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World Psoriasis Happiness Report 2017

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L’Happiness Research Institute, in collaborazione con il LEO Innovation Lab ha realizzato il World Psoriasis Happiness Report 2017. Il rapporto fornisce un’analisi dei risultati delle interviste condotte online a persone affette da psoriasi sul loro benessere psicologico (indicato come felicità).

Il report ha misurato il gap (o deficit) di felicità tra la popolazione generale e le persone con psoriasi in 19 Paesi, tra cui l’Italia. Il benchmark utilizzato è il World Happiness Report 2017.

Obiettivo dello studio è fornire a istituzioni, decisori pubblici e servizi sanitari nazionali un quadro generale sul benessere psicologico dei pazienti con psoriasi. In questo modo si cerca di favorire la messa a punto di strategie in grado di migliorare la loro qualità di vita.

World Psoriasis Happiness Report 2017
La psoriasi colpisce la vita sotto diversi aspetti: fisico, emotivo, sociale, sessuale, familiare e professionale. A livello globale, il maggior impatto rilevato dal World Psoriasis Happiness Report è quello sugli aspetti emotivi. In Italia, oltre a questi, anche quelli professionali e famigliari rappresentano ambiti compromessi dalla psoriasi

Il rapporto mostra che vivere con questa patologia ha un forte impatto sulla qualità della vita e incide su un ampio spettro di indicatori soggettivi del benessere. Più alto è il grado di severità della psoriasi, più bassi sono risultati i livelli di felicità riferiti. Dal confronto emerge che le persone che convivono con una psoriasi grave riferiscono, in alcuni Paesi, livelli di felicità del 30% inferiori rispetto ai loro connazionali.

Il report evidenzia in particolare che stress e solitudine sono le due cause principali di infelicità per le persone che soffrono di questa patologia cronica. Il benessere dei pazienti dipende anche dalla qualità del rapporto con il medico curante. Infatti, migliore è questo rapporto e più alti sono i livelli di felicità.

Dal sondaggio emerge anche una netta differenza fra uomini e donne nei livelli di felicità a prescindere dal grado di severità della patologia.

Altro dato rilevante della ricerca è che i Paesi che non rientrano tra i top 10 del Report Onu sulla Felicità – Messico, Colombia, Spagna e Brasile – sono invece quelli dove le persone con psoriasi sono meno infelici. L’Italia, invece, è posizionata agli ultimi posti, collocandosi in 16° posizione sui 19 Paesi considerati. Norvegia e Danimarca, nominati come i Paesi più felici al mondo negli ultimi due Rapporti Annuali sulla Felicità dell’ONU, hanno riscontrato, rispetto ad altri Paesi esaminati, le maggiori differenze in termini di felicità tra la popolazione affetta da psoriasi e popolazione generale, collocandosi rispettivamente al 9° e al 14° posto.

In tutti i Paesi, i primi tre fattori dello stile di vita più influenzati dalla psoriasi sono la vita emotiva, l’attività motoria e l’intimità sessuale. Per i pazienti italiani, la psoriasi condiziona nella stessa misura anche gli aspetti professionali e familiari.

«La psoriasi influisce decisamente sulla qualità di vita di chi ne è affetto. In particolare il timore che le lesioni dopo un periodo di remissione possano ripresentarsi genera uno stato di continua ansia e stress che possono sfociare in una importante depressione. Non a caso, numerosi studi hanno evidenziato come la qualità di vita dello psoriasico dal punto di vista sociale sia paragonabile a quella di pazienti con cardiopatie, tumori o altre condizioni croniche gravi. Ovviamente c’è anche un altro problema importante: non tutte le Regioni hanno le risorse per assicurare la continuità terapeutica al paziente, che in questi casi perde fiducia proprio perché non può più curarsi» – afferma Mara Maccarone, presidente ADIPSO (Associazione per la Difesa degli Psoriasici).

Antonella Demma, psicologa-psicoterapeuta, docente di Scuola di Psicoterapia AETOS, Venezia, spiega la correlazione tra psoriasi e disagio psicologico:

«La psoriasi è una malattia cronica, invalidante, soggetta spesso a recidive, che influenza pesantemente la qualità di vita della persona, perché è caratterizzata da una sintomatologia clinica (croste, rossore, desquamazione, difficoltà a deambulare) che altera la percezione dell’immagine corporea della persona che ne è affetta. Tale alterazione, che è indipendente dal grado di compromissione clinica della malattia, genera all’interno dell’individuo una frattura identitaria tra quello che la persona era prima della patologia e quello che la persona sente di essere diventata dopo la sua insorgenza. La frattura identitaria favorisce la comparsa di specifici vissuti emotivi, quali rabbia, impotenza, imbarazzo e frustrazione, accompagnati spesso da manifestazioni ansiose-depressive che alterano l’equilibrio psichico dell’individuo».

«Tali manifestazioni emotive influenzano anche la modalità con cui la persona affronta il percorso di cura e determinando una minore aderenza ai trattamenti. Diverse ricerche hanno inoltre evidenziato come le persone affette da psoriasi siano più esposte all’uso/abuso di fumo e alcol proprio per cercare, in qualche modo, di gestire le emozioni negative che la patologia genera. I pazienti con psoriasi si trovano a convivere con quello che possiamo definire come un “duplice dolore”. Da un lato, infatti, vi è una sofferenza di natura fisica (sensazione di bruciore, prurito, difficoltà a deambulare) che spesso rendono impossibili gesti quotidiani anche semplici. Dall’altro vi è il timore di mostrarsi agli altri, di essere considerati ‘spaventosi’ o contagiosi a causa dei segni in aree del corpo esposte agli sguardi altrui.

«Tutto ciò condiziona nella vita quotidiana il paziente che diventa vittima di un sentimento di stigmatizzazione. Questo lo porterà a coprirsi molto o a modificare le proprie abitudini, isolandosi dal contesto sociale e relazionale. Lo sguardo delle persone può diventare in alcuni casi intollerabile. Lo stigma è alimentato anche dall’ambiente circostante ed è necessario, quindi, operare un doppio intervento: sulla persona, che va supportata psicologicamente e aiutata nel ristabilire una corretta immagine di sé, e sull’ambiente poiché, purtroppo, nonostante le campagne di sensibilizzazione, c’è ancora molta ignoranza rispetto a questa malattia» – aggiunge Antonella Demma.

«In questi ultimi anni sono stati compiuti molti passi in avanti nella conoscenza e nel trattamento della psoriasi: nuovi trattamenti oggi ci consentono di trattare più tempestivamente e in maniera efficace le forme medio-gravi – afferma Ornella De Pità, direttore Struttura Complessa di Patologia Clinica Ospedale Cristo Re, Roma – ma questa ricerca ci conferma come siano ancora molti i bisogni non soddisfatti, soprattutto legati al senso di disagio e imbarazzo, all’impatto sulla vita di relazione specie nelle forme più visibili. Prurito, desquamazione cutanea, arrossamento della pelle, sono tutti sintomi importanti e molto fastidiosi, a cui si associa qualche volta un più o meno lieve grado di invalidità nei movimenti».

World Psoriasis Happiness Report 2017

Il World Psoriasis Happiness Report 2017 è un sondaggio realizzato per misurare la “felicità”, o stato di benessere, delle persone che soffrono di psoriasi.

Lo studio ha coinvolto 121.800 persone, che hanno autocertificato la propria psoriasi, distribuite in 184 Paesi in tutto il mondo.

Il rapporto è stato realizzato dall’Happiness Research Institute, in collaborazione con il LEO Innovation Lab.

LEO Innovation Lab è una business unit indipendente di LEO Pharma, fondata con l’obiettivo a lungo termine di focalizzarsi sui bisogni dei pazienti. Non sviluppa farmaci, ma si focalizza sul vissuto dei pazienti con condizioni croniche della pelle. Ha sede in Copenaghen, Londra, Parigi, San Francisco e Toronto.

Happiness Research Institute è un think tank indipendente, con sede a Copenaghen, focalizzato sullo studio della qualità della vita delle persone. La sua missione è quella di informare i decisori politici sulle cause e sugli effetti della felicità, rendendo il benessere soggettivo parte delle politiche pubbliche per migliorare la qualità di vita dei cittadini di tutto il mondo.

Il sondaggio è stato sottoposto esclusivamente per via telematica tramite la PsoHappy app (disponibile gratuitamente) e una web app. Chiunque soffra di psoriasi, a prescindere dal livello di severità della patologia, può scaricare l’app e rispondere a una serie di brevi domande. I partecipanti allo studio, dai 15 anni in su, hanno autocertificato la propria psoriasi e il relativo grado di severità.

Le domande sono state raggruppate in 4-5 set, ciascuno disponibile per 3 mesi e in ordine casuale. Questo garantisce un campione sufficiente di almeno 384 partecipanti di ciascun Paese per ogni set di domande.

Risultati generali del World Psoriasis Happiness Report 2017

In linea generale (facendo una media tra i livelli di felicità dichiarati dalle persone con patologia lieve, moderata e grave), Messico, Colombia, Spagna e Brasile sono i Paesi dove le persone con psoriasi sono più felici. L’Italia si posiziona al 16° posto sui 19 Paesi considerati.

Dallo studio emerge una particolarità: i Paesi che non rientrano tra i top 10 del Report Onu sulla Felicità (come Colombia, Brasile, Messico e Spagna) sono invece nelle prime posizioni quando si considera il grado di felicità delle persone con psoriasi, mentre Norvegia e Danimarca (i due Paesi più felici secondo l’Happiness Report) si collocano rispettivamente al 9° e al 14°.

Nello stilare la classifica, i punteggi sono stati attribuiti secondo la Scala di Cantril. Questa è uno strumento ampiamente utilizzato a livello internazionale per rilevare gli atteggiamenti psicologici di categorie di persone sottoposte a sondaggi.

Se si prendono in esame le persone con psoriasi lieve, i primi posti spettano a Norvegia, Messico, Colombia e Danimarca mentre l’Italia si posiziona all’ultimo posto.

Analizzando persone con patologia di grado moderato, sono di nuovo Messico, Colombia e Spagna a dominare la classifica. L’Italia si trova invece al 14° posto.

Per quanto riguarda la psoriasi grave, Colombia, Spagna e Messico sono in cima alla classifica dei Paesi più felici. L’Italia è nuovamente in fondo, al 17° posto.

I livelli di stress da psoriasi

I livelli di stress sono stati misurati in base a una scala da 20 a 40. I punteggi superiori a 20 corrispondono a una soglia di stress elevato.

Colombia, Federazione Russa e Spagna sono i Paesi con i più bassi livelli di stress per le persone con psoriasi, con valori che oscillano tra 19,7 e 19,9. Il Paese più “stressato” risulta essere la Francia, con un punteggio pari a 23,2.

L’Italia è al di sopra della soglia di stress elevato con un punteggio medio di 21,4, che pone il nostro Paese a un livello di stress del 43% in più rispetto agli Stati Uniti.

Il punteggio subisce delle sensibili variazioni a seconda del grado di severità della patologia. Infatti, il livello di stress è:

  • 20,76 in caso di psoriasi lieve,
  • 21,78 in caso di moderata,
  • 24,04 in caso di psoriasi grave.

Il divario fra uomini e donne è piuttosto evidente: le donne italiane si sentono stressate nel 72,07% dei casi, gli uomini nel 53,16% dei casi.

Influenza della psoriasi sul benessere: differenze in base al sesso e alla gravità della malattia

Le persone che convivono con psoriasi sperimentano deficit di felicità direttamente proporzionali alla gravità della patologia.

Anche in Italia, il gap di felicità è commisurato alla gravità della patologia. Infatti, nel caso di psoriasi lieve e moderata si ha una riduzione rispettivamente del 10,83% e del 10,38%. Nel caso di psoriasi grave, invece, il divario tra i pazienti e i loro connazionali si alza notevolmente, fino ad arrivare al 30,04%.

In tutti i casi la psoriasi ha un’influenza maggiore sulle donne che, a prescindere dal grado di severità della patologia, riferiscono livelli di felicità minori rispetto agli uomini.

Antonella Demma spiega:

«Per una donna, la percezione del proprio corpo da parte degli altri e di se stessa è fondamentale nella costruzione dell’immagine di sé e quindi influenza il livello di benessere generale della persona. A questa predisposizione che potremmo definire di genere, si associa un fattore culturale forte che tenta di imporre soprattutto a livello mediatico un modello di corpo femminile privo di imperfezioni, nel quale per esempio persino fattori legati al passare del tempo come le prime rughe, devono essere contrastati ad ogni costo. La psoriasi è una malattia che per le sue caratteristiche, si mostra al mondo esterno in quanto colpisce la pelle, l’organo che ci interfaccia con il mondo, la superficie attraverso la quale si veicola la qualità estetica della persona».

«Si può quindi comprendere come per una donna le manifestazioni cliniche della psoriasi possano generare, maggiormente rispetto agli uomini, sentimenti di rabbia, di paura, di frustrazione, di imbarazzo e comunque di forte stress psicologico associati a una forte perdita della propria autostima in quanto persona. Ne consegue che specie in ambito affettivo e relazionale la donna può arrivare a non sentirsi più desiderabile e quindi a sminuirsi a causa della patologia».

Disagio e sicurezza di sé delle persone che soffrono di psoriasi

Il 60% dei partecipanti nel mondo riferisce che la psoriasi influisce sulla sicurezza in se stessi in grado da moderato a estremo nella vita quotidiana. In vetta alla classifica, Grecia (91%), Francia (81%) e Danimarca (70%). Spagnoli (43%), russi (44%) e colombiani (48%) dichiarano di sentire meno il peso della patologia.

In Italia questo dato si attesta al 53% con una netta differenza fra uomini e donne. Queste infatti, si sentono a loro agio solamente nel 31,62% dei casi, gli uomini nel 62,13%.

L’impatto sulla felicità dipende dai sintomi della psoriasi e dall’area del corpo interessata

I diversi sintomi della psoriasi – come la desquamazione, il prurito e la difficoltà a camminare – hanno effetti molto diversi sul benessere psicologico.

La desquamazione porta a un deficit di felicità dell’11,7%.

Le difficoltà di deambulazione sono associate a una riduzione della felicità del 22% rispetto alla popolazione media, indipendentemente dal grado di severità della patologia.

In Italia i valori si abbassano:

  • la desquamazione genera un deficit di felicità pari al 9,46%,
  • la difficoltà a camminare è quella che compromette in misura maggiore il benessere generale provocando un deficit del 17,80%.

La psoriasi che interessa il cuoio capelluto è quella che genera meno deficit di felicità (-7,2%). Quella che interessa le zone genitali riduce il benessere del 12,9%.

La solitudine e le relazioni sociali delle persone con psoriasi

In media, il 33% di tutte le persone con psoriasi riferisce una sensazione di solitudine a prescindere da età, severità della patologia e stato socio-economico.

L’Italia è tra i Paesi dove le persone con psoriasi avvertono meno la solitudine: la porzione di pazienti che dichiara di sentirsi isolata è del 28%, contro il 48% nel Regno Unito, che è al primo posto. Le percentuali più basse di solitudine avvertita riguardano Portogallo (21%) e Germania (24%).

Il 38,43% delle persone con psoriasi in Italia sente di ricevere il giusto supporto dagli amici, un valore leggermente più basso della media che invece si attesta al 42,43%. Dati positivi in ambito familiare dove il 52,23% si sente compreso e supportato, con una punta del 63,16% per gli uomini (circa il 10% in più rispetto al valore globale di 53,52%) e un dato inferiore di circa il 4% rispetto alla media, per le donne (45,88%).

