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Marchesini Group acquisisce parte di Vibrotech

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Marchesini Group ha annunciato l’acquisizione del 40% di Vibrotech, azienda pisana che realizza sistemi di alimentazione e orientamento da impiegare in processi industriali automatizzati.

Marchesini Group acquisisce parte di Vibrotech. Il fatturato 2016 di gruppo è di 297 milioni. Boom (+23%) della raccolta ordini
Marchesini Group acquisisce parte di Vibrotech. Il fatturato 2016 di gruppo è di 297 milioni. Boom (+23%) della raccolta ordini

Marchesini Group ha finalizzato l’acquisizione del 40% della toscana Vibrotech S.r.l. che realizza sistemi di alimentazione e orientamento impiegati nei processi industriali automatizzati.

Vibrotech, azienda di Bientina (PI), è nata nel 2005 da uno spin off di tecnici con una ventennale esperienza, in particolare nei settori farmaceutico e cosmetico, e da tempo ha consolidato la partnership con Marchesini Group.

L’acquisizione di una quota di minoranza tuttavia non cambierà l’impostazione commerciale di Vibrotech, che continuerà a rivolgersi direttamente al mercato e anche ad altre aziende operanti nel settore delle macchine packaging.

Questa operazione permetterà a Vibrotech e a Marchesini di rafforzarsi, anche alla luce delle opportunità derivanti dalla Rivoluzione 4.0.

In un mondo del packaging dove i processi diventano sempre più automatizzati e dove la robotica avanzata fa da padrone, i sistemi che consentono di avere i componenti selezionati ed orientati (e quindi idonei alla gestione dei robot) rappresentano un’assoluta necessità.

«È ormai chiaro che nessuna azienda può sottrarsi alle tematiche dell’Industria 4.0. Si tratta di una sfida enorme, la vera sfida del futuro: discuterne vuol dire parlare di investimenti e progetti ed è per questo che con questa operazione avviamo uno sviluppo e un rafforzamento che proseguirà nei prossimi mesi – ha dichiarato Pietro Cassani, amministratore delegato di Marchesini Group. – In Marchesini si “masticava” Industria 4.0 da prima ancora che diventasse “di moda” perché lavorare per le aziende farmaceutiche ti obbliga a essere non solo efficiente, ma sempre al top dell’innovazione. Operiamo da tanti anni su una varietà di soluzioni robotizzate, dove macchine e software sono tutti realizzati in casa. Su questa tradizione intendiamo proseguire, arricchendo il nostro know how anche tramite acquisizioni di imprese».

Giuseppe Trotta, fondatore di Vibrotech, ha commentato così l’operazione:

«Soltanto due anni fa dissi, in occasione di un incontro con gli studenti delle scuole tecniche del nostro territorio, che avrei voluto assumere più ragazzi, ma trovare le persone giuste era difficile. Questo problema, la mancanza di personale qualificato, ci costringe ogni anno a rinunciare a diversi milioni di commesse. L’entrata di Marchesini Group nel capitale Vibrotech metterà in circolo nuovo ossigeno, ci permetterà di crescere in modo più focalizzato e ampliare il nostro orizzonte».

L’operazione avrà infatti nel breve-medio termine due effetti positivi:

  • per il fatturato Vibrotech (3,2 milioni nel 2016),
  • per il numero dei suoi dipendenti. Si prevede infatti di raddoppiare gli attuali 25 posti di lavoro in due anni. Saranno probabilmente inserite figure tecniche esperte di meccanica e automazione, ma anche giovani neo-diplomati e laureati.

Il bilancio 2016 di Marchesini Group

Nel comunicare l’operazione Vibrotech, Marchesini Group ha anche reso noto il bilancio consolidato 2016, da poco approvato. Questo ha registrato valori più alti rispetto alle previsioni di budget sia sui volumi di vendita sia su tutti gli indicatori di redditività. Il fatturato al 31 dicembre è stato di 297 milioni di euro. È cresciuto del 9% rispetto al 2015; il margine operativo lordo è del 21%.

Il portafoglio consolidato al 30 giugno 2017 ammonta a 340 milioni di euro (+27%). La raccolta ordini è pari a 155 milioni, +23% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

«Con questi numeri – ha dichiarato il presidente Maurizio Marchesini – guardiamo con ottimismo al 2017 per superare la soglia dei 300 milioni e con la spinta giusta per consolidare a breve nuove e importanti operazioni».

Malattie cardiovascolari e aderenza alle terapie

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Si stima che, nelle malattie cardiovascolari, 1 paziente su 4 non aderisca alle terapie. Dopo un anno da un ictus, circa 1 paziente su 3 smette di curarsi.

Malattie cardiovascolari e aderenza alle terapie sono tra gli argomenti trattati dal meeting salute 2017 di Rimini
Malattie cardiovascolari e aderenza alle terapie sono tra gli argomenti trattati dal meeting salute 2017 di Rimini

La percentuale di aderenza media alle terapie cardiovascolari è pari al 76%, ovvero su 100 pazienti solo 76 seguono correttamente la terapia prescritta. È inoltre dimostrato che, dopo un anno dall’evento acuto (per esempio, un ictus) la persistenza in terapia è variabile dal 50 all’80%, cioè dal 20 al 50% dei pazienti smette di curarsi. Ad esempio il warfarin, noto anticoagulante, viene abbandonato nel 32% dei casi dopo 1 anno.

La non aderenza aumenta le recidive di eventi fatali e gravi da 3 a 7 volte.

Si parlerà di questi argomenti durante gli appuntamenti della sezione salute del meeting di Rimini (20-26 agosto 2017).

Le malattie più a rischio di mancata aderenza alla terapia in ambito cardiovascolare

Le malattie in cui è maggiore la non-aderenza in ambito cardiovascolare sono l’ipertensione arteriosa, la fibrillazione atriale, lo scompenso cardiaco, il diabete mellito, le dislipidemie.

«Se si pensa che al di là dei 75 anni è dislipidemico il 50% delle persone, iperteso il 63% e diabetico il 20% si comprende come sia vasto il problema della non aderenza. – spiega Alessandro Boccanelli, dirigente medico di II livello Azienda Ospedaliera S. Giovanni Addolorata. – Si cura soltanto il 65% dei dislipidemici, il 78% degli ipertesi e il 20% dei diabetici».

Le persone che aderiscono meno al trattamento appartengono prevalentemente alle età più avanzate (oltre i 75 anni). Questo è dovuto a diversi ordini di motivi:

  • la polifarmacoterapia (mediamente al di là degli 80 anni si assumono da 3 a 5 classi di farmaci),
  • lo scarso supporto da parte di familiari o caregiver,
  • il basso livello socioeconomico.

Meno farmaci per una maggiore aderenza alla terapia

«I principali problemi presentati dalla terapia nell’anziano – aggiunge Alessandro Boccanelli sono la maggiore fragilità di fegato e rene, con conseguente pericolo di accumulo, le maggiori possibilità di interazioni tra farmaci, la diversa composizione del corpo per perdita di massa magra con alterata distribuzione dei farmaci. Inoltre alcuni farmaci sono meno tollerati per cui è più facile che si manifestino effetti collaterali. Per aumentare il livello di aderenza è necessario ridurre al minimo i farmaci da somministrare. E quindi eliminare i farmaci non strettamente necessari, tenere una “regia” dei diversi farmaci specialistici, raccomandare caldamente al paziente e ai familiari l’assunzione dei farmaci indispensabili, privilegiare i farmaci in monosomministrazione, verificare periodicamente l’effettiva assunzione dei farmaci con il paziente e i familiari».

Il meeting salute 2017

A Rimini dal 20 al 26 agosto 2017, a tre grandi incontri in programma che vedono coinvolti personaggi di rilievo nel mondo della sanità, si affiancheranno appuntamenti quotidiani, disponibili in tre differenti orari (12:00, 16:00 e 18:00), presso la Sala Meeting Salute (pad. A2).

In uno spazio appositamente dedicato, un vero e proprio Think Tank affronterà alcuni dei temi più “caldi” e attuali del momento: l’accesso ai farmaci e i diritti dei pazienti, le sfide e le opportunità di un paese che invecchia sempre di più, la questione dei vaccini, il ruolo dei BIG Data, la nutrizione, il dialogo tra ricerca, industrie e associazioni scientifiche, e molto altro ancora. Saranno tanti i protagonisti coinvolti: medici, scienziati, ricercatori, istituzioni, opinion leader.

