente nel suo percorso sanitario e comprende sia gli aspetti psicologici di accettazione della propria condizione che quelli motivazionali che fanno sì che aderisca alle terapie in un’alleanza con il team di cura – spiega Guendalina Graffigna docente di psicologia presso l’Università Cattolica di Piacenza. – Oggi ci sono diversi studi che dimostrano che all’aumentare dei livelli di engagement aumentano i livelli di aderenza terapeutica, l’efficacia clinica dell’atto terapeutico e aumenta anche la soddisfazione della propria qualità di vita oltre che la relazione di cura. Gli studi patient engagement in emofilia anche a livello internazionale sono pochi ecco perché siamo particolarmente orgogliosi di partire con questo nuovo progetto che vuole non solo misurare i livelli di engagement dei pazienti emofilici italiani ma anche promuoverne più alti livelli di coinvolgimenti per fornire strumenti concreti ai clinici affinché possano affinare le proprie strategie comunicative relazionali e di educazione terapeutica e, di conseguenza, aumentare il coinvolgimento attivo dei loro pazienti».
Scuola FedEmo per formare i manager associativi di domani
Giunto alla terza edizione, è un progetto formativo organizzato da FedEmo, Federazione Italiana delle Associazioni Emofilici in collaborazione con la Fondazione Campus di Lucca e con il supporto non condizionante di Kedrion. L’iniziativa si rivolge a 20 giovani dirigenti associativi provenienti da tutta Italia al fine di offrire loro una formazione specifica per acquisire gli strumenti necessari per poter iniziare ad operare sia a livello regionale che nazionale. L’obiettivo è accrescere la conoscenza della realtà FedEmo e dei modi con cui i pazienti possono tutelare i loro interessi, favorire l’efficacia dell’azione federale, accrescere il patrimonio di competenze economico-sociali, relazionali e manageriali.
«Scuola FedEmo è stata interamente pensata e dedicata ai giovani e ha avuto il merito di dare fiducia e voce alle nuove generazioni, creando tra questi giovani un solido senso di appartenenza alla realtà associativa» – commenta Cristina Cassone, presidente FedEmo.
Emofilia e plasmaderivati, la prospettiva dei donatori: “Italia autosufficiente al 70%”
Alla base delle terapie, indispensabili per i pazienti emofilici, vi sono farmaci plasma-derivati che non esisterebbero senza il prezioso gesto del dono. Al convegno di Trieste è stato affrontato il tema dell’emofilia anche da questa prospettiva.
«Attualmente in Italia, Paese che raccoglie il plasma solo da donatori volontari e lo conferisce in “conto lavorazione” con una proprietà dei medicinali plasma-derivati pubblica – illustra Gianpietro Briola, presidente AVIS – siamo a circa un 70% di autosufficienza. Un dato che nel tempo si è consolidato, ma dobbiamo lavorare in stretta condivisione tra i vari soggetti che concorrono a sostenere il Sistema per aumentare la produzione anche in vista di una crescita costante delle indicazioni terapeutiche e, quindi, dei consumi. Le difficoltà sono legate all’organizzazione del territorio e dei singoli ospedali, alle strategie regionali e alla programmazione e raccolta in quelle realtà che ancora faticano a concorrere all’autosufficienza delle emazie concentrate. Alcuni ospedali ancora non fanno procedure di aferesi e la dirigenza non sempre è consapevole del valore strategico ed economico legato alla produzione di medicinali plasma-derivati. La soluzione potrebbe ad esempio consistere in una maggiore flessibilità di giorni e orari di accesso ai servizi, per agevolare i donatori. Dobbiamo insistere su quanto il plasma sia fondamentale e necessario, al pari del sangue intero, uscendo da una logica di emergenzialità del Sistema per passare a un concetto di quotidiana e costante necessità».
Anche perché, sempre più dentro la generica voce “raccolta di plasma” si delineano realtà ed esigenze molto eterogenee.
Esigenze di plasmaderivati all’estero
«Alcuni prodotti della plasma-derivazione, intermedi o finiti, come i fattori della coagulazione, risultano eccedenti nel nostro Paese ma carenti in altri Paesi del mondo – spiega Giancarlo Liumbruno, direttore generale del Centro Nazionale Sangue – e si parla di prodotti che per la loro importanza sono inseriti nella lista dei farmaci essenziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Proprio per questo il CNS si è fatto promotore di quanto previsto da recenti strumenti legislativi, per consentire al Sistema trasfusionale una gestione etica e razionale della risorsa plasma. Già dal 2008 ci siamo attivati in tal senso, lavorando a stretto contatto con il Ministero della Salute, degli Affari Esteri, della Difesa, le Regioni e le loro Strutture Regionali di Coordinamento per le attività trasfusionali, le associazioni del volontariato del sangue e dei pazienti nonché le società scientifiche, per promuovere l’avvio di specifici accordi, programmi o progetti, che prevedono la cessione a fini umanitari di medicinali plasma-derivati (Fattori VIII e IX della coagulazione). Di tali progetti e programmi di cooperazione, solo nell’ultimo anno, hanno beneficiato Paesi come Albania, Armenia, Afghanistan ed El Salvador. Un risultato importante che nasce da un impegno ancora più importante, quello di chi dona il plasma. Una donazione che, va ricordato, in Italia è totalmente volontaria e non remunerata».
L’impegno di Kedrion in Emofilia
Queste iniziative che trovano in Kedrion, azienda biofarmaceutica internazionale che raccoglie e fraziona il plasma con lo scopo di produrre e distribuire in tutto il mondo farmaci plasmaderivati, un partner storico nel campo dell’Emofilia.
Con sede principale in Toscana e oltre 2.600 dipendenti nel mondo, Kedrion ha una presenza commerciale in oltre 100 Paesi.