Riducendo la solitudine diminuisce l’infelicità

Le persone con psoriasi che riferiscono livelli minimi di felicità, compresi tra 0 e 4, potrebbero essere aiutate a uscire dalla loro condizione di infelicità riducendo il senso solitudine. Questo vale per il:

  • 12,9% dei pazienti “infelici” in Europa Occidentale (Francia, Germania, Regno Unito e Irlanda),
  • 18,60% in America Latina (Brasile, Colombia, Messico) e fino al 13,40% in America del Nord e Australia (USA, Canada e Australia).
  • 7,50% in Europa Meridionale (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia).

Mara Maccarone, presidente ADIPSO, spiega:

«La persona con psoriasi viene guardata con un certo distacco e questo induce i pazienti a isolarsi. Le ricadute sulla vita personale e affettiva sono pesanti e coinvolgono anche i familiari, il partner e gli amici».

Cause e conseguenze della solitudine dei pazienti con psoriasi

Antonella Demma aggiunge:

«Spesso la persona affetta da psoriasi si sente sola nella cronicità della sua malattia, si sente l’unica a sperimentare certe sensazioni fisiche e il disagio psicologico, che non possono essere condivisi con altre persone per la paura di non essere compresi. In questi casi la solitudine porta anche all’isolamento, che è uno dei fattori più rischiosi associati alla psoriasi. Dunque si dovrebbe lavorare in primis sull’aspetto identitario della persona e sul sentimento di stigmatizzazione ad essa associato. Spesso il paziente con psoriasi tende a fondersi e a confondersi con la sua malattia e a considerarsi soltanto malato».

«Dobbiamo aiutare la persona con psoriasi a ricordarsi chi è al di là della patologia, a non viverla come una colpa da espiare, che la rende diversa e che la porta ad isolarsi, ma come qualcosa da affrontare con l’aiuto degli altri. – sottolinea Antonella Demma. – In tal senso si deve lavorare sull’aspetto sociale e relazionale, aiutando il paziente a entrare in contatto con l’altro, a vivere le relazioni come una risorsa e una possibilità di confronto e di rispecchiamento. I gruppi di auto mutuo aiuto organizzati sul territorio attraverso l’associazionismo, ma anche i gruppi in rete sono veramente preziosi per il paziente. Questi strumenti, infatti, possono aiutarlo a uscire dall’isolamento, a entrare in contatto con persone che hanno lo stesso problema, a trovare le risorse per superare le difficoltà e ad aprirsi agli altri».

Il rapporto medico-paziente impatta sul deficit di felicità dei pazienti con psoriasi

I pazienti che non si sentono compresi totalmente dal proprio medico, circa il 48% del totale, sperimentano un deficit di felicità del 21%. Al contrario, il 52% si sente abbastanza compreso dal proprio medico curante, sperimenta gap del 3%.

L’Italia si inserisce in questa seconda categoria. Qui, infatti, il 51,88% che pensa che il proprio medico sia in grado di capire quanto la psoriasi incida sulla salute psicologica. Inoltre, il 64,96% (il 52,93% a livello globale) non ha fiducia nel fatto che il sistema sanitario abbia come obiettivo principale quello di migliorare la loro condizione di salute.

Circa il 63,20% dei pazienti italiani dichiara di riuscire a entrare subito in contatto con il proprio medico quando necessario, contro la media globale del 68,95%.

Il gap si espande per quanto riguarda il supporto finanziario da parte delle istituzioni. Infatti, soltanto il 28,35% degli italiani con psoriasi ritiene che sia adeguato, l’8% in meno rispetto ai valori globali.

«Il paziente con psoriasi ha un particolare bisogno di instaurare con il proprio medico un rapporto di fiducia e di confidenza. Oggi, per fortuna, la maggior parte dei medici che si occupa di psoriasi è molto preparata e sa gestire anche le problematiche di tipo psicologico. La maggioranza, però. Non tutti. Quindi, la prima cosa da fare quando si riceve la diagnosi di psoriasi è cercare un medico competente in grado di accompagnare anche psicologicamente il paziente in questo lungo cammino di cure e assistenza. Gli psoriasici italiani non devono diventare la Cenerentola dell’Europa. Bisogna offrire a tutti la possibilità di curarsi in maniera continuativa, e si deve lavorare insieme per far uscire dall’isolamento i pazienti. In questo, l’aiuto del medico è fondamentale» – aggiunge Mara Maccarone, presidente ADIPSO (Associazione per la Difesa degli Psoriasici).

Gestione del paziente con psoriasi

«Il medico, in virtù del suo ruolo, valuta per prima cosa la patologia: quanto è grave e come affrontarla al meglio e valutarla nel tempo. Probabilmente solo in un secondo momento lo specialista rivolge l’attenzione allo stato psicologico del paziente e allo stato emotivo con cui vive la sua malattia. Quindi la percezione dei pazienti in tal senso è giusta. Tuttavia bisogna aggiungere che sempre di più si comincia a porre attenzione a queste importanti problematiche, tant’è vero che dall’indagine si rileva come il rapporto dei pazienti italiani con il proprio medico sia decisamente migliore rispetto a quello dei pazienti di altri Paesi. Ciò significa che gli stessi medici stanno subendo una sorta di evoluzione nella mentalità, che li porta a valutare anche il peso dell’impatto psicologico della psoriasi sul paziente» – spiega Ornella De Pità, direttore Struttura Complessa di Patologia Clinica Ospedale Cristo Re, Roma.

«Nelle linee guida per i trattamenti e la gestione dei pazienti psoriasici, ormai si fa sempre riferimento al parametro di miglioramento della psoriasi in termini di sintomatologia ma anche a quanto il paziente riferisce in termini di miglioramento della qualità di vita. Il problema purtroppo sta nei tempi che il medico deve rispettare durante la visita. Un paziente psoriasico avrebbe bisogno di maggiori spazi. Un modo per andare incontro ai pazienti potrebbe essere quello di organizzare incontri dedicati, basati su un dialogo più aperto e rilassato, durante i quali il paziente ha il tempo e la tranquillità per porre domande, chiarire dubbi e timori, e il medico ha tempo di rispondere e spiegare» – aggiunge Ornella De Pità.

L’importanza di spiegare ai pazienti con psoriasi l’evoluzione delle terapie e l’importanza dell’aderenza terapeutica

«Il rapporto diventa costruttivo se il medico ha tempo da dedicare al paziente, se può spiegargli tutti gli aspetti che riguardano la malattia o che il paziente potrebbe dover affrontare, il tipo di farmaco prescritto, come fare la medicazione, quando farla, come agirà e in quanto tempo, quali effetti potrebbe avere. Il medico deve aiutare il paziente a non demonizzare la malattia, ma a percepirla come qualcosa che oggi si può curare. Deve inoltre incoraggiarlo a seguire i trattamenti. L’avvento, ormai quasi ventennale, dei farmaci biologici ha modificato la storia della malattia, consentendo non soltanto di studiarne meglio le manifestazioni e le patologie correlate, ma anche di trattare più tempestivamente e in maniera efficace le forme medio-gravi» – continua Ornella De Pità.

«Deve essere il medico a spiegare al paziente che le terapie sono molto migliorate, sono più maneggevoli e più efficaci che in passato, ma che è necessario un tempo adeguato perché si inizino a vedere i risultati del trattamento e, soprattutto, occorre una buona aderenza alla cura da parte dello stesso paziente. Oltre all’allungamento dei tempi di visita, un altro elemento importante per migliorare la relazione medico-paziente, potrebbero essere sedute fuori ambulatorio, in una sala adibita a conferenze, ad esempio, che consentano al paziente di parlare di se stesso, dei problemi che la malattia genera all’interno della famiglia, con gli amici o sul lavoro. È un modo per mettere da parte lo stress e le resistenze, che inevitabilmente insorgono durante una normale visita medica e guardare con un’ottica diversa la propria condizione di psoriasico, in una prospettiva diversa e più ottimistica» – Ornella Pità.

L’importanza della sensibilizzazione

Il 74,13% dei pazienti intervistati a livello globale, crede che non ci sia abbastanza consapevolezza pubblica rispetto alla psoriasi e alle sue conseguenze. Questo valore è direttamente collegato con i gap di felicità. Infatti, chi non crede che ci sia una buona consapevolezza da parte della società sperimenta un abbassamento della felicità di circa l’11,3%.

In Italia il valore è leggermente più basso: il 72,96% pensa che non ci sia sufficiente sensibilizzazione.

«Da sempre siamo impegnati nel far conoscere questa patologia, che spesso porta con sé stigma sociale, solitudine e problemi relazionali nella vita privata e professionale. Il nostro intento – afferma Paolo Pozzolini, Country Lead LEO Pharma Italia – è quello di scardinare la disinformazione e i falsi miti che, ad esempio, la vedono come contagiosa e impossibile da gestire. Per questo ci impegniamo a diffondere la corretta informazione validata dal mondo scientifico. Investiamo ogni anno in campagne rivolte all’opinione pubblica per far comprendere meglio la patologia, avvalendoci dei canali più innovativi e d’impatto e stringendo partnership con l’associazione pazienti e le società scientifiche dermatologiche».

«In questo modo vogliamo contribuire ad abbattere le barriere sociali. Intendiamo inoltre supportare chi soffre di psoriasi a trovare, insieme al dermatologo, la strada più funzionale per la sua specifica condizione. Infine, un obiettivo di queste iniziative è facilitare il dialogo tra dermatologi e pazienti in modo da supportare questa relazione, che è alla base di un buon piano di gestione della patologia. Visti i risultati di questo report, continueremo a garantire il nostro impegno su questi temi per fare in modo che chi convive con la psoriasi possa nei prossimi anni migliorare la propria qualità di vita». – aggiunge Paolo Pozzolini.

Medico di riferimento per i pazienti con psoriasi

In Italia le persone con psoriasi preferiscono rivolgersi al dermatologo nel 43,6% dei casi. Il valore globale dei pazienti che preferiscono rivolgersi a questo specialista è di 39,9%.

L’impegno di LEO Pharma nella psoriasi: non solo ricerca, ma anche informazione, supporto e dialogo per una migliore qualità di vita

Paolo Pozzolini, Country Lead LEO Pharma Italia, afferma:

«L’obiettivo di LEO Pharma è migliorare la qualità di vita di chi soffre di questa patologia. Da un punto di vista scientifico, in qualità di azienda altamente specializzata nel trattamento di questa patologia, riusciremo ad offrire entro il 2018 nuove soluzioni farmacologiche, sempre più innovative, per il trattamento di tutti i gradi di severità della psoriasi dalla lieve alla grave. Inoltre, crediamo che in un’ottica di cura personalizzata sia fondamentale offrire al paziente un piano olistico di gestione della patologia. Questa dovrà tenere conto dei bisogni specifici del singolo paziente e cercare di rispondere alle diverse esigenze, con un supporto che non sia soltanto farmacologico, ma più completo, con servizi per aumentare il benessere psicofisico e sociale della persona a 360°. È per questo che abbiamo investito in piattaforme online dedicate ai pazienti, come www.qualitycare.it, per fornire informazioni validate sulla patologia a tuttotondo.

«Inoltre – continua Paolo Pozzolini – pensiamo che supportare il lavoro del medico possa essere importante per migliorare la vita del paziente, e per questo abbiamo dato vita a un portale dedicato agli specialisti in dermatologia, Clouderma, per mettere a disposizione dei dermatologi materiale per favorire l’aggiornamento scientifico in questi ambiti e facilitare il rapporto con i pazienti psoriasici. La “felicità” di chi soffre di questa patologia sarà strettamente legata sia all’innovazione terapeutica sia al supporto che dermatologi, sistema sanitario e aziende riusciranno a fornire ai pazienti, con l’obiettivo di migliorare il loro vissuto nella quotidianità. Continueremo quindi, con ancora più tenacia e impegno, a lavorare per far sì che il gap di felicità presentato da questa indagine possa migliorare».

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Dati sulla mortalità per cause cardiovascolari nel diabete con empagliflozin

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I dati sulla mortalità per cause cardiovascolari nel diabete con empagliflozin in adulti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica dimostrano una riduzione del rischio.

Dati sulla mortalità per cause cardiovascolari nel diabete con Empagliflozin e sul rischio di amputazione dallo studio cardine EMPA-REG OUTCOME
Empagliflozin ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari in adulti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica

Nuovi risultati dimostrano che empagliflozin ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari rispetto a placebo, quando aggiunto a trattamenti terapeutici standard, in adulti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica. Questi risultati di un’analisi post-hoc dello studio cardine EMPA-REG OUTCOME® sono stati resi noti da Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company in una presentazione orale al Congresso 2017 dell’American Heart Association (AHA) ad Anaheim, California, e contemporaneamente pubblicati nell’edizione online di Circulation, la rivista scientifica dell’AHA.

«L’arteriopatia periferica, una delle complicanze più comuni associate al diabete di tipo 2, aumenta il rischio di mortalità per cause cardiovascolari – dichiara Avogaro dell’Università di Padova – C’è una necessità urgente di opzioni terapeutiche che migliorino gli esiti cardiovascolari nei soggetti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica».

Circa un diabetico su tre di età superiore ai 50 anni è affetto da arteriopatia periferica, ovvero  restringimento del lume delle arterie che trasportano il sangue dal cuore agli arti superiori e inferiori, dovuto ad accumulo costituito da placca aterosclerotica. L’arteriopatia periferica può mettere a serio rischio la vita di una persona, quando l’ostruzione riduce considerevolmente l’afflusso di sangue, con conseguente danno agli arti e possibile danno ad organi vitali come cuore, reni e  cervello. Se non viene adeguatamente gestita, l’arteriopatia periferica può portare all’amputazione degli arti o di parte di essi, e può comportare ricovero, disabilità e mortalità.

All’avvio dello studio, il 21% degli oltre 7.000 partecipanti erano affetti da arteriopatia periferica. L’analisi di questa popolazione di pazienti ha rivelato che, rispetto a placebo, empagliflozin, quando aggiunto ai trattamenti standard:

  • ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari del 43%;
  • ha ridotto la mortalità per qualsiasi causa del 38% e i ricoveri per scompenso cardiaco del 44%;
  • ha ridotto il rischio per l’endpoint composito di mortalità per cause cardiovascolari, infarto non-fatale o ictus non-fatale del 16%;
  • ha ridotto l’insorgenza o il peggioramento di nefropatia del 46%;
  • globalmente gli effetti cardiovascolari e renali osservati in pazienti con arteriopatia periferica sono stati in linea con i risultati precedentemente riferiti per la popolazione complessiva dello studio EMPA-REG OUTCOME.

Complessivamente gli effetti collaterali, e gli effetti collaterali gravi, sono risultati sovrapponibili nei gruppi in terapia con empagliflozin e con placebo in soggetti con o senza arteriopatia periferica. Nei soggetti con arteriopatia periferica ci sono state amputazioni agli arti inferiori nel 5,5% di quelli trattati con empagliflozin e nel 6,3% di quelli che hanno ricevuto placebo. Nei soggetti senza arteriopatia periferica, si sono avute amputazioni agli arti inferiori nello 0,9% di quelli trattati con empagliflozin e nello 0,7% di quelli che hanno ricevuto placebo.

«Attraverso continue analisi dei dati di EMPA-REG OUTCOME miglioriamo le nostre conoscenze su come empagliflozin può aiutare un ampio setting di soggetti che convivono con il diabete di tipo 2 e le sue complicanze – ha dichiarato Georg van Husen, Corporate Senior Vice President, responsabile Area Terapeutica CardioMetabolica, Boehringer Ingelheim – I risultati pubblicati e presentati al Congresso AHA dimostrano che empagliflozin ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari e di patologia renale in questa popolazione ad alto rischio, composta da soggetti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica».