Il modello pugliese per l’approvvigionamento dei farmaci biologici

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Nell’ambito del progetto partecipato per proporre nuovi modelli di approvvigionamento dei farmaci biologici e biosimilari, si è tenuto a Bari il secondo dei due tavoli regionali operativi promossi da QuintilesIMS con il contributo non condizionato di Janssen, farmaceutica di Johnson & Johnson.

Il modello pugliese di approvvigionamento dei farmaci biologici propone di tenere in considerazione i dati epidemiologici e relativi alle terapie raccolti dalla Rete regionale dei Centri di Assistenza Reumatologica
Il modello pugliese di approvvigionamento dei farmaci biologici propone di tenere in considerazione i dati epidemiologici e relativi alle terapie raccolti dalla Rete regionale dei Centri di Assistenza Reumatologica

Al tavolo multidisciplinare hanno partecipato clinici prescrittori, esperti in gare pubbliche e payor, rappresentanti della Sanità pubblica e delle Istituzioni regionali, farmacisti. I vari attori del tavolo si sono confrontati sulle possibilità di rendere disponibili questi costosi farmaci garantendo libertà prescrittiva del medico, continuità terapeutica nei pazienti stabilizzati e sostenibilità.

I principali elementi emersi dal tavolo di Bari riguardano:

  • il ruolo chiave del dialogo multidisciplinare continuo tra clinici e decisori,
  • l’importanza di un uso più consapevole dei farmaci biosimilari,
  • l’implementazione di sistemi di farmacovigilanza più efficaci,
  • la necessità di tutelare il diritto del medico e del paziente alla continuità terapeutica, evitando switch dettati esclusivamente da esigenze di risparmio.

Il dialogo tra payor e clinici è difficoltoso a causa delle diverse formazioni e finalità sulle quali si fondano le rispettive posizioni.

Una cultura interdisciplinare in una logica di dialogo è quindi fondamentale al fine di coinvolgere le figure amministrative nelle logiche assistenziali; nello stesso tempo si trasmette loro anche la conoscenza delle necessità dei clinici e dei pazienti. I clinici, d’altra parte, devono essere consapevoli di dover contribuire alla razionalizzazione della spesa, al risparmio e alla sostenibilità del sistema.

«Le perplessità sull’uso dei farmaci biosimilari risentono del criterio economico che ha accompagnato le sollecitazioni al loro uso. In realtà essi devono essere utilizzati per accrescere le conoscenze sul loro profilo rischio/beneficio all’interno di seri programmi di farmacovigilanza: si migliorerebbe così la confrontabilità con i farmaci biologici originator e sarebbe possibile un utilizzo evidence-based – dichiara Rosa Moscogiuri, direttore Dipartimento Farmaceutico ASL di Taranto. – Occorre, dunque, promuovere un uso più consapevole di questi farmaci, soprattutto in considerazione dell’elevato numero di biologici in scadenza di brevetto e di conseguenza dei biosimilari che saranno disponibili nei prossimi anni con liberazione di risorse economiche che possono essere destinate all’acquisto di farmaci innovativi».

«Va superata la cultura del pro e contro al biosimilare, tenendo in considerazione aspetti clinici che riguardano paradigmi consolidati della medicina, come il mantenimento della terapia nel paziente stabile – spiega Giovanni Lapadula, direttore UO di Reumatologia Universitaria del Policlinico di Bari. – Perché effettuare uno switch in un paziente stabilizzato in cui è stato raggiunto, spesso anche faticosamente, un equilibrio? Perché rischiare di destabilizzarlo per “esigenze di cassa”? L’organismo è un sistema complesso che può reagire in modo imprevedibile ai cambiamenti di un farmaco con variazioni di efficacia e di safety imprevedibili, esponendo peraltro il clinico da un punto di vista medico-legale. I clinici devono poter fare esperienza con i biosimilari nei tempi e nei modi più consoni e non secondo le esigenze di bilancio».

Utili strumenti sono offerti dai registri di patologia e dalle cartelle cliniche elettroniche. Essi, infatti, contribuiscono a ottenere una razionalizzazione della spesa perché consentono di individuare più efficacemente gli sprechi e, di conseguenza, di intervenire anche sull’appropriatezza prescrittiva.

Le conoscenze derivate da questi strumenti sono perciò essenziali per consentire al prescrittore un uso dei biosimilari basato su evidenze cliniche e non soltanto su imposizioni dettate da logiche di minor costo. Un approccio di questo tipo rimette la scelta al clinico ed evita che il medico sia soggetto passivo in situazioni di non medical switch. Permette inoltre un’analisi e una razionale valutazione delle reazioni avverse o della mancata efficacia clinica del biosimilare o dei motivi che hanno portato all’interruzione di una terapia. Questi aspetti devono essere considerati il più attentamente possibile come avviene per tutti i farmaci di recente immissione.

Il modello della regione Puglia

A tal riguardo, la deliberazione della Giunta regionale pugliese n. 2811 del 30 dicembre 2014 ha istituito la Rete regionale dei Centri di Assistenza Reumatologica. Questa Rete è del tipo del tipo Hub & Spoke. È perciò composta da un centro Hub con compiti di centro di riferimento regionale e da centri Spoke individuati tra:

  • Unità Operative di ricovero in regime ordinario o di day hospital e
  • servizi ambulatoriali.

Il centro Hub è invece individuato nel centro di Assistenza Reumatologica e di Terapie Innovative dell’Unità Operativa di Reumatologia Universitaria dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Consorziale “Policlinico” di Bari. Tra i compiti da attribuire al centro di riferimento sono proposte le seguenti attività:

  • coordinamento delle attività di tutti i Centri di Assistenza Reumatologica, nell’ottica del miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva e di una ottimizzazione del rapporto costi benefici soprattutto per quanto attiene l’uso dei farmaci innovativi a più alto costo;
  • predisposizione di protocolli operativi per l’adozione delle linee guida;
  • raccolta dei dati epidemiologici relativi alle malattie reumatiche;
  • monitoraggio delle modalità di approccio terapeutico al fine di ottimizzare l’uso appropriato dei farmaci e degli schemi terapeutici sia nel trattamento delle forme di recente insorgenza sia nelle forme ormai cronicizzate;
  • raccolta dei dati relativi al consumo dei farmaci di fondo per il trattamento delle poliartriti con speciale attenzione alle terapie biotecnologiche ad alto costo;
  • monitoraggio e raccolta dati sulla diagnosi, gestione e cura delle artriti idiopatiche giovanili, anche mediante sviluppo di collaborazioni con i reumatologi pediatri pugliesi con l’intento di ridurre la mobilità passiva a fronte di una corretta ed efficace presa in carico dei piccoli pazienti;
  • monitoraggio anche dell’intera Rete regionale.

In conclusione, l’appropriatezza prescrittiva diventa così il principio fondamentale per fare l’uso migliore dei farmaci biologici.

I partecipanti al tavolo di Bari

Al tavolo di lavoro di Bari hanno partecipato:

  • Francesco Scaglione, direttore della Scuola di Specializzazione in Farmacologia Clinica, Università degli Studi di Milano (moderatore);
  • Rosa Moscogiuri, direttore Dipartimento Farmaceutico ASL di Taranto;
  • Giovanni Lapadula, direttore UO di Reumatologia Universitaria del Policlinico di Bari;
  • Pietro Leoci e Francesco Colasuonno, Regione Puglia, Dipartimento Promozione della Salute, del Benessere e dello Sport per tutti, Sezione Risorse Strumentali e Tecnologiche, Servizio Politiche del Farmaco;
  • Alessandro Lolli, professore ordinario di Diritto Amministrativo e Diritto degli Appalti, Università degli Studi di Bologna.

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Il modello lombardo di approvvigionamento dei farmaci biologici

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A Milano si è tenuto il primo dei due tavoli regionali tra clinici, esperti di Diritto Amministrativo e nuovo Codice degli Appalti, farmacologi e payer promossi da QuintilesIMS con il contributo non condizionato di Janssen, farmaceutica di Johnson & Johnson, nell’ambito di un progetto partecipato per elaborare nuove proposte sul tema dei farmaci biologici (originator e loro biosimilari).