«Kedrion è l’unica azienda Italiana che sviluppa e produce farmaci derivati dal plasma, e tra questi i fattori anti emofilici – spiega Alessandro Gringeri, Chief Medical and R&D Officer di Kedrion. – Alla sua attività di partner del Servizio Sanitario nel raggiungimento dell’autosufficienza nazionale, l’azienda ha affiancato un importante sviluppo internazionale, anche dando vita a progetti mirati ad estendere globalmente l’accesso alle cure. Solo per fare degli esempi, ancora oggi il 70% degli emofilici nel mondo non ha pieno accesso alle cure, e in un’altra area terapeutica in cui siamo impegnati, quella della medicina materno-fetale, si registrano ancora quasi 400.000 casi all’anno di Malattia Emolitica Feto-Neonatale. Questo significa che c’è bisogno di adoperarsi per incrementare l’accesso, e Kedrion è orgogliosa di farlo sempre lavorando a fianco delle istituzioni nazionali, come il CNS e le Regioni, ma anche di prestigiosi soggetti accademici e NGO internazionali».
Novartis ha annunciato i nuovi dati positivi di PREVENT, uno studio clinico che valuta l’efficacia e la sicurezza di secukinumab nei pazienti con spondiloartrite assiale non radiografica (nr-axSpA, non-radiographic axial spondyloarthritis). Tuttora in corso di svolgimento, lo studio di fase III ha soddisfatto il suo endpoint primario (ASAS40) alla settimana 16, mostrando, rispetto al placebo, una riduzione clinicamente significativa della progressione della patologia nei pazienti trattati con secukinumab 150 mg. Lo studio clinico ha dimostrato un profilo di sicurezza favorevole, coerente con i precedenti studi clinici.
Nello studio di fase III PREVENT, secukinumab ha soddisfatto l’endpoint primario a 16 settimane (ASAS40) nei pazienti con spondiloartrite assiale non-radiografica attiva (nr-axSpA, non-radiographic axial spondyloarthritis). Sono stati soddisfatti anche tutti gli endpoint secondari
«I risultati di questo studio con secukinumab si basano sulla nostra lunga esperienza nella spondilite anchilosante e rappresentano un passo avanti verso una nuova opzione terapeutica, che potrebbe consentire ai pazienti di ottenere benefici in tempi molto più veloci nella spondiloartrite assiale – afferma John Tsai, MD, Head of Global Drug Development e Chief Medical Officer presso Novartis. – Se sarà approvata, questa diventerebbe la quarta indicazione per secukinumab».
Questi dati vanno ad aggiungersi alle evidenze già esistenti e derivate da oltre 100 studi clinici a supporto di secukinumab come trattamento completo, rapido e duraturo della spondiloartrite assiale, dell’artrite psoriasica e della malattia psoriasica, con oltre 250.000 pazienti trattati in tutto il mondo.
Lo studio PREVENT
Tuttora in corso, PREVENT è uno studio di fase III della durata di due anni, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo e dotato di una fase di estensione di due anni, condotto per studiare l’efficacia e la sicurezza di secukinumab in pazienti con nr-axSpA attiva.
Lo studio ha arruolato 555 pazienti adulti maschi e femmine con nr-axSpA attiva (con insorgenza prima dei 45 anni, con dolore spinale valutato come ≥40/100 su una scala analogica visiva [VAS, visual analog scale] e con un BASDAI (Bath Ankylosing Spondylitis Disease Activity Index) ≥4) che avevano assunto almeno due diversi farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) alla massima dose fino a 4 settimane prima dell’avvio dello studio. I pazienti potevano aver assunto in precedenza un inibitore del TNFα (non più di uno), per il quale avevano prodotto una risposta inadeguata. Dei 555 pazienti arruolati nello studio, 501 (90%) erano naïve ai farmaci biologici.
I pazienti sono stati assegnati a uno dei tre bracci di trattamento:
secukinumab 150 mg per via sottocutanea con dose di carico (induzione: 150 mg di secukinumab per via sottocutanea una volta alla settimana per 4 settimane, quindi mantenimento con 150 mg di secukinumab una volta al mese);
secukinumab 150 mg senza dose di carico (150 mg di secukinumab per via sottocutanea una volta al mese);
placebo (somministrazione per via sottocutanea una volta alla settimana per 4 settimane, seguita da mantenimento una volta al mese).
Gli endpoint primari sono rappresentati dalla percentuale di pazienti che ha ottenuto una risposta ASAS40 con secukinumab 150 mg alle settimane 16 e 52. Gli endpoint secondari includono la variazione del BASDAI nel corso del tempo e la variazione del punteggio ASDAS-CRP (Ankylosing Spondylitis Disease Activity Score with CRP).
La risposta ASAS40 si ottiene quando si rileva un miglioramento pari ad almeno il 40% e un miglioramento di almeno 10 unità su una scala da 0 a 100 in almeno tre dei seguenti domini: valutazione globale del paziente, valutazione del dolore, funzionalità (Bath Ankylosing Spondylitis Functional Index [BASFI]) e infiammazione (gravità e durata della rigidità mattutina). L’indice BASDAI valuta l’attività della malattia di un paziente su sei misure: affaticamento, dolore spinale, dolore/gonfiore articolare, entesite, durata della rigidità mattutina e gravità della rigidità mattutina.
Secukinumab
Secukinumab è il primo e unico farmaco biologico interamente umano che inibisce direttamente l’interleuchina 17A (IL-17A), un’importante citochina coinvolta nell’infiammazione e nello sviluppo di artrite psoriasica, psoriasi e spondilite anchilosante.
L’uso di secukinumab è supportato da robuste evidenze cliniche, inclusi dati a 5 anni nelle tre indicazioni psoriasi, artrite psoriasica e spondilite anchilosante, nonché dati provenienti da evidenze real-world. Questi dati rafforzano la posizione unica di secukinumab come trattamento completo, rapido e duraturo della spondiloartrite assiale, dell’artrite psoriasica e della malattia psoriasica, con oltre 250.000 pazienti trattati in tutto il mondo a partire dal suo lancio.