Diabete e Malattia Cardiovascolare

Nel mondo ci sono più di 415 milioni di diabetici e le stime indicano che in 193 milioni di questi la malattia non è diagnosticata. Si prevede che questo numero crescerà fino a 642 milioni di persone entro il 2040. Il diabete di tipo 2 è la forma più diffusa di diabete, con una percentuale che arriva sino al 91% di tutti i casi nei Paesi ad alto reddito. È una malattia cronica che insorge quando l’organismo non è più in grado di produrre o utilizzare adeguatamente l’insulina.

Gli elevati livelli di glicemia, l’ipertensione e l’obesità associate al diabete aumentano il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare, che è la principale causa di mortalità associata al diabete. Il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare è due-quattro volte superiore nei diabetici rispetto ai non diabetici. Nel 2015 il diabete ha causato 5 milioni di morti nel mondo, dei quali la malattia cardiovascolare è stata la causa principale. Circa il 50% della mortalità in soggetti con diabete di tipo 2 nel mondo è dovuta a malattia cardiovascolare.

Per un uomo di 60 anni, avere una storia di diabete può ridurre l’aspettativa di vita di ben sei anni rispetto a un non-diabetico, ed essere un diabetico con storia di infarto o ictus all’età di 60 anni può ridurre l’aspettativa di vita addirittura di 12 anni, rispetto a chi non si trova in queste condizioni.

Empagliflozin

Empagliflozin è un inibitore orale del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2), altamente selettivo, in monosomministrazione giornaliera, approvato in Europa, Stati Uniti e altri Paesi del mondo come terapia per adulti con diabete mellito di tipo 2 non adeguatamente controllato:  

  • in monoterapia quando l’uso della metformina è considerato non appropriato a causa di intolleranza
  • in aggiunta ad altri medicinali per il trattamento del diabete.

L’inibizione SGLT2 realizzata da empagliflozin in soggetti con diabete di tipo 2 comporta l’eliminazione del glucosio in eccesso per via urinaria. Inoltre, l’avvio della terapia con empagliflozin aumenta l’eliminazione di sodio dall’organismo e riduce il carico di liquidi sul sistema vascolare (volume intravascolare). La glicosuria, natriuresi e diuresi osmotica osservate con empagliflozin possono contribuire al miglioramento degli esiti cardiovascolari.

Empagliflozin non è indicato per l’impiego in pazienti con diabete di tipo 1, né come trattamento della chetoacidosi diabetica (aumento dei chetoni nel sangue o nelle urine).

Lo Studio EMPA-REG OUTCOME

EMPA-REG OUTCOME è uno studio di lungo termine, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, condotto in 42 Paesi su oltre 7.000 soggetti con diabete di tipo 2 ad alto rischio di evento cardiovascolare.

Lo studio ha valutato l’effetto di empagliflozin (10mg o 25mg una volta/die) aggiunto a terapia standard, rispetto a placebo aggiunto a terapia standard. La terapia standard ha compreso farmaci ipoglicemizzanti e farmaci di protezione cardiovascolare (compresi antiipertensivi e ipolipemizzanti). L’endpoint primario è stato predefinito come tempo intercorso sino al verificarsi del primo fra i seguenti eventi: morte per cause cardiovascolari, infarto del miocardio non fatale o ictus non fatale.

Su un tempo mediano di 3,1 anni, empagliflozin ha ridotto in modo significativo il rischio di morte per cause cardiovascolari, infarto del miocardio non fatale o ictus non fatale del 14% rispetto a placebo. La riduzione del rischio di mortalità per cause cardiovascolari è stata del 38%, senza differenza significativa nel rischio di infarto non fatale o ictus non fatale. Il profilo di sicurezza complessivo di empagliflozin è stato omogeneo rispetto a quello riscontrato in studi precedenti.

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Congresso Nazionale IG-IBD sulle malattie infiammatorie croniche intestinali

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Dal 30 novembre al 2 dicembre a Torino, presso il Centro Congressi Lingotto si terrà l’ottavo Congresso Nazionale IG-IBD. I farmaci biotecnologici quale nuova frontiera terapeutica.

Congresso Nazionale IG-IBD
VIII Congresso IG-IBD -Malattia di Crohn. Una diagnosi su 5 riguarda un under 18

Marco Daperno, SC Gastroenterologia AO Ordine Mauriziano di Torino e Presidente dell’ottavo Congresso IG-IBD, afferma:

«Attualmente in Italia si stima che siano affette da colite ulcerosa o malattia di Crohn tra le 200 e le 250mila persone. In Europa i dati ufficiali ci dicono che ne soffrono in oltre due milioni. In passato queste malattie portavano al decesso, con picchi, negli anni ’70, del 30-35%. Oggi il rischio di mortalità legato alla patologia non è del tutto scomparso, ma i progressi scientifici hanno ridotto il dato all’1-2% circa. Tuttavia le malattie infiammatorie croniche intestinali hanno un notevole impatto sulla quotidianità del soggetto affetto: scuola e università, attività lavorativa, vita sociale e familiare possono essere colpite a causa di assenteismo, depressione, mancato guadagno, assenza dal lavoro per malattia, difficoltà nelle relazioni personali, discriminazione».

All’ottavo Congresso Nazionale IG-IBD sono attesi oltre 400 gli specialisti da tutta Italia.

Ottavo Congresso Nazionale IG-IBD

Si apre giovedì 30 novembre sino al 2 dicembre a Torino, presso il Centro Congressi Lingotto, l’ottavo Congresso Nazionale IG-IBD (Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease, ossia Gruppo Italiano per lo studio delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali), organizzato da Marco Daperno, Claudio Papi e Fernando Rizzello per conto dell’IG-IBD. L’appuntamento si propone di dibattere gli aspetti più salienti e quelli ancora controversi della gestione dei pazienti con IBD con l’intervento di specialisti dall’Italia e dall’Estero. Circa quattrocento gli specialisti partecipanti, provenienti da tutta Italia.

Le principali tematiche comprendono:

  • diagnosi e decorso clinico delle IBD,
  • nuove strategie terapeutiche per la gestione delle IBD,
  • nuovi paradigmi di trattamento per le IBD,
  • la ricerca di base e la medicina transazionale,
  • la gestione integrata e multidisciplinare di tali malattie,
  • i nuovi farmaci biologici di prossimo impiego,
  • ottimizzazione della safety della terapia convenzionale e della terapia biologica,
  • gestione delle IBD non aggressive.

Diffusione e impatto di malattia di Crohn e colite ulcerosa

Attualmente si stima che in Italia siano affette da colite ulcerosa o malattia di Crohn circa 250.000 persone.

Queste malattie infiammatorie hanno un notevole impatto sulla quotidianità del soggetto affetto, determinando assenza dal lavoro e dalla scuola, difficoltà nelle relazioni personali, discriminazione e depressione.

Circa il 50% dei pazienti con malattia di Crohn e il 20% dei pazienti con colite ulcerosa, inoltre, necessita di intervento chirurgico entro 10 anni dalla diagnosi, situazione che può ulteriormente impattare sulla qualità di vita dei pazienti stessi.

Esiste, inoltre, una qualche predisposizione familiare nello sviluppo della malattia. Infatti, un paziente su cinque ha uno o più parenti stretti affetti da malattia di Crohn o colite ulcerosa.

In Italia l’incidenza delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino (IBD, inflammatory bowel disease o MICI) è medio-alta. Inoltre, si è assistito a un incremento della loro incidenza, come anche nei nuovi Paesi sviluppati.

L’assistenza ai pazienti con MICI non si mostra uniforme sul territorio nazionale, provocando disorientamento nei confronti dei nuovi approcci diagnostici, delle strategie di trattamento e di monitoraggio delle malattie stesse.

Il costo delle malattie infiammatorie croniche intestinali

La gestione delle malattie infiammatorie croniche intestinali è notevolmente migliorata negli ultimi anni. Parallelamente alle nuove scoperte scientifiche che hanno permesso l’introduzione di nuovi farmaci e di tecniche diagnostiche più accurate, la centralità del paziente è diventata il punto di partenza per un approccio multidisciplinare di tipo diagnostico, terapeutico e sociale. Pur essendo malattie che partono dall’intestino, infatti, arrivano a colpire le articolazioni, la pelle, gli occhi, il fegato e tanti altri organi che richiedono un approccio specialistico interdisciplinare con terapie combinate.

Le malattie croniche intestinali hanno dunque un impatto sociale notevolissimo. Non incidono sull’aspettativa di vita, ma possono influire sulle capacità complessive del paziente, che perde giornate di lavoro con il rischio anche di lunghe interruzioni. Per la società dunque esistono dei costi relativi a interventi e ricoveri frequenti dei pazienti, ma anche dei costi assistenziali spesso sottovalutati. Anche il paziente risente degli effetti economici: è costretto all’acquisto di integratori e farmaci non mutuabili, oltreché a effettuare delle cure anche in altre regioni rispetto a quella di appartenenza. A ciò si aggiunge la perdita di guadagni per il mancato lavoro.

Secondo stime dell’Unione Europea, un paziente costa allo Stato tra i 3 e i 5mila euro l’anno. Considerando che in Italia ci sono 150mila pazienti ufficiali (ma verosimilmente 250mila) affetti da queste patologie è intuibile quanto siano elevati questi costi, che finiscono per ammontare a circa un miliardo di euro. A questo si aggiungono i costi indiretti, come i servizi assistenziali, che probabilmente raddoppiano la cifra.

I farmaci biologici per le malattie infiammatorie croniche intestinali

I farmaci biologici rappresentano sia il presente sia il futuro della malattie croniche intestinali. Negli ultimi 20 anni, hanno sicuramente cambiato il modo di trattare le malattie infiammatorie intestinali. Il giovamento si deve soprattutto all’avvento dei farmaci anti-TNF prima e dei farmaci anti-integrine poi. A questi si stanno per aggiungere ulteriori nuovi farmaci: nel 2018 arriveranno gli anti-interleuchina 12/23.

Il paziente che non risponde a una terapia di primo livello di tipo tradizionale, ha, dunque, una serie di opzioni ulteriori che possono ridurre il rischio della colectomia (asportazione chirurgica del colon o di parte di esso) nel caso della colite ulcerosa o di alcuni interventi, anche mutilanti, nel caso del Crohn. Questo non vuol dire che siano farmaci adatti a tutti i pazienti.

Tra il 10 e il 20% dei pazienti affetti da colite ulcerosa e malattia di Crohn vengono trattati coi farmaci biologici attualmente disponibili. La percentuale varia a seconda dei diversi paesi: nel Nord Europa si raggiungono percentuali anche doppie o triple rispetto all’Italia. Un utilizzo più massiccio non è automaticamente corretto: servono adeguate strategie. La sfida per il futuro è quella di utilizzare al meglio questi farmaci nell’ottica del benessere del paziente.

Cause della malattia di Crohn e diffusione in età pediatrica

«Il paziente tipo della Malattia di Crohn è generalmente giovane, più frequentemente tra i 20 e i 30 anni di vita, senza particolari differenze tra uomo e donna – afferma Alessandro Armuzzi –  Ma circa il 20% viene diagnosticato  in età pediatrica, quindi al di sotto dei 18 anni. Le cause sono ancora ignote, ma ci sono varie ipotesi. Tre i meccanismi principali:

  • un fattore esterno, che sembra si ripercuota sulla flora batterica intestinale, alterando l’equilibrio dei batteri dell’intestino;
  • un fattore genetico, con numerose piccole mutazioni dei geni;
  • infine quando intervengono simultaneamente il fattore genetico e quello ambientale, si estrinseca un’alterazione del sistema immunitario a livello della mucosa intestinale, che genera infiammazione acuta  e cronica con danni intestinali».

Sintomi della malattia di Crohn

La malattia di Crohn, nota anche come enterite regionale, è una malattia infiammatoria cronica dell’intestino (MICI) che può colpire qualsiasi parte del tratto gastrointestinale, dalla bocca all’ano. I sintomi classici sono:

  • diarrea cronica,
  • dolore addominale,
  • febbricola,
  • perdita di peso.

Spesso però sono subdoli e possono anche non essere tutti presenti. Purtroppo le procedure diagnostiche per riconoscere la malattia talvolta si avviano molto tardi, anche dopo 3 anni dalle prime manifestazioni di sintomi. Questo perché è più facile associare questi piccoli problemi al colon irritabile, situazione molto frequente di cui è affetta il 30% della popolazione italiana.

«Una diagnosi tardiva comporta un maggior danno permanente per l’intestino, che potrebbe diventare irriversibile – spiega Alessandro Armuzzi – Di conseguenza, se si arrivasse tardi, potrebbe essere inevitabile l’opzione chirurgica. Una scelta, questa che salva il paziente, ma che si cerca di tenere come ultima risorsa terapeutica. Occorre quindi rivolgersi, quando si verificano i primi sintomi, il prima possibile al proprio medico di fiducia. Se questo non desse risposte complete, allora è consigliabile il ricorso ai centri specialistici esistenti in tutta Italia per diagnosi, cura delle malattie infiammatorie croniche intestinali».

Nuovo farmaco in arrivo in Italia per la Malattia di Crohn

In Italia stanno per essere immessi nel mercato nuovi farmaci biotecnologici per combattere la Malattia di Crohn.

«In arrivo, il prossimo anno, ustekinumab, un anticorpo monoclonale IgG1κ interamente umano, che lega interleuchina (IL)- 12/23, prodotto in una linea cellulare di mieloma murino, usando la tecnologia di DNA ricombinante. Il farmaco lega l’interleuchina 12/23 impedendone il legame con il suo recettore e la conseguente attivazione di svariati meccanismi infiammatori a livello della mucosa intestinale – dichiara Alessandro Armuzzi, Fondazione Policlinico Gemelli – Università Cattolica, Roma – Questo nuovo ritrovato, sebbene sia costoso, ci permetterebbe maggiori possibilità per selezionare la migliore terapia e cura individuale».

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Sotto analisi di trial su dabigatran per FA dopo PCI con inserimento di stent

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La duplice terapia con dabigatran risulta favorevole in modo consistente nei sottogruppi di pazienti con fibrillazione atriale dopo un intervento di angioplastica coronarica con inserimento di stent.

I benefici riscontrati nelle analisi di sottogruppo sono in linea con i risultati complessivi dello studio.

I risultati presentati al Congresso AHA 2017 confermano ulteriormente i benefici di sicurezza di dabigatran.

Sotto analisi su dabigatran per FA dopo PCI con inserimento di stent
Le principali sotto analisi dello studio RE-DUAL PCI dimostrano minore incidenza di complicanze emorragiche con la duplice terapia con dabigatran, rispetto alla triplice terapia con warfarin

Boehringer Ingelheim ha condiviso i risultati di sottoanalisi dello studio clinico RE-DUAL PCI™ in occasione del Congresso AHA 2017 ad Anaheim, California.

Lo studio RE-DUAL PCI ha valutato approcci terapeutici diversi in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare dopo un’angioplastica coronarica (PCI) con inserimento di stent. È stata valutata la terapia anticoagulante con dabigatran etexilato in duplice terapia con un unico antiaggregante piastrinico, senza aspirina, rispetto alla triplice terapia con warfarin.

I risultati delle nuove sottoanalisi presentate hanno dimostrato che la duplice terapia con dabigatran offre grandi benefici consistenti in diversi gruppi pre-specificati di pazienti, tra cui:

  • coloro che assumono diverse terapie antiaggreganti piastriniche (gli inibitori del recettore P2Y12 ticagrelor o clopidogrel);
  • Pazienti con o senza sindrome coronarica acuta;
  • Pazienti con impianto di stent medicato o con impianto di stent metallico.