Il modello lombardo di approvvigionamento dei farmaci biologici (originator e biosimilari) prevede che le forniture non siano affidate a un fornitore in esclusiva
Il modello lombardo di approvvigionamento dei farmaci biologici (originator e biosimilari) prevede che le forniture non siano affidate a un fornitore in esclusiva. È inoltre lasciata al clinico la prerogativa di una nuova prescrizione in casi particolari

Al centro del confronto, i modelli di approvvigionamento dei farmaci biologici e biosimilari da parte delle Aziende Sanitarie. L’esclusione della sostituibilità automatica tra biologico e biosimilare, ribadita anche nella Legge di Stabilità 2017, rende sempre più urgente la ricerca di nuovi modelli in grado di assicurare ai pazienti i farmaci di cui hanno bisogno, garantendo libertà prescrittiva del clinico, continuità terapeutica e sostenibilità anche a fronte della scadenza brevettuale di numerosi farmaci biotecnologici originatori e il prossimo ingresso dei loro biosimilari, che renderanno lo scenario sempre più complesso.

L’obiettivo è ottenere una riduzione del costo degli originator e non la loro scomparsa. La Legge di stabilità 2017, infatti, prevede che, in caso di scadenza del brevetto o del certificato di protezione complementare di un farmaco biologico durante il periodo di validità del contratto di fornitura, l’ente appaltante, entro sessanta giorni dal momento dell’immissione in commercio di uno o più farmaci biosimilari contenenti il medesimo principio attivo, apra il confronto concorrenziale tra questi e il farmaco originatore
di riferimento.

Armonizzando il sistema territoriale con quello ospedaliero (gara regionale), si potrebbe evitare che un paziente in trattamento con un farmaco distribuito a livello territoriale non possa riceverlo in ospedale in caso di ricovero e debba essere sottoposto a uno switch obbligato, attualmente non raccomandato. L’armonizzazione potrebbe essere ottenuta inserendo la contrattualizzazione di tutte le specialità per assicurare tutte le terapie  (originator e biosimilari) e garantire la continuità terapeutica sul territorio.

In questa direzione, il tavolo tecnico ha valutato il modello lombardo di approvvigionamento dei farmaci e la distinzione tra distribuzione territoriale, nella quale attraverso un accordo-quadro si contrattualizzano tutte le specialità per garantire ogni tipo di cura e assicurare la libertà prescrizionale al medico di medicina generale, e la distribuzione ospedaliera, dove le esigenze cliniche specifiche vengono valutate nelle commissioni terapeutiche proprio con l’obiettivo di salvaguardare il principio della continuità.

Il modello di approvvigionamento di farmaci biologici della regione Lombardia

Il modello lombardo di approvvigionamento dei farmaci biologici prevede che le forniture e/o servizi di cui alla Convenzione e ai singoli Ordinativi di Fornitura non siano affidate al Fornitore in esclusiva e, pertanto, le Amministrazioni Contraenti, per quanto di propria competenza e nel rispetto della normativa vigente, potranno affidare, in tutto o in parte, le stesse attività anche a soggetti terzi diversi dal medesimo Fornitore, laddove ne ricorrano i presupposti tramite trattative (rif. ARCA_2017_057 Accordo quadro per la fornitura di farmaci biologici*).

Inoltre, in seguito a rottura di stock di un biosimilare di eritropoietina, è stata lasciata al clinico la prerogativa di una nuova prescrizione. Anche questo aspetto differenzia il modello lombardo di approvvigionamento dei farmaci biologici da altre realtà regionali.

Il biosimilare rappresenta una opportunità di risparmio. Questa è condivisa anche dal clinico nei pazienti drug naive o che devono cambiare terapia (per esempio per inefficacia). La continuità terapeutica va però garantita per motivi clinici. Lo switch comporta effetti imprevedibili esponendo il clinico anche a questioni medico-legali.

«Il medico accetta il rischio legato all’utilizzo di un nuovo farmaco, solamente per migliorare la risposta terapeutica del paziente e non per motivi economici. La stessa Magistratura considera un comportamento colpevole da parte del medico, esporre un paziente ben stabilizzato con un farmaco ad un altro farmaco per soli motivi economici» – dichiara Francesco Locatelli, direttore emerito dipartimento di nefrologia, dialisi e trapianto, Ospedale Manzoni di Lecco.

Farmaci in ambito Legge 648

«Un altro motivo per cui l’attuale sistema di acquisto non soddisfa tutte le esigenze di libertà prescrittiva del clinico è ad esempio rappresentato dall’uso del biologico originator o del suo biosimilare, nell’ambito della legge 648 – spiega Agostino Cortelezzi, direttore Unità Operativa Complessa di Oncoematologia, Policlinico di Milano. – La 648 costituisce un ambito a sé, è una legge importante che consente l’impiego controllato di farmaci innovativi che hanno dimostrato efficacia in studi clinici controllati in specifici setting, ma che non hanno ancora ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio non avendo ancora completato l’iter registrativo. In questo contesto il clinico può essere in difficoltà ad applicare una proprietà transitiva dall’originator al biosimilare e può voler rivendicare non tanto o non solo il diritto prescrittivo di medico, ma il diritto di scegliere il medicinale che dispone di studi clinici controllati, specie quando si tratti di farmaci di fatto ancora fuori indicazione».

«È altrettanto indubbio che le aziende farmaceutiche debbano oggi comprendere le esigenze di sostenibilità e di risparmio del sistema sanitario offrendo prezzi concorrenziali, così come debbano saper garantire eticamente una continuità di fornitura in modo che il paziente possa beneficiare della terapia con lo stesso farmaco senza esporlo a problematiche di stock out in nome del risparmio».

Quali le soluzioni più sagge in queste situazioni così peculiari per farmaci in regime 648? Procedure negoziali/trattative ad hoc che mirino comunque al risparmio? Oppure soluzioni che contemplino per il clinico la scelta tra un pool di molecole attraverso accordi-quadro?

I partecipanti al tavolo di lavoro di Milano

Al tavolo di lavoro di Milano hanno partecipato:

  • Francesco Scaglione, direttore della Scuola di Specializzazione in Farmacologia Clinica presso l’Università di Milano;
  • Marco Gambera, direttore Servizio Farmaceutico Territoriale ATS di Bergamo;
  • Alessandro Lolli, ordinario di Diritto Amministrativo e Diritto degli Appalti, Università degli Studi di Bologna;
  • Francesco Locatelli, direttore emerito Dipartimento di Nefrologia, Dialisi e Trapianto, Ospedale Manzoni di Lecco;
  • Agostino Cortelezzi, direttore Unità Operativa Complessa di Oncoematologia, Policlinico di Milano;
  • Fiorenzo Corti, segretario regionale FIMMG.

*ARCA (Azienda Regionale Centrale Acquisti) è la stazione appaltante della regione Lombardia. Si ricorda che la fine ricezione offerte è fissata alle 10:30 del 12/09/2017. In data 3/08/2017 sono state pubblicate le risposte ai chiarimenti della gara ARCA_2017_057 per la fornitura di farmaci biologici.

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Alexander Dr Fleming è pronta ad acquisire reti di farmacie

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WM Capital: la controllata Alexander Dr Fleming è pronta ad acquisire reti di farmacie a seguito dell’approvazione del Ddl liberalizzazioni.

La società vuole porsi inoltre come veicolo societario grazie alla sua natura di PMI
innovativa – che permette una serie di vantaggi fiscali a chi vi investe – per cogliere le
opportunità di sviluppo in un settore atteso in crescita dopo i recenti cambiamenti normativi.

la controllata Alexander Dr Fleming è pronta ad acquisire reti di farmacie
WM Capital sul Ddl liberalizzazioni: la controllata Alexander Dr Fleming è pronta ad acquisire reti di farmacie

Con l’approvazione al Senato in via definitiva del decreto “Mercato e liberalizzazione” diventa legge una misura che tende ad aprire alla concorrenza molti settori, fra cui quello delle farmacie. Questo potrebbe costituire un importante volano per lo sviluppo ulteriore della società.