La spondiloartrite assiale (axSpA)
Il termine spondiloartrite assiale (axSpA, axial spondyloarthritis) raggruppa uno spettro di malattie infiammatorie croniche caratterizzate da mal di schiena infiammatorio persistente. La axSpA comprende la spondilite anchilosante, in cui il danno articolare è visibile alla radiografia, e la spondiloartrite assiale non radiografica (nr-axSpA, non-radiographic axial spondyloarthritis), in cui il danno articolare non è invece visibile alla radiografia. Entrambe le parti dello spettro della malattia presentano un carico sintomatico simile, che include dolore notturno che determina risveglio, affaticamento, rigidità mattutina e disabilità funzionale.
Se non viene trattata, la axSpA può compromettere le normali attività quotidiane, causare una perdita di produttività sul lavoro e avere un impatto significativo sulla qualità della vita.
Scientificamente riconosciute come strumenti di tutela della salute pubblica, le vaccinazioni hanno un ruolo chiave anche nella protezione delle persone con emofilia, sin dai primi mesi di vita, come da calendario vaccinale. Questo quanto stabilito da oltre 80 specialisti italiani che hanno partecipato alla definizione delle prime Raccomandazioni sul tema emofilia e vaccinazioni, un ambito che oggigiorno pone diverse sfide ai professionisti della salute in generale, e in particolare agli esperti di emofilia.
Confermata l’importanza generale delle vaccinazioni e sottolineato il ruolo fondamentale del calendario vaccinale anche per i pazienti emofilici, arrivano le prime raccomandazioni sulle vaccinazioni per le persone con emofilia: non è stata individuata alcuna correlazione tra vaccinazione e sviluppo di inibitori
Il lavoro dal titolo “Consensus statements on vaccination in patients with haemophilia – Results from the Italian HaEmophilia and VAccinations (HEVA) project”, ha preso il via grazie al supporto incondizionato di Sobi nell’ottobre 2017 e si è concluso con la pubblicazione sulla rivista Haemophilia di aprile 2019. Un progetto di grande portata che ha coinvolto un board di 11 ematologi e immunologi e che, seguendo la metodologia Delphi, ha raccolto i consensi di 72 specialisti esperti di emofilia.
Un lavoro importante per la comunità scientifica se si pensa che ancora oggi è diffusa, benché senza evidenze scientifiche, una certa cautela nel vaccinare i pazienti emofilici. Il timore è di indurre lo sviluppo di inibitori in particolare nella popolazione pediatrica, con un conseguente ritardo nell’applicazione del calendario vaccinale o addirittura la mancata immunizzazione di questi pazienti, con gravi complicazioni e ripercussioni anche sociali.
«Questo progetto è andato a colmare una necessità importante nella gestione dei pazienti con emofilia: bambini, adolescenti e adulti – ha dichiarato Elena Santagostino, presidente AICE e responsabile dell’Unità Emofilia Centro Emofilia e Trombosi Angelo Bianchi Bonomi Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano – Le raccomandazioni ci forniscono delle chiare indicazioni non solo sulla tempistica, ma anche sull’esecuzione nel modo più corretto per evitare emorragie ai pazienti emofilici».
Il Progetto HEVA – HaEmophilia and VAccination
Oltre 80 specialisti hanno contribuito alla prima consensus mai stilata sul tema delle vaccinazioni in presenza di emofilia.
Attraverso il questionario Delphi sono state sottoposte alla valutazione degli esperti tutte le tematiche correlate: dal calendario vaccinale nei pazienti con emofilia, all’indagine sui protocolli applicati e sulle vie di somministrazione ottimali dei vaccini, dalle vaccinazioni nei pazienti emofilici con inibitori, al rischio di sviluppo di inibitori durante le vaccinazioni. Sono state così raccolte le evidenze scientifiche ad oggi pubblicate e stilate le raccomandazioni «la cui pubblicazione – come ha affermato Simone Cesaro, direttore dell’Unità Operativa di Ematologia e Oncologia Pediatrica- è una buona notizia ed è frutto di un grande impegno e sforzo collegiale. Saranno un punto di riferimento sul tema vaccinazioni ed emofilia per tanti colleghi, pazienti e genitori».
Per la prima volta in questo ambito il lavoro in squadra di specialisti diversi ha permesso di rispondere al bisogno molto sentito dalla comunità scientifica sulla sicurezza dell’uso dei vaccini, in particolare nei pazienti con emofilia.
«Questo progetto scientifico-educazionale ha permesso a noi esperti di emofilia di ampliare il nostro raggio di azione e di confrontarci per la prima volta con medici esperti di vaccinazioni e immunologi. E la partecipazione alla Delphi di oltre 70 medici esperti di emofilia dimostra la necessità di avere a disposizione questo documento» – ha sottolineato Annarita Tagliaferri, responsabile della Struttura semplice dipartimentale Centro Hub Emofilia e Malattie emorragiche congenite Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma.
Questo lavoro scientifico, che è disponibile come open-access al seguente link https://doi.org/10.1111/hae.13756 ed è stato segnalato sul sito dell’Associazione Italiana Centri Emofilia, è stato reso possibile grazie al supporto incondizionato di Sobi, azienda biofarmaceutica svedese impegnata nelle malattie rare:
«Come azienda impegnata in emofilia abbiamo sentito la responsabilità di supportare questo progetto di grande valenza scientifica e sociale, come ha dimostrato l’adesione quasi totale della comunità degli specialisti in emofilia; ora auspichiamo che possa essere di esempio anche in altri ambiti clinici» – ha conclusoRenata Mazzucchelli, Medical Advisor di Sobi Italia.
Neopharmed Gentili, società farmaceutica specializzata nella commercializzazione di soluzioni ad alto valore terapeutico controllata da Ardian insieme alla famiglia Del Bono, ha acquisito il 100% di MDM, azienda farmaceutica con sede a Monza attiva nella distribuzione di farmaci, prodotti nutraceutici e dispositivi medici per la neurologia e l’ortopedia.