L’angioplastica coronarica con inserimento di stent viene eseguita per migliorare l’afflusso di sangue al cuore. Può essere necessaria nel 20-30% dei soggetti con fibrillazione atriale, già in terapia con anticoagulante orale per ridurre il rischio di ictus.
 L’attuale combinazione di terapie  antitrombotiche potenti, ovvero la triplice terapia con warfarin e due antiaggreganti piastrinici, è associata ad alte percentuali di sanguinamenti maggiori. I principali risultati di RE-DUAL PCI, presentati al Congresso ESC di quest’anno e pubblicati sul New England Journal of Medicine, hanno dimostrato percentuali significativamente più basse sia  di sanguinamenti maggiori che di  sanguinamenti non maggiori clinicamente rilevanti con la duplice terapia con dabigatran, rispetto alla triplice terapia con il warfarin, e percentuali simili di eventi tromboembolici complessivi.

«Quando si trattano pazienti con fibrillazione atriale dopo un’angioplastica coronarica  con inserimento di stent è importante capire come le diverse variabili cliniche, come la presenza di sindrome coronarica acuta, la scelta del tipo di stent o la scelta della terapia antiaggregante piastrinica concomitante, possano influenzare i risultati – ha spiegato il Professor Jonas Oldgren, del Centro di Ricerca Cinica di Uppsala, Ospedale Universitario di Uppsala, Svezia – Le ulteriori analisi dello studio RE-DUAL PCI presentate al Congresso AHA dimostrano che i risultati della duplice terapia con dabigatran in questi sottogruppi sono in linea  con i risultati globali dello studio».

I risultati complessivi dello studio RE-DUAL PCI sono stati i seguenti:

Incidenza dell’endpoint primario (tempo al primo episodio di sanguinamento maggiore o di sanguinamento non-maggiore clinicamente rilevante):

  • Inferiore del 48% con la duplice terapia con dabigatran 110 mg;
  • inferiore del 28% con la duplice terapia con dabigatran 150 mg (differenza relativa).

Gli eventi tromboembolici complessivi (principali endpoint secondari) sono risultati simili per la duplice terapia con dabigatran per entrambi i dosaggi, rispetto alla triplice terapia con warfarin.

«Volevamo rispondere ai quesiti che si pongono i medici quando si tratta di terapia anticoagulante in pazienti con stent – ha commentato il Professor Jörg Kreuzer, Vice Presidente Medicina, Area Terapeutica Cardiovascolare di Boehringer Ingelheim – Le sottoanalisi di RE-DUAL PCI confermano gli straordinari risultati riscontrati nella popolazione complessiva dello studio RE-DUAL. Anche nei sottogruppi, la duplice terapia con dabigatran ha dimostrato un profilo rischio-beneficio significativamente migliore rispetto alla triplice terapia con il warfarin».

Lo Studio RE-DUAL PCI

RE-DUAL PCI™ è uno studio che ha valutato la duplice terapia con dabigatran etexilato associato ad una singola terapia con antiaggregante piastrinico (senza aspirina), rispetto alla triplice terapia con warfarin e due antiaggreganti piastrinici, tra cui aspirina, in pazienti con fibrillazione atriale, dopo una procedura di angioplastica coronarica (PCI) con inserimento di stent.

Nello studio RE-DUAL PCI sono stati randomizzati 2.725 pazienti adulti sottoposti a intervento coronarico percutaneo (PCI) con inserimento di stent (intervento elettivo o dovuto a sindrome coronarica acuta) in 414 centri di oltre 41 Paesi del mondo.

L’obiettivo principale dello studio è stato quello di confrontare un regime di duplice terapia antitrombotica con dabigatran etexilato due volte/die al dosaggio di 110 mg o 150 mg, più clopidogrel o ticagrelor, rispetto a triplice terapia antitrombotica con warfarin più clopidogrel o ticagrelor più aspirina ad un dosaggio uguale o inferiore a 100 mg una volta/die.

L’endpoint principale di sicurezza dello studio, durato 30 mesi, è la non-inferiorità in termini di tempo intercorso sino all’insorgenza del primo evento di sanguinamento maggiore, come definito dall’International Society on Thrombosis and Haemostasis (ISTH), o evento di sanguinamento non-maggiore clinicamente rilevante. Il principale endpoint tromboembolico valutato per la non-inferiorità era l’endpoint composito costituito da tempo intercorso sino a:

  • decesso,
  • primo evento trombotico (infarto del miocardio, ictus o embolia sistemica),
  • rivascolarizzazione non pianificata.

Angioplastica Coronarica (PCI)

L’angioplastica coronarica comporta l’impiego di stent e serve a restituire pervietà ad arterie ostruite in pazienti con coronaropatia, per migliorare o ripristinare l’afflusso di sangue al muscolo cardiaco.

In Europa circa due milioni di pazienti con fibrillazione atriale e concomitante malattia coronarica sono candidati a questa procedura.

I pazienti con FA sottoposti a PCI con inserimento di stent sono a maggior rischio di complicanze gravi causate dalla formazione di trombi, quali:

  • ictus,
  • embolia sistemica,
  • infarto,
  • trombi intra-stent,
  • morte. 

Per ridurre il rischio di formazione di trombi e delle conseguenze che ciò può comportare è necessario che il paziente assuma una terapia antitrombotica.

Questi pazienti necessitano di due tipi di terapia:

  • antiaggregante per ridurre il rischio di trombosi intra-stent e di infarto
  • anticoagulante per ridurre il rischio di ictus.

L’associazione fra la duplice terapia antiaggregante e quella anticoagulante fino ad ora è stata una grande sfida, che ha spesso comportato complicanze emorragiche. Rispondere a questa sfida significa andare al cuore della ricerca in quest’area.

Dabigatran etexilato

Dabigatran etexilato è un inibitore diretto della trombina (IDT).

Gli inibitori diretti della trombina ottengono potenti effetti antitrombotici, bloccando in maniera specifica l’attività della trombina, l’enzima centrale nel processo di formazione di coaguli (trombi). A differenza degli antagonisti della vitamina K, che agiscono in maniera variabile tramite i diversi fattori della coagulazione, dabigatran induce un’anticoagulazione efficace, attesa e riproducibile con basso potenziale di interazione con altri farmaci e nessuna interazione con il cibo, senza richiedere il monitoraggio regolare della coagulazione né aggiustamenti di dosaggio.

Dabigatran etexilato è l’unico anticoagulante orale non-antagonista della vitamina K per cui esiste un farmaco, idarucizumab, approvato che ne inattiva in maniera specifica l’effetto. Questo farmaco è approvato nell’Unione Europea e negli Stati Uniti per l’impiego in pazienti adulti trattati con dabigatran etexilato che necessitano di rapida inattivazione del suo effetto anticoagulante, prima di interventi chirurgici d’urgenza/interventi di emergenza o in caso di sanguinamento incontrollato o che possa mettere a rischio la vita del paziente.

L’esperienza clinica con dabigatran etexilato supera i 7,9 milioni di anni/paziente per tutte le indicazioni per cui il farmaco è stato approvato nel mondo. Dabigatran è sul mercato da oltre 8 anni ed è approvato in più di 100 Paesi.

Indicazioni approvate di dabigatran etexilato

Dabigatran etexilato è stato il primo farmaco di una nuova generazione di anticoagulanti orali ad azione diretta ad essere ampiamente approvato e disponibile sul mercato per rispondere a un forte bisogno insoddisfatto di terapie per la prevenzione e il trattamento delle malattie tromboemboliche acute e croniche.

Le indicazioni per cui dabigatran etexilato è attualmente approvato sono le seguenti:

  • Prevenzione di ictus e embolia sistemica in pazienti adulti con fibrillazione atriale non-valvolare (FANV), con uno o più fattori di rischio, quali precedente ictus o attacco ischemico transitorio (TIA); età > 75 anni; insufficienza cardiaca (ClasseNYHA≥II); diabete mellito; ipertensione;
  • Prevenzione primaria di episodi tromboembolici in pazienti adulti sottoposti a chirurgia sostitutiva elettiva totale dell’anca o del ginocchio;
  • Trattamento della trombosi venosa profonda (TVP) e dell’embolia polmonare (EP) e prevenzione delle recidive di TVP e EP negli adulti.

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Parere su brentuximab vedotin per il linfoma cutaneo a cellule T CD30+

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Il CHMP dell’EMA ha espresso parere positivo per l’estensione dell’autorizzazione all’immissione in commercio di brentuximab vedotin per il linfoma cutaneo a cellule T CD30-positivo.

L’opinione si è basata sui risultati positivi dello studio di fase III ALCANZA che hanno dimostrato nel braccio trattato con brentuximab vedotin (Adcetris®) un miglioramento statisticamente significativo di:

  • tasso di risposta obiettiva ≥ 4 mesi,
  • mediana di sopravvivenza libera da progressione di malattia,
  • risposta complessiva e riduzione della sintomatologia.
Il CHMP dell'EMA ha espresso parere positivo all'estensione dell'AIC di brentuximab vedotin per il linfoma cutaneo a cellule T CD30-positivo
Il CHMP dell’EMA ha espresso parere positivo all’estensione dell’AIC di brentuximab vedotin per il linfoma cutaneo a cellule T CD30-positivo

Takeda Pharmaceutical ha annunciato che il Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha espresso parere positivo riguardo all’estensione dell’autorizzazione all’immissione in commercio di , e ne ha quindi raccomandato l’approvazione per il trattamento di pazienti adulti affetti da linfoma cutaneo a cellule T (CTCL) CD30-positivo già sottoposti ad almeno una terapia sistemica.

L’opinione positiva del CHMP per brentuximab vedotin, che verrà presa in considerazione dalla Commissione Europea, si basa sui risultati dello studio clinico randomizzato, in aperto, di fase III ALCANZA, disegnato per valutare brentuximab vedotin come agente singolo in confronto al braccio di controllo con terapia standard a scelta dello sperimentatore (metotrexato o bexarotene), nei pazienti con linfoma cutaneo a cellule T CD30-positivo.

Lo studio ha raggiunto l’obiettivo primario: il trattamento con brentuximab vedotin ha dimostrato un miglioramento statisticamente significativo del tasso di risposta obiettiva ≥ 4 mesi (ORR4), della mediana di sopravvivenza libera da progressione di malattia rispetto al braccio di controllo (p <0,0001), come valutato da un comitato di revisione indipendente. L’ORR4  è stata del 56,3% nel braccio trattato con brentuximab vedotin, rispetto al 12,5% nel braccio di controllo.

Anche gli endpoint secondari specificati nel protocollo, inclusi:

  • il tasso di risposta completa,
  • la sopravvivenza libera da progressione,
  • la riduzione dei sintomi durante il trattamento, misurata dal questionario Skindex-29

erano tutti in favore del braccio trattato con brentuximab vedotin in maniera statisticamente significativa.

Il profilo di sicurezza associato a brentuximab vedotin nello studio ALCANZA era generalmente coerente con le informazioni contenute in RCP. Gli eventi avversi più comuni, di qualsiasi gravità, sono stati:

  • neuropatia periferica,
  • nausea,
  • diarrea,
  • affaticamento,
  • vomito,
  • alopecia,
  • prurito,
  • febbre,
  • riduzione di appetito,
  • ipertrigliceridemia.

Nel braccio trattato con brentuximab vedotin, gli eventi avversi più comuni di grado 3 o 4 sono stati neuropatia sensoriale periferica (nessun evento di grado 4), affaticamento, diarrea, nausea, vomito e prurito. Nel braccio di controllo, gli eventi avversi più comuni di grado 3 o 4 sono stati ipertrigliceridemia, prurito, affaticamento e febbre.

Il linfoma cutaneo a cellule T

Linfoma è un termine usato per indicare un gruppo di tumori che originano dal sistema linfatico. I linfomi si dividono in due grandi categorie: linfoma di Hodgkin e linfoma non-Hodgkin. I linfomi cutanei sono una categoria di linfomi non-Hodgkin della cute.

Secondo la Cutaneous Lymphoma Foundation, il linfoma cutaneo a cellule T è il linfoma cutaneo più comune e si presenta tipicamente con chiazze rosse, squamose o ispessite sulla cute che spesso ricorda l’eczema o la dermatite cronica. Dall’interessamento di un’area limitata della cute, la progressione può accompagnarsi alla formazione di tumore, ulcerazione ed esfoliazione, aggravate da prurito e infezioni.

Gli stadi avanzati della patologia coinvolgono i linfonodi, il sangue periferico e gli organi interni.

Da letteratura, il CD30 è espresso a livello delle lesioni del linfoma cutaneo a cellule T in circa il 50% dei pazienti che ne sono affetti.

Il trattamento standard di linfoma cutaneo a cellule T include terapie dirette alla cute, radiazioni e terapie sistemiche in combinazione a queste. Le terapie sistemiche attualmente approvate hanno dimostrato un tasso di risposta obiettiva dal 30 al 45%, con bassa percentuale di risposte complete.

Brentuximab vedotin

Brentuximab vedotin è ADC (anticorpo coniugato) composto da un anticorpo monoclonale anti CD30 legato, tramite un legame scindibile da proteasi, all’agente antimicrotubolare monometilauristatina E (MMAE), che utilizza la tecnologia brevettata da Seattle Genetics. L’ADC usa un sistema di legame realizzato per essere stabile nel torrente circolatorio e rilasciare MMAE al momento dell’internalizzazione nelle cellule tumorali che esprimono CD30. Il CD30 è espresso a livello delle lesioni cutanee approssimativamente nel 50% dei pazienti con linfoma cutaneo a cellule T.

Brentuximab vedotin ha già ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio con riserva da parte della Commissione Europea nell’ottobre 2012 per due indicazioni:

  • il trattamento di pazienti adulti con linfoma di Hodgkin CD30-positivo recidivante o refrattario in seguito a un trapianto autologo di cellule staminali (ASCT) o in seguito ad almeno due precedenti terapie quando l’ASCT o la polichemioterapia non sono un’opzione terapeutica,
  • il trattamento di pazienti adulti con linfoma anaplastico a grandi cellule sistemico (sALCL) recidivante o refrattario.

La Commissione Europea ha esteso l’attuale autorizzazione all’immissione in commercio con riserva e ha approvato brentuximab vedotin per il trattamento di pazienti adulti con linfoma di Hodgkin CD30-positivo ad aumentato rischio di ricaduta o progressione a seguito di trapianto autologo di cellule staminali.

Brentuximab vedotin ha ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio dalle autorità regolatorie in più di 65 paesi per linfoma di Hodgkin recidivante o refrattario e linfoma anaplastico a grandi cellule sistemico recidivante o refrattario.

Brentuximab vedotin non è al momento approvato per il trattamento del linfoma cutaneo a cellule T.

Studi su Brentuximab vedotin per diverse indicazioni

Brentuximab vedotin, inoltre, è oggetto di valutazione in oltre 70 studi clinici in corso, inclusi due studi di fase III, uno in terapia di prima linea nel linfoma di Hodgkin classico (ECHELON-1) e uno in terapia di prima linea nei linfomi a cellule T periferiche CD30-positivi (ECHELON-2), oltre ad altri studi clinici in vari tipi di neoplasie che esprimono CD30.

Seattle Genetics e Takeda lavorano congiuntamente allo sviluppo di brentuximab vedotin.

Brentuximab vedotin non è al momento approvato per il trattamento del linfoma cutaneo a cellule T.