Fabio Pasquali, amministratore delegato di WM Capital, commenta con favore il provvedimento:

«La nuova legge, insieme all’innovativo Box della Salute che abbiamo presentato al mercato, permette finalmente a investitori e imprenditori di guardare al settore delle farmacie come a un’opportunità di investimento e di diversificazione del business. Fin dalla sua nascita Alexander Dr Fleming si è posta l’obiettivo di rivolgersi a investitori e farmacisti per la creazione di una rete capillare nazionale. Il via libera al decreto delle liberalizzazioni ci permette di spingere l’acceleratore e di proporci sul mercato come una soluzione già testata e pronta che permette di entrare in un settore di nuovo appealing, grazie agli ultimi sviluppi normativi».

«Un farmacista integrato in una rete come la nostra può contare, diversamente da una indipendente, su una migliore razionalizzazione dei costi, migliori economie di scala e una più efficiente gestione delle attività marketing e commerciali. Si configurerebbe inoltre l’opportunità per la Dr Fleming di beneficiare di eventuali apporti indiretti da parte di investitori e finanziatori, anche internazionali, datala natura di quotata della casa madre WM Capital e la sua qualifica di Pmi innovativa che garantisce agevolazioni fiscali agli investitori» – aggiunge Fabio Pasquali.

Secondo le stime di WM Capital, in Italia sono presenti circa 18.500 farmacie, per un rapporto di una ogni 3.200 abitanti circa. La distribuzione nel 2016 si è attestata su valori pari 1,8 miliardi di euro.

Molti gruppi internazionali hanno da tempo espresso interesse per il settore delle farmacie italiane, che è da sempre penalizzato da vincoli legislativi e normativi.

WM Capital e la controllata Alexander Dr Fleming

WM Capital è attiva nel settore dell’healthcare sia con il format di farmacie e parafarmacie Dr Fleming sia con il Box della Salute. Questo dispositivo permette di operare un check up medico completo in pochi minuti con la consulenza di esperti in loco e in remoto.

Con la specializzazione nel Business Format Franchising, WM Capital promuove la crescita delle imprese attraverso lo sviluppo di sistemi franchising in Italia e all’estero. Conferisce così know-how industriale e operativo e mette a disposizione un network
qualificato e internazionale.

La società opera nel settore Multimedia attraverso il brand AZ Franchising e nel settore Farmaceutico attraverso la controllata Alexander Dr. Fleming.

WM Capital è una società quotata su AIM Italia.

Primi risultati su alirocumab in pazienti con diabete e ipercolesterolemia

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Sanofi e Regeneron annunciano i primi risultati su alirocumab in pazienti con diabete e ipercolesterolemia.

I primi risultati su alirocumab in pazienti con diabete e ipercolesterolemia dimostrato la sua efficacia nel ridurre i livelli di colesterolo aterogeno
I primi risultati su alirocumab in pazienti con diabete e ipercolesterolemia dimostrato la sua efficacia nel ridurre i livelli di colesterolo aterogeno

Sanofi e Regeneron Pharmaceuticals hanno annunciato i risultati di due studi di fase IIIb e di fase IV ODYSSEY-DM di Praluent® (alirocumab) in pazienti con diabete. In questi studi alirocumab, somministrato in aggiunta alla massima dose tollerata di statine ha dimostrato di essere efficace nel ridurre i livelli di colesterolo aterogeno.

Entrambi gli studi hanno inoltre dimostrato che la maggior parte dei pazienti ha raggiunto il proprio obiettivo terapeutico (in termini di LDL-C) con Praluent 75 mg ogni due settimane. Il profilo di sicurezza complessivo è risultato comparabile a quanto già osservato nel programma di fase III ODYSSEY.

Questi risultati, tra l’altro, sono stati presentati in un simposio ufficiale al 77° congresso dell’American Diabetes Association (ADA) a San Diego.

«Le persone affette da diabete cronico, incluse quelle trattate con insulina, sono pazienti ad alto rischio cardiovascolare – ha commentato Lawrence Leiter, M.D., coordinatore dello Steering Committee dello studio ODYSSEY DM e direttore della Lipid Clinic al Li Ka Shing Knowledge Institute presso il St. Michael’s Hospital, Università di Toronto, Canada. – I risultati positivi dello studio ODYSSEY DM-INSULIN ci forniscono informazioni importanti sull’efficacia e sulla sicurezza di Praluent in questo gruppo di pazienti ad alto rischio cardiovascolare».

La maggior parte dei pazienti diabetici, infatti, sono destinati a sviluppare malattie cardiovascolari aterosclerotiche, nonostante gli attuali standard di cura:

  • quasi il 70% degli over 65 con diabete muore per una qualche forma di malattia cardiaca,
  • circa il 16% muore per un ictus.

«La dislipidemia mista è una malattia comune nelle persone con diabete di tipo 2, che ha un impatto negativo sul rischio cardiovascolare, ancora difficile da trattare con le terapie attualmente disponibili – ha affermato Robert Henry, M.D., membro dello Steering Committee dello studio ODYSSEY DM e Direttore del Center for Metabolic Research del VA San Diego Healthcare System. – I risultati dello studio ODYSSEY DM-DYSLIPIDEMIA hanno dimostrato che in pazienti con diabete e dislipidemia mista Praluent, somministrato in aggiunta alla massima dose tollerata di statine, è in grado di ridurre significativamente il livello di colesterolo non-HDL, un’altra misura del colesterolo cattivo, dimostrandosi superiore alla terapia standard. Praluent può quindi rappresentare un’altra opzione per i medici nella gestione della dislipidemia dei pazienti diabetici con malattia cardiovascolare».

Lo studio ODYSSEY DM-INSULIN su alirocumab in pazienti con diabete e ipercolesterolemia

Lo studio ODYSSEY DM-INSULIN era uno studio randomizzato in doppio cieco controllato con placebo multicentrico a gruppi paralleli. Ha valutato alirocumab in 517 persone con entrambe le seguenti patologie:

  • diabete di tipo 1 e 2 trattati con insulina,
  • un profilo di alto rischio cardiovascolare e ipercolesterolemia in trattamento con la massima dose tollerata di statine (MTD).

I pazienti erano randomizzati con alirocumab 75mg ogni due settimane o con placebo somministrato in aggiunta alla massima dose tollerata di statine (MTD). Il dosaggio di alirocumab è stato portato da 75mg a 150mg ogni due settimane alla 12a settimana di trattamento qualora il livello di colesterolo LDL fosse superiore e o uguale a 70 mg/dL alla 8a settimana.

L’endpoint primario dello studio era la riduzione in percentuale del livello di colesterolo cambiamento LDL rispetto al basale alla 24a settimana.

Risultati dello studio ODYSSEY DM-INSULIN

In questo studio, circa l’80% dei pazienti hanno raggiunto i propri obiettivi di colesterolo LDL con alirocumab 75mg ogni due settimane.

I risultati nella popolazione con diabete di tipo 2 (n=441) presentati in sede di congresso ADA hanno dimostrato:

  • alirocumab somministrato in aggiunta alla  massima dose tollerata di statine (MTD) ha dimostrato di ridurre del 48,2% il colesterolo LDL al basale rispetto allo 0,8% del placebo. La differenza media tra i due bracci di trattamento è stato del 49% (p<0,0001),
  • il trattamento con alirocumab ha anche migliorato il profilo lipidico complessivo.
  • in linea generale, alirocumab è risultato ben tollerato. L’insorgenza di eventi avversi rilevata era simile nei due gruppi e non è stato rilevato alcun dato sulla sicurezza. Gli eventi avversi più ricorrenti sono stati nasofaringite, mialgia, artralgia e tosse. Non è stato rilevato alcun segnale di sicurezza concomitante all’uso di Praluent e insulina,
  • non è stato rilevato alcun impatto sul controllo glicemico in entrambi i gruppi. L’emoglobina A1C e i trattamenti di riduzione del glucosio sono rimasti stabili.

Lo studio ODYSSEY DM-DYSLIPIDEMIA su alirocumab in pazienti con diabete e ipercolesterolemia

ODYSSEY DM-DYSLIPIDEMIA era uno studio randomizzato in aperto multicentrico e internazionale a gruppi paralleli. Lo studio era disegnato per valutare alirocumab rispetto alla terapia standard in 413 persone con entrambe le seguenti patologie:

  • diabete di tipo 2,
  • dislipidemia e alto rischio cardiovascolare, non adeguatamente controllato con la massima dose tollerata di statine (MTD). 

I pazienti erano randomizzati con alirocumab 75mg ogni due settimane o con placebo somministrato in aggiunta alla massima dose tollerata di statine (MTD).