Neopharmed Gentili, società partecipata da Ardian e dalla famiglia Del Bono, acquisisce MDM
Con oltre 20 anni di esperienza sul mercato, MDM possiede un portafoglio prodotti complementare rispetto a quello di Neopharmed che include diversi farmaci di riferimento per il trattamento di patologie neurologiche e osteoarticolari. Grazie a questa acquisizione, Neopharmed andrà quindi a consolidare la propria presenza nel mercato italiano oltre che ad ampliare l’offerta di prodotti in aree terapeutiche considerate altamente strategiche.
Neopharmed ha una comprovata esperienza nella creazione di valore tramite partnership e acquisizioni. Quest’operazione si inserisce all’interno del percorso di sviluppo per linee esterne ed interne alla base della partnership strategica tra la famiglia Del Bono e Ardian, entrata nel capitale nel novembre 2018. Questo progetto è finalizzato all’affermazione di Neopharmed quale leader italiano nel proprio segmento di mercato e ad ampliare la presenza del Gruppo in segmenti adiacenti ad alto potenziale e valore strategico.
Alessandro Del Bono, azionista, Presidente del CdA e Amministratore Delegato di Neopharmed, ha dichiarato:
«Sono particolarmente felice di annunciare che MDM è entrata a far parte del nostro Gruppo. È stata un’acquisizione fortemente voluta e ringrazio la Famiglia Trognoni e la Famiglia Monico, la cui collaborazione è stata fondamentale per portare a termine questa operazione con successo. Sono altresì felice dell’opportunità di avere all’interno della nostra squadra il Dott. Antonio Maggi, CEO di MDM, che grazie alle sue competenze ed esperienza contribuirà all’ulteriore sviluppo del nostro Gruppo. Questa importante operazione conferma e rafforza ulteriormente il nostro percorso di sviluppo e di crescita continua per consolidarci come importante realtà farmaceutica italiana».
Neopharmed Gentili
Costituita nel 2009 all’interno del Gruppo Mediolanum Farmaceutici, realtà imprenditoriale fondata nel 1972 e tuttora controllata dalla famiglia Del Bono, Neopharmed Gentili è una società specializzata nella commercializzazione di prodotti farmaceutici nel mercato italiano. Con sede a Milano e guidata da Alessandro Del Bono, la società è uno dei primi operatori nel mercato italiano in particolare nell’area cardiovascolare.
Nel corso degli anni, Neopharmed Gentili ha sostenuto il proprio sviluppo anche attraverso una crescita per linee esterne, grazie a successive partnership e acquisizioni, che hanno contribuito alla diversificazione del portafoglio prodotti, ben distribuito fra numerose aree terapeutiche.
Neopharmed Gentili conta 380 collaboratori, che coprono capillarmente il territorio Nazionale, in grado di fornire il più elevato supporto scientifico alla classe medica.
MDM
Nata nel 1995, MDM è una azienda farmaceutica che si è consolidata nel corso di oltre 20 anni di attività raggiungendo posizioni di prim’ordine nelle aree terapeutiche di riferimento (neurologia, geriatria, ortopedia, reumatologia e fisiatria) e con prodotti leader nell’ambito della neurogeriatria e delle terapie infiltrative con acido ialuronico. MDM opera su tutto il territorio nazionale con una rete di oltre 90 collaboratori ad alta specializzazione.
Ardian
Ardian è una società di investimento privata leader a livello mondiale con circa 96 miliardi di dollari in gestione. La società, la cui maggioranza è detenuta dai propri dipendenti, è animata da uno spirito imprenditoriale e focalizzata a ottenere eccellenti performance per i propri investitori a livello globale.
Ardian conta su una rete globale con oltre 640 dipendenti distribuiti tra le 15 sedi in Europa (Francoforte, Jersey, Londra, Lussemburgo, Madrid, Milano, Parigi e Zurigo), nelle Americhe (New York, San Francisco e Santiago) e in Asia (Pechino, Singapore, Tokyo e Seul).
La società gestisce fondi per conto dei suoi circa 970 investitori attraverso cinque aree di investimento in cui vanta grande esperienza: Fondi di Fondi, Fondi Diretti, Infrastrutture, Real Estate e Private Debt.
L’anoressia è la “mancanza di appetito patologica che non è rifiuto consapevole del cibo ma la perdita del senso di fame e del desiderio di mangiare con un persistente senso di pienezza” secondo la definizione della diciassettesima edizione dal prestigioso testo Principles of Internal Medicine di Harrison’s. Questa patologia si accompagna frequentemente a malattie acute, croniche e oncologiche. Spesso causa malnutrizione calorico proteica (MCP) che rappresenta una costante nei casi di immobilità o allettamento del paziente. Anche durante un breve ricovero, la perdita di peso e massa muscolare ha conseguenze metaboliche rilevanti e drammatiche se non trattate.
La maggior parte dei casi di anoressia è legata alla presenza di altre malattie, prevalentemente oncologiche. Questa condizione determina spesso uno stato di malnutrizione che può aggravare la malattia di base
«Il 40-80% dei pazienti oncologici presenta qualche disturbo nutrizionale: scarso appetito, ridotto introito calorico, un insieme che produce una rapida e marcata perdita di peso – sottolinea Maurizio Muscaritoli, presidente SINuC – e secondo i dati epidemiologici soltanto l’8% delle anoressie è di tipo mentale, il restante 92% conta patologie oncologiche per il 42%, malattie neurologiche per il 27% e cause varie nel 23% dei casi. Eppure di questo 92% nessuno parla».
Il sistema di regolazione della fame – sazietà
Il sistema di regolazione dell’appetito coinvolge circuiti del sistema nervoso centrale (ipotalamo e sistema limbico) e di quello periferico e dipende da un sistema di modulazione ormonale.
L’ipotalamo rientra nel meccanismo di regolazione della fame e della sazietà sia perché contiene neuroni oressigeni (Neuropeptide Y – NPY e Agouti Related protein – AGPR) e neuroni anoressigeni (Neuroni pro-opiomelacortinici – POMC e Neuroni cocaine amphetamine related transcript – CART) sia perché al suo interno vengono elaborati stimoli provenienti dal sistema nervoso periferico (in particolare da nervo vago e tronco encefalico).