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L’FDA ha approvato emicizumab per l’emofilia A con inibitori

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L’FDA ha approvato emicizumab per l’emofilia A con inibitori. Emicizumab può essere autosomministrato con iniezioni sottocutanee, una volta a settimana e ha dimostrato di ridurre sostanzialmente i sanguinamenti negli adulti e nei bambini.

FDA ha approvato emicizumab per l'emofilia A con inibitori che può essere autosomministrato con iniezioni sottocutanee, una volta a settimana
FDA ha approvato emicizumab per l’emofilia A con inibitori che può essere autosomministrato con iniezioni sottocutanee, una volta a settimana

Roche ha annunciato che la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato emicizumab per l’uso in profilassi, allo scopo di prevenire o ridurre la frequenza degli episodi di sanguinamento negli adulti e nei bambini affetti da emofilia A con inibitori del fattore VIII.

In due dei più ampi studi clinici registrativi condotti su pazienti affetti da emofilia A con inibitori, emicizumab ha dimostrato di ridurre sostanzialmente i sanguinamenti negli adulti e nei bambini.

«Le persone affette da emofilia A che sviluppano inibitori affrontano notevoli difficoltà nella prevenzione dei sanguinamenti e in genere necessitano di infusioni multiple ogni settimana; e per i bambini più piccoli e le rispettive famiglie ciò può rivelarsi particolarmente gravoso – ha dichiarato Guy Young, MD, direttore dell’Hemostasis and Thrombosis Program presso il Children’s Hospital Los Angeles e professore di pediatria presso la University of Southern California Keck School of Medicine, Los Angeles, California. – Questo nuovo medicinale ha dimostrato di ridurre la frequenza dei sanguinamenti rispetto ai farmaci attualmente disponibili e deve essere iniettato solo una volta a settimana. Si tratta di un trattamento che potrebbe fare la differenza per questi bambini».

Nello studio di fase III HAVEN 1, i soggetti di età uguale o superiore a 12 anni affetti da emofilia A con inibitori, in regime di profilassi con emicizumab, hanno registrato una riduzione statisticamente significativa dei sanguinamenti trattati pari all’87% (IC al 95%: 72,3; 94,3, p < 0,0001) rispetto a quelli non sottoposti ad alcuna profilassi. In un’analisi intra-paziente unica nel suo genere, la profilassi con emicizumab ha evidenziato una riduzione statisticamente significativa dei sanguinamenti trattati pari al 79% (IC al 95%: 51,4; 91,1, p = 0,0003) rispetto al precedente trattamento con agenti bypassanti (BPA) in profilassi, nell’ambito di uno studio non interventistico (NIS) realizzato prima dell’arruolamento.

Dai risultati ad interim dello studio registrativo HAVEN 2 su bambini di età inferiore a 12 anni affetti da emofilia A con inibitori è emerso che l’87% (IC al 95%: 66,4; 97,2) dei bambini sottoposti a profilassi con emicizumab ha manifestato zero sanguinamenti trattati. In un’analisi intra-paziente su 13 bambini che avevano partecipato al NIS, la profilassi con emicizumab ha evidenziato una riduzione dei sanguinamenti trattati pari al 99% rispetto al precedente trattamento con un BPA in profilassi (n = 12) o on-demand (al bisogno; n = 1).

Gli eventi avversi (AE) più comuni che si sono verificati in almeno il 10% dei soggetti trattati con emicizumab sono stati reazioni in corrispondenza della sede di iniezione, mal di testa e dolore articolare (artralgia).

«L’approvazione di emicizumab rappresenta un importante passo avanti per le persone affette da emofilia A con inibitori, che da tempo cercano di gestire questo disturbo emorragico e hanno dovuto attendere quasi 20 anni per poter disporre di un nuovo trattamento – ha dichiarato Sandra Horning, MD, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development di Roche. – Riteniamo che emicizumab potrà migliorare la protezione contro i sanguinamenti e ridurre l’impatto della somministrazione della terapia per le persone con emofilia A e inibitori».

L’FDA ha valutato  emicizumab tramite la procedura regolatoria di Priority Review (Revisione Prioritaria) e nel settembre del 2015 aveva accordato al medicinale la designazione di terapia breakthrough, nei pazienti di età uguale o superiore a 12 anni affetti da emofilia A con inibitori. L’Agenzia europea dei medicinali (EMA) sta valutando, con procedura regolatoria accelerata, i dati degli studi HAVEN 1 e HAVEN 2 ed  è attualmente in corso la sottomissione ad altre autorità sanitarie di tutto il mondo.

Emicizumab è ad oggi ancora oggetto di studio nell’ambito di un solido programma di sviluppo clinico che comprende altri due studi di fase III. HAVEN 3 sta valutando la profilassi con emicizumab somministrato una volta a settimana o a settimane alterne a soggetti di età uguale o superiore a 12 anni affetti da emofilia A senza inibitori del fattore VIII. HAVEN 4 sta valutando la profilassi con emicizumab somministrato ogni quattro settimane a soggetti di età uguale o superiore a 12 anni affetti da emofilia A con o senza inibitori.

Lo studio HAVEN 1

HAVEN 1 (NCT02622321) è uno studio di fase III randomizzato, multicentrico e in aperto volto a valutare l’efficacia, la sicurezza e la farmacocinetica della somministrazione sottocutanea di emicizumab in profilassi una volta a settimana rispetto a nessuna profilassi in adulti e adolescenti affetti da emofilia A con inibitori del fattore VIII. Lo studio ha incluso 109 pazienti (di età uguale o superiore a 12 anni) affetti da emofilia A con inibitori del fattore VIII precedentemente trattati con terapia episodica o profilattica a base di agenti bypassanti (BPA).

I pazienti precedentemente trattati con BPA in regime episodico sono stati randomizzati in rapporto 2:1 al trattamento in profilassi con emicizumab (Braccio A) oppure a nessuna profilassi (Braccio B). Ai pazienti precedentemente trattati con BPA in regime di profilassi è stato somministrato il trattamento con emicizumab in profilassi (Braccio C). Ulteriori pazienti precedentemente trattati con BPA in regime episodico sono stati  arruolati in un braccio ulteriore (Braccio D). Il protocollo di studio consentiva, in tutti i bracci e in caso di sanguinamenti insorti in corso di terapia, il trattamento in regime episodico con BPA

Di seguito si riporta una sintesi dei dati principali tratti dallo studio HAVEN 1.

  • L’endpoint primario ha evidenziato, con emicizumab in profilassi, una riduzione statisticamente significativa dei sanguinamenti trattati pari all’87% (IC al 95%: 72,3; 94,3, p < 0,0001) rispetto a nessuna profilassi. Inoltre, il 62,9% (IC al 95%: 44,9; 78,5) dei pazienti sottoposti a profilassi con emicizumab ha manifestato zero sanguinamenti trattati, rispetto il 5,6% (IC al 95%: 0,1; 27,3) dei pazienti non sottoposti ad alcuna profilassi.
  • Tutti i 12 endpoint secondari sono risultati positivi. In un’analisi intra-paziente unica nel suo genere, la profilassi con emicizumab ha evidenziato una riduzione statisticamente significativa dei sanguinamenti trattati pari al 79% (IC al 95%: 51,4; 91,1, p = 0,0003) rispetto al precedente trattamento con BPA in profilassi nell’ambito dello studio osservazionale condotto prima dell’arruolamento nello studio HAVEN 1. Inoltre, il 70,8% (IC al 95%: 48,9; 87,4) dei pazienti sottoposti a profilassi con emicizumab ha manifestato zero sanguinamenti trattati, rispetto al 12,5% (IC al 95%: 2,7; 32,4) dei pazienti sottoposti a precedente trattamento con BPA in profilassi durante lo studio osservazionale precedente.
  • I miglioramenti del tasso di sanguinamenti osservati con la profilassi di emicizumab rispetto a nessuna profilassi hanno compreso una riduzione dell’80% (IC al 95%: 62,5; 89,8, p < 0,0001) di tutti i sanguinamenti, una riduzione del 92% (IC al 95%: 84,6; 96,3, p < 0,0001) dei sanguinamenti spontanei trattati, una riduzione dell’89% (IC al 95%: 48; 97,5, p = 0,0050) dei sanguinamenti articolari trattati e una riduzione del 95% (IC al 95%: 77,3; 99,1, p = 0,0002) dei sanguinamenti trattati a carico delle articolazioni bersaglio.
  • Con la profilassi di emicizumab è stato osservato un miglioramento del punteggio relativo alla salute fisica del questionario Haemophilia-specific Quality of Life (Haem-A-QoL) rispetto a nessuna profilassi. Il parametro è stato misurato a 25 settimane negli adulti di età uguale o superiore a 18 anni e ha valutato i sintomi correlati all’emofilia (tumefazioni dolorose e presenza di dolore articolare) e alla funzionalità fisica (dolore nel movimento e difficoltà a camminare per lunghi tratti).

Emicizumab, quando utilizzato in associazione al concentrato di complesso protrombinico attivato (aPCC), potrebbe causare gravi effetti indesiderati, tra cui microangiopatia trombotica (TMA) e formazione di coaguli di sangue (eventi trombotici). Sono stati segnalati casi di microangiopatia trombotica ed eventi trombotici quando un dosaggio cumulativo medio > 100 U/kg/24 ore di concentrato di complesso protrombinico attivato (aPCC) è stato somministrato per 24 ore o più in soggetti in profilassi con emicizumab. Come indicato in precedenza, nello studio HAVEN 1 tre soggetti hanno manifestato eventi di TMA e due soggetti hanno sviluppato eventi trombotici seri.

Lo studio HAVEN 2

HAVEN 2 (NCT02795767) è uno studio clinico multicentrico, in aperto e a braccio singolo condotto su bambini di età inferiore a 12 anni affetti da emofilia A con inibitori del fattore VIII. Lo studio sta valutando l’efficacia, la sicurezza e la farmacocinetica della somministrazione sottocutanea di emicizumab in profilassi, una volta a settimana. L’analisi di efficacia ad interim dopo almeno 12 settimane di trattamento ha incluso 23 bambini.

  • Dopo un tempo mediano di osservazione di 38,1 settimane, dall’analisi ad interim è emerso che l’87% (IC al 95%: 66,4; 97,2) dei bambini sottoposti a profilassi con emicizumab ha manifestato zero sanguinamenti trattati. I dati ad interim hanno inoltre evidenziato quanto segue:
    • Il 34,8% (IC al 95%: 16,4; 57,3) dei bambini ha manifestato zero sanguinamenti complessivi, comprendenti tutti i sanguinamenti trattati e non trattati.
    • Il 95,7% (IC al 95%: 78,1; 99,9) dei bambini ha manifestato zero sanguinamenti spontanei trattati.
    • Il 95,7% (IC al 95%: 78,1; 99,9) dei bambini ha manifestato zero sanguinamenti articolari trattati.
    • Il 100% (IC al 95%: 85,2; 100) dei bambini ha manifestato zero sanguinamenti trattati a carico delle articolazioni bersaglio.
  • In un’analisi intra-paziente, 13 bambini che avevano partecipato allo studio osservazionale precedente, hanno evidenziato, durante il precedente trattamento con un BPA in profilassi (n = 12) o on-demand (n = 1) un tasso annualizzato di sanguinamenti (ABR) relativo ai sanguinamenti trattati pari a 17,2 (IC al 95%: 12,4; 23,8), rispetto ad un tasso di 0,2 (IC al 95%: 0,1; 0,8) registrato nei bambini sottoposti a profilassi con emicizumab, che corrisponde a una riduzione del 99% del tasso di sanguinamenti. Durante la profilassi con emicizumab 11 bambini (84,6%) hanno manifestato zero sanguinamenti trattati.

Gli AE più comuni che si sono verificati in almeno il 10% dei pazienti trattati con emicizumab in tutti gli studi sono stati le reazioni in corrispondenza della sede di iniezione, mal di testa e dolore articolare (artralgia).

Emicizumab

Emicizumab è un anticorpo bispecifico diretto contro il fattore IXa e il fattore X.

È stato concepito per avvicinare i fattori IXa e X, che sono le proteine necessarie per attivare la naturale cascata della coagulazione e ripristinare il processo di coagulazione del sangue nei pazienti affetti da emofilia A.

Emicizumab è un trattamento profilattico (preventivo) che può essere somministrato sotto forma di soluzione pronta all’uso da iniettare al di sotto della pelle (per via sottocutanea) una volta a settimana. Emicizumab è stato ideato da Chugai Pharmaceutical Co. ed è sviluppato congiuntamente da Chugai, Roche e Genentech.

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Ribociclib per il carcinoma mammario pre-menopausa

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Lo studio MONALEESA-7 ha dimostrato la superiore efficacia della terapia di combinazione con ribociclib per il carcinoma mammario pre-menopausa localmente avanzato o metastatico HR+/HER2- rispetto alla monoterapia endocrina nel trattamento di prima linea.

Ribociclib per il carcinoma mammario pre-menopausa localmente avanzato o metastatico HR+/HER2-
Ribociclib è il primo inibitore di CDK4/6 a essere valutato in uno studio globale di fase III focalizzato esclusivamente sulle donne in pre-menopausa

Novartis ha annunciato i principali risultati positivi di MONALEESA-7, il secondo studio clinico globale di fase III condotto con Kisqali® (ribociclib) nel carcinoma mammario localmente avanzato o metastatico. Lo studio MONALEESA-7 ha soddisfatto il suo endpoint primario di sopravvivenza libera da progressione (PFS,progression-free survival) nelle donne in pre-menopausa con carcinoma mammario metastatico o in fase avanzata con recettori ormonali positivi, negativo per il recettore 2 del fattore di crescita dell’epidermide umano (HR+/HER2-).

MONALEESA-7 è stato il primo studio prospettico globale di fase III in oltre 20 anni progettato specificamente per le donne in pre-menopausa con diagnosi di carcinoma mammario in fase avanzata. Lo scopo è dimostrare in questa popolazione di pazienti la superiorità di un inibitore di CDK4/6 in combinazione con terapie ormonali orali e goserelina rispetto alla sola terapia endocrina e goserelina.

«Esiste tuttora un significativo bisogno terapeutico insoddisfatto nelle donne più giovani con diagnosi di carcinoma mammario pre-menopausa in fase avanzata, poiché la malattia tende a essere più aggressiva, e con una prognosi peggiore – ha dichiarato Samit Hirawat, vice presidente esecutivo e Head Global Drug Development presso Novartis Oncology. – MONALEESA-7 è il primo studio clinico di fase III condotto con un inibitore di CDK 4/6 disegnato specificamente per questa popolazione di pazienti. Siamo estremamente soddisfatti che abbia ottenuto il suo endpoint primario. Questo risultato ci permetterà di estendere la popolazione di pazienti che possono beneficiare del trattamento con ribociclib. Siamo impazienti di presentare i dati dello studio MONALEESA-7 al San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS) di dicembre 2017, e di discutere questi risultati con le Agenzie Regolatorie di tutto il mondo».

Lo studio MONALEESA-7

MONALEESA-7 è uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo. È dedicato a valutare l’efficacia e la sicurezza di ribociclib in combinazione con terapie ormonali orali e goserelina rispetto alla sola terapia endocrina e goserelina nelle donne in pre-menopausa o in peri-menopausa con carcinoma mammario localmente avanzato HR+/HER2- che non hanno ricevuto alcuna precedente terapia endocrina per la malattia in fase avanzata. Nel corso dello studio clinico MONALEESA-7 sono state randomizzate oltre 670 donne dai 25 ai 58 anni.

Nel corso dello studio clinico MONALEESA-7 non è stato identificato alcun ulteriore tipologia di effetto collaterale rispetto agli altri trial con ribociclib.