Il dosaggio di alirocumab è stato portato da 75mg a 150mg ogni due settimane alla 12a settimana di trattamento qualora il loro livello di colesterolo non-HDL fosse superiore e o uguale a 100 mg/dL alla 8a settimana.

I risultati dello studio ODYSSEY DM-DYSLIPIDEMIA

In questo studio, circa il 64% dei pazienti hanno raggiunto i propri obiettivi di profilo lipidico con alirocumab 75 mg ogni due settimane. L’endpoint primario dello studio era la riduzione in percentuale del livello di colesterolo non-HDL al basale rispetto alla 24a settimana.

  • alirocumab si è rivelato superiore alla terapia standard nel ridurre il livello di colesterolo non-HDL (37,3% vs 4,7% del braccio con terapia standard). La differenza media tra i due bracci di trattamento è stata del 32,5% (p<0,0001),
  • alirocumab somministrato in aggiunta alla massima dose tollerata di statine (MTD) ha dimostrato di ridurre del 43,3% il colesterolo LDL al basale rispetto allo 0,3% del placebo (p<0,0001),
  • il trattamento con alirocumab ha inoltre migliorato il profilo lipidico complessivo,
  • in linea generale, alirocumab è risultato ben tollerato. Gli eventi avversi più ricorrenti sono stati le infezioni del tratto urinario, diarrea e nasofaringite,
  • non è stato rilevato alcun impatto sul controllo glicemico in entrambi i gruppi. L’emoglobina A1C e i trattamenti di riduzione del glucosio sono rimasti stabili.

Alirocumab

Alirocumab (Praluent) è il primo anticorpo monoclonale ipocolesterolemizzante disponibile in due diversi dosaggi (75mg o 150mg). Il dosaggio è così facilmente personalizzabile in base alle esigenze del paziente.

È indicato per il trattamento di:

  • ipercolesterolemia primaria,
  • dislipidemia mista (malattia caratterizzata da elevati livelli di alcuni lipidi nel sangue, come colesterolo totale, LDL, VLDL, trigliceridi),

in associazione alla massima dose tollerata di statine oppure in monoterapia in pazienti intolleranti alle statine.

Praluent si lega alla proteina PCSK9 e aumenta il numero dei recettori LDL. In questo modo riduce il colesterolo LDL. La PCSK9 è la proproteina della convertasi subtilisina/Kexin tipo 9.

La dose di partenza raccomandata di Praluent è 75mg somministrati per via sottocutanea ogni due settimane, o 300 mg ogni 4 settimane (mensile). La maggior parte dei pazienti cui è stato somministrato Praluent ha raggiunto una riduzione del livello di colesterolo LDL sufficiente con una dose di 75mg. In caso di risposta inadeguata in termini di riduzione del colesterolo LDL, il dosaggio è stato portato a un massimo di 150mg ogni 2 settimane.

Praluent è disponibile in Italia in fascia A da marzo 2017.

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Sofosbuvir/velpatasvir/voxilaprevir per l’epatite C

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La Commissione Europea ha concesso l’AIC della combinazione sofosbuvir/velpatasvir/voxilaprevir per l’epatite C destinato ai pazienti che hanno fallito una precedente terapia con farmaci Antivirali ad Azione Diretta (DAA).

Sofosbuvir/velpatasvir/voxilaprevir (Vosevi) è il quarto trattamento a base di sofosbuvir efficace contro tutti i genotipi dell’Epatite C. È inoltre il primo regime a singola compressa destinato ai pazienti che hanno fallito una precedente terapia con DAA.

L’ok della Commissione fa seguito a una procedura di valutazione accelerata da parte dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Questa procedura è riservata ai farmaci ritenuti di grande interesse per la salute pubblica.

L’AIC consentirà la commercializzazione del farmaco in tutti i 28 Paesi dell’Unione Europea.

L’annuncio dell’approvazione di questo nuovo trattamento è stato dato in occasione della Giornata Mondiale contro l’Epatite, celebrata il 28 luglio 2017 in tutto il mondo.

Sofosbuvir/Velpatasvir/Voxilaprevir per l'epatite C ha ottenuto l'autorizzazione all'immissione in commercio dalla Commissione europea
Sofosbuvir/Velpatasvir/Voxilaprevir per l’epatite C ha ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio dalla Commissione europea

Gilead Sciences annuncia che la Commissione europea ha concesso l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio di sofosbuvir/velpatasvir/voxilaprevir.

La combinazione prevede l’assunzione di una singola compressa al giorno per il trattamento di adulti con i genotipi 1-6 dell’infezione cronica da virus dell’epatite C (HCV).

La combinazione è stata autorizzata come regime di trattamento di 12 settimane nei pazienti con le seguenti caratteristiche:

  • qualsiasi genotipo dell’infezione cronica da HCV,
  • senza cirrosi o con cirrosi compensata,
  • che hanno fallito una precedente terapia con un regime contenente DAA (Direct-Acting Antivirals, antivirali ad azione diretta).

Il regime di 12 settimane, inoltre, è stato autorizzato anche nei pazienti DAA-naïve con cirrosi compensata infettati da qualsiasi genotipo di HCV, con la possibilità di abbreviare la terapia a 8 settimane nel caso dei pazienti infettati dal genotipo 3. Per i pazienti DAA-naïve senza cirrosi, infine, la durata del trattamento raccomandata è di 8 settimane.

«Gli antivirali ad azione diretta hanno trasformato la nostra capacità di trattare l’epatite C. Tuttavia, le opzioni per i pazienti che non hanno ottenuto la guarigione con questi regimi sono state finora limitate – ha affermato Michael Manns, direttore del Dipartimento di Gastroenterologia, Epatologia ed Endocrinologia dell’Hannover Medical School di Hannover (Germania). – Caratterizzata da un pratico regime a singola compressa della durata di 12 settimane, la triplice combinazione di Gilead ha dimostrato elevati tassi di guarigione in una vasta gamma di pazienti trattati in precedenza con DAA. La disponibilità di questo farmaco avrà un impatto rilevante su questi pazienti, offrirà infatti loro la possibilità di guarire da questa malattia».

L’Autorizzazione all’Immissione in Commercio fa seguito a una procedura di valutazione acceleratada parte dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA), riservata ai farmaci ritenuti di grande interesse per la salute pubblica. Tale procedura consentirà la commercializzazione del farmaco in tutti i 28 Paesi dell’Unione Europea.

«L’autorizzazione di SOF/VEL/VOX, il nostro quarto trattamento contenente sofosbuvir, dimostra il nostro impegno costante per rendere disponibili a tutti i pazienti con infezione da HCV terapie con elevati tassi di guarigione – ha dichiarato John Milligan, PhD, presidente e Chief Executive Officer di Gilead. – Lavoreremo con medici, operatori sanitari e governi affinché questo trattamento in singola compressa sia disponibile al più presto per i pazienti che ne hanno bisogno».

Questo è dunque il quarto trattamento a base di sofosbuvir prodotto da Gilead al quale la Commissione europea ha concesso l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio per il trattamento dell’infezione cronica da HCV.

I regimi a base di sofosbuvir sono raccomandati dalle linee guida mondiali per numerosi genotipi di HCV e diversi gradi di severità della malattia. Sono già stati utilizzati per trattare più di 1,5 milioni di pazienti in tutto il mondo.

SOF/VEL/VOX è stato approvato dalla US Food and Drug Administration il 18 luglio 2017 per il ri-trattamento di adulti con infezione cronica da HCV di genotipo 1-6.

Studi autorizzativi di sofosbuvir/velpatasvir/voxilaprevir per l’epatite C

L’approvazione di SOF/VEL/VOX è supportata dai dati di quattro studi di Fase III.

Due studi (POLARIS-1 e POLARIS-4) hanno valutato 12 settimane di regime a singola compressa in pazienti con genotipi 1-6 precedentemente trattati senza successo con regimi contenenti DAA, ivi inclusi farmaci inibitori di NS5A.

Altri due studi (POLARIS-2 e POLARIS-3) hanno valutato 8 settimane di SOF/VEL/VOX nei pazienti DAA-naïve con genotipi 1-6.