Tra gli ormoni coinvolti nella regolazione del meccanismo fame – sazietà si riconoscono:
leptina, prodotta prevalentemente dal tessuto adiposo,
insulina, prodotta dalle cellule beta del pancreas,
grelina, prodotta dalle cellule P/D1 del fondo dello stomaco, dalle cellule epsilon del pancreas nonché da alcuni neuroni ipotalamici,
colecistochinina, prodotta a livello del duodeno e, in minor quantità, del digiuno, che raggiungono il cervello.
C’è poi una stretta correlazione tra citochine pro-infiammatorie, sistema nervoso e perdita di appetito.
L’anoressia, la malnutrizione proteica e la perdita di massa muscolare sono direttamente correlate ad un aumento del rischio di infezioni, patologie cardiovascolari, fragilità e sintomi depressivi.
Effetti della leptina sulla regolazione dell’appetito
La leptina regola il senso di sazietà agendo sull’ipotalamo attivando direttamente i neuroni POMC anoressizzanti e inibendo i neuroni AgRP/NPY oressigenici. Il suo livello nel plasma si alza anche in relazione all’aumento di quello dell’insulina riducendo la fame e aumentando il senso di sazietà.
La leptina interviene nel bilancio energetico aumentando il metabolismo del glucosio e l’ossidazione delle riserve di acidi grassi.
Poiché la secrezione di leptina aumenta anche in presenza di citochine infiammatorie quali TNFα e interleuchina 1, si ha tendenza all’anoressia e alla conseguente perdita di pesa in caso di situazioni infiammatorie.
Ruolo dell’insulina sulla regolazione dell’appetito
Sempre nell’ipotalamo si trovano anche recettori per l’insulina che, in questa sede, partecipa al meccanismo di attenuazione del senso di fame. L’insulina, infatti, stimola i neuroni che producono l’ormone adenocorticotropo dal quale deriva l’ormone alfa-melanotropo, inibitore dell’appetito.
Effetto oressigeno della grelina
La grelina è un ormone che stimola il senso di appetito attivando:
neuroni rilascianti il neuropeptide oressizzante Y attraverso i recettori GHS (growth hormone secretagogue receptor),
il circuito colinergico-dopaminergico mesolimbico (in particolare a livello dell’ippocampo e dell’amigdala) che elabora gli aspetti edonistici delle ricompense come il cibo (regolazione emotiva della fame).
Inoltre, interviene nella regolazione del bilancio energetico e nella omeostasi glucidica.
Il rilascio di grelina nell’ippocampo e nell’amigdala favorisce l’assunzione di cibo, in particolare incrementando il desiderio di intensificare la frequenza dei pasti modificando la memoria procedurale.
La grelina, quindi, interferisce in maniera omeostatica sull’assunzione di cibo in termini quantitativi e qualitativi.
Funzione anoressizzante della colecistochinina
La colecistochinina è un ormone intestinale della sazietà. La sua secrezione è stimolata dai lipidi e dalle proteine di origine alimentare. Legandosi al suo recettore specifico (CCK1) presente sulle fibre del nervo vago che afferiscono al tronco encefalico e all’ipotalamo (determina il senso di sazietà tramite stimolazione vagale).
La colecistochinina stimola la secrezione della bile, di enzimi digestivi pancreatici e dell’insulina, segnala di interrompere l’introduzione di grassi e di rallentare lo svuotamento gastrico in attesa che il tenue abbia completato la digestioni dei lipidi e delle proteine
La sindrome anoressia-cachessia in oncologia
La sindrome anoressia-cachessia in oncologia è l’evoluzione di una forte anoressia cui si aggiungono anche fattori ormonali che determinano la diminuzione dell’appetito del paziente e portano inoltre a una perdita di massa muscolare e grassa.
Uno screening seguito da un percorso nutrizionale potrebbe essere utile per abbassare la percentuale di malati (25%) che non supera la malattia oncologica per le cause nutrizionali.
La sindrome anoressia-cachessia in nefrologia
L’anoressia interessa anche i pazienti affetti da malattie renali: la prevalenza nelle fasi precedenti alla dialisi va dal 20 all’80% mentre durante la dialisi va dal 23 al 73% così come è stato sottolineato al congresso Cardionefrology 2019 da Alessio Molfino dell’Università “La Sapienza” di Roma, specialista in Medicina Interna.
L’insieme di malnutrizione, infiammazione ed ipercatabolismo (ossia l’anomala accelerazione dei processi catabolici) ha un effetto a cascata con aumento delle ospedalizzazioni, mortalità e scadimento della qualità della vita.
Si pensa che la leptina possa rappresentare un marker di rischio nutrizionale e cardiovascolare nei pazienti in dialisi peritoneale.
Diagnosi dell’anoressia
Come verificare una condizione di anoressia? «Generalmente è possibile usare questionari validati che indagano sazietà, alterazione del gusto e dell’olfatto, avversione al gusto della carne, nausea, vomito” spiega Alessio Molfino. – La strategia di intervento nutrizionale nel paziente oncologico implica una adeguata valutazione iniziale mediante screening che definisca la gravità della malnutrizione. In funzione del grado di malnutrizione il paziente entrerà in un percorso diagnostico terapeutico specifico nutrizionale».
Per lo screening si utilizzano MUST, PG-SGA, SGA che sono scale di valutazione utili fin dall’esordio della malattia oncologica, come primo metodo di screening nutrizionale e poi come metodo per la valutazione effetti della terapia nutrizionale. È utilizata anche la scala a punteggio NRS (Nutritional Risk Screening), di semplice uso e affidabile.
Una valutazione è anche quella sulla Qualità di vita che è sicuramente influenzata dal peso corporeo, la perdita di peso massiva può portare a depressione, astenia, fatigue ed ansia con conseguente e ulteriore diminuzione dell’appetito e dell’intake calorico.
«All’estero – dice Maurizio Muscaritoli – il dietary counselling ha mostrato effetti tangibili sulla qualità della vita dell’ammalato: il semplice follow up di un paziente al quale viene consigliato come nutrirsi è più efficace della somministrazione degli integratori».