Ribociclib

Ribociclib è un inibitore selettivo delle chinasi ciclina-dipendenti. Si tratta di una classe di farmaci che contribuiscono a rallentare la progressione del tumore, inibendo due proteine chiamate chinasi ciclina-dipendente 4 e 6 (CDK-4/6). Queste proteine, quando vengono iperattivate, possono consentire alle cellule tumorali di crescere e di dividersi in modo eccessivamente rapido. Mirare alle CDK4/6 con maggiore precisione potrebbe avere un’importanza fondamentale nell’impedire alle cellule tumorali di crescere in maniera incontrollata.

È l’unico inibitore di CDK4/6 approvato sulla base di uno studio clinico di prima linea di fase III che ha soddisfatto il suo endpoint primario in anticipo sui tempi previsti, in 42 Paesi.

Non è ancora stato approvato per l’uso nelle pazienti in pre-menopausa.

Ribociclib è stato sviluppato da Novartis Institutes for Biomedical Research (NIBR), nel corso di una ricerca condotta in collaborazione con Astex Pharmaceuticals.

Il programma di studi clinici con ribociclib

MONALEESA è un vasto programma clinico di fase III dedicato alla valutazione dell’impiego di un inibitore di CDK4/6 nel carcinoma mammario in fase avanzata. Ha arruolato oltre 2.000 pazienti.

I risultati di MONALEESA-7 vanno ad aggiungersi ai dati di MONALEESA-2, i quali supportano il beneficio di ribociclib + terapia ormonale nel trattamento di prima linea del carcinoma mammario localmente avanzato o metastatico HR+/HER2-.

Novartis sta continuando a valutare ribociclib in combinazione con diverse terapie ormonali in una vasta gamma di pazienti, anche nel contesto adiuvante.

MONALEESA-3 è uno studio clinico di fase III che sta valutando ribociclib in combinazione con fulvestrant (rispetto a fulvestrant in monoterapia) nelle donne in post-menopausa con carcinoma mammario in fase avanzata HR+/HER2- che non hanno ricevuto alcuna terapia endocrina precedente (o ne hanno ricevuta al massimo una).

CompLEEment è uno studio multicentrico, open-label, di fase IIIb che valuta la sicurezza e l’efficacia di ribociclib + letrozolo negli uomini e nelle donne in pre- e post-menopausa con carcinoma mammario localmente avanzato HR+/HER2- che non hanno ricevuto alcuna precedente terapia ormonale per la malattia in fase avanzata.

EarLEE-1 ed EarLEE-2 sono sperimentazioni cliniche di fase III multicentriche, randomizzate, in doppio cieco che valutano la sicurezza e l’efficacia di ribociclib + terapia endocrina come terapia adiuvante nelle donne in pre- e post-menopausa che non hanno ricevuto alcun precedente trattamento con un inibitore di CDK4/6. Lo studio EarLEE-1 valuterà ribociclib + terapia endocrina adiuvante rispetto alla monoterapia endocrina adiuvante nelle donne con carcinoma mammario HR+/HER2- precoce ad alto rischio. EarLEE-2 arruolerà invece donne con carcinoma mammario HR+/HER2- precoce a rischio intermedio.

Carcinoma mammario pre-menopausa

Il carcinoma mammario pre-menopausa è una malattia biologicamente distinta e più aggressiva rispetto alla forma post-menopausa. Rappresenta, inoltre, la principale causa di morte per tumore nelle donne dai 20 ai 59 anni.

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I batteri antibiotico-resistenti in ambito nosocomiale ed extraospedaliero

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I batteri resistenti agli antibiotici “evadono” dalle strutture sanitario-assistenziali e minacciano le comunità: ormai le infezioni urinarie extraospedale sono resistenti nel 15% dei casi. L’European Antibiotic Awareness Day (18 novembre) è stato l’occasione per un ulteriore richiamo a intensificare la lotta contro i batteri antibiotico-resistenti.

Le iniziative più recenti per contrastare l’antibioticoresistenza sono state presentate all’International Meeting on Antimicrobial Chemotherapy in Clinical Practice (ACCP) della SITA (S. Margherita Ligure, 16/11/2017):

  • nel settembre 2017, il Governo italiano vara il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR),
  • La stessa Società Italiana di Terapia Antinfettiva (SITA) emana le prime Linee Guida per la prevenzione e cura dell’infezione da Klebsiella pneumoniae carbapenemasi-produttrice KPC. (Queste linee guida sono state accettate il 23/08/2017 per la pubblicazione come expert opinion su Clinical Microbiology and Infection),
  • Inoltre, due importanti società scientifiche europee, ESCMID (European Society of Clinical Microbiology and Infectious Diseases) e ESICM (European Society of Intensive Medicine), lanciano ANTARCTICA (ANTimicrobiAl Resistance CriTIcal CAre), una vera e propria alleanza europea contro le antibiotico-resistenze nelle terapie intensive.
I batteri antibiotico-resistenti in ambito nosocomiale ed extraospedaliero: i supebatteri “evadono” dagli ospedali e minacciano le comunità
I batteri antibiotico-resistenti “evadono” dagli ospedali e minacciano le comunità

Le situazioni di maggiore rischio nell’ambito delle antibiotico-resistenze sono due in particolare:

  1. la prima è rappresentata dalle Unità di Terapia intensiva, contesto sanitario ad alta concentrazione di uso di antibiotici e nel quale i pazienti sono più suscettibili di infezioni resistenti.
  2. L’altro scenario di crisi è rappresentato dalle strutture per lungodegenti o case di riposo, dove si crea l’habitat perfetto per la resistenza microbica a causa dell’affollamento, dell’uso massiccio di antibiotici e della scarsa infection control. Alcuni dati mostrano che nelle RSA i pazienti siano portatori di germi resistenti in oltre il 50% dei casi.

Ma anche al di fuori delle strutture sanitarie, ospedaliere ed extra-ospedaliere, la situazione inizia a farsi preoccupante. In Italia vi è una prevalenza tra il 10-15% di Enterobatteri tipo ESBL che causano infezioni urinarie. Una donna su dieci con una cistite, una delle infezioni più frequenti in assoluto, la potrebbe potenzialmente acquisire da un germe resistente sul quale i comuni antibiotici non funzionano più.

L’antibioticoresistenza nelle Unità di Terapia intensiva

L’antibioticoresistenza rappresenta un pericolo per tutti i pazienti e in misura maggiore per quelli ricoverati in terapia intensiva a causa dell’intensità dei trattamenti, dell’uso di strumenti invasivi e dell’esposizione continuativa all’uso di antibiotici.

Nonostante esistano prove scientifiche sui benefici derivanti dalla diminuzione dell’uso di antibiotici, una riduzione viene applicata soltanto nel 20-50% dei casi dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.

Studi dimostrano che ogni anno circa 25.000 pazienti contraggono infezioni antibiotico resistenti. Il numero è destinato a crescere e da qui al 2050 i superbatteri saranno responsabili di almeno 10 milioni di decessi annui, di cui 390.000 in Europa (in particolare l’Europa Meridionale sembra sia più esposta alla proliferazione di patogeni resistenti).

Nonostante queste premesse, ANTARCTICA ritiene possibile vincere la battaglia contro l’antibiotico resistenza in quanto:

  • si conoscono i meccanismi alla base dello sviluppo e della diffusione del fenomeno di antibiotico resistenza;
  • sono disponibili tecnologie che permettono di diagnosticare rapidamente le infezioni e accertare il coinvolgimento di patogeni antibiotico resistenti;
  • si stanno rendendo disponibili nuovi antibiotici specificamente mirati contro i germi resistenti e molti altri sono in fase di studio. Allo stesso tempo, sono in fase di sviluppo anche strategie non farmacologiche per trattare le infezioni gravi;
  • sono in aumento i programmi di prevenzione e controllo della diffusione di infezioni resistenti.

L’Alleanza ANTARCTICA contro le infezioni antibiotico resistenti ha messo a punto un vero e proprio piano strategico, articolato in quattro ambiti, che ha per obiettivi:

  • promuovere un migliore uso degli antibiotici, soprattutto nei pazienti ricoverati in Unità di terapia intensiva,
  • migliorare le tecniche di diagnosi e cura, cercando di avere più dati microbiologici per capire quali siano i germi che circolano nelle strutture ospedaliere,
  • incrementare gli studi clinici sui nuovi antibiotici all’interno delle terapie intensive,
  • favorire la raccolta di dati europei di sorveglianza che permettano di conoscere quali e quanti germi resistenti circolano negli ospedali e nelle terapie intensive.

Piano di intervento di ANTARCTICA

1. Stratificazione del rischio

· Identificare i fattori di rischio per ogni multiresistenza

· Studiare l’impatto dei diversi antibiotici sullo sviluppo delle multiresistenze

2. Diagnosi

· Sviluppare e valutare strumenti per:

– diagnosi precoce di sepsi
– differenziazione precoce fra infezione e infiammazione, e tra infezione e colonizzazione
– individuazione rapida e identificazione dei patogeni e dei loro schemi di resistenza

· Migliorare i metodi per testare rapidamente la suscettibilità fenotipica

3. Terapia

· Ottenere da pazienti in terapia intensiva i dati di farmacocinetica per tutti gli antibiotici disponibili

· Chiarire il ruolo delle combinazioni di farmaci nelle infezioni multi-resistenti

· Individuare una strada diversa per la somministrazione di antibiotici (ad es. antibiotici nebulizzati)

· Migliorare il monitoraggio dei farmaci

4. Prevenzione

· Chiarire il ruolo delle strategie di decontaminazione.

L’antibioticoresistenza nelle strutture di lungodegenza extra-ospedaliere

Nell’ambito delle antibiotico-resistenze un fenomeno molto preoccupante è rappresentato dalla “evasione” dei super batteri al di fuori degli ospedali. A rischio sono in particolare le strutture di cura extra-ospedaliere come case di riposo o RSA.

«Il problema delle antibiotico-resistenze non è più confinato agli ambienti ospedalieri, ma sta sempre più diventando un problema anche extra-ospedaliero – speiga Matteo Bassetti, Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine e Università di Udine, vice-presidente Società Italiana di Terapia Antinfettiva (SITA). – Bisogna distinguere nettamente due diverse situazioni per quanto riguarda l’extra-ospedale: la situazione delle case di riposo o delle cosiddette strutture per lungodegenti e la comunità vera e propria. Un conto è l’anziano che acquisisce un’infezione urinaria in una casa di riposo, un altro è la giovane donna che a 30 anni contrae un’infezione delle vie urinarie a casa propria».

«Purtroppo, nella prima situazione stiamo vedendo numeri impressionanti di germi resistenti perché in quelle strutture si crea l’habitat perfetto per la resistenza microbica: affollamento, esteso uso di antibiotici (perché questi pazienti spesso portano cateteri, hanno problemi respiratori ecc.) e bassa soglia di igiene, cioè scarso infection control. Infatti, all’interno di questi setting i pazienti sono portatori di germi resistenti in oltre il 50% dei casi. Parliamo tradizionalmente di germi tipo ESBL, cioè enterobatteri produttori di betalattamasi ad ampio spettro, che inattivano in pratica tutte le penicilline, MRSA stafilococco aureus meticillino resistente e anche enterococco vancomicino-resistente, oltre ad altri microrganismi resistenti. Quindi, il setting delle case di riposo rappresenta un’importante minaccia per le persone ospitate» – aggiunge Matteo Bassetti.

L’antibioticoresistenza all’esterno delle strutture sanitarie e assistenziali

«Il problema completamente esterno a ogni tipo di situazione ospedaliera è rappresentato da tutte quelle infezioni che si verificano nei soggetti anche senza fattori di rischio per un germe resistente. In Italia vi è una prevalenza tra il 10% e il 15% di ESBL negli enterobatteri che causano infezioni urinarie. Una donna su dieci che ha una cistite, una delle infezioni più frequenti in assoluto, potrebbe averla acquisita da un germe resistente ai comuni antibiotici – continua Matteo Bassetti. – Quindi le cistiti, le prostatiti o i problemi respiratori magari ricorrenti, nel 15% dei casi sono dovuti a germi resistenti, e quindi potrebbero necessitare del ricovero in ospedale per instaurare una terapia antibiotica per via endovenosa, perché gli antibiotici in compresse comunemente utilizzati per queste infezioni non funzionano più».

«Klebsiella pneumoniae carbapenemasi-produttrice oggi è il vero super batterio killer. Questo batterio può causare una serie molto ampia di infezioni, come quelle del tratto urinario, delle vie respiratorie, infezioni da cateteri, infezioni addominali, fino a osteomieliti. È diventato resistente a tutti gli antibiotici in oltre il 50% dei casi nel nostro Paese. KPC vuol dire resistente ai carbapenemi, che rappresentano l’ultimo baluardo nei confronti di questo tipo di infezioni. Quindi – sottoline Bassetti – per trattare le Klebsielle, che arrivano ad avere una mortalità di oltre il 50% non ci sono grandi armi in questo momento».

«Le uniche opzioni sono cocktail di antibiotici diversi per far sì che almeno uno funzioni e che si potenzino uno con l’altro, oppure cercare di utilizzare nuove molecole. Purtroppo in Italia in questo momento non abbiamo neanche un antibiotico in commercio per la terapia di queste infezioni. Le linee guida della SITA forniscono alcuni suggerimenti su come gestire al meglio queste infezioni dal punto di vista della prevenzione e della terapia. Il messaggio più forte riguarda la necessità di trattare queste infezioni con più di un antibiotico, ovvero con la cosiddetta terapia di combinazione» – conclude Matteo Bassetti..

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Le linee guida di SITA per gestire le infezioni e il PNCAR

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Per fronteggiare la diffusione delle infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, le linee guida di SITA (Società Italiana di Terapia Antinfettiva) si affiancano al PNCAR (Progetto Nazionale di Controllo dell’Antibioticoresistenza).

Per fronteggiare la diffusione delle infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, le linee guida di SITA si affiancano al PNCAR
L’abuso e l’uso non corretto degli antibiotici sono le prime cause delle antibiotico-resistenze

In Italia il numero delle infezioni resistenti è superiore alle medie europee per alcuni dei principali superbatteri come:

  • KPC (Klebsiella pneumoniae carbapenemasi-produttrice),
  • Escherichia coli resistente ai fluorochinoloni e all’aminopenicillina,
  • MRSA (Staphylococcus aureus resistente alla meticillina),
  • Acinetobacter resistente ai fluorochinoloni.

Questi batteri difficili, dagli ospedali, si stanno diffondendo alle residenze per anziani e alle case di riposo e anche negli ambienti esterni alle strutture sanitario-assistenziali. Il rischio è quello di entrare in un’era post-antibiotica dove anche infezioni banali mettono a rischio la vita. L’emergenza non è solamente italiana, ma globale. Perciò l’antibioticoresistenza, insieme ai cambiamenti climatici e alla salute di genere, è stata una delle tre priorità al centro del G7 dei Ministri della Salute che si è svolto a Milano il 5 e 6 novembre 2017.

Il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR), lanciato dal Governo agli inizi di settembre 2017 e ispirato all’approccio “One Health”, con il coinvolgimento di tutti i settori interessati (medicina umana, veterinaria, ricerca, zootecnia etc.) è stata la prima risposta organica, attesa da anni.

Ma da Santa Margherita Ligure (16 novembre 2017), e in occasione dell’European Antibiotic Awareness Day del 18 novembre, i maggiori infettivologi italiani, riuniti per l’International Meeting on Antimicrobial Chemotherapy in Clinical Practice, lanciano l’allarme: se non si intensificano gli sforzi, se non si destinano risorse adeguate, se si pongono troppi vincoli all’uso di nuovi antibiotici, se medici e pazienti non si impegnano a usare gli antibiotici in modo appropriato, i programmi potrebbero non bastare a fermare l’avanzata dei superbatteri.