L’endpoint primario di efficacia degli studi POLARIS è la SVR12 ed è stato raggiunto dalle seguenti percentuali di pazienti:

  • 97% dei pazienti trattati con SOF/VEL/VOX (n = 431/445),nel corso degli studi POLARIS-1 e POLARIS-4,
  • 95% dei pazienti con genotipi di epatite C 1-6 con e senza cirrosi trattati con SOF/VEL/VOX (n = 477/501) nello studio POLARIS-2,
  • 96% dei pazienti con infezione da genotipo 3 e cirrosi compensata trattati con SOF/VEL/VOX (n = 106/110) nello studio POLARIS-3.

Le reazioni avverse più comuni tra i pazienti che hanno ricevuto SOF/VEL/VOX negli studi POLARIS sono state:

  • mal di testa,
  • diarrea,
  • nausea.

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Lenalidomide come terapia di mantenimento nel mieloma multiplo dopo trapianto

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Una meta-analisi di dati di studi di fase III pubblicata sul Journal of Clinical Oncology conferma quanto già emerso con i precedenti dati e dimostra che la terapia di mantenimento con lenalidomide ritarda la progressione della malattia mantenendo la risposta terapeutica nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi sottoposti a trapianto autologo di cellule staminali.

La terapia di mantenimento con lenalidomide ha prolungato in modo significativo la sopravvivenza globale riducendo il rischio di decesso del 25% rispetto a placebo/sola osservazione. Non sono stati individuati nuovi segnali di sicurezza.

Una meta-analisi mostra un beneficio significativo in termini di sopravvivenza globale con la terapia di mantenimento con lenalidomide nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi dopo trapianto autologo di cellule staminali
Una meta-analisi mostra un beneficio significativo in termini di sopravvivenza globale con la terapia di mantenimento con lenalidomide nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi dopo trapianto autologo di cellule staminali

Celgene International Sàrl, una filiale interamente controllata da Celgene Corporation, ha annunciato che è stata pubblicata sul Journal of Clinical Oncology una meta-analisi di dati combinati di studi di fase III, attribuendo lo stato di “Rapid Communication” perché considerata meritevole di una rapida diffusione. La meta-analisi mostra un beneficio significativo in termini di sopravvivenza globale (OS) nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi trattati con la terapia di mantenimento con Revlimid® (lenalidomide) dopo il trapianto autologo di cellule staminali (ASCT).

La meta-analisi ha accorpato i dati di studi di fase III condotti dal Cancer and Leukemia Group B (CALGB) con il supporto del National Cancer Institute statunitense (NCI), dell’Intergroupe Francophone du Myélome (IFM) e del Gruppo Italiano Malattie Ematologiche dell’Adulto (GIMEMA). Autori dell’articolo peer-reviewed sono Philip McCarthy del Roswell Park Cancer Institute, New York, USA e i suoi colleghi. Philip McCarthy è stato inoltre lead investigator dello studio CALGB.

Nel mese di febbraio 2017, lenalidomide è stato approvato in Europa come terapia di mantenimento dopo ASCT dalla Commissione Europea sulla base dei dati ottenuti negli studi CALGB e IFM.

«Questi importanti dati confermano le informazioni a supporto della recente approvazione della nuova indicazione di lenalidomide come terapia di mantenimento nei pazienti sottoposti al trapianto. La remissione e il controllo a lungo termine della malattia sono gli obiettivi fondamentali del trattamento di pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi. In questo contesto, lenalidomide ha dimostrato di:

  • ritardare la progressione della malattia,
  • prolungare il tempo alla somministrazione della successiva linea di trattamento,
  • prolungare la sopravvivenza».

«Può essere ora considerato come lo standard di cura per questi pazienti.» – afferma Michel Attal, direttore esecutivo dell’Institut Universitaire du Cancer Toulouse Oncopole e Institut Claudius Regaud (Francia) e autore senior dell’articolo.

La meta-analisi ha combinato i dati di 1208 pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi elegibili a trapianto arruolati in tre studi di fase III, randomizzati, controllati (CALGB 100104, IFM 2005-02, GIMEMA RVMM-PI-209). Essa ha dimostrato la superiorità della terapia di mantenimento con lenalidomide (n=605) rispetto a placebo o a nessuna terapia di mantenimento (n=603).

Ad un follow-up mediano di 79,5 mesi per tutti i pazienti sopravviventi, la OS mediana non era stata raggiunta per il gruppo trattato con la terapia di mantenimento con lenalidomide rispetto a 86,0 mesi per il gruppo di controllo (HR, 0,75; IC 95%, 0,63-0,90; p=0,001). Questo equivale a una riduzione del 25% del rischio di decesso con la terapia di mantenimento con lenalidomide rispetto al gruppo di controllo. Il tasso di sopravvivenza a 7 anni è stato del 62% con la terapia di mantenimento con lenalidomide rispetto al 50% del gruppo di controllo.

L’analisi ha utilizzato un cut-off dei dati al 1 marzo 2015.

È stata inoltre riportata una successiva analisi esplorativa nella pubblicazione utilizzando un cut-off dei dati del 2016 (mediana 88,8 mesi di follow-up tra i pazienti sopravviventi). Questa dimostra una OS mediana di:

  • 111 mesi con la terapia di mantenimento con lenalidomide,
  • 86,9 mesi nel gruppo di controllo.

Il beneficio in termini di PFS precedentemente osservato nei singoli studi è stato confermato nella meta-analisi. La PFS mediana è stata di:

  • 52,8 mesi per il gruppo trattato con lenalidomide
  • 23,5 mesi per il gruppo di controllo,

con una riduzione del rischio di progressione o decesso del 52% con la terapia di mantenimento con lenalidomide rispetto al gruppo di controllo (HR, 0,48; IC 95%, 0,41-0,55).

Analogamente, l’endpoint esplorativo PFS2 (tempo dalla randomizzazione alla seconda progressione o decesso) ha mostrato un beneficio con la terapia di mantenimento con lenalidomide. La PFS2 mediana, infatti, è stata pari a:

  • 73,3 mesi con la terapia di mantenimento con lenalidomide,
  • 56,7 mesi nel gruppo di controllo (HR, 0,72; IC 95%, 0,62-0,84),

con una riduzione del rischio di PFS2 (progressione sulla seconda linea di trattamento o decesso) del 28% con la terapia di mantenimento con lenalidomide rispetto al gruppo di controllo. Il tempo mediano al trattamento di seconda linea anti-mieloma è stato prolungato con la terapia di mantenimento con lenalidomide (60,6 mesi) rispetto al gruppo di controllo (32,4 mesi) (HR, 0,57; IC 95%, 0,49-0,66).

Gli eventi avversi occorsi durante il trattamento (TEAE) sono stati analizzati per gli studi CALGB e IFM ma non per lo studio GIMEMA per indisponibilità dei dati. I tassi di interruzione del trattamento dovuta ai TEAE sono stati pari al 29,1% con lenalidomide e al 12,2% nel gruppo di controllo. Gli eventi avversi più comunemente riportati con la terapia di mantenimento sono stati di tipo ematologico e hanno incluso neutropenia e trombocitopenia. Le infezioni sono state gli eventi avversi non ematologici riferiti con maggiore frequenza.

Se, da un lato, i tassi di incidenza di secondi tumori primari (SPM) sono risultati superiori con la terapia di mantenimento con lenalidomide rispetto al Gruppo di controllo (5.3% con lenalidomide vs. 0,8% nel gruppo di controllo prima della progressione di malattia; 6,1% vs. 2,8% prima e dopo la progressione di malattia), nel complesso, il rischio di decesso dovuto a progressione del mieloma multiplo è rimasto superiore a quello dovuto allo sviluppo di un secondo tumore primario.

La European Society for Clinical Oncology (ESMO) ha riportato i dati di questa meta-analisi nelle Linee Guida di Pratica Clinica 2017 per il trattamento del mieloma multiplo, sottolineando i benefici in termini di OS della terapia di mantenimento con lenalidomide dopo ASCT.

Jean-Yves Chatelan, amministratore delegato di Celgene Italia, afferma:

«Il mieloma multiplo è una malattia devastante. Da quando lenalidomide è stato per la prima volta approvato in Europa nel 2007 per il trattamento del mieloma multiplo, non abbiamo mai smesso di collaborare con la comunità medica. L’obiettivo è rendere disponibile lenalidomide a ogni paziente che possa trarre beneficio da questo farmaco. Ogni nuovo studio o analisi rafforza le nostre conoscenze aiutandoci a rendere questa malattia inguaribile una malattia gestibile».