“L’uso prudente degli antibiotici può contribuire a fermare l’insorgenza dei batteri resistenti e ad aiutare a mantenere l’efficacia degli antibiotici perché possano essere utilizzati dalle generazioni future…” è questo il cuore della Giornata Europea degli Antibiotici, un’iniziativa europea di sanità pubblica che si svolge ogni anno il 18 novembre e che ha come obiettivo la sensibilizzazione sulla minaccia rappresentata dalla resistenza agli antibiotici, nonché sull’uso prudente degli antibiotici stessi.
Una rete sul lago di Como contro i batteri resistenti
«Curare le infezioni causate da batteri resistenti è difficile – spiega Alessandro Marocchi, direttore del Laboratorio dell’Ospedale Fatebenefratelli di Erba (Como) – in quanto gli antibiotici normalmente utilizzati hanno perso efficacia ed è necessario ricorrere ad altri antibiotici. Questo può ritardare l’individuazione della terapia più appropriata e causare complicazioni che possono anche portare alla morte del paziente. Inoltre può essere necessaria una maggiore assistenza sanitaria e il ricorso ad antibiotici alternativi e più costosi, che tra l’altro possono avere effetti collaterali più gravi».
Purtroppo, in Italia l’antibiotico-resistenza è raddoppiata tra il 2005 e il 2014. Inoltre, per i pazienti ricoverati all’interno di strutture ospedaliere esiste il rischio di infezioni non collegate al motivo del ricovero.
L’ospedale di Erba in questi anni è riuscito a contenere il problema attraverso l’uso corretto degli antibiotici.
I carbapenemi e le infezioni da Klebsiella pneumoniae
I ceppi di Klebsiella pneumoniae isolati dai pazienti nel corso del 2018 sono solo per il 7% resistenti ai carbapenemi (in Italia 26,8%), con un massimo dell’11% nei degenti. I carbapenemi sono antibiotici di utilizzo tipicamente ospedaliero e riservati ai casi più gravi.
Le cefalosporine e le infezioni da Escherichia coli
Un altro gruppo di antibiotici utilizzati prevalentemente in ambito sanitario sono le cefalosporine di III generazione.. La resistenza complessiva di E. coli alle cefalosporine di III generazione osservata a Erba nello stesso periodo è del 15% (28,7 in Italia), ma sale dal 9% delle infezioni ambulatoriali al 21% delle infezioni in pazienti degenti ed al 34% negli ospiti di RSA.
I fluorochinoloni e le infezioni da Escherichia coli
Un altro esempio di pressione selettiva causata dagli antibiotici è osservata, sempre in ceppi di E. coli, nel caso della resistenza ai fluorochinoloni, utilizzati spesso al di fuori delle degenze ospedaliere. Nella realtà di Erba il 40% di E. coli è resistente (41,7 in Italia), ma nei casi ambulatoriali è solo il 32%, sale al 43 nei degenti e raggiunge il 74 nelle RSA.
Le resistenze combinate di Acinetobacter baumannii
I veramente pochi casi di Acinetobacter baumannii hanno resistenze combinate nel 72% (in Italia 75,7%). Anche qui la pressione selettiva delle terapie antibiotiche sembra indicare il suo effetto: dal 20% di resistenze in casi ambulatoriali al 67% di casi ospedalieri, e al 92% di casi in RSA.
Il network Microbiologia clinica partecipata
Oltre alle attività comuni a tutte le strutture Ospedaliere nella lotta alle infezioni ospedaliere, presso l’Ospedale Sacra Famiglia Fatebenefratelli di Erba si è avviata anche una collaborazione con i Medici di Medicina Generale dell’ordine dei medici della provincia di Como denominata “Microbiologia clinica partecipata”: è un portale di studio e informazione che mira a sviluppare una cultura condivisa sulle problematiche esistenti nell’area di riferimento, ovvero un forum dove i microbiologi e gli specialisti ospedalieri condividono con i MMG dati epidemiologici, conoscenze scientifiche, dubbi e soluzioni agli eventuali problemi che si possono presentare nel corso delle attività. Questa attività mira a uniformare e condividere azioni preventive e scelte organizzative / terapeutiche che tanta parte hanno nel caratterizzare le antibiotico resistenze presenti in un territorio.
Si sta lavorando con una cinquantina di medici di famiglia, coordinati da Giuseppe Enrico Rivolta, responsabile del progetto per l’Ordine dei medici e chirurghi di Como. L’accordo, come riportato dal sito www.fatebenefratelli.it, prevede una serie di incontri cui parteciperanno medici di famiglia del territorio e microbiologi ospedalieri e un portale di documentazione e discussione.
«Da parte nostra puntiamo a migliorare la cultura dei medici del territorio sul tema della microbiologia clinica, affinare le procedure per invio e conservazione dei campioni biologici, migliorare l’appropriatezza delle prescrizioni, diffondere la conoscenza delle nostre metodiche» – spiega Pierpaolo Maggioni, direttore sanitario dell’Ospedale.
Il network opererà attraverso riunioni periodiche e un sito ad accesso riservato dove i medici potranno scaricare documenti e porre quesiti, ottenendo una sollecita risposta dagli specialisti ospedalieri. Non si escludono le collaborazioni con le società scientifiche, corsi Ecm e pubblicazioni.
Si ha carenza di ferro quando le perdite di questo elemento superano le esigenze metaboliche.
Carenza di ferro e anemia sideropenica sono condizioni particolarmente pericolose in alcune popolazioni come le donne e le persone con scompenso cardiaco
Il ferro è un macroelemento che rientra nella composizione dell’emoglobina, della mioglobina e di proteine enzimatiche coinvolte nella fosforilazione ossidativa. È immagazzinato nella ferritina e trasportato nella transferrina e nella lattoferrina. Deriva principalmente dalla degradazione degli eritrociti e, in misura minore, dall’alimentazione.