Claudio Viscoli, presidente della SITA e direttore Clinica Malattie Infettive, Università degli Studi di Genova IRCCS San Martino–IST, afferma:

«Gli antibiotici sono un’arma miracolosa, che abbiamo solo dalla metà del secolo scorso e che non dobbiamo assolutamente perdere. Non dobbiamo abusare di un rimedio altrimenti il rimedio stesso rischia di non funzionare più. L’uso degli antibiotici quando non necessari, infatti, è collegato all’aumento di resistenze. L’informazione è cruciale. SITA è in prima linea per contrastare l’abuso e l’uso non corretto degli antibiotici, prima causa delle antibiotico-resistenze. Fino a oggi ci siamo concentrati soprattutto sui cittadini con la campagna “Antibiotici-La nostra difesa numero 1”, e adesso ci rivolgiamo anche ai medici prescrittori, perché sappiamo che di antibiotici se ne prescrivono troppi senza necessità. Ci proponiamo di organizzare incontri in collaborazione con i medici di medicina generale e di proseguire le attività di informazione negli ospedali e sui canali social».

SITA, innanzi tutto, ha messo a punto delle Linee Guida, pubblicate come expert opinion su Clinical Microbiology and Infection, che forniscono alcuni suggerimenti su come gestire al meglio queste infezioni dal punto di vista della prevenzione e della terapia. Il messaggio più forte riguarda la necessità di trattare queste infezioni con più di un antibiotico, ovvero con la cosiddetta terapia di combinazione.

Inoltre, SITA ricorda la campagna social “Antibiotici – La nostra difesa numero 1”, partita nel 2016 per promuovere il corretto uso degli antibiotici che restano la difesa primaria e insostituibile dai batteri e dalle infezioni.

La strada maestra che SITA promuove fa leva sull’uso consapevole e appropriato degli antibiotici secondo i principi dell’antimicrobial stewardship.

Le linee guida del SITA per gestire le infezioni da KPC (Klebsiella pneumoniae carbapenemasi-produttrice)

Oltre all’importanza di controllare i fattori di rischio (attraverso isolamento dei pazienti infetti, igienizzazione di mani, attrezzature e ambienti sanitari e prescrizione degli antibiotici solamente quando necessari), le Linee Guida sottolineano la necessità di avvalersi delle risorse diagnostiche per prendere decisioni informate di trattamento e di trattare queste infezioni con cocktail di antibiotici diversi, nell’auspicio che almeno uno funzioni e in modo che comunque si potenzino uno con l’altro.

1. Fattori di rischio

  • Esposizione prolungata e continuativa all’uso di antibiotici
  • Durata del ricovero in ospedale
  • Frequenza dei fenomeni di antibiotico resistenza nella comunità o nell’ospedale
  • Immunodepressione
  • Comorbilità
  • Età avanzata
  • Permanenza nelle case di riposo, Rsa, nosocomi
  • Insufficienza renale cronica

2. Strategie di prevenzione/contenimento

  • Implementazione e rafforzamento dei programmi di stewardship negli ospedali
  • Igienizzazione delle mani, dell’ambiente sanitario e delle attrezzature
  • Riduzione dell’uso di strumenti invasivi
  • Adozione di misure di isolamento per pazienti che manifestano sintomi da infezioni multi resistenti
  • Sensibilizzazione sull’uso corretto degli antibiotici
  • Ricerca e promozione di cure non antibiotiche
  • Uso di strumenti diagnostici all’avanguardia per individuare precocemente le infezioni
  • Monitoraggio e rimozione dei dispositivi medici invasivi qualora diano luogo a focolai di infezione

3. Strategie terapeutiche praticabili

  • Combinazione di più molecole (come aminoglicosidi, polimixine, tigeciclina, fosfomicina e carbapenemase)
  • Somministrazione di antibiotici per via inalatoria, specialmente nei pazienti con infezioni polmonari
  • Ottimizzazione della durata del trattamento per fare in modo che duri il meno possibile

4. Strategie terapeutiche in elaborazione

Attualmente sono in fase di valutazione nuove combinazioni di farmaci che appaiono promettenti nella lotta contro la KPC come:

  • meropenem/vaboractam,
  • impinem/relabactam,
  • plazomicin,
  • cefiderocol,
  • eravaciclina.

Tra queste, i maggiori risultati sono emersi dall’uso di meropenem/vaboractam e plazomicin.

La campagna SITA

La campagna è stata resa possibile grazie a un’erogazione di Merck & Co. per il tramite della sua consociata italiana MSD. Ha come obiettivo principale quello di diffondere le 4 regole per il corretto uso degli antibiotici:

  1. Assumere gli antibiotici soltanto dietro prescrizione medica,
  2. Usare l’antibiotico nel modo giusto, senza aumentare o diminuire le dosi indicate dal medico,
  3. Completare il trattamento prescritto dal medico, anche se ci si sente meglio,
  4. Non usare gli antibiotici per curare raffreddore e influenza.

Altre due regole importanti sono:

  • Prevenire le infezioni lavandoci spesso le mani, specie dopo essere stati a contatto con le persone malate,
  • Non trascurare l’importanza di vaccinarsi per prevenire le malattie infettive

La campagna social promossa da SITA fa leva su due risorse:

  1. lo spot “Il Supervampiro”, interpretato da Ricky Tognazzi, che per raccontare i rischi legati all’abuso degli antibiotici utilizza, in chiave metaforica, uno degli archetipi della storia del cinema, la figura del vampiro. Il video con la storia del villaggio la cui popolazione, incautamente, abusa del rimedio efficace per tenere lontani i vampiri è stato approvato come campagna sociale dal Segretariato sociale della Rai e sarà in programmazione a gennaio 2018.
  2. il sito web www.antibioticilanostradifesa.it, una risorsa informativa sull’antibiotico-resistenza, le regole per il corretto uso degli antibiotici, la storia e il meccanismo d’azione di questi farmaci. Sul sito, oltre allo spot di campagna, sono disponibili brevi video pillole informative nelle quali gli esperti infettivologi della SITA rispondono ai principali quesiti sulla terapia antibiotica di interesse per i cittadini.

Il Progetto Nazionale di Controllo dell’Antibioticoresistenza (PNCAR)

«Il programma PNCAR indica una serie di direttive per ridurre l’incidenza delle infezioni da batteri multiresistenti negli ospedali, per ridurre il consumo degli antibiotici negli ospedali e fuori, che è la principale causa di aumento delle resistenze agli antibiotici, e anche per usare correttamente gli antibiotici in veterinaria. La premessa  – ricorda Claudio Viscoli  – è che l’Italia è maglia nera in Europa per l’incidenza di infezioni da germi multiresistenti o meno sensibili agli antibiotici: quindi, anche a seguito di richiami molto pesanti che ci sono arrivati dall’Europa, questo progetto cerca di porre un argine a tale fenomeno per migliorare le prospettive di trattamento dei pazienti ricoverati in ospedale e di noi tutti».

«Il programma PNCAR è sicuramente un passo in avanti, anche se rimane il problema di come finanziare le attività che il PNCAR ritiene si debbano al più presto implementare. Il progetto suggerisce delle tempistiche per raggiungere obiettivi molto precisi e ambiziosi, senza specificare le modalità economiche per ottenerli.  – aggiunge Claudio Viscoli. – Non è chiaro, almeno a me, se questo sia demandato o no alle Regioni, se cioè spetti a queste ultime finanziare il Piano».

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Infezioni da batteri resistenti agli antibiotici

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Gli antibiotici sono farmaci in grado di uccidere i batteri o di rallentarne la proliferazione. La resistenza agli antibiotici è un processo di selezione causato da mutazioni che consentono ai batteri di sopravvivere e moltiplicarsi in presenza di questi farmaci. L’uso eccessivo e improprio degli antibiotici favorisce la proliferazione delle popolazioni resistenti che arrivano così a prendere il sopravvento. La crescente resistenza antimicrobica riduce quindi le possibilità di prevenire e trattare un’ampia gamma di infezioni.

Oggi le resistenze batteriche rappresentano una grande emergenza sanitaria perché favoriscono il ritorno di malattie infettive che si pensavano sconfitte o sotto controllo.

Secondo stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS):

  • 700.000 decessi all’anno nel mondo sono dovuti alle infezioni resistenti,
  • in Europa, si verificano annualmente 4 milioni di infezioni da germi antibiotico-resistenti che causano 25.000 decessi,
  • se gli attuali tassi di incremento delle antibioticoresistenze non saranno invertiti, da qui al 2050 i “superbug” saranno responsabili di almeno 10 milioni di decessi annui,
  • Il numero maggiore di decessi si registrerà in Africa e in Asia.

In questo scenario, interventi banali come l’estrazione di un dente o un’operazione di appendicite metterebbero a rischio la vita. Anche alcune terapie fondamentali, come quelle per il trattamento dei tumori, potrebbero esporre i pazienti al rischio d’infezioni che non saremmo più in grado di trattare.

Negli ospedali dell’UE, fino al 50% degli antibiotici vengono usati senza necessità o in modo inappropriato. In Europa, il consumo di antibiotici specifici per il trattamento delle infezioni multiresistenti è raddoppiato nel periodo compreso tra il 2010 e il 2014.

L’Italia è uno dei Paesi dove si registra il maggior consumo di antibiotici (27,8 dosi ogni 1000 abitanti al giorno). È anche uno dei Paesi nei quali la resistenza agli antibiotici si mantiene tra le più elevate in Europa e quasi sempre al di sopra della media europea. Le Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA) colpiscono ogni anno circa 284.100 pazienti italiani causando circa 4500-7000 decessi.

«La reazione italiana al problema dell’antibioticoresistenza si è svolta inizialmente a livello di singole regioni, soltanto recentemente e piuttosto tardivamente – spiega Claudio Viscoli, pesidente Società Italiana di Terapia Antinfettiva (SITA), direttore Clinica Malattie Infettive Università degli Studi di Genova IRCCS San Martino (IST). – Il Ministero della Salute ha incaricato un gruppo di esperti, di cui purtroppo faceva parte un solo infettivologo clinico, che ha prodotto un documento di linee-guida. L’Italia è stata ufficialmente richiamata dal Centro Europeo per il Controllo delle malattie che ha contestato al nostro Paese un impegno non adeguato per contrastare le resistenze antibiotiche».

«In Italia il problema più importante è rappresentato dalla Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi, ma in Europa siamo maglia nera anche per altri microrganismi, come per esempio Pseudomonas aeruginosa, per il quale avremmo un nuovo farmaco che, sfortunatamente, AIFA non ci lascia usare per questa indicazione, nonostante richieste ufficiali e documentate. Ovviamente il problema non è soltanto italiano. La diminuzione di efficacia degli antibiotici è un fenomeno globale, pesantissimo in Paesi come India e Cina, ma non risparmia praticamente alcun Paese con un gradiente che si sposta dall’est e sud del mondo verso l’ovest e il nord» – continua Claudio Viscoli.

«Le persone veramente a rischio sono quelle con malattie gravemente defedanti, che riducono fortemente le difese contro le infezioni, specialmente se ricoverati in Ospedale o Residenze Sanitarie Assistite. Finché siamo in grado di difenderci, questi microrganismi resistenti, o parzialmente resistenti, non procurano danni, anche se entrano a far parte della nostra flora batterica endogena intestinale (cosa che comunque non vorremmo). Ma se veniamo ricoverati, se abbiamo bisogno di cure che riducono le difese immunitarie, di importanti interventi di chirurgia o di trapianti, allora i batteri resistenti diventano un rischio tale da mettere in dubbio, in un futuro non lontano, la stessa possibilità di continuare a eseguire queste procedure così invasive, così moderne ma anche così pericolose sotto certi aspetti» – aggiunge Claudio Viscoli.

Principali infezioni da batteri resistenti agli antibiotici

I batteri possono essere suddivisi in due gruppi in base al metodo di Gram che non evidenzia relazioni filogenetiche, ma differenzia la struttura della parete e la conseguente capacità di adattamento.

I batteri Gram-positivi risultano blu o viola dopo la colorazione di Gram. Infatti trattengono la colorazione del cristalvioletto nello strato di peptidoglicano localizzato sulla faccia esterna della parete.

I batteri Gram-negativi invece non trattengono la colorazione del cristalvioletto perché il peptidoglicano costituisce uno strato più sottile localizzato tra due membrane cellulari. I Gram-negativi hanno una parete cellulare nel complesso più spessa e sono dotati di elevata capacità di adattamento.

I patogeni Gram-negativi sono responsabili delle più comuni infezioni intra-addominali, del tratto urinario e respiratorie nosocomiali o contratte in ospedale.

I ceppi patogeni di Klebsiella PneumoniaeEscherichia coli e Pseudomonas aeruginosa rappresentano il 70% di tutti i patogeni Gram-negativi che causano infezioni intra-ospedaliere. In particolare, gli enterobatteri resistenti ai carbapenemi, tra i quali ceppi di Klebsiella pneumoniae e di Escherichia coli, sono i più difficili da trattare perché sono resistenti anche a quasi tutti gli altri antibiotici disponibili e riescono a diffondersi molto rapidamente negli ambienti ospedalieri.

Infezioni da Klebsiella pneumoniae

La Klebsiella pneumoniae può causare polmoniti, infezioni del sangue e del tratto urinario. È il principale responsabile delle infezioni nelle strutture sanitarie.

Uno studio Europeo pubblicato su Lancet Infectious Diseases ha stimato che in Italia 6 pazienti ogni 10.000 ricoveri hanno un’infezione da Klebsiella resistente, contro una media europea di 1,3 pazienti.

La percentuale di casi di infezioni resistenti alle cefalosporine di terza generazione è piuttosto alta in Europa e si attesta attorno al 30,3%. I valori in Europa oscillano tra lo 0% in Islanda e il 75% in Bulgaria. L’Italia registra valori decisamente elevati (55,9%). Klebsiella inoltre è diventata resistente anche ai carbapenemi, ossia la classe di antibiotici di solo uso ospedaliero che fino a ora ha rappresentato il caposaldo per la terapia delle infezioni più gravi.

Klebsiella Pneumoniae. Percentuale (%) di casi isolati resistenti ai carbapenemi, per Paese UE/EEA, 2015
Klebsiella Pneumoniae. Percentuale (%) di casi isolati resistenti ai carbapenemi, per Paese UE/EEA, 2015

L’Italia insieme alla Grecia è il paese europeo con una presenza endemica di Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi. In Italia la resistenza ai carbapenemi nella K.
pneumoniae è aumentata in modo vertiginoso passando dall’1% nel 2008 al 33,5% nel 2015 (Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza 2017 – 2020).

Nel nostro Paese Klebsiella pneumoniae carbapenemasi produttrice è ormai diventato in oltre il 50% dei casi resistente a tutti gli antibiotici compresi i carbapenemi. È quindi considerato un super batterio killer.

Infezioni da Pseudomonas aeruginosa

Lo Pseudomonas aeruginosa è un batterio che può causare di infezioni del tratto urinario, dei polmoni e del sangue. Si sviluppa principalmente nei pazienti ospedalizzati
ed è molto difficile da controllare e arginare.