Lenalidomide è approvato nell’ambito del trattamento del mieloma multiplo. Oltre all’approvazione della CE per la terapia di mantenimento dopo ASCT, è stato approvato negli USA in questa indicazione dall’FDA. È l’unica terapia approvata per questa indicazione.

Lo studio CALGB 100104

CALGB 100104 è stato uno studio multicentrico, di fase III, randomizzato, controllato, in doppio cieco condotto presso 47 centri negli Stati Uniti. Complessivamente, 460 pazienti, di età compresa tra 18 e 70 anni, con mieloma multiplo di nuova diagnosi che avevano ottenuto una malattia stabile o una risposta migliore a 100 giorni dopo trapianto autologo di cellule staminali sono stati randomizzati a ricevere:

  • una terapia di mantenimento con lenalidomide (10 mg/die per 3 mesi, successivamente 15 mg/die)
  • placebo fino a progressione di malattia, comparsa di effetti collaterali intollerabili o decesso.

Lo studio IFM 2005-02

IFM 2005-02 è stato uno studio multicentrico, di fase III, controllato, in doppio cieco, condotto presso 77 centri in 3 Paesi in Europa. Complessivamente, 614 pazienti, di età inferiore a 65 anni, con mieloma multiplo di nuova diagnosi senza segni di progressione di malattia a 6 mesi dopo trapianto autologo di cellule staminali sono stati randomizzati a ricevere:

  • un regime di consolidamento di 2 mesi costituito da lenalidomide in monoterapia, 25 mg/die 21/28 giorni, seguito da terapia di mantenimento con lenalidomide (10 mg/die per 3 mesi, in seguito 15 mg/die),
  • placebo fino a progressione di malattia, comparsa di effetti collaterali intollerabili o decesso.

Lo studio GIMEMA RVMM-PI-209

GIMEMA RVMM-PI-209 è stato uno studio di fase III, multicentrico, in aperto, fattoriale 2 x 2, controllato condotto dalla Fondazione Neoplasie Sangue Onlus (FO.NE.SA Onlus), un gruppo cooperativo indipendente con sede in Italia, su pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi in Italia e in Israele.

Obiettivo primario dello studio era determinare la sicurezza e l’efficacia del regime di associazione melfalan-prednisone-lenalidomide versus melfalan ad alte dosi, dopo terapia di induzione con il regime standard a base di lenalidomide/desametasone seguita da trapianto autologo di cellule staminali nel prolungare la sopravvivenza libera da progressione (endpoint primario).

Obiettivo secondario era valutare l’efficacia e la sicurezza di lenalidomide come terapia di mantenimento.

Indicazioni di lenalidomide approvate per il mieloma multiplo

Lenalidomide in regime terapeutico di associazione è approvato in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone e in circa altri 25 Paesi per il trattamento di pazienti adulti con mieloma multiplo non precedentemente trattato che non sono eleggibili al trapianto.

Come monoterapia di mantenimento di pazienti adulti con mieloma multiplo non precedentemente trattato sottoposti a trapianto autologo di cellule staminali, lenalidomide è approvato in Europa e negli USA.

Lenalidomide in associazione a desametasone, è approvato in circa 70 Paesi in Europa, Americhe, Medio-Oriente e Asia per il trattamento di pazienti con mieloma multiplo sottoposti ad almeno una precedente terapia e, in Australia e Nuova Zelanda, in associazione a desametasone per il trattamento di pazienti la cui malattia ha progredito dopo un primo trattamento.

Indicazioni di lenalidomide per altre patologie

Lenalidomide per il trattamento di pazienti con anemia trasfusione-dipendente dovuta a sindrome mielodisplastica a rischio basso o intermedio-1 associata a delezione 5q, in presenza o meno di altre anomalie citogenetiche è approvato in

  • Stati Uniti,
  • Canada,
  • Svizzera,
  • Australia,
  • Nuova Zelanda, 
  • Malesia, 
  • Israele,
  • diversi Paesi dell’America Latina,

e in Europa per il trattamento di pazienti con anemia trasfusione-dipendente dovuta a una sindrome mielodisplastica a rischio basso o intermedio-1 associata a delezione 5q isolata nel caso in cui le altre opzioni terapeutiche si siano rivelate insufficienti o non adeguate.

In Europa e negli Stati Uniti, lenalidomide è approvato per il trattamento di pazienti con linfoma mantellare (MCL) recidivato o con progressione di malattia dopo due precedenti trattamenti, di cui uno comprendente bortezomib. In Svizzera, lenalidomide è indicato per il trattamento di pazienti con linfoma mantellare recidivato o refrattario dopo una precedente terapia comprendente bortezomib e chemioterapia/rituximab.

Lenalidomide non è indicato e non è raccomandato per il trattamento di pazienti con leucemia linfatica cronica (LLC) al di fuori di studi clinici controllati.

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Rivaroxaban per la FA in pazienti sottoposti a intervento coronarico percutaneo con inserimento di stent

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Rivaroxaban per la FA in pazienti sottoposti a intervento coronarico percutaneo con inserimento di stent ha ricevuto il parere positivo del CHMP.

Il responso positivo si basa sui risultati dello studio di Fase IIIb, PIONEER AF-PCI. Questi hanno dimostrato una significativa riduzione di sanguinamenti clinicamente rilevanti con rivaroxaban rispetto a VKA in pazienti con fibrillazione atriale (FA) non valvolare che richiedono trattamento con anticoagulanti orali e con antiaggreganti piastrinici in seguito a intervento coronarico percutaneo (PCI) con inserimento di stent.

Rivaroxaban per la FA in pazienti sottoposti a intervento coronarico percutaneo con inserimento di stent
Il CHMP esprime parere favorevole a rivaroxaban in associazione a terapia antiaggregante per la FA in pazienti sottoposti ad intervento coronarico percutaneo con inserimento di stent

Bayer AG e Janssen Pharmaceuticals, suo partner nelle attività di sviluppo, hanno annunciato che il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha espresso parere positivo in merito a un aggiornamento della scheda tecnica di rivaroxaban.

L’aggiornamento riguarda l’uso dell’inibitore orale del fattore Xa al dosaggio di 15 mg una volta al giorno in associazione a un inibitore del recettore P2Y12 per il trattamento di pazienti affetti da fibrillazione atriale (FA) non valvolare. Si tratta di casi in cui si rende necessaria una terapia con anticoagulanti orali in pazienti sottoposti a intervento coronarico percutaneo (PCI) con inserimento di stent. La decisione finale è attesa nel corso del terzo trimestre di quest’anno.

«Il parere del CHMP rappresenta un altro passo verso una gestione ottimale di questi pazienti, che sono ad alto rischio di trombosi e necessitano di terapia anticoagulante non soltanto poiché affetti da fibrillazione atriale, ma anche a causa dell’inserimento di uno stent. – afferma Michael Devoy, Responsabile Medical Affairs & Pharmacovigilance della Divisione Prodotti farmaceutici di Bayer AG e Chief Medical Officer di Bayer.

«L’approccio terapeutico attuale è tuttavia associato a un aumento del rischio di sanguinamento, in particolare di quello intracranico. Contro questa criticità, è particolarmente incoraggiante quanto emerso dallo studio PIONEER AF-PCI. In questo studio il trattamento con rivaroxaban 15 mg una volta al giorno, in associazione a singola terapia antiaggregante piastrinica, ha portato ad una importante riduzione della percentuale di sanguinamenti clinicamente rilevanti (41%) rispetto alla strategia di trattamento con il VKA.» – spiega Michael Devoy.

Il parere positivo del CHMP si basa sui dati ricavati dallo studio di Fase IIIb, PIONEER AF-PCI, pubblicato su The New England Journal of Medicine nel dicembre 2016.

La ricerca ha dimostrato che una dose giornaliera di rivaroxaban 15 mg, in associazione a singola terapia antiaggregante piastrinica, riduce in modo significativo la percentuale di sanguinamenti clinicamente rilevanti (41% diminuzione del rischio relativo; pari al 9,9% del rischio assoluto), rispetto a VKA più terapia con doppio antiaggregante piastrinico (DAPT) nei pazienti randomizzati al trattamento per 12 mesi.