Nel mondo, 1 persona su 3 soffre di carenza di ferro, con o senza anemia [Peyrin-Biroulet L, et al. Guidelines on the diagnosis and treatment of iron deficiency across indications: a systematic review. Am J Clin Nutr.2015;102(6):1585-94]: una condizione che può essere anche molto debilitante e, se prolungata e non adeguatamente trattata, portare a gravi conseguenze.
Dalla carenza di ferro all’anemia sideropenica si arriva gradualmente. All’inizio si riduce la ferritina sierica mentre resta nella norma la sideremia. La progressiva deplezione dei depositi di ferro determina l’aumento dell’assorbimento del ferro con incremento della concentrazione di transferrina. Poi gradualmente cala la sideremia e il ferro disponibile per l’eritropoiesi diventa insufficiente. Questo porta a microcitosi e ipocromia.
Segni e sintomi della carenza di ferro
A causa di una sintomatologia aspecifica che può comprendere:
affaticamento,
pallore,
cefalea,
fragilità alle unghie,
perdita di concentrazione,
irritabilità,
picacismo (desiderio di ingerire cose non commestibili come argilla e ghiaccio),
la carenza marziale resta un problema poco conosciuto e sotto diagnosticato, e se ne sottovalutano le implicazioni di salute.
Carenza di ferro nelle donne
Durante la vita fertile, quasi 1 donna su 3 soffre di carenza di ferro [Hercberg S, et al. Iron deficiency in Europe. Public Health Nutr. 2007;4(2b)], principalmente associata alle perdite eccessive di sangue dovute a un ciclo mestruale abbondante, condizione con cui deve fare i conti il 10-30% dell’universo femminile. Stanchezza, frequenti mal di testa, scarsa concentrazione, si ripercuotono anche sulle performance lavorative e scolastiche: si stima che il 19% delle studentesse soffra di questi sintomi a causa di una carenza marziale [Liu Z, Doan Q V, Blumenthal P, Dubois RW. A systematic review evaluating health-related quality of life, work impairment, and health-care costs and utilization in abnormal uterine bleeding. Value Health. 2007;10(3):183-94].
Particolarmente delicato per la donna è il periodo della gestazione, che comporta un aumento di 3 volte del fabbisogno di ferro per lo sviluppo della placenta e del feto, in particolare per lo sviluppo cerebrale e del sistema immunitario. Lo stato anemico, se importante e prolungato, raddoppia il rischio di parto prematuro[Grondin M-A, Ruivard M, Perreve et al. Prevalence of Iron Deficiency and Health-related Quality of Life among Female students. J Am Coll Nutr. 2008;27(2):337-341] e triplica per il bambino il rischio di basso peso alla nascita[Viteri FE, Berger J. Importance of Pre-Pregnancy and Pregnancy Iron Status : Can Long-Term Weekly Preventive Iron and Folic Acid Supplementation Achieve Desirable and Safe Status ? Nutr Rev. 2005;63(12):S65-S76. doi:10.1301/nr.2005.dec.S65].
In media, il 40% delle future mamme inizia una gravidanza senza adeguate scorte di ferro [Ronnenberg AG, Wood RJ, Wang X, et al. Community and International Nutrition Preconception Hemoglobin and Ferritin Concentrations Are Associated with Pregnancy Outcome in a Prospective Cohort of Chinese Women 1. 2004;(August):2586-2591] e il 90% non assume sufficiente ferro durante la gestazione [Milman N. Prepartum anaemia: prevention and treatment. Ann Hematol. 2008;87(12):949-59]. Lo stato anemico può perdurare anche dopo il parto, condizione che si verifica in più di 1 donna su 4[School TO. Maternal iron status: relation to fetal grow, lenghts of gestation, and iron endowment of the neonate. Nutr Rev. 2011; 69 Suppl 1523-9], in particolar modo in caso di gravidanze multiple, parto gemellare, parto cesareo, e che aumenta il rischio di depressione post partum, ansia e insufficienza primaria di lattazione [Milman N. Iron supplementation in pregnancy. Dan Med Bull. 1991].
Patologie correlate alla carenza marziale
Anche l’infiammazione associata a determinate condizioni patologiche a lungo termine come lo scompenso cardiaco, l’insufficienza renale cronica e le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), può ridurre la quantità di ferro assorbita dall’intestino e poi resa disponibile all’occorrenza, generando così carenza di ferro. Questa condizione può peggiorare ulteriormente con alcuni farmaci usati nel trattamento di queste patologie, ad esempio antiaggreganti e anticoagulanti]Cappellini MD et al. Iron deficiency across chronic inflammatory conditions: International expert opinion on definition, diagnosis, and management. Am J Hematol. 2017 Oct;92(10):1068-1078].
«Il 50% dei pazienti affetti da scompenso cardiaco ha una qualche forma di carenza di ferro – afferma Maurizio Volterrani, primario di Cardiologia presso l’IRCCS San Raffaele Pisana di Roma. – In presenza di insufficienza cardiaca, la carenza marziale costituisce un problema molto serio perché interferisce con la produzione di energia muscolare che correla direttamente con i sintomi e la sopravvivenza del paziente. La carenza di ferro, infatti, aumenta il rischio di mortalità di oltre il 40%, causa un peggioramento della qualità di vita e riduce di oltre il 10% la capacità di esercizio fisico che è invece fondamentale per mantenere in buone condizioni la funzionalità cardiaca. L’Iron Deficiency Day ha un ruolo molto importante per sensibilizzare la popolazione a non sottovalutare i sintomi della carenza marziale e i possibili rischi per la salute».
La Giornata della Carenza di Ferro (Iron Deficiency Day)
Il 26 novembre 2019 si è celebrata la quinta edizione della Giornata della Carenza di Ferro. L’iniziativa mira ad aumentare la consapevolezza sull’importanza del ferro per l’organismo e sui rischi legati alla sua carenza. La campagna è supportata dalla European Kidney Alliance, dall’Heart Failure Policy Network e dalla Anemia Alliance, per sensibilizzare sugli effetti della carenza marziale nelle donne e nei pazienti con patologie croniche infiammatorie quali scompenso cardiaco e insufficienza renale cronica.