Pseudomonas aeruginosa. Percentuale (%) di casi isolati multiresistenti (resistenti a tre o più gruppi di antibiotici tra penicillina più tazobactam, cefatadizime, per Paese UE/EEA, 2015

È stata evidenziata una resistenza in particolare alla piperacillina-tazobactam (18,1%) e ai fluorochinoloni (19,3%). La percentuale di infezioni resistenti alla piperacillina-tazobactam oscilla dallo 0% dell’Islanda al 59% della Romania. In Italia si registra
un 29,5%. Scenario di poco diverso per la resistenza ai fluorochinoloni per il quale si passa dallo 0% dell’Estonia al 62% della Romania. L’Italia registra un valore mediamente basso (24,6%).

Infezioni da Escherichia coli

L’Escherichia coli è normalmente presente nell’intestino ma è anche la causa di infezioni batteriche molto frequenti come quelle del tratto urinario e del torrente circolatorio. Più del 50% dei casi di E. coli sono risultati resistenti ad almeno un gruppo di antimicrobici sotto sorveglianza. È stata evidenziata una resistenza in particolare all’aminopenicillina
(57,2%), ai fluorochinoloni (22,8%) e alle cefalosporine di terza generazione (13,1%) sia assunti singolarmente che in combinazione con altri gruppi di antimicrobici.

Escherichia Coli. Percentuale (%) di casi isolati resistenti ai fluorochinoloni, per Paese UE/EEA, 2015

In Europa, la percentuale di infezioni resistenti ai fluorochinoloni subisce delle sensibili variazioni e oscilla tra il 6,8% in Islanda e il 45,5% a Cipro. In Italia si registrano valori ampiamente sopra la media (circa 44,4%). Stessa situazione rispetto all’aminopenicillina in cui i casi di resistenza variano dal 34,1% della Svezia fino ad arrivare al 73% della Romania. Anche in questo caso in Italia si registrano valori molto alti: ben il 67,4% delle infezioni da E. coli è resistente all’aminopenicillina.

Nel caso delle cefalosporine di terza generazione i valori oscillano dall’1,7% dell’Islanda al 38,5% della Bulgaria. L’Italia registra un valore del 30,1%, ancora una volta superiore alla media europea.

Infezioni da Streptococcus pneumoniae

Lo Streptococcus pneumoniae è molto comune specialmente nei bambini non vaccinati ed è la causa più frequente di polmonite, morbilità e mortalità.

Streptococcus Pneumoniae. Percentuale di casi isolati non suscettibili ai macrolidi per Paese EU/EEA, 2015

La percentuale di ceppi resistenti alla penicillina variano dallo 0,6% del Belgio al 39% della Romania. In Italia il valore è del 12,3%. Nel caso della resistenza ai macrolidi, lo scenario è simile: si passa dallo 0% del Lussemburgo al 40% di Malta con l’Italia al 24,5%.

Infezioni da Staphylococcus aureus

Lo Staphylococcus aureus è un batterio che colonizza frequentemente le cavità nasali e la pelle.

I ceppi resistenti alla meticillina (MRSA) sono la causa principale delle infezioni antibiotico resistenti associate all’ambiente ospedaliero. La percentuale di questi ceppi resistenti varia dallo 0% dell’Islanda al 57,2% della Romania.

Staphylococcus aureus. Percentuale di casi isolati resistenti alla meticillina per Paese EU/EEA, 2015

In Italia la percentuale di MRSA rimane ancora decisamente superiore alla media del 16,8% e arriva al 34,1%. Le persone che contraggono un’infezione da MRSA hanno il 64% in più di probabilità di morire rispetto a chi non ne è affetto. (Antimicrobic resistance factsheet, World Health Organization).

Infezioni da Acinetobacter

Acinetobacter spp. comprende specie per la maggior parte bassa patogenicità. Acinetobacter baumanii è responsabile di polmoniti nosocomiali, di infezioni del flusso circolatorio e del tratto urinario e di altre infezioni dovute alla presenza di ferite profonde.

La percentuale di resistenza ai fluorochinoloni oscilla tra lo 0% del Belgio e il 94,9% della Grecia. L’Italia registra un valore molto alto (81,6%). Anche nella resistenza agli aminoglicosidi i valori sono alti ma variano sensibilmente da Paese a Paese passando dallo 0% del Belgio al 90,4% della Lituania.

Acinetobacter spp. Percentuale di casi isolati resistenti alle combinazioni di fluorochinoloni, aminoglicosidi, e carbapenemi per Paese EU/EEA, 2015

L’Italia ancora una volta presenta una percentuale molto alta di infezioni resistenti (74,7%). Per quanto riguarda i carbapenemi, la percentuale di resistenza varia dallo 0% del Belgio al 93,5% della Grecia, con l’Italia che si attesta attorno al 78,3%.

Infezioni da Enterococcus

I batteri enterococcici sono normalmente presenti nel tratto gastrointestinale di uomini e animali. La maggior parte delle infezioni sono causate dall’Enterococcus faecalis, resistente soprattutto alla gentamicina (31,3% dei casi) e dall’Enterococcus faecium, resistente in particolare alla vancomicina (8,3% dei casi).

Enterococcus faecalis. Percentuale di casi isolati con alti livelli di resistenza alla gentamicina per Paese EU/EEA, 2015

Nel caso dell’E. faecalis la resistenza varia in Europa dall’8,6% di Cipro fino ad arrivare al 49,1% della Slovacchia. In Italia il valore è sopra la media (47,8%). Riguardo all’E. faecium, la percentuale di resistenza oscilla tra lo 0% dell’Estonia e il 45,8% dell’Irlanda.

L’Italia è leggermente sopra la media (11,2%).

(Fonte principale: Antimicrobial resistance surveillance in Europe 2015, European Centre for Disease Prevention and Control).

I costi delle infezioni da batteri resistenti agli antibiotici

In Europa, ogni anno i costi extrasanitari e quelli legati alla perdita di produttività associati alle infezioni multiresistenti ammontano a circa 1,5 miliardi di Euro. Nei Paesi OCSE si stima che ogni paziente costi al sistema sanitario tra i 10.000 e i 40.000 dollari l’anno. Si stima che da qui al 2050 l’impatto complessivo delle infezioni multiresistenti sul PIL nei Paesi OCSE sarà di circa 2,9 trilioni di dollari.

Le terapie antibiotiche

Da quando gli antibiotici sono stati resi disponibili su larga scala (circa 70 anni fa), la pratica della Medicina e la terapia delle Malattie Infettive sono state rivoluzionate ed è cambiato il corso della civiltà. Questi farmaci hanno infatti permesso di sconfiggere infezioni drammatiche causate da microrganismi che flagellavano da sempre l’umanità, mietendo milioni di vittime.

Negli ultimi 30 anni il trend delle richieste di approvazione di nuovi antibiotici è diminuito costantemente. Negli Anni ’80 sono stati registrati 16 nuovi antibiotici, negli Anni ’90 soltanto 10; tra il 2003 e il 2007 ne sono stati registrati 5 e tra il 2008 e il 2012 solamente 2. Negli ultimi anni, anche grazie agli incentivi dei Governi, sono ripresi gli investimenti delle aziende farmaceutiche e nuovi antibiotici sono stati messi in commercio.

«Forse non saremmo arrivati a questo punto se la ricerca e l’industria farmaceutica avessero continuato a produrre nuovi antibiotici per tamponare lo sviluppo di resistenze come hanno fatto fino alla fine del secolo scorso. – spiega Claudio Viscoli – In realtà, negli ultimi 20 anni la ricerca nel campo degli antibiotici è molto diminuita ed è progressivamente calato il numero delle nuove molecole registrate. Bisogna incoraggiare in ogni modo la ricerca nel campo delle sostanze antimicrobiche e questo lo hanno fatto sia l’Unione Europea, sia gli Stati Uniti e in effetti negli ultimi tempi alcune nuove molecole si sono rese disponibili».

Classificazione degli antibiotici

Gli antibiotici vengono suddivisi in diverse famiglie, o classi, in base alla loro azione o alla loro struttura chimica; la maggior parte di essi è di origine naturale, ovvero prodotti da materia vivente, alcuni sono di origine sintetica, ovvero prodotti industrialmente, o semi-sintetica, quando la sostanza naturale viene modificata in laboratorio.

Le più importanti famiglie di antibiotici sono:

  • beta-lattamici, che comprendono le penicilline e le cefalosporine;
  • le tetracicline, la cui storia inizia attorno al 1947 con la scoperta della clortetraciclina (Aureomicina) nelle colture di Streptomyces aureofaciens;
  • gli amminoglicosidi, di cui fanno parte le streptomicine scoperte dal russo Selman Abraham Waksman, Premio Nobel per la Medicina nel 1952, che le isolò dallo Streptomyces griseus;
  • le polimixine, gruppo di antibiotici prodotti da colture di Bacillus polymixa. Comprendono la plimixina E o colistina, farmaco a elevata nefrotossicità, ma efficace, soprattutto in combinazione, sulla maggior parte di Gram-negativi resistenti ai carbapenemi o multiresistenti;
  • gli oxazolidinoni (o ossazolidinoni), antibiotici chemioterapici, ottenuti per sintesi chimica;
  • i fluorochinoloni di origine sintetica, la cui scoperta risale agli anni ’50;
  • i macrolidi, tutti di origine naturale, che includono molecole ampiamente utilizzate nella pratica clinica come eritromicina, spiramicina e azitromicina;
  • i carbapenemi, antibiotici ad ampio spettro d’azione, utilizzati esclusivamente in ospedale per il trattamento delle infezioni difficili.

Le nuove molecole antibiotiche

Dopo anni di stasi le aziende farmaceutiche sono tornate a investire in questa area terapeutica.

Alcune nuove molecole si sono già rese disponibili, altre lo saranno prossimamente. In Italia recentemente sono stati autorizzati due nuovi farmaci, attivi contro i microorganismi sia Gram-negativi sia Gram-positivi. Queste terapie consentiranno una cura più appropriata di importanti infezioni causate da superbatteri resistenti agli antibiotici.

Già in commercio in Italia ci sono:

Tedizolid, un nuovo oxazolidinone indicato per il trattamento delle infezioni batteriche acute della cute e dei tessuti molli sostenute da patogeni Gram-positivi, compresi quelli resistenti ad altri antibiotici. Offre alcune importanti vantaggi nella terapia delle infezioni da MRSA,

Ceftolozane/tazobactam, una nuova cefalosporina associata ad un inibitore delle beta-lattamasi, per le infezioni da Gram-negativi, con una importante attività nei confronti di Pseudomonas e anche di Enterobatteri produttori di ESBL. Il farmaco è indicato per il trattamento delle infezioni complicate intra-addominali e delle vie urinarie sostenute da patogeni Gram-negativi multiresistenti.

L’associazione ceftazidime/avibactam è disponibile in Italia dal 21 febbraio 2018. Si tratta di una cefalosporina di terza generazione (ceftazidime), anch’essa associata a un nuovo inibitore delle beta-lattamasi, avibactam, indicato per il trattamento delle infezioni complicate intra-addominali e le infezioni urinarie complicate sostenute dei batteri Gram-negativi difficili.

Problematiche connesse agli aspetti regolatori delle nuove terapie antibiotiche

«L’intervallo tra l’approvazione dei nuovi farmaci da parte di EMA, il lungo corso in Italia per l’approvazione da parte di AIFA e per stabilire i prezzi e l’effettiva messa a disposizione del paziente italiano del nuovo antibiotico, è molto lungo e pone problemi ai medici, che si occupano di malattie infettive, e, ovviamente, anche ai pazienti. In altri Paesi europei questo succede di meno. Inoltre, i nuovi farmaci vengono spesso autorizzati con indicazioni restrittive» – continua Claudio Viscoli.

A questo proposito, Matteo Bassetti, Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine e Università di Udine, vice-presidente SITA, spiega:

«Le nuove opzioni terapeutiche sono sicuramente interessanti e, in particolare, abbiamo due nuovi antibiotici per le infezioni da Gram-negativi: ceftolozane/tazobactam, e ceftazidime/avibactam. Anche per i Gram-positivi abbiamo nuovi antibiotici tra cui il più recente per approvazione è rappresentato dal tedizolid.  Purtroppo, anche se abbiamo nuovi antibiotici molto validi, ci confrontiamo con i problemi regolatori: questi antibiotici di cui abbiamo un grande bisogno per alcuni tipi di infezioni, ad esempio nelle polmoniti o nelle infezioni del torrente ematico, vengono approvati nel nostro Paese in indicazioni diverse da quelle di cui necessitiamo».

Perché? Perché gli enti regolatori (FDA, EMA ecc.) che regolano la ricerca, hanno preferito grandi studi per indicazione sindromica, tipo grande studio per le infezioni urinarie, senza considerare che oggi abbiamo necessità di questi antibiotici non per sindromi ma per germe. Infatti, prescriviamo questi antibiotici quando c’è il sospetto di Pseudomonas o di KPC e quindi succede che noi usiamo questi antibiotici spesso off label, cioè fuori indicazione. È questo oggi il paradosso. Se ho un paziente per il quale sospetto un’infezione da Pseudomonas resistente a tutti gli antibiotici, l’ultimo antibiotico più potente che ho (ceftolozane/tazobactam) non lo posso usare perché non è registrato per Pseudomonas ma è registrato per le infezioni urinarie» – conclude Bassetti.

Meccanismo d’azione degli antibiotici

Gli antibiotici agiscono in modo mirato su bersagli specifici della cellula batterica. Alcuni antibiotici possono colpire la parete cellulare o la membrana cellulare plasmatica del batterio; altri interferiscono con il metabolismo energetico, con la sintesi degli acidi nucleici, oppure con la sintesi proteica.

Ciascuna famiglia di antibiotici ha uno spettro d’azione costituito da quei batteri su cui il farmaco è attivo. Anche se esistono antibiotici ad ampio spettro (in grado di eliminare molti tipi di batteri), nessun antibiotico è attivo contro tutti i batteri. Conoscere lo spettro d’azione dell’antibiotico è quindi fondamentale affinché la terapia sia effettivamente mirata ed efficace.

Accorgimenti per l’uso delle nuove terapie antibiotiche

«Indubbiamente i nuovi antibiotici andranno usati con grande cautela, per non perderne rapidamente l’efficacia, ma devono anche arrivare il prima possibile, minimizzando i ritardi dovuti alle lunghe negoziazioni tra AIFA e le aziende farmaceutiche» – avverte Claudio Viscoli.

«Per quanto riguarda l’appropriatezza, secondo le norme AIFA le nuove molecole devono essere prescritte soltanto dagli specialisti infettivologi, ma questo può essere un ostacolo perché gli infettivologi non sono presenti in tutti gli ospedali. Sarebbe auspicabile istituire un sistema di consulenza da parte degli infettivologi dei grandi ospedali a beneficio degli ospedali di più piccole dimensioni (“hub & spoke”) e di quelli dove non è prevista la figura dell’infettivologo. Consulenza che, in alcuni casi, potrebbe avvenire anche solo per via telematica. In ogni caso devono essere studiati dei sistemi che consentano agli esperti e specialisti del settore di intervenire un po’ più capillarmente di come avviene adesso.» – suggerisce Viscoli.

«Esiste poi un gap tra medici d’ospedale e medici del territorio che rende critica la continuità assistenziale. Per ciò che riguarda la terapia antibiotica, penso che in ospedale si debbano rivedere i criteri di durata delle terapie e dimettere possibilmente i pazienti senza terapia antibiotica, con eccezione, ovviamente, dei casi, rari ma esistenti, di infezioni che richiedono terapie molto prolungate. In generale, i dati scientifici dimostrano che molte malattie infettive batteriche potrebbero essere trattate per meno giorni di quanto si pensasse in passato. Di fatto, ci si sta accorgendo che è maggiore il danno collaterale di dare antibiotici più a lungo inutilmente, rispetto al rischio di darne troppo pochi.» – conclude Claudo Viscoli.

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