Il regime terapeutico con rivaroxaban ha dimostrato percentuali analoghe per l’endpoint esplorativo composito di efficacia: morte cardiovascolare, IM, ictus e trombosi dello stent, rispetto al regime terapeutico con VKA. Tuttavia, poichè lo studio non era stato disegnato per avere la potenza statistica di dimostrare differenze in termini di efficacia, non è possibile trarre conclusioni riguardo a questi outcomes.

PIONEER AF-PCI è il primo studio randomizzato condotto con un nuovo anticoagulante orale (New Oral Anti-Coagulant – NOAC) non antagonista della vitamina K, in questa popolazione di pazienti. La ricerca va ad aggiungersi all’ampio programma di sperimentazione clinica con rivaroxaban, che alla fine includerà, secondo le stime, oltre 275.000 pazienti fra quelli arruolati negli studi clinici e quelliosservati in un contesto di vita reale.

Lo studio PIONEER AF-PCI

PIONEER AF-PCI è uno studio di Fase IIIb randomizzato in aperto, volto alla valutazione del profilo di sicurezza di due regimi terapeutici con rivaroxaban, rispetto a una strategia di trattamento con antagonista della vitamina K (VKA) con titolazione del dosaggio, in seguito a intervento coronarico percutaneo (PCI) con inserimento di stent in pazienti affetti da fibrillazione atriale (FA) non valvolare. Nello studio PIONEER AF-PCI sono stati arruolati 2.124 pazienti in tutto il mondo, provenienti da 26 paesi.

L’endpoint primario dello studio era l’insorgenza, nei 12 mesi di terapia alla quale il paziente era stato assegnato attraverso randomizzazione, di sanguinamento clinicamente rilevante, definito come una combinazione di emorragie maggiori, emorragie minori e casi di sanguinamento tali da richiedere un intervento medico (secondo la classificazione TIMI). Tutti i pazienti sono stati assegnati per randomizzazione a tre bracci di trattamento, in un rapporto di 1:1:1.

Il disegno dei tre bracci di trattamento dello studio PIONEER AF-PCI

  • 1° Braccio: dose di rivaroxaban da 15 mg una volta al giorno (o 10 mg/die per i pazienti con insufficienza renale di grado moderato [CrCl: 30 – 50 ml/min]) più clopidogrel (o prasugrel o ticagrelor) per 12 mesi,
  • 2° Braccio: dose di rivaroxaban da 2,5 mg due volte al giorno più, per una durata prespecificata di 1, 6 o 12 mesi (stabilita dallo sperimentatore), DAPT, costituita da acido acetilsalicilico (ASA) a basso dosaggio + clopidogrel (o prasugrel o ticagrelor), seguito da una dose di rivaroxaban da 15 mg una volta al giorno (o 10 mg/die per i pazienti con insufficienza renale di grado moderato) in associazione ad ASA a basso dosaggio, fino alla fine del dodicesimo mese,
  • 3° Braccio: tripla terapia costituita da VKA con titolazione del dosaggio (INR target di 2,0–3,0) più DAPT (come nel braccio 2) per una durata prespecificata di 1, 6 o 12 mesi (stabilita dallo sperimentatore), seguita da VKA con titolazione del dosaggio (INR target di 2,0–3,0) in associazione ad ASA a basso dosaggio fino alla fine del dodicesimo mese.

I risultati dello studio PIONEER AF-PCI

PIONEER AF-PCI ha dimostrato che una dose di rivaroxaban da 15 mg una volta al giorno più clopidogrel ha ridotto in modo significativo la percentuale di sanguinamenti clinicamente rilevanti del 41% (riduzione del rischio relativo) rispetto alla tripla terapia costituita da VKA in associazione a terapia con doppio antiaggregante piastrinico (DAPT)

(16,8% vs 26,7%; HR 0,59; IC al 95% 0,47-0,76; p<0,001) nei 12 mesi di terapia.

La dose di rivaroxaban da 2,5 mg due volte al giorno in associazione a DAPT ha ridotto la percentuale di sanguinamenti clinicamente rilevanti del 37% (riduzione del rischio relativo), rispetto a VKA + DAPT, nei 12 mesi di terapia.

Tale riduzione è risultata statisticamente significativa (18,0% vs 26,7%; HR 0,63; IC al 95% 0,50-0,80; p<0,001). I regimi terapeutici con rivaroxaban hanno dimostrato percentuali analoghe per l’endpoint esplorativo composito di efficacia (morte cardiovascolare, IM, ictus e trombosi dello stent), rispetto al regime terapeutico con VKA. Dal momento che lo studio non era stato disegnato per avere la potenza statistica di dimostrare differenze in termini di efficacia, non è possibile trarre conclusioni in merito.

Subanalisi dallo studio PIONEER AF-PCI

Inoltre, è stata effettuata una subanalisi dallo studio PIONEER AF-PCI, pubblicata a novembre 2016 su Circulation. Da questa emerge che entrambi i regimi terapeutici con rivaroxaban hanno portato ad incidenze significativamente inferiori di:

  • mortalità per qualsiasi causa,
  • ricovero ricorrente a causa di eventi avversi (sanguinamento, causa cardiovascolare o altra causa),

rispetto alla strategia di trattamento con VKA.

Il rischio di mortalità per qualsiasi causa o per ricovero ricorrente era del:

  • 34,9% nel gruppo di trattamento con la dose di rivaroxaban da 15 mg una volta al giorno (p=0,008),
  • 31,9% nel gruppo di trattamento con una dose di rivaroxaban da 2,5 mg due volte al giorno (p=0,002),
  • 41,9% del gruppo trattato con VKA.

Prendendo come riferimento i nuovi ricoveri, entrambi i gruppi di trattamento con rivaroxaban evidenziavano percentuali significativamente inferiori di nuovo ricovero per qualsiasi causa, del:

  • 34,1% nel gruppo di trattamento con la dose di rivaroxaban da 15 mg una volta al giorno (p=0,005),
  • 31,2% nel gruppo di trattamento con una dose di rivaroxaban da 2,5 mg due volte al giorno (p=0,001),
  • 41,5% del gruppo trattato con VKA.

Fibrillazione atriale e coronaropatia

La FA è la forma più diffusa di aritmia e colpisce circa 33,5 milioni di persone in tutto il mondo. Il 20-40% di questi pazienti è affetto, inoltre, da coronaropatia, che li espone al rischio di doversi sottoporre a PCI. Nel corso della propria vita, circa il 5-15% dei pazienti con FA avrà bisogno di uno stent da inserire con una procedura di PCI. Questi pazienti hanno un rischio aumentato di sviluppare coaguli che possono innescare gravi conseguenze tra cui:

  • ictus,
  • infarto miocardico,
  • trombosi dello stent.

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Avara acquisisce lo stabilimento Pfizer di Liscate

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Avara International acquisisce lo stabilimento Pfizer di Liscate e continuerà a produrre per Pfizer e clienti terzi.

Avara si impegna a mantenere a Liscate gli attuali volumi di Pfizer e gli elevati standard di qualità e sicurezza, garantendo il passaggio diretto dei circa 250 dipendenti attualmente in forze nel sito italiano.

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Pfizer ha iniziato il processo di riorganizzazione dei propri siti produttivi a livello globale con l’acquisizione di Hospira nel 2015.

Ora, il pacchetto azionario di Hospira S.p.A., del quale fa parte il sito di Liscate, viene integralmente trasferito ad Avara. Il passaggio del sito alla nuova proprietà è previsto entro settembre 2017, al termine di un periodo di transizione.

La direzione di Pfizer, dopo la decisione di cessare la propria attività a Liscate, consapevole del valore di questo stabilimento, si è impegnata nel ricercare una valida e solida alternativa. Dopo attente valutazioni e analisi ha identificato in Avara il partner ideale.

Avara Pharmaceutical Services

È una società farmaceutica internazionale nata nel 2015 con sede a Norwalk (USA) e diversi stabilimenti produttivi in USA e in Europa.

Avara International è specializzata nella fornitura di servizi tecnici e farmaceutici a terze parti.

La politica di ampliamento di Avara prevede l’acquisizione di impianti produttivi non più considerati strategici da parte di aziende multinazionali.

Lo stabilimento di Liscate è il primo di Avara in Italia e costituirà anche il primo stabilimento per iniettabili sterili all’interno della rete produttiva della società americana.