La Giornata della Carenza di Ferro (Iron Deficiency Day), che si celebra ogni anno il 26 novembre, è nata nel 2015 con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sul ruolo di questooligoelemento essenziale per la vita e su cosa può accadere se i livelli di ferro non sono gestiti correttamente. Quest’anno, la Giornata si concentra sull’impatto della carenza di ferro e dell’anemia sideropenica (anemia da carenza di ferro) sulle donne in età fertile, in modo particolare durante la gravidanza, e sui pazienti affetti da scompenso cardiaco.
Incyte ha annunciato la convalida della domanda di autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) da parte dell’Agenzia europea per i medicinali relativa a pemigatinib per il trattamento di soggetti adulti affetti da colangiocarcinoma localmente avanzato o metastatico con fusione o riarrangiamento del recettore 2 del fattore di crescita dei fibroblasti (FGFR2), recidivante o refrattario dopo almeno una linea di terapia sistemica.
EMA ha convalidato la domanda di AIC di pemigatinib per il colangiocarcinoma
La convalida dell’AIC da parte dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) conferma che la domanda presentata è sufficientemente completa per iniziare il processo di revisione formale.
«La convalida da parte dell’EMA della domanda di autorizzazione all’immissione in commercio presentata da Incyte avvia il processo di revisione in quanto il nostro obiettivo è introdurre in Europa la prima terapia mirata per i pazienti con colangiocarcinoma – affermato Peter Langmuir, Vicepresidente del Gruppo, Terapie Mirate, Incyte. – La necessità di nuove terapie per il colangiocarcinoma è stata recentemente riconosciuta anche dall’accettazione da parte dell’Ente statunitense preposto alla tutela di alimenti e medicinali, a scopo di revisione prioritaria, della nostra domanda di approvazione di nuovo farmaco relativa a pemigatinib presentata lo scorso novembre. Saremo lieti di continuare a collaborare con le autorità regolatorie al fine di offrire questa nuova terapia mirata ai pazienti idonei di tutto il mondo».
Pemigatinib è un inibitore selettivo del recettore del fattore di crescita dei fibroblasti (FGFR).
La domanda AIC si basa sui dati ottenuti dallo studio FIGHT-202, nel quale pemigatinib viene valutato come trattamento per i pazienti affetti da colangiocarcinoma localmente avanzato o metastatico precedentemente trattato.
Lo studio FIGHT-202
Lo studio multicentrico, di fase II, in aperto FIGHT-202 (NCT02924376) si propone di valutare la sicurezza e l’efficacia di pemigatinib in pazienti adulti (età ≥18 anni) affetti da colangiocarcinoma localmente avanzato o metastatico precedentemente trattato, con stato FGF/FGFR documentato.
I pazienti sono stati arruolati in una delle tre coorti: Coorte A (fusioni o riarrangiamenti di FGFR2), Coorte B (altre alterazioni genetiche di FGF/FGFR) o Coorte C (nessuna alterazione genetica di FGF/FGFR). Tutti i pazienti hanno ricevuto 13,5 mg di pemigatinib per via orale una volta al giorno (QD) in cicli di 21 giorni (due settimane di terapia/una settimana di sospensione) fino a progressione radiologica della malattia o tossicità inaccettabile.
L’endpoint primario dello studio FIGHT-202 è il tasso di risposta complessiva (ORR) nella Coorte A, valutato da una revisione indipendente secondo i Criteri di valutazione della risposta nei tumori solidi (RECIST) v1.1.
Gli endpoint secondari includono:
ORR nelle Coorti B, A più B e C,
la sopravvivenza libera da progressione (PFS),
la sopravvivenza globale (OS),
la durata della risposta (DOR),
il tasso di controllo della malattia (DCR),
la sicurezza in tutte le coorti.
Il programma FIGHT
Il programma di sperimentazione clinica FIGHT (FIbroblast Growth factor receptor in oncology and Hematology Trials [sperimentazioni sul recettore del fattore di crescita dei fibroblasti in oncologia ed ematologia]) comprende studi di fase II e III in corso volti a valutare la sicurezza e l’efficacia della terapia con pemigatinib in vari tumori maligni mediati da FGFR.
Gli studi di monoterapia di fase II includono:
FIGHT-202 nonché FIGHT-201, che valutano pemigatinib in pazienti con carcinoma vescicale metastatico o chirurgicamente non resecabile, compresi quelli con mutazioni o fusioni/riarrangiamenti attivanti FGFR3;
FIGHT-203 in pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative con fusioni/riarrangiamenti attivanti FGFR1;
FIGHT-207 in pazienti con tumori maligni solidi localmente avanzati/metastatici o chirurgicamente non resecabili precedentemente trattati, che presentano mutazioni o fusioni/riarrangiamenti attivanti FGFR, indipendentemente dal tipo di tumore;
FIGHT-205, studio di fase II volto a esaminare la terapia combinata con pemigatinib più pembrolizumab e pemigatinib in monoterapia in pazienti affetti da carcinoma vescicale metastatico o non resecabile precedentemente non trattato che presenta mutazioni o fusioni/riarrangiamenti di FGFR3, i quali non sono idonei a ricevere cisplatino;
FIGHT-302, studio di fase III volto a valutare pemigatinib come trattamento di prima linea per pazienti affetti da colangiocarcinoma con riarrangiamenti o fusioni di FGFR2.
Pemigatinib e FGFR
I recettori del fattore di crescita dei fibroblasti (FGFR) rivestono un ruolo importante nella proliferazione, sopravvivenza e migrazione delle cellule tumorali, oltre che nell’angiogenesi (la formazione di nuovi vasi sanguigni). Fusioni, riarrangiamenti, traslocazioni e amplificazioni geniche attivanti a carico degli FGFR sono strettamente correlate con lo sviluppo di vari tumori.
Pemigatinib è un potente e selettivo inibitore orale delle isoforme di FGFR 1, 2 e 3 che, negli studi preclinici, ha dimostrato attività farmacologica selettiva contro le cellule tumorali che presentano alterazioni di FGFR.